giovedì 17 luglio 2025

Il guardiano degli scalini: nasce lo “scalamobilista”

 

In un mondo urbano che si muove verticalmente, dove le scale mobili accompagnano milioni di piedi ogni giorno tra stazioni, centri commerciali e snodi di transito, mancava una parola degna di chi ne garantisce il funzionamento. Nasce oggi, con piglio linguistico e spirito tecnico, lo scalamobilista.

Il sintagma affonda le radici nella lingua italiana viva: scala mobile (in grafia univerbata, però), ovvero il dispositivo che trasporta le persone lungo un percorso inclinato, con l'aggiunta del suffisso “-ista”, che in italiano designa chi esercita una professione o una specializzazione (come "ascensorista", “elettricista”, “pianista”, “ciclista”, "giurista"). Scalamobilista, dunque, è colui o colei che si occupa con competenza e professionalità della manutenzione, riparazione e "monitoraggio" delle scale mobili, vere e proprie arterie del moto pubblico.

La neoformazione – secondo chi scrive - ha il pregio della chiarezza: immediatamente comprensibile, musicale, con un tocco quasi narrativo. È facile immaginarne l’uso:

“Durante il guasto alla fermata Termini, sono intervenuti tre scalamobilisti.” “È stato proprio lo scalamobilista a notare la crepa nel supporto laterale.” “Cerchiamo urgentemente uno scalamobilista certificato per l’intervento a Milano Centrale.”

La parola si presta tanto al linguaggio tecnico quanto a quello giornalistico o promozionale. Potrebbe entrare nei titoli di studio (“corso per aspiranti scalamobilisti”), negli annunci di lavoro (“azienda cerca scalamobilista con esperienza”) e persino nel vocabolario comune (“fatti più in là, che arriva lo scalamobilista!”).

In un’epoca dove si riqualificano mestieri e si celebrano competenze, scalamobilista rivendica un posto nel lessico professionale. E chissà, forse anche nella letteratura urbana. Perché dietro ogni gradino che si muove, c’è sempre una mano che lo fa salire (o scendere). E quella mano, da oggi, potrebbe avere un nome.

Se il neologismo assurgesse agli onori dei vocabolari potrebbe essere lemmatizzato:

Scalamobilista - s. m. e f. (plur. m. -i) - Persona altamente qualificata addetta alla manutenzione e riparazione delle scale mobili. Ieri sono intervenuti due scalamobilisti per ripristinare il funzionamento della scala mobile del centro commerciale. Scalamobilismo - s. m.  -  L'insieme delle conoscenze tecniche e delle pratiche relative alla gestione, manutenzione e riparazione delle scale mobili.



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


mercoledì 16 luglio 2025

Spippolare: il verbo che pilucca il passato e smanetta nel presente

 

Il verbo spippolare è uno di quei termini che sembrano nati per gioco, scivolati nel parlato con leggerezza, come una briciola caduta dalla lingua dei nonni che ha trovato casa nello “slang” (si perdoni il barbarismo) dei nipoti. Eppure, dietro la sua musicalità buffa e il suo suono un po’ onomatopeico, c’è una storia curiosa fatta di trasformazioni semantiche, migrazioni regionali e sconnessioni generazionali.

Nella sua accezione più antica, spippolare è attestato nel toscano col significato di piluccare, staccare i chicchi, come nell’espressione “spippolare l’uva”. L’etimologia risale probabilmente al sostantivo pippolo, che indica il chicco stesso o qualcosa di piccolo, da cui il gesto delicato dello “staccare” qualcosa a uno a uno. Già Francesco Redi, nel XVII secolo, giocava con il verbo in senso figurato: “Cantando spippola egloghe”, a indicare un’azione svolta con disinvoltura, leggerezza, quasi con automatismo. Una musicalità nel fare, un piluccare anche mentale, che si rifletteva nella lettura, nella composizione, nella vita.

Ma il sintagma verbale non si è fermato lì. Ha fatto la valigia e ha cominciato a viaggiare. E come spesso accade, i verbi in movimento cambiano abito. A un certo punto, spippolare arriva nella città meneghina, forse portato da studenti universitari o da trasmissioni radiofoniche, e comincia a designare tutt’altro. Non è più il gesto del raccogliere chicchi, ma quello frenetico e compulsivo del premere i tasti su un telecomando, su un telefono portatile o toccando uno schermo, diventando, così, sinonimo di smanettare, ma con una sfumatura più casuale, meno tecnica, più da “touch selvaggio” (anche qui si perdoni il barbarismo).

