Qualche anno fa avevamo segnalato alla redazione del vocabolario Treccani una "stranezza" per quanto attiene al plurale del sostantivo "madrelingua". La "stranezza", a tutt'oggi, è rimasta...
Qui, il plurale corretto - a nostro avviso - di madrelingua.
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Ultima "sorpresa": Il "Dizionario internazionale" (De Mauro) non pluralizza il sostantivo.
domenica 13 ottobre 2019
giovedì 10 ottobre 2019
Perché "i girasoli" e, invece, "i parasole"?
Ci piacerebbe conoscere il motivo per cui i compilatori dei
vocabolari che abbiamo consultato (Devoto-Oli, Gabrielli, Garzanti, Treccani,
Sabatini-Coletti, Zingarelli) usano due pesi e due misure per quanto attiene al
plurale di due sostantivi: girasole e
parasole. In questo caso non si
accapigliano e all'unisono "tuonano": Girasole, plurale i girasoli; parasole, plurale i parasole. Eppure sono sostantivi dello
stesso genere, composti, entrambi, di un verbo e di un nome maschile singolare.
Perché secondo i vocabolari citati uno varia nel plurale e l'altro no? A questo punto dovrebbe restare invariato anche parafulmine (composto come parasole). Mistero
eleusino.
Chi scrive si attiene alla regola della formazione dei nomi composti. Come scritto altre volte, il plurale dei nomi composti con una voce verbale e un sostantivo maschile singolare si ottiene modificando la desinenza del sostantivo: il parafango/i parafanghi; il parasole... i parasoli. Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, attesta la forma plurale parasoli, anche se di uso raro. Il Palazzi, non specificando, lascia intendere la "pluralizzazione" del sostantivo in oggetto. Se qualche linguista…
Chi scrive si attiene alla regola della formazione dei nomi composti. Come scritto altre volte, il plurale dei nomi composti con una voce verbale e un sostantivo maschile singolare si ottiene modificando la desinenza del sostantivo: il parafango/i parafanghi; il parasole... i parasoli. Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, attesta la forma plurale parasoli, anche se di uso raro. Il Palazzi, non specificando, lascia intendere la "pluralizzazione" del sostantivo in oggetto. Se qualche linguista…
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Neutralizzare...
Verbo bruttissimo che propriamente vale "rendere
neutro", "rendere non attivo" e di conseguenza non pericoloso. Sconsigliamo
decisamente - a nostro modo di vedere - l'uso del verbo nelle accezioni di
"impedire", "annullare", "rendere inutile, vano":
la polizia, intervenuta tempestivamente, ha
neutralizzato la rissa. In casi del genere ci sono altri verbi appropriati
che fanno alla bisogna.
***
Il "taglio dei parlamentari"
Quest'espressione, sulla bocca anche di gente acculturata, ci sembra - a nostro modesto avviso - una "castroneria linguistica". I parlamentari "vengono tagliati", "fatti a pezzi"? No, vengono ridotti di numero. Quindi, correttamente (sempre a nostro avviso): "la riduzione (del numero) dei parlamentari". Qualcuno potrà obiettare: Il taglio dei parlamentari è forma ellittica di "taglio (del numero) dei parlamentari". E siamo punto e a capo. Il numero si taglia?
***
Ecco un'altra prova circa la lingua "biforcuta" della stampa
Da un "autorevole" quotidiano in rete:
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Il "taglio dei parlamentari"
Quest'espressione, sulla bocca anche di gente acculturata, ci sembra - a nostro modesto avviso - una "castroneria linguistica". I parlamentari "vengono tagliati", "fatti a pezzi"? No, vengono ridotti di numero. Quindi, correttamente (sempre a nostro avviso): "la riduzione (del numero) dei parlamentari". Qualcuno potrà obiettare: Il taglio dei parlamentari è forma ellittica di "taglio (del numero) dei parlamentari". E siamo punto e a capo. Il numero si taglia?
