sabato 17 gennaio 2026

Il verbo fantasma che animava le scene ottocentesche

 


Il verbo labialeggiare appartiene a quella costellazione di parole che un tempo avevano una funzione precisa e oggi sopravvivono solo come curiosità linguistiche. È un sintagma che racconta un pezzo di storia del teatro ottocentesco, quando la comunicazione scenica era fatta non solo di voce, ma anche di gesti, mimica e artifici tecnici che permettevano agli attori di farsi capire anche in condizioni acustiche imperfette. In quel contesto, “labialeggiare” era un verbo utile, quasi tecnico, e descriveva un’abilità che oggi diamo per scontata o che chiamiamo in altri modi.

L’etimologia è trasparente: deriva da “labiale”, cioè relativo alle labbra, con l’aggiunta del suffisso -eggiare, tipico dei verbi che indicano un’azione ripetuta o caratteristica. Letteralmente significa quindi fare cose con le labbra, ma il suo valore semantico si è presto specializzato.

L’accezione primaria era “parlare muovendo le labbra senza emettere suono”, oppure “articolare parole in modo esagerato per farsi capire anche senza voce”. Era un gesto tipico degli attori che, durante le prove o in scena, dovevano comunicare senza disturbare, oppure simulare un dialogo non udibile dal pubblico. In alcuni trattati di recitazione dell’Ottocento il verbo compare come indicazione di scena, quasi un termine tecnico: labialeggiare una battuta significava pronunciarla solo con il movimento delle labbra, lasciando che fosse il pubblico a intuire il contenuto.

Non mancavano episodi curiosi legati a questa pratica. Un attore milanese, celebre per la sua dizione impeccabile e per un certo gusto nel rubare la scena, durante un monologo altrui iniziò a labialeggiare con tale enfasi un finto dialogo sullo sfondo da attirare l’attenzione del pubblico più delle parole del protagonista. Il capocomico, furioso, lo apostrofò a fine spettacolo dicendo che “se voleva parlare, parlasse; se voleva tacere, tacesse; ma che smettesse di labialeggiare come un pesce in padella”. Da allora, nella compagnia, il verbo divenne sinonimo di sabotaggio muto.

Gli esempi d’uso oggi suonano quasi teatrali: Durante la prova, l’attore labialeggiava le battute per non coprire la voce del protagonista; oppure La comparsa labialeggiava un finto dialogo sullo sfondo della scena. È un verbo che porta con sé un gesto preciso, quasi cinematografico ante litteram, e che restituisce l’atmosfera di un teatro fatto di sguardi, movimenti e silenzi.

Oggi “labialeggiare” è praticamente scomparso dall’uso comune, sostituito da espressioni come muovere le labbra, parlare a labbra mute o mimare le parole. Rimane però una piccola gemma linguistica, un frammento di lessico teatrale che racconta come la lingua sappia registrare anche i dettagli più effimeri dell’arte scenica.

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Perché questi anni e non *quest’anni?

L’aggettivo dimostrativo "questo" e il suo corrispondente femminile "questa" si comportano in modo radicalmente diverso nel passaggio dal singolare al plurale quando si trovano davanti a una parola che comincia con una vocale. Se al singolare l’elisione (l’eliminazione della vocale finale sostituita dall’apostrofo) è una pratica comune e talvolta caldamente consigliata per rendere la lettura più fluida - si pensi a forme come quest'anno o quest'isola - al plurale la situazione cambia totalmente. La grammatica italiana contemporanea, sostenuta dall'autorità di dizionari come il Treccani, stabilisce che le forme questi e queste non debbano mai essere apostrofate.

La ragione principale di questo divieto non è fonetica, ma funzionale e comunicativa: l'esigenza di preservare la distinzione di genere. In italiano, le desinenze -i (maschile) ed -e (femminile) sono i pilastri che reggono l'identità plurale del nome. Se scrivessimo “quest'alberi” e “quest'erbe”, l'apostrofo scancellerebbe (sic!) proprio l'elemento che ci permette di distinguere se stiamo parlando di un gruppo maschile o femminile. Mentre al singolare il genere è spesso recuperabile dal sostantivo stesso o dal contesto senza troppi sforzi (quest'amico vs quest'amica), al plurale la fusione grafica creerebbe un'ambiguità che la lingua cerca di evitare per garantire la massima chiarezza.

Va inoltre considerato che la pronuncia delle vocali plurali è meno soggetta a quegli scontri cacofonici che invece caratterizzano il singolare. In espressioni come questi individui o queste ombre, lo iato che si viene a creare è considerato accettabile, se non addirittura necessario per dare il giusto peso ritmico alla frase. Sebbene in passato, specialmente nella prosa letteraria o poetica dei secoli scorsi, fosse possibile imbattersi in elisioni plurali (spesso limitate a casi di identità tra le vocali, come quest’istanti), oggi tale uso è considerato un arcaismo, anzi un errore da evitare assolutamente. In una scrittura corretta e moderna, dunque, si scriverà sempre questi aerei (ricordando che, come suggerisce la grammatica, l'aereo ha [non “è”] decollato ed è ora in quota) o queste amiche, mantenendo intatta la vocale finale per onorare la precisione morfologica della lingua di Dante e di Manzoni.



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