domenica 10 ottobre 2021

Ancora su alcuni demotici ambigui

 Carbonaresi è il nome dei cittadini di quattro località italiane: Carbonara al Ticino (PV); Carbonara di Nola (NA); Carbonara di Po (MN) e Carbonara Scrivia (AL). Tutti e quattro i toponimi devono il nome al... carbone. Come facciamo a distinguerli, senza un contesto, se il medesimo demotico indica gli abitanti delle località su menzionate? Se diciamo, per esempio, "ieri ho incontrato un mio vecchio amico carbonarese" come facciamo a sapere di quale carbonarese si tratta? E qui la nostra provocazione agli "addetti alla coniazione degli etnici". Chiameremo "carbonticinense" l'abitante di Carbonara al Ticino; "carbonolense" quello di Carbonara di Nola; "carbonpadano" l'abitante di Carbonara di Po; infine "carbonscriviense" quello di Carbonara Scrivia. Abbiamo bestemmiato? Non crediamo proprio.


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Ci spiace veramente dissentire dai linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota che nel loro "Ciliegie o ciliege?" pluralizzano il termine francese "escamotage". I vocaboli stranieri, nella lingua di Dante, non si pluralizzano. Il sostantivo, però, si può italianizzare in escamotaggio e, quindi, pluralizzarlo: gli escamotaggi.



sabato 9 ottobre 2021

Lanaia - 2 - Cista, una parola ricca di storia

 


di Alfio Lanaia *

1. Evento letterario

Ne Il piatto piange, primo romanzo (1962) di Piero Chiara, si può leggere questa frase che descrive molto bene l’atmosfera che si respira nelle salaci storie ambientate a Luino nel periodo tra le due guerre e incentrate, oltre che sul locale bordello,  sul gioco d’azzardo. Come del resto fa presagire l’espressione a cui si ispira il titolo del romanzo:

«Ogni tanto si sentiva sfriggere un fiammifero, scricchiolare una sedia,  o le voci che dicevano otto, nove, cista (niente di fatto, punti zero), baccarat  (punti pari), carta, banco suivì, tutto per me, col tavolo, passo. Parole che corrono allo chemin».

Ad attirare l’attenzione del linguista sono, in questo brano, le parole e le espressioni legate al lessico dei giochi d’azzardo, come i francesismi baccarat, (banco) suivì, chemin. Ma, ancor di più, attrae l’attenzione una parola come cista, glossata dallo stesso autore come «(niente di fatto, punti zero)», e da non confondere, quindi, con l’omonimo cista ‘recipiente cilindrico ecc.’ di origine greco-latina.

2. Significati e datazione di cista

Prendendo in considerazione, per il momento, il GDLI, s.v. cista4, così viene descritta la voce: «sf. Nelle  carte francesi  (al  gioco  del baccarà),  la  carta  che  non  conta,  che  vale  zero (con  dieci  semi,  o  la  somma  di  due  carte  di cinque punti l’una)». Il GDLI, inoltre, data la nostra voce al 1905, ricavandola dal Panzini, di cui cita il modo di dire far cista ‘far zero punti’. I dizionari scolastici moderni, e.g. Zingarelli 2013, s.v. cista2, nell’accettare la datazione del 1905, aggiungono un ampliamento di significato della parola: «nel gioco del biliardo, ogni punto conseguito ma per qualunque ragione considerato nullo».

 3. Etimo «incerto» di cista

 Fra i repertori etimologici consultati, né il DELI di Cortelazzo-Zolli,  né l’Etimologico di Nocentini lemmatizzano la nostra voce; il DEI di Battisti-Alessio s.v. cista (XX sec.) non dà nessun etimo. Gli altri dizionari, a partire dal GDLI e dal GRADIT, e a seguire quelli monovolume, concordano tutti nel considerare cista di «etimo incerto».

 4. Retrodatazione di cista

 Come abbiamo visto, il GDLI e tutti gli altri dizionari datano la voce al 1905, ricorrendo al Dizionario moderno. Supplemento ai dizionari italiani (1905) di Alfredo Panzini che dà questa definizione: «Cista: nel giuoco del Macao dicesi quando le due carte, sommate, fanno dieci, cioè zero». Eppure è possibile retrodatare la nostra voce, innanzitutto ricorrendo ad altre  fonti lessicografiche, letterarie e giornalistiche.

