mercoledì 9 novembre 2022

La pastora e la fattora


F
acciamo un po’ di chiarezza sulla formazione del femminile dei nomi (o sostantivi) la cui terminazione è “-tore”; vedremo fra poco il perché di questa scelta. I sostantivi in “-tore”, dunque, generalmente indicano la professione o l’occupazione sociale: pittore, direttore, uditore, imprenditore, scrittore, lettore, governatore ecc. Questi nomi – secondo la regola generale – formano il femminile mutando la desinenza del maschile “-tore” in “-trice”: pittore, pittrice; attore, attrice; imprenditore, imprenditrice. Non mancano, come sempre, alcune eccezioni come pastore il cui femminile è ‘pastora’; tintore, ‘tintora’; avventore, ‘avventora’. Queste "eccezioni" sono dovute al fatto che la grammatica contempla un femminile in "-tora" quando il suffisso maschile "-tore" è preceduto da una consonante diversa dalla "t": gestore/gestora. Solo l’uso di un buon dizionario e la lettura costante di ottimi autori possono sciogliere i dubbi che spesso ci assalgono quando dobbiamo “femminilizzare” alcuni nomi che indicano professioni. Ci è capitato di leggere, non ricordiamo dove, una ‘fattrice’ in luogo di fattora. Forse l’errore è spiegabile con il fatto che l’articolista ha voluto applicare la regola dei nomi in “-tore” e, giustamente, il fattore è diventato ‘fattrice’, facendoci pensare, però, a una donna che fa le fatture, non alla moglie del fattore o a una donna proprietaria di una fattoria. La "fattrice", forse non tutti lo sanno, indica un animale selezionato e destinato alla riproduzione. Se costui avesse consultato un buon vocabolario non sarebbe caduto in questo ridicolo errore. La nostra lingua, amici, è piena di insidie; non bisogna mai essere sicuri di nulla e un bagno di umiltà eviterebbe a molte cosí dette grandi penne di cadere nel baratro (linguistico).


(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)

lunedì 7 novembre 2022

«Vezzi linguistici»


 Con “vezzi linguistici” intendiamo gli strafalcioni linguistico- grammaticali che i cosí detti opinionisti della carta stampata e no ci “propinano” a ogni piè sospinto. Non c’è ‘opinionista’ che, invitato nei vari programmi radiotelevisivi, non cada nel vezzo - a suo dire - di adoperare le particelle pronominali “ci si” con alcuni verbi quali rafforzative della coniugazione con soggetto indeterminato: ci si andava; ci si era tutti; ci si era venuti. Altro che vezzo, un vero e proprio orrore linguistico. Le particelle “ci” e “si” unite si possono adoperare - ed è un uso correttissimo - soltanto come forma di soggetto indeterminato con i verbi riflessivi o pronominali: ci si annoiava (noi ci annoiavamo); ci si vergogna (tutti si vergognano o ci vergogniamo); ci si deve lavare (tutti si debbono/ci dobbiamo lavare). Si possono usare accoppiate anche come complemento di reciprocanza (con la forma del soggetto indefinito): ci si vede domani, vale a dire ci vediamo domani; o, ancora, il “ci” unito al “si” è corretto come avverbio di luogo, con il significato, appunto, di “in questo (quel) luogo”: a casa tua ci si sta bene. Non è una smarronata, invece, il “si va”, sebbene sia un toscanismo che in buona lingua è preferibile evitare. 

Ma vediamo altri «vezzi linguistici» tra i quali possiamo includere - senza tema di essere smentiti - l’uso improprio che gli ‘opinionisti’ fanno del verbo “elevare” in espressioni in cui il suddetto verbo non ha il significato che gli è proprio, vale a dire “portare in alto”. Cade quindi, in una smarronata (e non in una improprietà, a nostro avviso) colui che dice o scrive, per esempio, «gli inquirenti hanno elevato molti dubbi in proposito». I dubbi - chi può smentirci? - non si “portano in alto”, si suscitano. Altro “vezzo” caro agli opinionisti è l’uso del partitivo con la preposizione “con”: «L’esponente politico è stato inquisito con dei suoi amici». Quel “dei” partitivo deve essere sostituito, in buona lingua italiana e come prescrive la grammatica, con “alcuni”: è stato inquisito con alcuni amici. 

Come dicevamo, per gli ‘opinionisti’ è un vezzo, per chi scrive queste modeste noterelle è, invece, uno strafalcione bell’e buono. Potremmo continuare ancora, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. Chiudiamo con un pensiero di Giuseppe Giusti, quanto mai attuale e sul quale gli ‘opinionisti’ dovrebbero meditare: «L’avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l’uso con lo studio e la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare».