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Ecco un'altra prova circa la lingua "biforcuta" della stampa
Da un "autorevole" quotidiano in rete:
Qualcun'altro,
invece, è corso a creare un profilo Facebook riportante il nome del Messia solo
per commentare: "Avete violato la mia privacy".
"Vi rendete conto che state ridicolizzando la figura di
Gesù Cristo? Temo di no", è il messaggio di un'utente risentito.mercoledì 9 ottobre 2019
I "pronomi misti"
Se non cadiamo in errore nessun testo grammaticale (di
quelli in nostro possesso) tratta dei "pronomi misti", cosí chiamati
perché hanno una "funzione logica" doppia: contengono in sé due elementi
pronominali fusi in uno: un pronome indefinito (o un pronome dimostrativo) e uno relativo. Si adoperano per
collegare tra loro due proposizioni: la principale e la subordinata: chi parla sarà punito.
Il pronome "chi" sta, infatti, per "colui (pronome dimostrativo) che (pronome relativo)".
Vediamo, per sommi capi, quali sono i pronomi misti:
a) il pronome "chi", riferibile solamente a persone e singolare: chi rompe, paga;
b) il pronome "quanto", con valore neutro e riferibile esclusivamente a cose: non scorderò mai quanto bene mi hai fatto;
c) il pronome "chiunque": chiunque desideri venire, sarà il benvenuto.
Potremmo includervi anche i pronomi "quanti" e "quante" corrispondenti a un pronome dimostrativo e a uno relativo (quelli che, quelle che). Il loro uso corretto è solo nella forma plurale e riferibili, generalmente, a persone: mi rivolgo a quanti sono interessati al progetto.
Non è corretto il distinguo: dott. e dr. Entrambe le abbreviazioni si possono
adoperare e per i laureati in medicina e per i laureati in tutte le altre
discipline. Quanto a "dr." il punto finale non occorre perché non è
una parola troncata [non sono cadute, cioè, le lettere finali rappresentate dal
punto: dott(ore).], ma sincopata. La
sincope è la caduta di una o piú lettere nel corpo di una parola. Dr, dunque, viene dal latino
"doctor" dove sono cadute le lettere interne "octo" [d(octo)r].
Il punto, dunque, non serve perché non sono state tagliate le lettere finali.
***
Ossequiente. Incredibile!!!. Dal "Dizionario dei sinonimi e dei contrari" (Rizzoli). No, *ossequiente (con la "i") è grafia errata. Il medesimo orrore in "Virgilio".
Il pronome "chi" sta, infatti, per "colui (pronome dimostrativo) che (pronome relativo)".
Vediamo, per sommi capi, quali sono i pronomi misti:
a) il pronome "chi", riferibile solamente a persone e singolare: chi rompe, paga;
b) il pronome "quanto", con valore neutro e riferibile esclusivamente a cose: non scorderò mai quanto bene mi hai fatto;
c) il pronome "chiunque": chiunque desideri venire, sarà il benvenuto.
Potremmo includervi anche i pronomi "quanti" e "quante" corrispondenti a un pronome dimostrativo e a uno relativo (quelli che, quelle che). Il loro uso corretto è solo nella forma plurale e riferibili, generalmente, a persone: mi rivolgo a quanti sono interessati al progetto.
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Il Wikizionario alla voce abbreviazioni riporta:
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Ossequiente. Incredibile!!!. Dal "Dizionario dei sinonimi e dei contrari" (Rizzoli). No, *ossequiente (con la "i") è grafia errata. Il medesimo orrore in "Virgilio".
martedì 8 ottobre 2019
Gli Errori ovvero le Verità nascoste

di Alfio Lanaia *
Ecco un libro che ci libera dalle paure,
dai sensi di colpa e dall’ossessione degli errori che commettiamo quando
parliamo e quando scriviamo. Si tratta dell’ultima fatica di Salvatore Claudio Sgroi, Gli Errori ovvero le Verità nascoste, appena uscito per «Lingue e culture in Sicilia. Piccola Biblioteca per la Scuola», una collana che il Centro di studi filologici e linguistici siciliani di Palermo, diretto da Giovanni Ruffino, dedica al mondo della scuola e della cultura.