“Sto spippolando il telefono” oggi significa premere tutto, magari senza uno scopo preciso, guidati dalla curiosità o dall’inquietudine. È un verbo che tradisce l’epoca digitale, dove l'indice (o il pollice) è diventato protagonista e il gesto tattile è il nuovo linguaggio. Spippolare si colloca, pertanto, tra quei verbi che nascono da un suono, rimbalzano tra regioni e generazioni e finiscono col raccontare, senza volerlo, il modo in cui cambiano le abitudini.

La sua doppia vita - quella classica toscana e quella contemporanea lombarda o nazionale - è un esempio perfetto di slittamento semantico, cioè di come una parola mantenga la forma ma trasformi il contenuto. Eppure, se ascolti bene, c’è un sottile legame tra piluccare l’uva e smanettare sulla tastiera: in entrambi i casi c’è una ripetizione, una scelta, un gesto piccolo e veloce che si ripete. Forse non è poi così strano che spippolare abbia scelto questa traiettoria.

In fondo, le parole sono creature vive: migrano, mutano, si travestono e, quando meno ce lo aspettiamo, ci svelano quanto sia liquido l'italico idioma.

martedì 15 luglio 2025

Un verbo in cerca di un padre

 

In un’epoca in cui ogni parola sembra avere una genealogia precisa, “tampinare” si distingue per la sua natura sfuggente. È un verbo vivo, pulsante, usato quotidianamente per descrivere comportamenti invadenti o pressanti. Eppure, la sua origine resta avvolta nel mistero. Queste noterelle tentano di esplorare le ipotesi più plausibili, con uno sguardo attento alla sua possibile matrice milanese e al percorso che lo ha portato nel cuore dell’italico idioma.

Il verbo “tampinare” costituisce, pertanto, un interessante esempio di come il lessico dell’italiano contemporaneo possa essere influenzato da usi regionali e da dinamiche sociolinguistiche informali, al punto da integrare nel vocabolario comune termini la cui origine resta incerta. Sebbene ampiamente attestato nella lingua parlata e scritta dal secondo Novecento in poi, “tampinare” non possiede un’etimologia formalmente registrata nei principali vocabolari della lingua italiana .

Si può ipotizzare, tuttavia, una provenienza dal dialetto milanese, nel quale il verbo “tampinà” risulta già presente con il significato di “infastidire”, “pressare”, “insistere” e simili, sovente in contesti legati alla sfera affettiva o alla competizione sportiva. Tale uso dialettale, ancora vivo in Lombardia, avrebbe potuto fungere da base per la diffusione del termine nella lingua nazionale. In assenza di documentazione antica, è possibile che il vocabolo abbia avuto una circolazione esclusivamente orale per lungo tempo, prima di essere registrato in opere di autori milanesi, tra cui Gianni Brera, che lo adoperò con accezioni riconducibili a “pedinare” o “importunare”.

Altre ipotesi richiamano una possibile assonanza con “tamponare”, suggerendo una matrice onomatopeica o derivativa, capace di evocare un’azione ripetuta e insistente. Tali ipotesi, pur non suffragate da dati filologici certi, si inseriscono nel più ampio quadro dei meccanismi evolutivi del lessico, dove analogie foniche e slittamenti semantici possono generare nuovi lemmi o trasformarne il significato.

Nel suo uso odierno, il sintagma “tampinare” è pienamente integrato nei registri medio-colloquiali e viene spesso adoperato per designare comportamenti invadenti o perseveranti: si può “tampinare” un interlocutore, un ex "partner", un venditore, o qualunque soggetto risulti pressante oltre il limite del tollerabile. La vitalità del lessema si riflette nella sua frequenza d’uso nei media, nel parlato urbano e perfino nella giurisprudenza.

La mancanza di una documentazione etimologica formalmente attestata rende “tampinare” un caso emblematico di parola “senza origine”, “senza un padre” ma non per questo priva di storia: al contrario, testimonia il potere creativo e adattivo della lingua italiana nel recepire voci vive, pulsanti, cristallizzate nell’uso quotidiano. La sua traiettoria, sebbene frammentaria, offre spunti per riflettere sulla permeabilità del confine tra dialetto e lingua “standard”, tra oralità e norma scritta.





lunedì 14 luglio 2025

Oltre le regole: il verbo come architetto del linguaggio

 

Nel variegato panorama delle teorie linguistiche la grammatica valenziale rappresenta uno strumento potente per illuminare le strutture profonde della frase. Non si tratta soltanto di stabilire “chi fa cosa”, ma di scoprire come il significato del verbo determina la forma dell’enunciato. È un approccio che ribalta la grammatica tradizionale: non si parte dalle parti del discorso, ma dal senso che il verbo porta con sé e dalla sua capacità di “attrarre” gli altri elementi necessari per costruire una “scena linguistica” coerente.

