domenica 18 gennaio 2026

L’illusione dell’eufonia: perché evitare “ad esempio”


La questione della d eufonica è uno dei banchi di prova più raffinati per chi desidera maneggiare la lingua italiana con la precisione di un orafo. Sebbene nel parlato quotidiano la forma “ad esempio” sia ormai entrata nell’uso comune, un’analisi rigorosa delle dinamiche armoniche della nostra lingua rivela che tale locuzione è, a ben vedere, sconsigliabile.

Il termine eufonia deriva dal greco e significa “buon suono”: la d aggiuntiva nasce dunque con l’intento di evitare lo scontro cacofonico tra due vocali, quel fastidioso arresto del fiato noto come iato. Tuttavia, nel corso dei secoli, la linguistica più autorevole e i custodi della corretta dizione hanno delineato una regola aurea: la d dovrebbe intervenire solo quando le due vocali in contatto sono identiche.

Seguendo questo criterio, scriviamo correttamente “ed ecco”, “ad andare” o “od ogni”, poiché l’identità della vocale giustifica il ponte sonoro offerto dalla consonante. Al contrario, nell’espressione “ad esempio” la preposizione termina con a mentre il termine successivo inizia con e: in questo caso, l’inserimento della d non solo è superfluo dal punto di vista fonetico, ma introduce una forzatura che appesantisce la frase senza alcuna reale necessità.

Lo stesso accade in locuzioni come “ed anche”, “ad ogni” o “ad invitare”: la diversità delle vocali renderebbe la pronuncia già di per sé fluida, mentre la dentale finisce col creare un inciampo sonoro non richiesto.

Per chiarire ulteriormente il concetto, consideriamo la differenza tra “si rivolse a uno specialista” e “si rivolse ad uno specialista”. La prima forma rispetta la distinzione tra a e u; la seconda introduce un ostacolo che interrompe la naturale scorrevolezza del discorso. Un altro esempio riguarda la congiunzione coordinante: è preferibile scrivere “comprare pane e olio” piuttosto che “pane ed olio”, poiché e e o sono suoni distinti che non richiedono separazione artificiale.

Se vogliamo raggiungere la massima fluidità senza incorrere in diatribe grammaticali, la soluzione più elegante sta nell’utilizzo della locuzione “per esempio”. Questa forma, inattaccabile sotto ogni profilo normativo, elimina alla radice il problema dello scontro vocalico e garantisce una narrazione piana e cristallina.

Optare per “per esempio”, soprattutto all’inizio di una frase (o periodo), significa dunque scegliere la via della chiarezza, rispettando l’economia e la bellezza intrinseca dell’italiano, una lingua che fa dell’equilibrio dei suoni una delle sue virtù più grandi.


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Quando ‘smanettare’ faceva rumore: storia di un verbo insospettabile 


I
l linguaggio cambia come cambiano gli oggetti che usiamo e i gesti che compiamo ogni giorno. Il verbo “smanettare” è un esempio vivido di come una parola possa nascere in un contesto molto concreto, spostarsi in un ambito completamente diverso e infine assumere un valore quasi identitario. Oggi lo associamo all’informatica, alla curiosità tecnologica, alla voglia di provare e sperimentare. Ma la sua storia parte da tutt’altra parte.

L’origine del verbo non ha nulla (a) che fare con le maniche dei vestiti, come spesso si sente dire. L’idea che “smanettare” significhi “tirarsi su le maniche” è una spiegazione intuitiva, comprensibile, ma non supportata dall’etimologia. Si tratta di un caso di etimologia popolare: una reinterpretazione nata perché la parola “suona” come qualcosa che coinvolge le mani e un gesto preparatorio. In realtà, “smanettare” deriva da manetta, la leva dell’acceleratore delle motociclette. Il significato originario era molto letterale: ruotare la manetta con insistenza, spesso per far rombare il motore o per aumentare bruscamente la velocità. Era un gesto fisico, energico, quasi esibizionistico.

Da questo uso concreto, il verbo ha iniziato a generalizzarsi. Se la manetta è un comando, “smanettare” può diventare l’atto di agire con rapidità, insistenza e una certa disinvoltura su qualsiasi comando. Il centro semantico non è più la moto, ma il modo in cui si usano le mani: ripetizione, energia, tentativi, controllo. È questo passaggio intermedio che ha permesso al sintagma in oggetto di migrare senza sforzo nel mondo dell’informatica.

Con la diffusione dei computieri (sic!) “smanettare” ha trovato un nuovo terreno fertile. È diventato il verbo perfetto per designare colui che esplora, prova, modifica, installa, disinstalla, sperimenta. Non indica semplicemente l’uso di un dispositivo, ma un rapporto attivo, curioso, talvolta audace con la tecnologia. Da qui nasce anche la figura dello “smanettone”, l’appassionato che non si limita a usare un computiere, ma ci mette le mani dentro, lo personalizza, lo testa, lo spinge oltre i limiti dell’uso comune.

Con il trascorrere del tempo, il verbo si è ulteriormente ampliato: oggi può riferirsi a qualsiasi oggetto tecnologico, dallo “smartphone” al “mixer audio”, fino a indicare in generale l’atto di trafficare con qualcosa per capirne il funzionamento. Il tratto distintivo rimane sempre lo stesso: un uso attivo e sperimentale delle mani, unito a una certa familiarità con ciò che si sta maneggiando.

Il viaggio semantico di “smanettare” racconta bene come le parole seguano i cambiamenti della società. Da un gesto meccanico legato al rombo di una moto, il verbo è arrivato a rappresentare la curiosità digitale contemporanea. E lungo il tragitto ha raccolto anche qualche fraintendimento, come quello delle maniche, che però non fa che confermare quanto le parole sappiano evocare immagini e interpretazioni anche quando la loro storia è altrove.

















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


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