 

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La lingua "biforcuta" della stampa

ULTIMA GENERAZIONE

Van Gogh imbrattato, procura di Roma apre inchiesta: indagate le attiviste. Rischiano fino a 5 anni di condanna

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Forse avrebbero voluto dire/scrivere: 5 anni di carcere.


(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)

sabato 5 novembre 2022

Attenzione ai "tritacarni"


 Navigando in rete ci siamo imbattuti in un plurale che ci ha fatto rabbrividire: i tritacarni. Ancora piú scioccante è stato il constatare che questo granciporro è immortalato in numerose pubblicazioni (anche di grandi autori). Va da sé che il sostantivo in oggetto è invariabile, come attestato nei vocabolari con la "V maiuscolata": il tritacarne/i tritacarne. Invitiamo, quindi, i nostri venticinque lettori, a non prendere per oro colato tutto ciò che si trova in Rete, soprattutto per quanto attiene all'italico idioma.

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La lingua "biforcuta" della stampa

 Indagine "Di notte"

Aveva denunciato un tentato omicidio, ma era una messinscena: arrestato con due connazionale

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La storia di un padre togolese soccorso con la famiglia dalla Geo Barents: "La crisi politica, la violenza e il labbro leporino di mia figlia: ecco perché siamo scappato"

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Perché i titolisti non rileggono ciò che scrivono? (Ma anche se rileggono...).

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la testimonianza

Lo strazio del collega di Chiara: «Ero riuscito a rianimarla ma è morta sotto i miei occhi»

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Correttamente: davanti ai miei occhi.

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L'INTERVISTA

La sedicenne e le avances del prof: "È stata una violenza psicologica. Ha sfruttato la sua posizione"

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Correttamente: avance (senza la S finale). Le parole straniere, nella lingua di Dante e di Manzoni, non si pluralizzano.

Abbiamo segnalato la "svista" ai responsabili del giornale in rete, ma democraticamente e presuntuosamente siamo stati ignorati.

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Si ammala di tumore per l'uso del cellulare: Inail condannata a riconoscere una rendita al lavoratore

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In buona lingua: condannato. INAIL (ISTITUTO Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro).

 

 

(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)

giovedì 3 novembre 2022

Sgroi - 142 - Parole siciliane e letteratura



di
Salvatore Claudio Sgroi

 

1. Evento editoriale

Un testo di godibilissima lettura, di notevole divulgazione scientifica e di novità etimologiche pure per gli specialisti, opera di un provetto dialettologo con sensibilità teorica, è il volume di Alfio Lanaia La Sicilia dei cento dialetti (Nero su bianco ed., Biancavilla 2022), con una brillante presentazione di Iride Valenti, dedicato al dialetto siciliano e al suo lessico, con riverberi sull’italiano regionale letterario di Sicilia, ammiccante nel titolo alle Cento Sicilie. Testimonianze per un ritratto di Gesualdo Bufalino - Nunzio Zago (Bompiani 2008).

Come tutti i testi scientifici è corredato da una bibliografia istituzionale e da un elenco dei testi letterari citati (circa 60 scrittori siciliani italografi e dialettografi, contemporanei e non solo), e un indice delle voci dialettali (circa 3000 parole), ma stranamente privo dei regionalismi letterari (cfr. sotto). Ci si augura che in una riedizione il testo si arricchisca anche di un indice dei tecnicismi, senza escludere pur selettivamente i nomi di studiosi, autori e scrittori citati.

 

2. Struttura del testo

Il testo è organizzato in 80 ricchi “pacchetti lessicali” strutturati onomasiologicamente, distribuiti tematicamente in 16 capitoli relativi a cibo e bevande, uomo e piante, tipi umani, affezioni del corpo e dell’anima, santi, movimento, latino e cultismi, pseudo-etimi greco-latini, il Natale, natura e territorio, nomi e soprannomi, toponimi, giochi e passatempi, americanismi, strumenti, ricorrenze, ognuno dei quali passibile di lettura autonoma, a piacere del lettore.

L’approccio è descrittivo, attentissimo sul piano geografico ai vari dialetti siciliani, non meno che storico e comparativo con altri dialetti italiani, ed etimologico con, come accennato, varie nuove proposte etimologiche.

 

3. Una esemplificazione

A questo punto c’è solo l’imbarazzo della scelta nella esemplificazione delle agguerrite analisi dell’Autore.