Questa visione è stata ideata dal linguista francese LucienTesnière (1893–1954), che ha introdotto il concetto di valenza ispirandosi alla chimica. La sua intuizione è semplice quanto geniale: il verbo possiede una forza attrattiva, proprio come un atomo, e costruisce intorno a sé la frase aggregando argomenti (soggetti, oggetti, destinatari…) e circostanti (complementi accessori come tempo, luogo, modo…).

La valenza di un verbo stabilisce, pertanto, il numero di “posti” che deve riempire per esprimere pienamente il suo significato. Questi posti sono occupati da elementi linguistici indispensabili, chiamati attanti (o argomenti). Alcuni esempi chiareranno meglio il concetto:

  • Piove: verbo zerovalente (nessun argomento);

    Il gatto dorme: verbo monovalente (richiede solo il soggetto);

    Marco legge un libro: verbo bivalente (soggetto + oggetto);

    Luca regala un libro a Giulia: verbo trivalente (soggetto + oggetto + destinatario);

    Anna traduce un testo dal russo all’italiano: verbo tetravalente (soggetto + oggetto + origine + destinazione).

Oltre agli argomenti, il sintagma verbale può essere accompagnato da circostanti, elementi opzionali che arricchiscono il messaggio (come il luogo, il tempo, il modo…), ma non sono necessari per completare la valenza verbale.

Questo modello aiuta a comprendere la costruzione della frase a partire dal significato del verbo. È utile sia in ambito didattico, in particolare per l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua (L2), sia nella comprensione e produzione del testo, poiché favorisce una riflessione metalinguistica attiva e consapevole. In Italia, studiosi come Francesco Sabatini hanno proposto rappresentazioni grafiche efficaci del modello, come per esempio, i grafici radiali, dove il verbo è il centro e gli altri elementi disposti radialmente come i raggi di una ruota.

Per concludere, la grammatica valenziale non è solo uno schema tecnico: è una visione profonda della lingua che ci mostra come il verbo, agendo da ‘regista linguistico' (oltre che come 'architetto'), assegni i ruoli agli altri elementi della frase e costruisca una scena coerente e significativa. Ogni frase diventa, quindi, un piccolo teatro, e il verbo ne guida l’azione. Per chi studia, insegna o semplicemente ama le sfumature della nostra amata lingua italiana, questa grammatica rappresenta una chiave interpretativa elegante, funzionale e viva.

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Il verbo è il cuore della frase (questo detto sintetizza perfettamente il principio della grammatica valenziale: il verbo è il centro attorno al quale ruotano gli altri elementi).

Il verbo è il regista, gli argomenti sono gli attori (una metafora teatrale che rende la grammatica valenziale più accessibile e visiva per gli studenti).

Ogni verbo ha la sua chimica (ogni verbo ha una “capacità di legame” con altri elementi della frase).

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Una favola didattica in proposito

C'era una volta, in un regno lontano, Sintassia, un giovane verbo di nome Narrare. Non era un verbo qualsiasi: aveva tre poteri magici chiamati valenze. Con la prima (valenza) poteva evocare il Narratore; con la seconda, far apparire la Storia; e con la terza, scegliere il Destinatario. Ogni volta che il giovane Narrare pronunciava il suo incantesimo, la frase prendeva vita!

Un giorno, nel Regno arrivò una nube oscura di Confusione Grammaticale. I verbi iniziarono a dimenticare quanti argomenti chiamare, i soggetti si nascondevano, gli oggetti sbagliavano posto... Il Re Parlare, ormai stanco, convocò l’Accademico Saggio Tesnière, che portò con sé una mappa segreta: la Grammatica Valenziale.

Con l'aiuto di Narrare, Mangiare (che chiamava due elementi: chi mangia e cosa), e Dormire (che si arrangiava da solo con una valenza soltanto), il Regno cominciò a ricostruire le frasi. Ogni verbo scoprì la propria “famiglia valenziale” e capì quali elementi doveva accogliere per vivere felice.