Lo diciamo subito, non si tratta dell’ennesimo libro sugli errori a cui l’editoria italiana ci ha abituato, anche se in esso vengono studiati in un vero e proprio “prontuario per l’uso linguistico” molti usi linguistici giudicati errati. È un libro, invece, che invita il lettore a dubitare che l’errore sia un oggetto “naturale”, materiale. Secondo Sgroi, infatti, l’“errore” è un uso linguistico giudicato errato in base a criteri di volta in volta diversi: etimologici, logicistici, estetici ecc. Esso in realtà è generato da una Regola nascosta e da scoprire rispetto a un’altra Regola che genera un uso linguistico valutato positivamente. Dietro ogni errore, dunque, vi è una regola altra, una “verità nascosta” che va cercata, scoperta ed esplicitata.
La prima parte del volume è dedicata a una classificazione degli errori [1. errore comunicativo di verbalizzazione, 2. errore diastratico (italiano popolare), 3. improprietà].
La seconda parte è una raccolta di 160 e più schede dedicate a un uso linguistico marcato e scandite dai seguenti item: a) Usi linguistici; b) Due Regole antagoniste; c) Due Genesi; d) Due Norme (usi sociali); e) Valutazione sociolinguistica (corretto-errato?).
In questo modo, dunque, l’autore ci fa scoprire il motivo, la regola (la verità nascosta) che spiega perché molti dicano/dicono egìda al posto di ègida, persuàdere, dissuàdere per persuadère, dissuadère, sàlubre per salùbre, o scrivano/scrivono qual’è invece di qual è, sognamo per sogniamo, e quali siano/sono le regole che ci fanno scegliere arancino o arancina, la tav o il tav, interdisciplinarità o interdisciplinarietà.
Di una frase come a me mi hanno fregato alla grande, che fa inorridire grammar-nazi e neopuristi (“a me mi” non si dice!), viene individuata la Regola antagonista (la verità nascosta), trattandosi di un costrutto con «dislocazione a sinistra» con valore enfatico: “a me” è il tema collocato in posizione prolettica e ripreso dal pronome “mi”, obbligatorio, in questo caso.
La «Genesi» di queste regole può essere di tipo “endogeno” oppure “esogeno”: così mettere la macchina nel garage è una frase endogena, mentre entrare la macchina (nel garage) è di tipo esogeno, in quanto di provenienza dialettale.
Detto ciò, come si fa a decidere quale delle due Norme sia/è quella errata? Sgroi propone un duplice criterio per etichettare l’uso di un parlante nativo come “errato”: a) è errato un testo poco comprensibile o incomprensibile di qualunque parlante, colto e incolto che sia; b) è errato un uso tipicamente e pressoché esclusivo dell’italiano popolare, in quanto socialmente privo di prestigio e ostacolo serio all’integrazione sociale.
Un libro, dunque, che non vuole confermare il lettore nei suoi pregiudizi e nelle sue certezze, ma vuole, al contrario, invitarlo a riflettere, a insinuargli il dubbio: se un uso linguistico, considerato errato, lo ritroviamo non solo diffuso nell’italiano dell’uso medio o nelle tante varietà regionali, ma anche nella migliore letteratura (De Roberto, Brancati, Sciascia) risulta veramente difficile classificarlo come errore tout court senza scoprirne la verità nascosta.
* Linguista e già docente a contratto
presso l'università di Catania
lunedì 7 ottobre 2019
L'«alterazione» dei falsi... alterati
I suffissi "alterativi" -accia, -etto,
-ino, -one, ecc. - elementi grammaticali che servono per l'alterazione dei sostantivi - molto spesso traggono in inganno perché non sempre alterano il nome ma sono parti integranti di un altro sostantivo; sono, cioè, le sillabe finali di un termine diverso.