 

3.1. Una voce culinaria

La nota pasta alla norma, ovvero al pomodoro con le melanzane e la ricotta salata, non ha niente a che vedere con la norma di G. Bellini, ma vale ‘pasta con la paga’, con riferimento al salario degli operai che la domenica poteva prevedere «un piatto di pasta cc’a norma, con l’aggiunta cioè di un po’ di ricotta salata grattugiata o [...] di una fetta di melanzana».

 

3.2. Voci sciasciane

Da cassaro Lanaia ricorda anche il suffissato “cassariamento di travagli” nel calabrese G. Occhiato 2007 e cassariota ‘prostituta’ (lett. ‘abitante del cassaro’ con suffisso greco -ota ‘abitante’) in V. Consolo 1987 e – aggiungiamo – ancor prima in L. Sciascia Il consiglio d’Egitto 1963: «Hanno sentimento le ‘cassariote’, i cornuti, gli sbirri, il boia, il marchese di Santa Croce e i ladri di passo» (cfr. S. C. Sgroi Un trittico sciasciano con ‘giallo’. Quaquaraquaà, mafia, pizzo, Utet 2021 p. 50).

Non meno intrigante è l’analisi del sintagma scialare intorno ‘girare intorno’ in un racconto del 1949 di L. Sciascia Paese con figure: «tutti i giovani del paese gli scialavano intorno, lo stuzzicavano, si fingevano come lui increduli e indignati» derivante dal sic. scialari ‘ballare, *girare intorno’, attestato a Bompensiere (CL).

Lanaia si sofferma anche sul derivato schiticchiata (dal sic. schiticchiata) a) ‘bisboccia’, b) ‘scampagnata’, c) ‘divertimento tra amici’, con vari usi letterari, spesso chiarito dall’accostamento a traducenti italiani: «una schiticchiata rimasta storica, una gran mangiata e bevuta» (A. Camilleri 1984); «andare a fare una schiticchiata (mangiata in compagnia)» (V. Piazza 1997); «gli piacevano le schiticchiate a base di carne arrosto e vino» (P. Di Cara 2005); «andare in campagna per fare una schiticchiata – salsiccia alla brace, costatine di castrato, vino rosso...» (G. Savatteri 2008).

E ricorda anche il sin. schiticchio ‘mangiata succulenta tra amici’ (dal sic. schitìcchiu, deverbale di schiticchiari dal lat. volg. *ex-queticulare dal lat. tardo quetus, lat. class. quietus, quietare ‘dare riposo a qn.’), anch’esso adottato nell’italiano letterario della Sicilia: «finisce a schiticchio, nella taverna di Catena, una gran mangiata con i soldi di Vito» (Camilleri 1978); «Si varavano le barche e via per lo schiticchio nella baia» (D. Cacopardo 2005); «e poi finisce sempre a schiticchio: una bella mangiata» (G. Savatteri 2018); «Magari sarà stata invitata allo schiticchio di Ferragosto da qualche parente» (G. Torregrossa 2018). A cui è da aggiungere l’es. di L. Sciascia (1976): «Dal momento in cui Orazio Mattania stabilisce con Cipri un rapporto di confidenza, entriamo come in un vortice di nomi, di incontri, di ‘schiticchi’ (cioè di quelle mangiate improvvisate e stuzzicanti al vino), di gite fuori porta e nei paesi vicini, di appuntamenti spesso rimandati o, per il Mattania, di inutile attesa» (I pugnalatori) (cfr. S. C. Sgroi Un trittico sciasciano con ‘giallo’, su cit. p. 55).

Lanaia menziona per l’agrigentino “col significato di ‘mulo’, ma anche con quello di asino” il sic. bburduni dal lat. imperiale burdone(m) ‘mulo’. Il derivato vurdunaru era stato invece adoperato -- aggiungiamo -- da L. Sciascia ne Le parrocchie di Regalpetra (1956, rist. 19754) non meno di tre volte: «continuamente gli asini dei vurdunari (approssimativamente: mulattieri) attraversavano il paese»; «Non ci sono più i vurdunari con il pettorale di cuoio e il bastone lungo»; «qui si dice asino di vurdunaru per indicare un simbolo di straziata pazienza» (cfr. S.C.Sgroi, Un trittico sciasciano ‘con giallo’, su cit. p. 40).

 

3.3. Dal siciliano a Dante

Il sic. musìa a CT “donna di rara bellezza ed eleganza”, è collegato con «musi(v)a (opera), dal latino imperiale musīvum (opus), cioè ‘mosaico’», arte musiva, e non già al greco mouseîon ‘tempio delle muse’.