Da quel giorno, ogni frase diventò chiara come il cielo di giugno, e la confusione fu dissolta. I bambini di Sintassia impararono che le parole sono come incantesimi: basta sapere chi deve comparire sulla scena. E il verbo Narrare? Continuò a raccontare, a chi voleva ascoltare, storie piene di soggetti, oggetti e incanti grammaticali.

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(da Wikipedia)

Numero degli argomentiDescrizioneFormula
ZerovalentiVerbi impersonali come piovere, nevicare, grandinare (anche detti "verbi atmosferici"), che non hanno bisogno di nessun altro elemento e costituiscono perciò da soli un nucleo completo: Piove.[non sogg-v]
MonovalentiVerbi intransitivi come abbaiare, dormire, sbadigliare, tossire, che hanno bisogno solo dell'indicazione di chi agisce: Fido abbaia.[sogg-v]
BivalentiSono bivalenti due tipi di verbi:
  • Verbi transitivi come adorare, amare, odiare, aprire, chiudere, che necessitano di due argomenti: chi agisce (I argomento e soggetto della frase) e "su cosa agisce" (II argomento e oggetto diretto della frase): Lea adora il mare.
  • Verbi intransitivi come giovare o abitare, che necessitano di due argomenti: il soggetto della frase (I argomento) e un oggetto indiretto o preposizionale (II argomento, introdotto da una preposizione): Paolo abita a Roma.
  • Transitivi: [sogg-v-arg]
  • Intransitivi: [sogg-v-prep-arg]
TrivalentiSono trivalenti due tipi di verbi:
  • Verbi transitivi come regalare, dare, inviare, dire, collocare, che hanno bisogno del soggetto della frase (I argomento), di un oggetto diretto (II argomento) e di un oggetto indiretto (III argomento, collegato al verbo con una preposizione): Fabio regala una rosa a Martina.
  • Verbi intransitivi come passare, precipitare o rallegrarsi, che hanno bisogno del soggetto (I argomento) e di due argomenti indiretti: Mi rallegro con te del tuo risultato.
  • Transitivi: [sogg-v-arg-prep. arg]
  • Intransitivi o transitivi forniti di usi intransitivi: [sogg-v-prep. arg-prep. arg]
TetravalentiVerbi transitivi come tradurre, trasportare, trasferire, travasare, che necessitano del soggetto (I argomento soggetto), di un oggetto diretto (II argomento) e di due argomenti indiretti: Il professore traduce una poesia dal greco all'italiano.[sogg-v-arg-prep.arg-prep.arg]


Grafici radiali

(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)







domenica 13 luglio 2025

Non basta saper fare: è nel 'come' che si rivela la vera professionalità

 

In un mondo che premia l’efficienza e fagocita le sfumature, la lingua ha il potere di fermare il tempo e restituirci la complessità delle cose. “Professionista” e “professionale” sembrano vicini, quasi gemelli linguistici, ma celano in realtà visioni diverse del lavoro, dell’identità, del comportamento. Uno designa chi sei, l’altro come ti comporti. E questa differenza, a ben guardare, è tutt’altro che banale.

Entrambi i lessemi derivano dal latino professio, derivato del verbo profiteri (professare, dichiarare), dichiarazione pubblica di intenti, quasi una vocazione ostentata. Ma nel passaggio alla lingua volgare, l’italiano, “professionista” prende la via del sostantivo: è colui che esercita una professione riconosciuta, formalizzata, spesso iscritto ad albi o ordini. “Professionale”, invece, diventa aggettivo: qualifica atteggiamenti, modi, approcci. Il primo è un'etichetta, il secondo è un elogio.

L'oculista che interrompe le visite per rispondere al telefono è indubbiamente un professionista, ma la sua professionalità è vacillante. La madre che gestisce con precisione chirurgica la logistica familiare - orari, imprevisti, relazioni - non esercita una professione ufficiale, ma incarna una professionalità che molti “manager” (si perdoni il barbarismo) le invidierebbero. Il cameriere in Piazza San Marco, a Venezia, che, con grazia e precisione, serve un cliente scontroso senza mai perdere il sorriso, dichiara: “Cerco di essere professionale. Il titolo arriverà col tempo.” Ed eccola lì, la linea che separa l’essere dal fare, il ruolo dalla cura.

Nel mondo creativo, la distinzione si fa ancora più preziosa. L’illustratore "freelance" (anche qui si perdoni il barbarismo) che lavora con continuità è un professionista. Ma se ignora le richieste del cliente e consegna in ritardo, la sua professionalità va a farsi benedire. Uno studente che consegna un elaborato curato nei minimi dettagli, rispettando scadenze e dialogando con il docente, mostra una professionalità che prefigura già il futuro.

