lunedì 19 gennaio 2026

L’arte di non sbagliare verbo: viaggio tra caccia e cantieri

 

Nella lingua italiana, la differenza fra un termine e l’altro può risiedere nello spazio infinitesimale di una consonante, capace però di spostare il senso del discorso dalla caccia al cantiere navale. È il caso dei verbi “braccare” e “bracare”, spesso confusi per paronimia ma appartenenti a mondi lontani. Il primo richiama l’inseguimento serrato e l’ansia della preda; il secondo è un termine tecnico, quasi chirurgico, legato al sollevamento e alla messa in sicurezza di carichi pesanti. Distinguerli non è solo una questione di ortografia, ma di rispetto per l’esattezza semantica: un valore caro a chi considera le parole strumenti di precisione, non semplici etichette approssimative.

Il verbo braccare affonda le sue radici nella lingua provenzale e nel termine germanico brakko, da cui deriva “bracco”, un cane da caccia estremamente versatile. Etimologicamente, dunque, braccare significa “agire come un bracco”. In senso stretto descrive l’azione dei cacciatori che inseguono la selvaggina seguendone le tracce olfattive o visive. La sua diffusione moderna si deve però soprattutto all’estensione figurata: braccare significa tallonare qualcuno senza lasciargli respiro, accerchiarlo psicologicamente o fisicamente per impedirne la fuga. È un termine dinamico, che implica movimento e tensione. Si dirà, per esempio: «La stampa ha braccato il ministro per tutto il pomeriggio in cerca di una dichiarazione», oppure: «Il fuggitivo si sentiva braccato, poiché ogni via d’uscita era presidiata». In questi contesti, la doppia “c” è fondamentale perché richiama visivamente e foneticamente l’insistenza dell’azione.

Di contro, bracare (con una sola “c”) ha un’origine latina legata al termine braca, ovvero i pantaloni o la fascia che avvolge i fianchi. Sebbene oggi la “braca” sia nell’uso comune un modo colloquiale per indicare i calzoni - si pensi all’espressione “cadere le brache” - in ambito tecnico e nautico la braca è una fune, una catena o una fascia di fibra sintetica che viene fatta passare sotto un peso per permetterne il sollevamento equilibrato. Bracare, dunque, significa cingere un oggetto con queste fasce per poterlo issare con una gru o un paranco. È un verbo statico nella fase preparatoria, ma fondamentale per la logistica. Un esempio d’uso corretto è: «Prima di azionare l’argano, è necessario bracare correttamente il blocco di marmo per evitare che scivoli». In ambito idraulico o edilizio, bracare può anche significare applicare una braca intesa come rinforzo metallico o morsetto a un tubo o a una colonna.

L’uso di questi due verbi riflette dunque una dicotomia tra “inseguimento” e “sostegno”. Per non incorrere in errori che potrebbero minare la propria credibilità comunicativa, è utile ricordare che la braga (variante di braca) sostiene, mentre il bracco rincorre. Confondere i due termini porterebbe a paradossi linguistici: scrivere di “bracare un malvivente” suggerirebbe l’immagine bizzarra di un poliziotto che tenta di imbracare il sospettato con delle funi per sollevarlo, anziché inseguirlo; al contrario, “braccare un carico” farebbe pensare a una gru che dà la caccia a un container tra i moli di un porto. La precisione richiede quindi di riservare la doppia consonante all’azione venatoria o poliziesca e la scempia all’operazione meccanica, garantendo quella proprietà di linguaggio che fa della comunicazione un vero atto di cultura.

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Quando la lingua inciampa: il grande equivoco tra popolarità e popolanità  


C
apita spesso, leggendo giornali o ascoltando certi commentatori televisivi, di imbattersi in un uso confuso di due parole che, pur avendo la stessa radice latina pòpulus, appartengono a mondi diversi: popolarità e popolanità. A prima vista sembrano quasi sorelle, ma in realtà non potrebbero essere più lontane. Eppure l’errore è sempre in agguato, e per chi ha a cuore la precisione del linguaggio è un inciampo che fa perdere credibilità a qualsiasi discorso. Vale allora la pena fare un po’ di chiarezza.

La popolarità riguarda il favore del pubblico, il consenso, la notorietà. È la condizione di chi, per meriti autentici o per ragioni del tutto effimere, si ritrova al centro dell’attenzione collettiva. Un attore che riempie le sale, un calciatore che segna il gol decisivo, un politico che sa toccare le corde dell’opinione pubblica: tutti costoro sono “popolari” perché il loro nome circola, suscita simpatia, genera conversazioni. La popolarità è un riflettore acceso dall’esterno, un riconoscimento che arriva dalla massa e che può spegnersi con la stessa rapidità con cui si è acceso.

La popolanità, invece, appartiene a un altro registro. Non ha nulla (a) che fare con la fama, ma con l’origine sociale, i modi, la schiettezza tipica delle classi popolari e, a volte, con un pizzico di volgarità. È una qualità che non si conquista: si incarna. È il modo di parlare diretto, la semplicità dei gesti, talvolta anche una certa ruvidità che non chiede permesso. Un aristocratico può diventare popolarissimo, ma difficilmente avrà la popolanità; al contrario, un venditore ambulante che conosce tutti per nome e si muove con naturalezza tra le bancarelle del mercato è “popolanità” allo stato puro, anche se nessuno fuori del quartiere saprà mai chi sia.

Un vecchio professore di linguistica raccontava spesso un aneddoto illuminante. Durante una conferenza, un giovane giornalista definì “popolano” un celebre accademico, volendo intendere che fosse molto amato dal pubblico. Il professore, con un sorriso paziente, gli fece notare che l’accademico in questione era sì popolare, ma di popolanità non ne aveva nemmeno l’ombra: «A meno che tu non l’abbia visto contrattare il prezzo dei carciofi al mercato di Testaccio», aggiunse, strappando una risata alla platea. L’episodio divenne un piccolo monito per generazioni di studenti: le parole sembrano simili, ma non sono intercambiabili.

Ricordare la distinzione è semplice: la popolarità riguarda il consenso, l’essere amati; la popolanità riguarda l’origine e il carattere, l’essere popolani. Confondere i due termini significa non padroneggiare lo strumento linguistico e scivolare in quello che qualcuno chiamerebbe parlottismo: parlare molto senza dire nulla di preciso.

Tenere a mente questa differenza non è un esercizio pedante, ma un atto di rispetto verso la lingua. E ci evita di scrivere, magari in un articolo redatto a due mani, che un illustre accademico si distingue per la sua “popolanità”, a meno che non lo si sia davvero sorpreso a discutere in dialetto stretto con il tono e i modi di un vecchio masegnatore di quartiere.


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Siamo lieti di constatare che il “Treccani” in rete è l’unico (?) vocabolario ad attestare la voce, correttissima, “confondatore”, anche se non come prima occorrenza. Il Dop (Dizionario di Ortografia e Pronunzia), alla voce “cofondatore” rimanda a “confondatore”, il che sta a significare che “confondatore” è grafia da preferire. Non si dice, del resto, “condirettore”? Per quale illogico motivo i soloni della lingua condannano “confondatore”?

Dal “Treccani”:

cofondatóre (o confondatóre) s. m. (f. -trice) [comp. di co-1 (o con-) e fondatore]. – Chi è fondatore di un’istituzione insieme con altra persona; in partic., nel linguaggio eccles., chi ha avuto parte rilevante nell’esecuzione del disegno concepito dal fondatore di un ordine o di una congregazione religiosa, così da poter essere considerato come un vero e proprio collaboratore intimo del fondatore stesso.
















(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


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