              4.1 Fonti lessicografiche

 1887 - Sfuggito alla schedatura del GDLI è il Nòvo dizionàrio universale della lingua italiana,   vol. I, A-K, Milano 1887, di Policarpo Petrocchi:

  «Cista Nel giòco del maccao, Dièci. Ò fatto cista, ò perso».

 1896 - La voce è contenuta anche nel Dizionario milanese-italiano col repertorio italiano-milanese, Milano 18962, di Cletto Arrighi, pseudonimo di Carlo Righetti:

            «Cista (Far dieci a maccao), Cista».

             4.2 Fonti letterarie

 Nella narrativa del secondo Ottocento e dei primissimi anni del Novecento troviamo altre attestazioni di cista.

 1871 – Cista appare nell’opera di Ettore Socci, Da Firenze a Digione. Impressioni di un reduce garibaldino, edita a Prato nel 1871:

 

«Nero, per lo meno come uno spazzacamino, stizzito come un giocator di mako che fa   l’ultima cista».

 1891 – Nel bozzetto Tra l’otto e il nove, uscito nel giornale  L’O di Giotto, A II, n. 14, 29 marzo 1891, pp. 10-12, Gandolin (pseudonimo del giornalista genovese Luigi Arnaldo Vassallo) scrive:

 

«Aveva puntato una forte somma, e un re di coppe gli fece far cista, e, mentre il banchiere spazzava il banco, Callisto ebbe la forza di esclamare: - Non è il re di coppe, è il re…pulisti!»

 1901 – Nel romanzo L’Apostolo, Milano 1901, Remigio Zena, pseudonimo di Gaspare Invrea scrive:

«[…] piano piano si era messo con Claudio Priol a giuocare a macao, in due, e gli occorreva   distinguere i suoi nove e i suoi otto dalle ciste dell’avversario».

             4.3 Fonti giornalistiche

 1862 - Nel giornale umoristico triestino,  «La Baba», A. I. n. 7, domenica 7 dec. 1862, p. 26, appare un articolo a firma di Tic-Tac, dal titolo Dov’è la poesia?:

 

«Per i giuocatori di carte, in una bella cricca di dieci, così detta de musada, in un cappotto a cotecchio, in un bel nove davanti e una cista da dietro a macao».

 1888 – Su «Asmodeo», a XVII n. 9, 10 febbraio 1888, a firma di "Asm….atico", appare una  corrispondenza da Mantova del 7 febbraio:

 

«La presidenza, con lodevole e precauzionale vista di pudore casto giuseppico, ammettendo e danze e gioie e ogni sorta di giuochi, escluse dal tavolo verde il macao,  avendo potuto esperimentare che qualche socio giuocatore, quando fa zero, non dice cista in presenza delle signore».

 1888 -  Sempre in quest’anno viene pubblicato a Milano  dall’editore Aliprandi un ritratto storico, topografico, linguistico e di costume della città, dal titolo Il ventre di Milano. Fisiologia della capitale morale per cura di una società di letterati. Nell’introduzione, detta Antipasto e firmata da "Il Capo Cuoco", si può leggere:

 

«In tal caso vogliamo vedere se ci accadrà di battere degli otto e dei nove, oppure se faremo cista (6) troppo spesso. E in nota: Al giuoco del macao si dice far cista quando le tre carte che capitano al giocatore danno un numero che termina per zero».

 5. Cista nei dialetti

 La nostra voce, come si è visto, attraverso l’attestazione nel giornale triestino «La Baba», si può retrodatare almeno al 1862. Il fatto che la fonte più antica provenga dall’Italia nord-orientale non è, come vedremo, senza  significato, ma è anzi un argomento importante per l’etimo della parola. Cista, infatti, secondo il Dizionario etimologico dei dialetti italiani (DEDI) di Manlio Cortelazzo e Carla Marcato, è usata nelle espressioni dialettali di area veneto-giuliana eser cista e restàr cista col significato di ‘essere al verde, restar pulito (al gioco)’.  Il Vocabolario del dialetto veneto – dalmata (Trieste 1984) di Luigi Miotto registra, insieme a cista, altre varianti della voce cisto e zista  col significato aggettivale di ‘spogliato di denari, di averi, squattrinato’. Ecco alcuni esempi d’uso: eser cisto, restar cisto,  eser cisto in cana; eser cista , restar cista perfeto, far cista ‘perdere nel gioco, non avendo segnato alcun punto’, dar una cista ‘dare,  nel gioco, una carta priva di valore’. Da cista, infine, è stato derivato il verbo zaratino cistàr ‘spogliare uno di ogni suo avere’.