Professionista ti dà un nome. Professionale ti dà un tono. Il primo è una fotografia, il secondo è un film. E tra il ritratto statico e il racconto in movimento, c’è tutta la differenza tra fare qualcosa e il 'come' lo si fa.

Essere professionisti, per concludere queste noterelle, è spesso un punto di partenza. Essere professionali, invece, è ciò che trasforma il lavoro in rispetto, l’azione in valore, il quotidiano in eccellenza. Perché la competenza si dichiara, la professionalità si dimostra. Insomma, la professionalità è ciò che resta quando il titolo sparisce.



sabato 12 luglio 2025

Chi fa "danzare" l’acqua ha finalmente un nome

 

In un mondo urbano che scorre sulle superfici e pulsa nei dettagli, dove l’acqua non è soltanto risorsa ma anche poesia, mancava una parola che desse dignità al mestiere silenzioso di chi si prende cura delle fontane monumentali pubbliche, dei loro zampilli, delle loro fragili coreografie. Oggi, quel vuoto lessicale trova un nome preciso e evocativo: zampillista.

Il vocabolo nasce con l’urgenza e il rispetto che meritano le professioni tecniche e invisibili. Se il fontaniere è la figura storica deputata alla gestione delle fontanelle e degli impianti idraulici di servizio, lo zampillista si occupa invece delle fontane monumentali, degli impianti scenografici, delle vasche decorative che arricchiscono il paesaggio urbano con giochi d’acqua, suoni e riflessi. È il professionista che interviene dove l’acqua smette di essere “utile” e diventa esperienza visiva, architettonica e identitaria.

Nella scelta del nome risuonano le ragioni della lingua viva. “Zampillo”, il cuore del lessema, richiama quel getto d’acqua che si solleva, che “balla” con grazia e precisione; il suffisso “-ista” designa una specializzazione, un mestiere, una cura tecnica. Ne risulta un termine semplice, musicale, comprensibile, ma soprattutto giusto. Uno di quelli che sembrano già esistere, perché servivano da tempo.

Immaginarne l’uso diventa esercizio naturale: “Durante il restauro della fontana del Nettuno, sono intervenuti due zampillisti.” “È stato proprio lo zampillista a notare la perdita nella bocchetta centrale.” “Cerchiamo urgentemente uno zampillista certificato per la manutenzione delle fontane di Villa Borghese.”

La neoformazione funziona nel linguaggio tecnico, in quello giornalistico, in quello promozionale. Può comparire nei titoli di studio (“Corso per aspiranti zampillisti”), negli annunci di lavoro (“Azienda cerca zampillista con esperienza di impianti decorativi”) e persino nella comunicazione cittadina (“Rispetta lo zampillo. Lo zampillista lavora per te”). La sua forza risiede nella naturalezza con cui definisce una figura che finora non aveva voce autonoma, e nella dignità che conferisce a un mestiere che richiede competenza, precisione e sensibilità estetica.

Nel vocabolario dei mestieri urbani, dove si moltiplicano le specializzazioni e si riscopre il valore di ogni competenza, zampillista non è solo un nome: è un atto di riconoscimento. Perché dietro ogni zampillo che scorre, c’è una mano che lo fa vivere. E da oggi, quella mano può avere finalmente un nome.

Se il neologismo lessicale dovesse essere accolto nella lingua ufficiale potrebbe essere lemmatizzato nei vocabolari:

zampillista – s. m. e f. (plur. m. -i) – Professionista qualificato nella manutenzione, calibrazione e valorizzazione delle fontane pubbliche ornamentali. Ieri sono intervenuti due zampillisti per ripristinare il funzionamento della fontana barocca in Piazza Farnese.



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)




venerdì 11 luglio 2025

Fuggitivo o fuggiasco? Le parole della fuga tra colpa e necessità

 

C’è chi fugge e chi sparisce. C’è chi è colpevole e chi è solo travolto. A volte basta un aggettivo - fuggitivo o fuggiasco - per dire da che parte guardiamo chi scappa. In un momento storico in cui le parole tornano ad avere peso, e i confini si misurano anche nel linguaggio, distinguere tra chi evade e chi cerca salvezza è più che un esercizio stilistico: è un atto di consapevolezza. Queste noterelle si propongono di esplorare quella differenza, silenziosa ma potente, che passa tra due termini simili solo in apparenza.