Al riguardo ci piace ricordare l’opposto musaico ‘musico musicale’ dell’ “arte musaica” nel Convivio dantesco, rivendicato da Pirandello (1907, 1908): «musaico vale semplicemente musicale», dal lat. musaicus ‘musicale’ (cfr. S.C. Sgroi, E Galeotto fu il Dizionario. Tommaseo lo compilò e Pirandello lo compulsava. Ovvero musaico ‘poetico’ o’ musico/musicale’? Neoformazione o prestito?, in “Siculorum Gymnasium” voll. LVIII-LXI, 2005-2008, vol. IV: 1723-43).

 

3.4. Due regionalismi di Catania

Il sic. matèlicu, adattato nell’it. regionale matèlico ‘antipatico’, es. è un tipo matelico, proprio di Catania, anziché deonomastico da Matelica, prov. di Macerata, è spiegato come «derivato per aferesi della sillaba iniziale di crimatèricu dall’it. climaterico [1608], dal fr. climatérique [1554], dal lat. climaterĭcus, dal gr. κλιμακτηρικός» ‘del climaterio’.

L’agg. streusu ‘strambo’ adattato nell’it. regionale come streuso in S. La Spina (2001) “comportamento streuso”, “libri streusi”, L. Romano (2001) “nomi streusi”, è fatto derivare per via del dittongo /eu/ > lat. /ū/ dal calabrese strèuzu ‘strambo’, dal lat. abstrusus ‘difficile’ pp. di abstrudere, da cui anche l’it. astruso.

 

3.5. Due fonosimbolismi

L’espressione cchi nnicchi nnacchi ‘neanche per idea’, passata nell’italiano letterario di G. Schilirò (2014): «ma che ‘nicchi-nacchi», di S. D’Arrigo (1976): «E che nicchinnacchi» (4 volte); di A. Camilleri (2006): «Che nicche e nacche?»; di T. Ranno (2019) e L. Cappello Grimaldi (2019): «ma chi nicchi e nacchi», è ricondotta non al latino (come nec hic nec hoc) ma è spiegata invece come “formazione fonosimbolica”, «formata sull’alternanza di due sillabe toniche nnic-/nnac».

Per gli occhi che fanno pùpipùpi, pupi pupi con le palpebre cioè che si aprono e chiudono (in S. Grasso 2005 e Camilleri 1980, 2003) l’A. rimanda non ai pupi siciliani, ma all’espressione fonosimbolica con alternanza sillabica pu/pi.

 

3.6. Un italianismo

Per quanto riguarda p.e. il termine allacatalla, trasmigrato in più romanzi di S. La Spina (1995): «allora sì che sarà il vero inferno, la vera allakatalla», chiarito dal vicino sinonimo, Lanaia fa piazza pulita dell’etimo attribuito ora all’arabo (da I. Fulci 1855 e da A. Moroldo on line) ora al greco. La presenza di diverse varianti dialettali gli consente di proporre un prestito dell’italiano ant. e lett. ‘dalle dalle’, dalli dalli’, cfr. romanesco daje!

 

3.7. Un ispanismo

Per il (senza) fare musione ‘(senza) fare movimenti’ (in D’Arrigo 1976, Camilleri 1995), “una musione di danza” (D. Curtò 1976), “musione di sguardo” (D’Arrigo 1976), lungi dal derivare dall’ingl. motion come suggerito da Camilleri, considerata l’attestazione del sic. musiòni nel 1645-53, Lanaia ha proposto il fr. motion ‘movimento’ e ancor meglio lo sp. mociόn.

 

3.8. Un dubbio francesismo

Il sic. gianfùttiri ‘farabutto’ per es. in N. Martoglio (1918): «è un gianfuttiri cui pari un galantomu», presente come gianfottere ne I Vicerè di De Roberto (1894): «Questo gianfottere non è poi tanto minchione quanto pare...», in S. Strati (1979), ma anche in C. Dossi (1912), e fatto risalire al fr. jean-foutre (1792), è ora retrodatato da Lanaia dal 1792 al 1661. L’Autore rimanda anche a un testo del 1723 di Grundlig: «Chan futre quod perperam nunc scribunt Jean foutre est Germanorum Hundsfut. Olim enim pro chien dicebant Galli chean». Il che rimette così in discussione l’etimo fr.