 6. Etimo di cista

 Dato che la parola è ormai dell’italiano, cisti si configura dunque come un dialettismo o dialettalismo di provenienza italiana nord-orientale. Nel veneto giuliano e nel veneto-dalmata, cista è invece un prestito dall’aggettivo croato cist ‘netto, pulito’, da cui il verbo cìstiti ‘nettare, far pulizia’ (DEDI). Il passaggio semantico da ‘netto, pulito’ del croato a ‘ripulito di denaro’ e a ‘carta da gioco priva di valore’ dei dialetti e dell’italiano è probabilmente avvenuto in ambiti gergali legati al gioco d’azzardo.

 Sommario

 1. Evento letterario

2. Significati e datazione di cista

3. Etimo «incerto» di cista

4. Retrodatazione di cista

4.1 Fonti lessicografiche

4.2 Fonti letterarie

4.3 Fonti giornalistiche

5. Cista nei dialetti

6. Etimo di cista

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* Docente di linguistica generale all'Università di Catania


 

 


venerdì 8 ottobre 2021

Parasole e girasole: due pesi e due misure

 Ci piacerebbe conoscere il motivo per cui i compilatori dei vocabolari che abbiamo consultato (Devoto-Oli, Gabrielli, Garzanti, Treccani, Sabatini-Coletti, Zingarelli) usano due pesi e due misure per quanto attiene al plurale di due sostantivi: girasole e parasole. In questo caso non si accapigliano e all'unisono "tuonano": Girasole, plurale i girasoli; parasole, plurale i parasole. Eppure sono sostantivi dello stesso genere, composti, entrambi, di un verbo e di un nome maschile singolare. Perché secondo i vocabolari citati uno varia nel plurale e l'altro no? A questo punto dovrebbe restare invariato anche parafulmine (composto come parasole). Mistero eleusino.

      Chi scrive si attiene alla regola della formazione dei nomi composti. Come scritto altre volte, il plurale dei nomi composti con una voce verbale e un sostantivo maschile singolare si ottiene modificando la desinenza del sostantivo: il parafango/i  parafanghi; il parasole... i  parasoli. Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, attesta la forma plurale parasoli, anche se di uso raro. Il Palazzi, non specificando, lascia intendere la "pluralizzazione" del sostantivo in oggetto. Se qualche linguista…

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La lingua "biforcuta" della stampa

Travolto con un carrogru rubato sulla Buddi Buddi: muore due mesi dopo l’incidente

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Correttamente: carro-gru. Essendo un nome accostato, tipo "vagone-letto", "uomo-ragno", occorre mettere un trattino tra i due termini o scriverli staccati. Treccani: carro-gru (carro gru), loc. s.le m. Veicolo pesante sul quale è montata una gru.


giovedì 7 ottobre 2021

I "prendisoli"? Perché no?!

 La quasi totalità dei vocabolari che abbiamo consultato non prevede/prevedono il plurale di "prendisole", cioè quell'abbigliamento femminile indossato per prendere il sole: il prendisole/i prendisole. A nostro modo di vedere, invece, si può benissimo pluralizzare (e alcuni dizionari lo "consentono", con buona pace di certi linguisti) perché il vocabolo in oggetto appartiene alla schiera dei nomi composti di un verbo (prendere) e di un sostantivo maschile singolare (sole) e i nomi cosí formati si pluralizzano normalmente: il parafango/i parafanghi; il passaporto/i passaporti; il prendisole/i prendisoli. Alcuni sostengono che non si pluralizza perché il sole è uno solo, non ci sono piú "soli". È una sciocchezza: la stella piú vicina alla Terra prende la normale forma del plurale. Diciamo pure, senza tema di essere tacciati di analfabetismo, "tutte le ragazze avevano i medesimi prendisoli".  