I sintagmi fuggitivo e fuggiasco appartengono allo stesso campo semantico – la fuga – ma non sono sovrapponibili. Li distingue una sottile ma significativa differenza d’origine, di uso e di tono.

Fuggitivo proviene dal latino fugitivus, participio passato del verbo fugere, ovvero “fuggire”. Nell’antica Roma, fugitivus indicava soprattutto lo schiavo evaso, il disertore, il reo che si sottraeva alla legge. Non a caso, il vocabolo ha conservato anche in italiano un’aura di colpevolezza o illegalità, accentuata dalla brevità e dalla furtività dell’azione. È un aggettivo e sostantivo che evoca una fuga volontaria, spesso illecita, ma anche rapida, transitoria: si pensi a “sguardo fuggitivo” o “momento fuggitivo”, dove il senso dominante è la fugacità.

Fuggiasco, invece, ha una storia un po’ diversa. Deriva sempre dal verbo latino fugere (‘fuggire’) ma si è sviluppato nel volgare medievale come forma aggettivale, benché il lemma fugiascus non sia attestato nei testi classici ma rappresenti una ricostruzione plausibile della lingua parlata dell’epoca.

A differenza di fugitivus, che ha una matrice più tecnico-giuridica,  fugiascus nasce probabilmente come participio aggettivale popolare, usato per indicare “colui che fugge”. In italiano, da questa forma si è evoluto il sostantivo fuggiasco, che designa chi è costretto alla fuga, molto spesso non per scelta ma per necessità.

Con il trascorrere del tempo fuggiasco si è avvicinato semanticamente a termini come profugo o esule, soprattutto in contesti umanitari o giornalistici. È una parola che richiama situazioni drammatiche: guerre, persecuzioni, catastrofi naturali, carestie.

Ecco alcuni esempi che chiariscono la distinzione tra i due lessemi:

  • Il detenuto evaso era un fuggitivo braccato dalle forze dell’ordine.

    I civili che lasciavano il Paese bombardato erano fuggiaschi in cerca di salvezza.

    Uno sguardo fuggitivo sfiorò la folla e svanì tra le ombre.

    I fuggiaschi giunsero al confine esausti, accolti da volontari e medici.

Fuggiasco, dunque, porta spesso con sé un’aura di vulnerabilità, dolore e sradicamento. Fuggitivo, al contrario, suggerisce un’azione furtiva e talvolta colpevole. Il primo è una figura passiva, travolta dagli eventi della vita; il secondo, attivo e responsabile della propria fuga.

In conclusione, il nostro idioma distingue con finezza chi scappa per scelta e chi per necessità: fuggitivo è chi tenta di sottrarsi, spesso, alla legge; fuggiasco è chi si allontana, suo malgrado, da un luogo alla ricerca di salvezza. Una distinzione lessicale che rivela, come spesso accade, anche una differenza di sguardo sul mondo.

Le parole non sono solo strumenti: sono occhiali attraverso cui guardiamo il mondo. Dire fuggitivo o fuggiasco non cambia solo il lessico, ma anche la “postura etica” di chi scrive o parla. In tempi veloci e confusi, scegliere la parola giusta è un modo per rallentare e pensare. E magari, restituire dignità a chi fugge, non per sottrarsi, ma per salvarsi.



giovedì 10 luglio 2025

Una parola, due anime: l’ambivalenza di “realista”

 

Ci sono vocaboli, nel nostro lessico, che non si lasciano incasellare. Mutano, si piegano, si allungano, assumono vesti nuove come attori su un palcoscenico. Realista è uno di questi: un lessema ambivalente, che nel tempo è passato dalle dimore reali alle pagine dei romanzieri, dalle guerre civili alle analisi quotidiane del mondo reale.

All’origine, il termine realista nasce da rex, regis, il re. Chi era realista “tifava” per il re, ne difendeva i diritti e l’autorità. Il vocabolo assume forza in contesti di conflitto: si pensi alla Francia postrivoluzionaria, all’Inghilterra delle guerre civili, alla Spagna ottocentesca. Il realista è il lealista, il monarchico, il conservatore che si oppone, con fermezza, al vento del cambiamento.

Ma già dal Medioevo, il latino realis, da res (cosa), si affaccia sulla scena filosofica, indicando ciò che ha esistenza concreta, ciò che è, in opposizione all’astratto, al nominale. In questo senso il lessema in oggetto comincia a scollegarsi dall’ambito monarchico per alludere a una dimensione più generale: quella della realtà.