 

3.9. Uno strano fungo

Il sintagma cugni di vecchja ‘spugnola (tipo di fungo ascomiceto)’ (1696, 1865), assente nel pur grande Vocabolario siciliano di G. Piccitto-G.Tropea-S.C.Trovato (1977-2002, 5 voll.), non vale letteralmente ‘zigomi di vecchia’ ma piuttosto ‘conno, vulva di vecchia’.

 

3.10. Un caso di omonimia (e non di polisemia)

Istruttivo è l’esempio di omonimia sincronica e a un tempo diacronica (e non già di polisemia, data la distanza semantica tra i due significati) del sic. cassariarisi 1 a CT ‘confondersi’, denominale di cassara ‘perdita’ dall’ar. hasāra ‘perdita’, vs cassariarisi 2 a PA ‘pavoneggiasi’, denominale da càssaru ‘corso strada principale’ dall’ar. qasr ‘castello’ dal lat. castrum ‘fortezza’. Sicché cassariarsi nell’es. «si cassariava per i cumplimenti che tutti gli facivano» (Camilleri 2003) risulta diversamente interpretabile secondo che il lettore sia catanese (‘si confondeva’) o palermitano (‘si pavoneggiava’).

 

3.11. Un congiuntivo nascosto

Il sic. abbeniaggi, es. abbeniaggi cci vai? ‘bada bene di non andarci’; o in N. Martoglio (1918) ‘puta caso’: «Chi ci pari, abbeniaggi ca era òpira ‘e pupi?», vale letteralmente ‘bene abbia’, congiuntivo di aggia ‘abbia’ di aviri < lat. bene habeat.

 

3.12. I toponimi di Biancavilla

A proposito del toponimo di Biancavilla Pedata di san Placido, l’etimo è individuato nel lat. prata (pl. di pratum) > sic. pirata, interpretato come ‘pedata’, ‘orma del piede’, alla base della leggenda dell’impronta miracolosa lasciata da San Placido a Biancavilla.

Assai istruttivo è l’etimo del microtoponimo Pistacchio in quel di Biancavilla, ricca di pistacchi (in sic. fastuca), ma nel sic. del luogo denominato Distaccu, Ristaccu, che trova una spiegazione nel termine u distaccu/i distacca indicante ‘piccoli poderi frazionati, fuori dal centro abitato, venduti o dati in affitto o mantenuti dal proprietario’.

 

3.13. I composti tautologici

Se a proposito di Mongibello è noto l’etimo del composto tautologico “lat. mons ‘monte + arabo ğabal ‘monte”, invece Linguaglossa non è formato da “lat. lingua + greco glossa ‘lingua’”, come ancora ripetuto da un noto archeologo, ma dal sic. Linguarossa ovvero “lingua grossa” di lava, legata all’eruzione dell’Etna.

 

3.14. Il liotru catanese

Chiudiamo col riferimento al termine liotru (italianizzato in liotro), l’elefante di pietra lavica che troneggia nella piazza Duomo di Catania, simbolo della città, derivante dal nome Eliòdoros leggendario negromante. Al liotru era collegata cinquant’anni fa la consuetudine, durante la festa delle matricole universitarie, di costringere una matricola ad arrampicarsi sulla statua dell’elefante per detergere con una retina “le palle” della statua, se non di baciargli “il culo”, ovvero in sic. vasari u culu ô liotru, insomma un esempio di nonnismo. Due gli ess. letterari: la fiorentina Marcella Olschki: "Chi a Catania vuole andare, in culo a u' liotro deve vasare..." (Oh America, Sellerio 1996), e nella variante Diotru, il messinese Turi Vasile: "Paliddu aveva ormai perso la speranza di andare a baciare il sedere al Diotru - il che voleva dire rendere omaggio al simbolo della città: l'elefante di pietra lavica con l'obelisco messo a far da fontana in piazza Duomo" (La valigia di fibra, Sellerio 2002). Lanaia collega questo rituale goliardico, ormai tramontato, con tradizioni di altre città dove c’era l’usanza, per es. a Firenze di far baciare “ai nemici sconfitti in battaglia” il sedere del leone che sosteneva lo scudo gigliato di rosso, e analogamente a Lucca con riferimento alla pantera; ma altrove la stessa usanza aveva valore apotropaico, così in Catalogna si diceva: «Chi bacia il culo della ‘leona’ ritorna a Girona», la Leona essendo una scultura neogotica del XII sec.

 

4. La storia continua

Per i lettori non sazi della lettura di questo testo rimandiamo ad altri due volumi dell’Autore: Parole nella storia (Centro di Studi filologici e linguistici siciliani 2020), e ‘Di cu ti dìciunu?’ Dizionario dei soprannomi a Biancavilla (2017), ricco di circa 1200 ‘inciurie’, presso lo stesso editore Nero su Bianco.