Perché abbiamo deciso di parlare - sia pure per sommi capi - di questo argomento? Perché molti studenti si trovano in difficoltà quando debbono fare l'analisi grammaticale di alcuni termini che possono essere interpretati come sostantivi alterati.
Vediamo qualche esempio, lasciando al cortese lettore la facilissima individuazione della diversa accezione: foca/focaccia; cavallo/cavalletto; lupo/lupino; lampo/lampone; tacco/tacchino; viso/visone; rapa/rapina; matto/mattone; tino/tinello.
***
Il plurale di "tostapane"
Attendiamo la reprimenda, anzi gli strali, di qualche linguista - qualora si imbattesse in questo sito - perché ciò che stiamo per scrivere non ha l'«imprimatur» dei sacri testi grammaticali e dei vocabolari dell'uso. Ma, con "somma presunzione", andiamo avanti per la nostra strada. Intendiamo parlare di un sostantivo attestato come invariabile: tostapane. Questo sostantivo, appartenendo alla schiera dei nomi composti, essendo formato con una voce verbale (tostare) e un sostantivo maschile singolare (pane) deve seguire la regola della formazione del plurale di questo genere di nomi: nel plurale mutano la desinenza del sostantivo: il parafango/i parafanghi; il passaporto/i passaporti; il parafulmine/i parafulmini; il tostapane... i tostapani. Si obietterà: il pane è uno solo, come il tostapane. No, ci sono vari tipi di pane e di tostapane. Dalla nostra abbiamo il Wikizionario.
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Correttamente: allerta arancione e gialla. Treccani: all’érta (o allérta) locuz. avv. – Grido o esortazione di controllo delle sentinelle fra loro; per estens., nel linguaggio corrente, voce d’incitamento a fare attenzione, a essere vigili, o, meno com., ad alzarsi, a operare; com. anche la locuz. stare all’erta, vigilare, tenersi pronti a prevenire o affrontare un pericolo. Come s. f., allerta (ma più com. preallarme), segnale di pericolo di incursioni aeree, precedente all’allarme; anche estens., essere, mettere in stato di allerta, di allarme.
-ino, -one, ecc. - elementi grammaticali che servono per l'alterazione dei sostantivi - molto spesso traggono in inganno perché non sempre alterano il nome ma sono parti integranti di un altro sostantivo; sono, cioè, le sillabe finali di un termine diverso.
Perché abbiamo deciso di parlare - sia pure per sommi capi - di questo argomento? Perché molti studenti si trovano in difficoltà quando debbono fare l'analisi grammaticale di alcuni termini che possono essere interpretati come sostantivi alterati.
Vediamo qualche esempio, lasciando al cortese lettore la facilissima individuazione della diversa accezione: foca/focaccia; cavallo/cavalletto; lupo/lupino; lampo/lampone; tacco/tacchino; viso/visone; rapa/rapina; matto/mattone; tino/tinello.
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Il plurale di "tostapane"
Attendiamo la reprimenda, anzi gli strali, di qualche linguista - qualora si imbattesse in questo sito - perché ciò che stiamo per scrivere non ha l'«imprimatur» dei sacri testi grammaticali e dei vocabolari dell'uso. Ma, con "somma presunzione", andiamo avanti per la nostra strada. Intendiamo parlare di un sostantivo attestato come invariabile: tostapane. Questo sostantivo, appartenendo alla schiera dei nomi composti, essendo formato con una voce verbale (tostare) e un sostantivo maschile singolare (pane) deve seguire la regola della formazione del plurale di questo genere di nomi: nel plurale mutano la desinenza del sostantivo: il parafango/i parafanghi; il passaporto/i passaporti; il parafulmine/i parafulmini; il tostapane... i tostapani. Si obietterà: il pane è uno solo, come il tostapane. No, ci sono vari tipi di pane e di tostapane. Dalla nostra abbiamo il Wikizionario.