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La parola proposta da questo portale: datismo. Ripetizione superflua di un sinonimo. Errore commesso parlando una lingua straniera.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Le neo mamme e la paura di essere sbagliate. Il docufilm sui nove mesi dopo il parto: "Nessuno ci chiede come stiamo"

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Correttamente: neomamme. "Neo" è un prefissoide e in quanto tale si scrive "attaccato" alla parola che segue. Si veda qui.


mercoledì 6 ottobre 2021

L'italiano non si legge come si scrive

 


Dal dr Gianni Pardo riceviamo e pubblichiamo

Tutti sappiamo che la grafia dell’inglese non corrisponde alla pronuncia, al punto che l’unica risposta sensata, a chi chiede come si legge una data parola, è il consiglio di consultare un buon dizionario che riporti anche la pronuncia. E ancora, con l’avvertenza che – naturalmente – il dizionario dà la pronuncia della parola da sola, mentre nel corso del discorso essa può essere influenzata da parecchi fattori, a cominciare dalla vicinanza delle parole che la precedono o la seguono. Tanto da risultare diversa da come la indicava il dizionario.

Per dimostrare che non si tratta di un concetto astruso, prendiamo un esempio nella nostra lingua, quella che ci è più familiare. L’articolo indeterminativo italiano “un”, che pare così inoffensivo. Il dizionario, se riporta la pronuncia, vi dirà che esso si legge come si scrive, “u” ed “n”. Ed è effettivamente vero che “un” si legge “un” se precede , per esempio, la parola “segno”: “unsegno”. Ma, se precede la parola, “pezzo” o “bimbo” diviene “um”, “umpezzo”, “umbimbo”. E non finisce qui: se la parola comincia con una gutturale, come in “gatto” o “cane”, “un” si legge qualcosa come “ung gatto”, “ung kane”. Del resto lo stesso avviene con la “i”. Tutti, studiando l’inglese, si chiedono come pronunciare la frequente finale “ing” (come in “king”) e non sanno che la usano quotidianamente in italiano. Se dicono “in casa” non pronunciano “inn kasa” ma qualcosa come “ing kasa”, e qui “in” ha lo stesso suono che si ha nell’inglese “ing”.

Si potrebbe continuare a lungo, ma basterà dire che la “z” sorda (o aspra) è praticamente sempre doppia. Insomma pronunciamo tutti “stazzione”, non “stazione”. Ed è giusto così. Ma già, nessuno nemmeno sa che la “z” di stazione non è una consonante, ma sono due: “ts”; anzi, nel caso di stazione, diciamo tre: “tts”. E lo stesso vale per la “c” di “cena” che risulta dalla combinazione di t+sc di “scena”. Il gruppo “gl” è praticamente sempre una doppia consonante, come se fosse non “gl”, ma “ggl”: “agglio “, “piggliare”.

Basta? Direi di sì. Segnalo soltanto la necessità del raddoppiamento sintattico, cioè di doppie consonanti che nessuno scrive e tutti leggono, per esempio dicendo “domani vado arRoma”, e non “domani vado aRoma”, che sarebbe un profumo.

Per favore, NON dite che l’italiano si legge come si scrive. Certo, la sua grafia è molto più fedele alla pronuncia dell’inglese ma, per cominciare, meno del francese, che sembra tanto più artificiale, e tuttavia fornisce al parlante più indicazioni di quante ne fornisca a noi la grafia dell’italiano.

Qualcuno ha gridato “Basta!”? Va bene, smetto.

Gianni Pardo

 

lunedì 4 ottobre 2021

Dieci parole errate ma "corrette" per un correttore automatico in rete

 Si presti attenzione ai correttori automatici in rete. Ci siamo divertiti a scrivere dieci parole ortograficamente errate ma  "corrette" per il correttore di "Virgilio - Sapere".

metereologo Parola corretta!

areazione Parola corretta!

beneficienza Parola corretta!

inflattivo Parola corretta!

colluttorio Parola corretta!

scorazzare Parola corretta! 

liquerizia Parola corretta!

trasalgo Parola corretta!

tutt'ora Parola corretta!

ossequiente Parola corretta!

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Correttamente, nell'ordine: meteorologo; aerazione; beneficenza; inflativo; collutorio; scorrazzare*; liquirizia; (io) trasalisco; tuttora; ossequente.

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* Abbiamo "scoperto" che per il Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, scorazzare (una sola 'r') non è grafia errata ma "meno bene". La cosa ci stupisce, e non poco.

domenica 3 ottobre 2021

Si querela "di" qualcosa o "per" qualcosa?

L'ex vicedirettore di Rai Sport è stato querelato dall'ex compagna di percosse e stalking. Il giornalista che per la giudice è "aggressivo e fuori controllo", ora ha il divieto di avvicinare la compagna.