 

Sommario

1. Evento editoriale

2. Struttura del testo

3. Una esemplificazione

3.1. Una voce culinaria

3.2. Voci sciasciane

3.3. Dal siciliano a Dante

3.4. Due regionalismi di Catania

3.5. Due fonosimbolismi

3.6. Un italianismo

3.7. Un ispanismo

3.8. Un dubbio francesismo

3.9. Uno strano fungo

3.10. Un caso di omonimia (e non di polisemia)

3.11. Un congiuntivo nascosto

3.12. I toponimi di Biancavilla

3.13. I composti tautologici

3.14. Il liotru catanese

4. La storia continua






 



















martedì 1 novembre 2022

Sgroi 141 - IL PRESIDENTE / IL PREMIER O LA PRESIDENTE / LA PREMIER (DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI)?




di Salvatore Claudio Sgroi


 1. L'evento politico-mediatico

Da quando il 22 ottobre Giorgia Meloni è diventata "presidente del Consiglio dei ministri" si è posto il problema sulla denominazione del capo del governo se al femminile "la presidente del Consiglio dei ministri" o al maschile "il presidente del Consiglio dei ministri". Diciamo subito che il sost. femminile "la presidente" indica a un tempo sia (i) il ruolo di una "persona che, nominata per elezione o con investitura dall'alto, dirige, sovrintende e coordina le attività di un organo, un ente, un'istituzione e sim." (così il Dizionario di De Mauro 2000, anche in rete), sia (ii) l'appartenenza al sesso femminile, mentre il sost. masch. "il presidente" indica soltanto il ruolo svolto in questione, senza alcun riferimento al sesso maschio/femmina o altro che sia.

I due usi del sost., maschile e femminile, sono quindi entrambi previsti dalla grammatica, entrambi corretti e, aggiungiamo, entrambi "ideologici", come argomenteremo più sotto, ovvero di opposta ideologia.

 

2. La scelta "corretta" e "ideologica" di Giorgia Meloni

Dinanzi a questa duplice possibilità la Meloni ha deciso, il giorno della nomina, di voler essere denominata al maschile come "il presidente del Consiglio", peraltro in continuità con la sua prassi linguistica quale presidente del partito "Fratelli d'Italia". Così il Fatto Quotidiano.it 23 ottobre ha potuto intitolare:

"Giorgia Meloni per le comunicazioni ufficiali usa il maschile: “il” e non “la” presidente"",

ripreso in Wikipedia:

"Il giorno stesso comunica la sua scelta di usare gli articoli e i pronomi maschili per la propria carica, venendo dunque identificata nelle comunicazioni ufficiali come "il Presidente del Consiglio".

E così il Messaggero.it 23 ott. ha a sua volta intitolato:

"Giorgia Meloni sarà "il presidente" (al maschile): la svolta linguistica della prima donna premier diventa un caso".

E sottotitolo:

"È questa la formula che userà nelle comunicazioni ufficiali. E non è la prima volta che una donna rifiuta il sostantivo al femminile".

 

2.1. Seguaci e precedenti

Dopo tale presa di posizione, su la Repubblica.it di Palermo 25.X. si è potuto leggere la seguente dichiarazione della vicesindaca di Palermo, Carolina Varchi, di Fratelli d'Italia:

"sono vicesindaco e non vicesindaca"; "Non firmerò alcun atto se la desinenza sarà al femminile", in contrapposizione alla direttiva del segretario generale del Comune.

Tra i precedenti al maschile si ricorderà il caso di Beatrice Venezi, che al Festival di Sanremo affermò di preferire di essere definita “direttore d’orchestra” anziché "direttrice". Su cui ci siamo soffermati a suo tempo in questo blog: 100. "Il direttore d'orchestra" e/a Sanremo (mercoledì 17 marzo 2021) e 101. La femminilizzazione dei nomi e le regole della lingua italiana. A proposito di "direttore/direttrice d'orchestra" (sabato 20 marzo 2021).

Sergio Lepri nel suo Breve manuale di giornalismo (www.sergiolepri.it) ricordava che "Susanna Agnelli voleva essere chiamata (quando lo era) senatore (ma l’Ansa la chiamava “senatrice”, anche per non fare confusione col suo nonno senatore)".

"Nel primo anno di presidenza della Camera Nilde Jotti si diceva “il presidente” (ma accettò poi l’uso dell’Ansa, che la chiamava “la presidente”)".