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La lingua "biforcuta" della stampa
Previsioni
In arrivo temporali e
venti forti. Allerta arancione e giallo in molte regioni-----------
Correttamente: allerta arancione e gialla. Treccani: all’érta (o allérta) locuz. avv. – Grido o esortazione di controllo delle sentinelle fra loro; per estens., nel linguaggio corrente, voce d’incitamento a fare attenzione, a essere vigili, o, meno com., ad alzarsi, a operare; com. anche la locuz. stare all’erta, vigilare, tenersi pronti a prevenire o affrontare un pericolo. Come s. f., allerta (ma più com. preallarme), segnale di pericolo di incursioni aeree, precedente all’allarme; anche estens., essere, mettere in stato di allerta, di allarme.
domenica 6 ottobre 2019
Letteralmente morto per la stanchezza
Molti giornalisti e scrittori usano infarcire i loro
scritti di avverbi terminanti in -mente, quasi questi ultimi fossero un
condimento indispensabile per insaporire le idee che mettono su carta. Tra gli
avverbi, il più adoperato e, linguisticamente, il più logoro è, senza ombra di
dubbio, letteralmente che, come fa notare il vocabolario Devoto-Oli, «sottolinea
la particolare intensità o assolutezza di una condizione».
Chi non ha mai letto frasi del tipo Giovanni, letteralmente morto per la stanchezza? Con l'avverbio letteralmente si vuole mettere in evidenza, appunto, la particolare intensità della stanchezza. È necessario osservare, però, che il significato proprio dell'avverbio in questione è nel senso letterale del termine, seguito, per tanto, da un aggettivo metaforico scancella il senso metaforico stesso.
A nostro modesto avviso, quindi, c'è una palese contraddizione interna che deve essere assolutamente eliminata. Come? Semplicissimo. O si toglie l'avverbio (letteralmente) o si elimina la metafora: morto per la stanchezza (morto in senso metaforico, per l'appunto).
Colui che è letteralmente morto per la stanchezza non abbisogna di una poltrona, sibbene di un impresario di onoranze funebri che scelga per lui una comoda bara, eventualmente rivestita di raso. Scherzi a parte, non vi sembra che di questo letteralmente se ne possa fare... letteralmente a meno?
E che dire del verbo subire, anche questo usato in tutte le salse da giornalisti e scrittori? Subire, sarà bene ricordarlo, significa — come recitano i vocabolari — sopportare e, generalmente, si sopporta qualcosa di spiacevole, di increscioso. Usarlo nel senso di incrementare — come ci capita di leggere e di sentire spesso — ci sembra una piccola grande sciocchezza: le vendite di quel prodotto hanno subito un aumento notevole.
Pedanteria? A voi la risposta, gentili amici amanti del bel parlare e del bello scrivere.
***
La lingua "biforcuta" della stampa
La Matiz Chevrolet con a bordo tre ragazze e un ragazzo di circa 20 anni si è cappottata all'una e mezza
----------
Correttamente: ha cappottato. ("Piú corretto": all'una e mezzo).
Chi non ha mai letto frasi del tipo Giovanni, letteralmente morto per la stanchezza? Con l'avverbio letteralmente si vuole mettere in evidenza, appunto, la particolare intensità della stanchezza. È necessario osservare, però, che il significato proprio dell'avverbio in questione è nel senso letterale del termine, seguito, per tanto, da un aggettivo metaforico scancella il senso metaforico stesso.
A nostro modesto avviso, quindi, c'è una palese contraddizione interna che deve essere assolutamente eliminata. Come? Semplicissimo. O si toglie l'avverbio (letteralmente) o si elimina la metafora: morto per la stanchezza (morto in senso metaforico, per l'appunto).
Colui che è letteralmente morto per la stanchezza non abbisogna di una poltrona, sibbene di un impresario di onoranze funebri che scelga per lui una comoda bara, eventualmente rivestita di raso. Scherzi a parte, non vi sembra che di questo letteralmente se ne possa fare... letteralmente a meno?