Questo sommario, che fa bella mostra di sé sulle pagine di un quotidiano in rete, ci ha fatto sobbalzare sulla poltrona perché contiene un granciporro: "querelato dalla compagna di percosse e stalking". Si querela una persona "per" qualcosa, non "di" qualcosa. Il sommario in oggetto ci ha richiamato alla mente un nostro vecchio intervento sull'uso "distorto" di un verbo che ha (a) che fare con la querela: sporgere.

 

sabato 2 ottobre 2021

I "margherensi"

 Un lettore scrive alla rubrica "Domande e risposte" del sito Treccani:

Cortesemente, se possibile e sensato, il sottoscritto chiede alla redazione Treccani di inserire nell'illustre vocabolario la parola Margherini come sinonimo di abitanti del comune di Marghera essendo l'unica definizione in uso consolidata nel tempo da noi abitanti al posto della corretta Margherotti. Vi saremo tutti grati se riconosceste pubblicamente la nostra autodefinizione di Margherini.

Tralasciamo la risposta della Treccani ed esprimiamo un nostro parere. "Margherini", per assonanza, ci richiama alla mente un prodotto alimentare. "Margherotti", denominazione ufficiale degli abitanti, ha il suffisso "-otto" che, pur essendo adoperato per la formazione di alcuni demotici, ha una certa connotazione spregiativa o scherzosa. Chiamiamoli, dunque, margherensi.

 

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 Procurare

Ancora un verbo - a nostro modo di vedere - adoperato, molto spesso, impropriamente e con l’avallo di buona parte dei vocabolari. Stiamo parlando del verbo procurare il cui significato proprio è “ottenere”, “fare avere”, “procacciare” e simili: ti procurerò il denaro necessario per il viaggio. Alcuni lo adoperano dandogli un significato che, ripetiamo, a nostro avviso non ha: “causare”, “provocare”, “arrecare”, “cagionare” e simili. Si legge, spesso, sulla stampa: «L’alluvione ha procurato ingenti danni al tetto», oppure «L’ansia gli ha procurato intere notti in bianco». In casi del genere i verbi appropriati si possono scegliere tra quelli su menzionati, vale a dire “arrecare”, “provocare”, “causare” ecc.

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La lingua "biforcuta" della stampa
 

TERRA 360

Ecco il caricabatterie più veloce al mondo: 4 auto in 15 minuti

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Correttamente: il  caricabatteria. Il sostantivo in oggetto non si pluralizza perché è composto di una voce verbale (carica) e un nome singolare femminile (batteria) e i sostantivi cosí formati "rifiutano" il plurale.

 

venerdì 1 ottobre 2021

Sgroi - 115 - La teoria (ideologica) del sessismo morfologico


 di Salvatore Claudio Sgroi

  

1. Assioma

Muoviamo dell'assioma secondo cui la morfologia di una lingua è strutturalmente neutra rispetto all'uso "ideologico" che di essa possono fare per ragioni diverse, anche legittimamente, i parlanti.

Nel caso che ora ci riguarda la presenza del genere grammaticale (maschile e femminile) in italiano non è legata alla funzione di segnalare il sesso biologico/naturale degli esseri animati, umani o anche non-umani. Ovvero il genere grammaticale maschile di un sostantivo come uomo non ha il ruolo, malgrado le apparenze, di indicare un individuo sessualmente / biologicamente maschio, né il genere grammaticale femminile del sost. donna è da collegare con un individuo umano sessualmente / biologicamente femmina. O per fare un esempio di lessema non-umano, il genere maschile di serpente non indica il sesso biologico maschio del serpente, né il genere grammaticale femminile di balena indica il sesso biologico femmina del cetaceo.

 2. Funzione prioritaria del genere grammaticale

La funzione in prima istanza del genere grammaticale è in realtà quella di consentire la coesione morfo-sintattica di un testo ai fini di una migliore comprensione, così nell'es. È una bella donna e non già *è un bello donna; La casa è proprio bella e non *la casa è proprio bello.

 2.1. "Genere grammaticale = sesso biologico (genere naturale)"?

La riprova di questa presunta corrispondenza "genere grammaticale = sesso biologico (genere naturale)", eredità della grammatica latina, è dimostrabile a più livelli.