"All’articolo maschile (“il presidente”) tornò Irene Pivetti (e l’Ansa non fece niente per convincerla; era cambiato il suo direttore)".

"Anche Susanna Camusso si fa chiamare “segretario generale”, nonostante che per anni abbia combattuto il maschilismo di certi operai"

 

3. Una scelta anti-grammaticale ma di "consuetudine sociale"?

Alla luce di quanto sopra, non è quindi condivisibile il giudizio "grammaticale" della storica della lingua (AdnKronos), per la quale "il presidente Meloni non rispetterebbe la lingua italiana", e si tratterebbe solo di una scelta "ideologica" e di "consuetudine sociale":

"Secondo la grammatica italiana Giorgia Meloni dovrebbe essere chiamata la presidente. Ma, dal punto di vista della consuetudine sociale, se la presidente desidera essere indicata come il presidente ne ha diritto."

"Se vogliamo stare alla grammatica e all'aggiornamento della lingua italiana Giorgia Meloni deve essere chiamata 'la presidente' visto che appartiene al genere femminile così come diciamo la giudice, la rettrice".

"Dico solo qual è la forma che rispetta la lingua italiana".

"se queste persone amano essere declinate al maschile è una loro scelta personale e ideologica che non corrisponde all'uso grammaticale".

Sotto il profilo invece della consuetudine sociale, "se la presidente vuole essere chiamata in questo modo ne ha tutto il diritto".

In realtà, non solo la Meloni ne ha il diritto, ma la sua è una scelta "grammaticale" e certamente "ideologica", come l'opposta scelta al femminile "la presidente".

Analoga è la solfa "anti-grammaticale" di Michela Murgia, secondo cui "Bisognerebbe chiedere a Giorgia Meloni per quale motivo ce l'ha con la lingua italiana. Perché 'il presidente' ha il suo femminile che è 'la presidente', quindi non è che si può arbitrariamente decidere quale parte della grammatica italiana rispettare e quale parte no. Quindi non è questione di femminismo, è questione di parlare la nostra lingua".

Non diversamente per il giornalista Paolo Guzzanti "è sbagliato il maschile" (Rai-4, 28.X, 19h30), anche perché a suo giudizio per la Crusca si deve dire "la presidente".

 

3.1. E l'Accademia della Crusca?

Molto più condivisibile invece il giudizio grammaticale del Presidente dell'Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, che in AdnKronos ha dichiarato quanto al maschile:

“Chi preferisce le forme tradizionali maschili ha comunque diritto di farlo”. “Chi vuole interpretate il maschile non marcato come un errore di grammatica, commette un eccesso. Si tratta solo di una preferenza linguistica, magari ormai minoritaria, dettata dall’appartenenza anagrafica a una diversa generazione, o dettata da una cosciente scelta ideologica (una scelta che, di per sé, non vedo come possa essere messa sotto accusa quale fosse un errore grammaticale)”.

Per noi, ripetiamo, una scelta non solo grammaticale ma non meno ideologica di quella al femminile.

 

3.2. Gli oppositori "ideologici" del maschile

Gli oppositori dell'uso maschile del presidente Giorgia Meloni, non hanno mancato di fare sentire la loro voce. Così Laura Boldrini, che in quanto presidente della Camera aveva rivendicato l'uso del femminile, ha dichiarato per l'occasione: "il femminile è bellissimo"; il maschile "lo trovo ridicolo, io non lo farei mai" (in Pagella Politica).

Cecilia Robustelli, adepta delle Raccomandazioni di Alma Sabatini (1987) e sostenitrice del "Progetto Genere e Linguaggio e le Linee Guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo", ha una posizione prescrittivista per il femminile:

"La grammatica italiana ha delle regole ben precise sull'argomento: tutte le forme maschili hanno un corrispondente femminile e il genere grammaticale deve[!!!] riflettere il genere sessuale".

Ancora più prescrittivista con minacce di sanzioni la posizione dell'Usigrai:

"'Il' premier o 'la' premier? Il diktat del sindacato Rai: i giornalisti devono usare il femminile", ricordava il Messaggero.it, che riportava le parole del sindacato:

«Ricordiamo che il contratto Rai Usigrai contiene al proprio interno il Manifesto di Venezia che fa preciso riferimento al linguaggio di genere, e che la policy di genere aziendale, recentemente approvata dal consiglio di amministrazione della Rai indica di usare il femminile lì dove esista. Nessun collega può essere dunque obbligato ad usare il maschile, anzi i giornalisti Rai sono tenuti a declinare al femminile i nomi. Ordini di servizio o indicazioni in senso contrario verranno contestati dal sindacato nelle sedi opportune. Chiediamo alle colleghe, ai colleghi di segnalarci eventuali violazioni».