Nel corso dell’Ottocento questo slittamento semantico accelera. Crollano le monarchie, avanzano le ideologie, e realista si ricolloca. È il secolo del realismo filosofico, che rifiuta le illusioni dell’idealismo; è il tempo del realismo letterario, da Balzac a Verga e oltre, dove la realtà - sociale, quotidiana, spesso cruda - è al centro della narrazione. Il realista ora non è più il devoto del re, ma colui che guarda in faccia le cose, che rifiuta l’idealizzazione, che aderisce al vero.

Il passaggio è reso possibile da una sottile ambiguità linguistica: reale può derivare sia da rex (re) che da res (cosa). Così, il realista può essere tanto colui che difende il re quanto colui che aderisce alla realtà delle cose.

Questa biforcazione prosegue nel Novecento, con nuove varianti:

  • Il realismo socialista, che coniuga ideologia e rappresentazione;

    Il neorealismo italiano, che ritrae l’Italia del dopoguerra senza filtri;

    Il realismo magico, dove il fantastico si innesta in contesti realistici creando uno spazio di verità più profondo.

Oggi, dire che una persona è realista significa descriverne l’attitudine concreta, la tendenza a valutare le cose nella loro effettività, senza farsi illusioni. Ma quel significato monarchico non è morto: sopravvive in alcuni contesti storici e in lingue come lo spagnolo, dove realista designa ancora il monarchico.

Due esempi per coglierne la duplice anima:

  • I realisti inglesi sostenevano Carlo I contro i parlamentari.

    Paola è realista: sa che per finire il progetto serviranno settimane.

Un sintagma che ha attraversato i secoli, trasportando con sé l’eco del potere e la sete di verità. Realista è oggi un ponte lessicale tra l’ideologia e l’esperienza, tra ciò che si sostiene e ciò che si osserva.

 

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La lingua “biforcuta” della stampa

Terracina, la polizia indaga su tutti i lavori fatti nel ristorante: a brevi i primi indagati

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Un’altra conferma di quanto denunciamo da anni: gli operatori dell’informazione non rileggono ciò che scrivono, certi della loro “infallibilità linguistica”.



mercoledì 9 luglio 2025

Dalle tenebre alla supplica: l’epopea nascosta del verbo “scongiurare”

 

Dal latino alla disperazione teatrale, dal sacro al quotidiano: un viaggio nelle profondità di un verbo che supplica, invoca e, a volte, salva.

Il verbo scongiurare ha una storia affascinante, che intreccia magia, religione e linguaggio quotidiano. Oggi lo usiamo per dire di “evitare un pericolo” o “pregare con insistenza”, ma queste due accezioni, apparentemente distanti, affondano le radici in un unico gesto: quello di invocare forze superiori per allontanare il male.

Il sintagma deriva dal latino sconjurare, composto da s- (prefisso con valore separativo o intensivo) e conjurare, cioè “giurare insieme”, “invocare con un giuramento”. In origine, conjurare indicava un atto solenne, spesso collettivo, in cui si chiamavano in causa potenze divine o spirituali per ottenere protezione o per vincolare qualcuno a un patto.

Nel Medioevo, scongiurare acquista un senso tecnico legato all’esorcismo: era l’atto rituale con cui si costringeva un demone ad abbandonare una persona o un luogo. Si trattava di una formula magica o religiosa, pronunciata con solennità, per “scacciare” il male. Questo uso è rimasto nella lingua letteraria e religiosa: scongiurare Satana, scongiurare gli spiriti maligni.

Con il trascorrere del tempo, però, il gesto dello scongiurare ha perso il suo alone magico per diventare un atto umano, disperato, ma profondamente terreno: quello di chi supplica, implora, prega con fervore. Dire “ti scongiuro” è un’eredità di quel linguaggio rituale, ma oggi è un’espressione di intensa emotività, non più di potere spirituale. È come se il verbo avesse traslato il suo oggetto: non più il demone da cacciare, ma l’interlocutore da convincere.

Già il divino Dante, nel Purgatorio, ne coglieva la doppia forza: L’una mi fa tacer, l’altra scongiura / ch’io dica. Il verbo è lì, incastonato tra silenzio e necessità, come se fosse la voce stessa della coscienza o della pietà che preme per essere ascoltata.

Allo stesso modo Boccaccio, nel Decameron, dipinge un gesto di riconciliazione che passa proprio attraverso la preghiera intensa: Tanto disse e tanto pregò e scongiurò, che ella, vinta, con lui si paceficò. Qui scongiurare si affianca a pregare, ma ne accentua la drammaticità.