In italiano la classe dei nomi "promiscui" rimanda a un tempo a referenti maschi o femmine. Per es. il lessema genitore sost. maschile può riferirsi sia alla madre che al padre; la star s.f. può avere come referente sia un maschio che una femmina; la spia s.f. può essere sia uomo che donna; la guida s.f. ha referente maschio o femmina; persona s.f. indica un maschio o una femmina, ecc.

La situazione non cambia con i nomi animati non-umani, ovvero la cosiddetta classe dei nomi "promiscui" o "epiceni"., così la gatta s.f. può indicare sia una femmina che un maschio ('il gatto'); e così nel caso del s.f. iena o del s.m. leopardo, ecc.

Nel caso poi dei nomi al plurale come i figli, i nipoti, gli zii, i parenti, gli amici, i candidati, ecc. il riferimento è inclusivo, ovvero può riguardare sia i maschi che le femmine ('le figlie', 'le nipoti', 'le zie', 'le amiche', 'le candidate').

 2.2. I pronomi personali e allocutivi "promiscui"

Il mancato parallelismo "genere grammaticale = sesso biologico" appare nettamente nella classe dei pronomi personali "promiscui" come io, loro, gli 'a lui, a lei, a loro' e gli allocutivi "tu (personale o anche generalizzato per es. nei messaggi pubblicitari) vs lei (transazionale) vs voi1 sing. it. meridionale 'lei', vs voi2 pl.

Infatti il pronome di prima persona Io può avere referenti sia maschi, sia femmine, es. Io [= parlante Maria] non ero potuta venire VS Io [= parlante Mario] non ero potuto venire; Loro [= i ragazzi] dove sono andati?, Loro [= le ragazze] dove sono andate; il clitico gli vale 'a lui, a lei, a loro' nell'italiano medio o neostandard, es. ho incontrato mia sorella (o mio fratello, o i miei amici) e gli ho detto che li avrei invitati; non diversamente in glielo es. glielo dirò, a mia sorella, a mio fratello, ai miei amici.

Allocutivi: Tu (= interlocutore Paolo) non sei venuto VS Tu (= interlocutore Paola) non sei venuta; Tu pubblicitario: "sgroi tutto incluso da 19,90 Euro: anche la SERIE A! Affrettati"; Lei, cara professoressa, non l'ho proprio vista VS Lei, caro professore, non l'ho proprio vista (e informalmente visto); Caro Professore, la vedo stanco (o stanca); Voi ragazzi dove siete stati?, Voi ragazze dove siete state?; it. merid. Caro Professore, voi non siete venuto?.

 2.3. Gli individui non-etero, non-binari ("gender fluid") e trans

Con riferimento a individui a) non-etero (con pulsioni sessuali cioè verso individui dello stesso sesso) ovvero omosessuale s.m. e f., gay s.m. e f.,  queer s.m. e f., -- b) non-binari ossia "gender fluid" (con pulsioni sessuali verso persone a un tempo dello stesso o diverso sesso, ossia di qualunque sesso), ovvero bisessuale (s.m. e f.) e pansessuale (s.m. e f.); in inglese i non-binari vengono spesso indicati non con i pronomi "he masch. 'lui', she femm. 'lei' o neutro it" ma con "they sing"; e -- c) trans(essuali) (persone che in seguito a interventi chirurgici hanno cambiato sesso biologico, passando da uomo a (>) donna, o da donna a (>) uomo), -- variamente accomunati nelle sigle LGBT "Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender"; -- LGBTQI+ "Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersessuali e affini" (entrambe riportate nello Zingarelli 2021 p. 2663; cfr. anche in Wikipedia) -- c'è da osservare che la lingua dovrebbe disporre di almeno altri tre generi grammaticali. Si ricorre invece a lessemi come i citati omo(sessuale) s.m. e s.f.; o gay s.m. e s.f, queer s.m. e f., e trans- con genere oscillante (s.m. oppure indifferentemente s.f.) con referenti diversi relativi al "maschio > femmina", o alla "femmina > maschio".

Il plurale comunque di questi lessemi -- gli omosessuali, i gay, i diversi, i queer, i bisessuali, i pansessuali, i trans(essuali)(maschio> femmina, e viceversa), tutti s.m.pl. -- è inclusivo, ovvero pluri-referenziale (maschi e femmine).

Muovendo da questa così variegata realtà sessuale, si è anche sentito il bisogno di un anglicismo come cisgender s.m. e f. (uomo e donna) per sottolineare chi invece accetta il suo genere naturale, biologico, senza alcun problema di identità.