 

4. La funzione del genere grammaticale

In tutto il dibattito pro e contro il/la presidente, dal mio punto di vista si ignora il fatto essenziale che la funzione del genere grammaticale valida per i nomi animati e non-animati è quella di garantire la coesione sintattica mediante l'accordo, ess. la casa è piccola, la bimba è cresciuta, la vipera (maschio/femmina) è pericolosa, la spia (uomo/donna) è stata scoperta, c'è stata una vittima (uomo/donna). Cfr. i nostri precedenti interventi in questo blog p.e. 2. Per smentire la teoria della lingua sessista (martedì 17 gennaio 2017); 4. Ancora sul sessismo linguistico (venerdì 20 gennaio 2017); ecc., e in sede più accademica Il genere grammaticale e la teoria sessista della lingua, in (As)saggi di grammatica 'laica', Ediz. dell'Orso, 2018, cap. II.

Con i nomi animati, spesso ma non sempre, c'è pure la possibilità di indicare referenzialmente, accanto al ruolo, anche il sesso (limitatamente peraltro a maschio e femmina), che sembra emergere in primo piano, relegando sullo sfondo il ruolo. È quindi evidente che nella scelta grammaticale "del presidente" Giorgia Meloni, la Meloni voglia far emergere il suo ruolo di capo del governo e non il fatto di essere donna.

Proprio il non tener conto della funzione morfo-sintattica a-ideologica del genere grammaticale, ha condizionato il citato Lepri a giudicare "Un inconscio paradossale rigurgito di maschilismo da parte femminista" (p. 20) l'uso del maschile riferito a una donna.

 

5. Conclusione

È quindi un gesto di cortesia rispettare quest'uso al maschile quando ci si rivolge a lei e non di denominarla al femminile, come invece ha voluto fare -- poco cortesemente -- Matteo Renzi in occasione della sua dichiarazione di voto al senato il 26 ottobre.

 

6. La storia continua (in tre atti)

Atto Primo. Il 28 ott. avevamo scritto l'intervento di cui sopra, quando il 29 abbiamo appreso (IlSole24Ore.it; Microsoft Start) e sentito in TV (Rai News 24) che Carlo Deodato, nuovo segretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, aveva diffuso la seguente nota:

«A tutti i Ministeri

Gabinetto

ROMA

Per opportuna informazione si comunica che l'appellativo da utilizzare per il Presidente del Consiglio dei Ministri è: 'Il Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Giorgia Meloni'

Cordiali saluti

Il Segretario Generale

Carlo Deodato».

 

E in una nota successiva era apparsa la seguente motivazione:

«Tale formula è stata adottata dagli uffici della Presidenza in quanto indicata come la più corretta dall’Ufficio del Cerimoniale di Stato e per le Onorificenze».

Atto Secondo. Lo stesso Segretario aveva fatto retromarcia con  una comunicazione 

 in cui si precisava: «Tuttavia, il Presidente del Consiglio, On. Giorgia Meloni, chiede che l’appellativo da utilizzare nelle comunicazioni istituzionali sia “Il Presidente del Consiglio dei Ministri”. Si chiede, quindi, di non tener conto della nota in oggetto».

Atto Terzo. A questo punto, la Meloni è intervenuta sui social, ritornando sui suoi passi, a favore di una posizione liberista:

«Leggo che il principale tema di discussione di oggi sarebbe su circolari burocratiche interne, più o meno sbagliate, attorno al grande tema di come definire la prima donna Presidente del Consiglio - scrive Meloni su Facebook - Fate pure. Io mi sto occupando di bollette, tasse, lavoro, certezza della pena, manovra di bilancio. Per come la vedo io, potete chiamarmi come credete, anche Giorgia» (il Tempo.it 29.X).

Resta comunque da vedere quale sarà l'uso ufficiale.

 

 Sommario

1. L'evento politico-mediatico

2. La scelta "corretta" e "ideologica" di Giorgia Meloni

2.1. I seguaci e i precedenti

3. Una scelta anti-grammaticale ma di "consuetudine sociale"?

3.1. E l'Accademia della Crusca?

3.2. Gli oppositori "ideologici" del maschile

4. La funzione del genere grammaticale

5. Conclusione

6. La storia continua (in tre atti)

 

 

 



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