Anche nel linguaggio teatrale il verbo trova piena voce. Plauto, nei suoi versi, fa dire al protagonista: Vi scongiuro, vi prego, vi supplico, aiutatemi voi! Tre verbi che si rafforzano a vicenda, ma è proprio scongiurare ad aprire la supplica, come se fosse il più urgente, il più disperato.

Questa traiettoria si completa nel linguaggio comune con usi figurati ormai cristallizzati: scongiurare un pericolo, una disgrazia, una guerra. Qui il verbo conserva l’idea originaria di “allontanare il male”, ma lo fa in chiave laica, razionale. Non si tratta più di un rito, ma di un’azione concreta o simbolica per evitare un evento negativo.

Curiosamente, l’intensità del verbo sopravvive anche nell'uso moderno. Nietzsche, in Così parlò Zarathustra, scrive con solennità: Ve ne scongiuro, fratelli miei, rimanete fedeli alla Terra.... È un’invocazione quasi sacra, anche se priva di religione: la fede è trasferita nel mondo, e lo scongiurare diventa un puro atto filosofico.

In conclusione, il passaggio semantico è avvenuto per slittamento del contesto: da un ambito sacro e rituale a uno profano e psicologico. Ma il cuore del sintagma verbale è rimasto immutato: scongiurare è sempre un atto di urgenza, di bisogno, di difesa. Che si tratti di spiriti, disgrazie o cuori induriti, chi scongiura lo fa perché non ha altra arma all’infuori della parola. In ogni scongiuro, insomma, resta l’eco di un tempo in cui le parole servivano a salvare il mondo, e forse lo fanno ancora, quando sono dette con verità.


martedì 8 luglio 2025

Quando le parole si scontrano: l’arte di discutere senza cadere nel litigio

 

Ci sono parole che sembrano simili, quasi sorelle, e che invece appartengono a famiglie emotive molto diverse. “Discutere” e “litigare” sono due verbi che, in alcune situazioni, sembrano sovrapporsi ma in realtà tracciano confini netti tra confronto costruttivo e conflitto. Capire questa distinzione non è solo una questione di vocabolario: è anche un esercizio di civiltà, dialogo e consapevolezza.

Il sintagma verbale “discutere” ha radici latine: deriva da discutĕre, composto da dis- (“separare”) e quatĕre (“scuotere”). Letteralmente, “discutere” significava quindi “scuotere separando”, ovvero analizzare, esaminare, sviscerare un tema da più angolazioni. Con l’andare del tempo il significato si è evoluto, ma ha mantenuto il suo nocciolo positivo: affrontare un argomento, confrontarsi su idee, metterle in circolo e in discussione.

Anche “litigare” arriva dal latino litigare, a sua volta composto da lis (“lite, contesa”) e agĕre (“agire, muoversi”). Qui il senso è più combattivo, legato al contrasto, alla disputa accesa, spesso accompagnata da emozioni forti, parole taglienti o toni esasperati. Il litigio porta con sé un carico emotivo e talvolta distruttivo che manca nella discussione.

La differenza tra i due sintagmi verbali è sottile ma cruciale. Discutere è un atto dialogico, anche se può essere acceso o appassionato. Litigare è invece il punto in cui il confronto si spezza, la volontà di capire l’altro cede il passo alla “necessità” di avere ragione o, peggio, di ferire.

Ecco qualche esempio che rende evidente la differenza:

  • Due amici parlano animatamente di politica al bar: “abbiamo discusso tutta la serata su chi fosse il miglior presidente del Consiglio”. Qui c’è scambio, magari anche con tono elevato, ma rispetto.

    Gli stessi amici, se la conversazione degenera e uno accusa l’altro (“sei sempre il solito ignorante”), potrebbero arrivare a dire: “abbiamo litigato e ora non ci parliamo più”. Il dialogo civile ha ceduto il passo allo scontro personale.

Insomma, si può discutere anche animatamente con affetto e complicità. Ma quando la relazione cede il passo all’ ‘ego’, la discussione sfuma e lascia spazio al litigio.

È interessante notare come in contesti culturali differenti il confine tra queste due azioni venga tracciato in modi diversi. In alcune culture, per esempio, il confronto acceso è indice di partecipazione e interesse; in altre può essere visto come minaccia o maleducazione. Ma in tutte le culture la differenza tra discutere e litigare resta: il primo costruisce, il secondo può distruggere.

In conclusione possiamo dire che discutere è un’arte sociale, litigare un inciampo umano.