 2.4. La coesione morfo-sintattica dei nomi non-animati

Ma l'argomentazione più forte contro il (presunto) parallelismo "genere grammaticale = sesso biologico (o genere naturale)" è costituita dalla presenza delle migliaia di nomi non-animati, ovviamente a-sessuati, il cui genere grammaticale è scopertamente "arbitrario" e la cui funzione -- unica -- è quella di consentire la coesione testuale morfo-sintattica, es. è una bella casa, la cui violazione *è un bello casa sarebbe decisamente a-grammaticale.                                                                                            

3. Il genere grammaticale sessuale fossilizzato

A parte i cosiddetti nomi "indipendenti" o "eteronomi", ovvero lessemi etimologicamente diversi, es. padre s.m. vs madre s.f. o bue s.m. vs vacca s.f. indicanti col genere maschile un maschio e col genere femminile una femmina, nella lingua si ritrovano anche i nomi "mobili" il cui genere grammaticale maschile si oppone a quello femminile per indicare un individuo (o un essere animato) sessualmente maschio rispetto alla femmina, per es. maestro sost. maschile ('maschio') vs maestra sost. femminile ('femmina'), signore s.m. ('maschio') vs signora s.f. ('femmina'), prostituta s.f. vs prostituto s.m. 'gigolò', mamma s.f. vs mammo s.m., oppure leone sost. maschile ('maschio') vs leonessa sost. femminile ('femmina').

In questi casi i parlanti hanno voluto sottolineare con mezzi lessicali (nel caso dei nomi "indipendenti") o con mezzi morfologici (nel caso dei nomi "mobili") il ruolo legato al sesso, e questo potrebbe apparentemente giustificare il ruolo "sessista", morfologico, della lingua. Non va però dimenticato che il ruolo fondamentale, prioritario, in prima istanza del genere grammaticale, comune ai nomi animati (umani e non-umani) e ai nomi non-animati, è quello di permettere la coesione morfo-sintattica, sì da favorire anche formalmente la comprensione di un testo. Quindi quella ragazza è proprio carina e non già *quello ragazza è proprio carino.

4. Scelta "laica"

L'indicazione del sesso naturale, biologico (maschio/femmina) resta invero il più delle volte facoltativo, libero, dipendendo dalla scelta ideologica del parlante. L'es. il direttore del dipartimento può infatti essere riferito sia a una donna che a un uomo. Il parlante non è infatti obbligato a dire la direttrice del dipartimento, specialmente poi quando l'interessata vuole essere assolutamente indicata o interloquita col sost. maschile direttore; e così nel caso di il direttore d'orchestra voluto da Beatrice Venezi (su cui cfr. i precedenti interventi n. 100. "Il direttore d'orchestra" e/a Sanremo mercoledì 17 marzo; n. 101. La femminilizzazione dei nomi e le regole della lingua italiana. A proposito di "direttore/direttrice d'orchestra", sabato 20 marzo); non diversamente nel caso de il presidente della società di linguistica (o della Camera) riferito a una donna, a meno che l'interessata non voglia essere designata  come la presidente della società di linguistica (o della Camera).

Attualmente, come è noto, non pochi nomi di professione, sost. maschili, mobili (-o/-a) e "ambigeneri" (con l'art. il) con referenti tradizionalmente maschi sono stati oggetto di critica da parte dei movimenti femministi, inizialmente negli USA, in quanto dovrebbero essere rimpiazzati da lessemi femminili designanti donne (per es. notaio/a, avvocato/a, magistrato/a; ministro/a, sindaco/a, il/la dirigente, il/la preside, ecc.) per sottolineare il ruolo assunto dalle donne nella nostra società. Un scelta lessicale "ideologica" naturalmente di tutto rispetto, che però non può essere imposta -- in una prospettiva "laica" -- a chi invece, senza misconoscere il nuovo ruolo delle donne o essere anti-femminista, parlando non vuole enfatizzare l'aspetto sessuale ma vuole solo indicare il ruolo indicato dal lessema indipendentemente da chi (maschio o femmina) lo esercita, ben consapevole che la funzione prioritaria del genere grammaticale è quella di creare la coesione morfo-testuale normativamente da non violare (il preside non è venuto; *il preside non è venuta).

 5. Il morfema di genere e scelte grafiche

Chi, lasciando sullo sfondo la più volte ribadita funzione primaria di coesione morfo-sintattica del genere grammaticale, sottolinea il ruolo secondario della indicazione del sesso biologico (genere naturale) ha fatto ricorso a più soluzioni grafiche.

Da un lato opta per coppie lessicali tradizionali con anteposizione del sost. femm., per es. "Signore e Signori", "Care amiche e cari amici"; oppure sceglie la variante brachilogica isolando il morfema grammaticale di genere mediante ricorso alla sbarra obliqua es. "Carissime/i". Una terza possibilità, brachilogica, ma uscendo dai simboli alfabetici, è il ricorso all'asterisco, per es. Carissim*, Car* tutt*. Il morfema del plurale maschile e femminile è qui indicato con un segno non-alfabetico, ovvero con un ideogramma (o logogramma), costituito cioè da un disegno a stella (*), ovvero da un significante non-sonoro che rimanda a un significato grammaticale multiplo (genere e numero), analogo per intenderci ai numerali come "1" che indica il valore di una cifra ma non trascrive la pronuncia /uno/.

 5.1. Due proposte eccentriche

Più di recente, sono invece prevalse, con varia fortuna, due ulteriori soluzioni, singolari se non eccentriche. Il ricorso al grafo <u> col valore di morfema del plurale maschile e femminile, per es. Carissimu, Caru tuttu. Un inconveniente invero non piccolo, data la omografia tra la lettera <u> dell'alfabeto, fonologicamente /u/, e tale <morfo-grafo>.

Una ulteriore proposta, avanzata da Vera Gheno (in questa sede già criticamente analizzata (cfr. Sgroi n. 78. La "terza via" dell'anti-sessismo linguistico di Vera Gheno, venerdì 25 sett. 2020) e occasione di garbata ironia su "Linkiesta.it", prevede il ricorso allo schwa, ovvero al simbolo dell'alfabeto fonetico internazionale <ə> , ess. Carissimə, Carə tuttə. Qui l'inconveniente è quello di introdurre un simbolo che rinvia a un suono-fonema inesistente in italiano (comune invece in francese), che va quindi decisamente contro la struttura fonologica dell'italiano. L'innovazione grafica è stata adottata da Michela Murgia. Come informa Aldo Grasso (La lingua e il (difficile) salto nell’inclusività, in "Corriere.it, 22 agosto 2021),  "durante la rassegna stampa di Radio Radicale, Flavia Fratello, giornalista de La7, ha tentato di leggere un pezzo di Michela Murgia", "ma il vero problema è stato formale, meglio orale. Fratello calca un po’ la mano (la voce) ma l’effetto è esilarante".

Il côté paradossale di quest'ultima proposta è costituito dal suo successo, adottata com'è stata anche da una casa editrice e addirittura da una pubblica amministrazione emiliano-romagnola.

Non sembrano invece aver avuto molta fortuna altre "originali" proposte grafiche, con la chiocciola es. Car@, col cancelletto es. Car#, o col punto interrogativo es. Car?, o ancora <car>, <carx>, <cary>.

 6. Benedizione "laica"

Alla fine, "laicamente" ogni scelta è a mio giudizio lecita. Il lettore si comporterà come meglio riterrà opportuno.

Concludendo, alla luce di quanto sopra, -- sottolineando sempre la funzione prioritaria di coesione morfo-sintattica del genere grammaticale, -- non si può non condividere l'analisi equilibrata e ampiamente descrittiva degli usi su visti, non meno che critica verso le ultime due proposte, avanzata da Paolo D'Achille Un asterisco sul genere come risposta (ben 10 pp.) ai "Quesiti" posti dai lettori nella rubrica "Consulenze linguistiche" della Crusca, ora in rete in "Italiano digitale" XVIII, 2021/3 (luglio settembre).

 

Sommario

1. Assioma

2. Funzione prioritaria del genere grammaticale

2.1. "Genere grammaticale = sesso biologico (genere naturale)"?

2.2. I pronomi personali e allocutivi "promiscui"

2.3. Gli individui non-etero, non-binari ("gender-fluid") e trans

2.4. La coesione morfo-sintattica dei nomi non-animati

3. Il genere grammaticale sessuale fossilizzato

4. Scelta "laica"

5. Il morfema di genere e scelte grafiche

5.1. Due proposte eccentriche

6. Benedizione "laica"