E che dire del verbo subire, anche questo usato in tutte le salse da giornalisti e scrittori? Subire, sarà bene ricordarlo, significa — come recitano i vocabolari — sopportare e, generalmente, si sopporta qualcosa di spiacevole, di increscioso. Usarlo nel senso di incrementare — come ci capita di leggere e di sentire spesso — ci sembra una piccola grande sciocchezza: le vendite di quel prodotto hanno subito un aumento notevole.
Pedanteria? A voi la risposta, gentili amici amanti del bel parlare e del bello scrivere.
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La lingua "biforcuta" della stampa
La Matiz Chevrolet con a bordo tre ragazze e un ragazzo di circa 20 anni si è cappottata all'una e mezza
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Correttamente: ha cappottato. ("Piú corretto": all'una e mezzo).
sabato 5 ottobre 2019
Gli articoli si pubblicano, non appariscono
L'intervento di ieri sul congiuntivo presente del verbo "apparire" ci ha richiamato alla mente alcune nostre vecchie noterelle sull'uso non sempre acconcio dei verbi "proferire" e del menzionato "apparire". Le riproponiamo.
Leggiamo spesso sulla stampa frasi tipo «l’articolo apparso su questo giornale...». È un uso improprio del verbo, per non dire errato. Le apparizioni – ci sia consentito – sono una caratteristica degli ectoplasmi; un articolo di giornale si pubblica, non appare. Apparire significa, infatti, manifestarsi e un articolo si pubblica, per l’appunto, non si manifesta. Di converso una persona viva e vegeta compare, non appare: «all’improvviso è comparso Giovanni».
E che cosa dire di profferire in luogo di proferire (con una sola f)? Alcuni ritengono che questo verbo sia sovrabbondante, il termine, però, è improprio (complici i vocabolari permissivi?), ossia che si possa scrivere (e pronunciare) indifferentemente con una o due f. No, non è così.
Questo verbo cambiando di grafia cambia anche di significato; con una sola f (proferire) sta per dire, pronunciare, esclamare: «Francesco non proferì parola» (non disse una parola); con due f (profferire) significa offrire, regalare, mettersi a disposizione: «Luigi gli profferì il suo aiuto» (si mise a sua disposizione per aiutarlo).
***
Frullare e frollare
Si presti attenzione a questi due verbi perché spesso si confondono; hanno, invece, significati differenti. Il primo si adopera e in senso proprio e in senso figurato. In senso proprio indica il "rumore" dei volatili quando si alzano in volo e nei tempi composti richiede l'ausiliare avere: le rondini hanno frullato; con uso figurato, e nei tempi composti con l'ausiliare essere, sta per "idea che viene in mente": questa volta quale idea ti è frullata nella testa? È intransitivo, ma si può adoperare transitivamente con il significato di "agitare nel frullino": ha frullato due banane e due albicocche. Il secondo, frollare, significa "rendere morbido, tenero", si dice soprattutto di carni commestibili.
venerdì 4 ottobre 2019
Che egli apparisca o appaia?

I linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota scrivono - nel loro pregevole volumetto "Viva il congiuntivo!" - che il presente congiuntivo del verbo "apparire" è: appaia/appaia/appaia/appariamo/
appariate/appaiano. Giustissimo.
Avrebbero fatto un lavoro ancora piú pregevole se avessero specificato che le prime tre persone singolari e la terza plurale possono essere coniugate anche con l'inserimento dell'infisso "-isc-" tra il tema e la desinenza: apparisca/apparisca/apparisca/appariscano (ciò vale anche per il presente indicativo: apparisco/apparisci/apparisce/appariscono). Probabilmente avrebbero evitato uno zezzío (rimprovero) al figlio di un nostro carissimo amico perché in un componimento ha scritto: «Speriamo che quell'uomo cattivo non apparisca piú nei miei sogni».
Sicuramente il giovinetto ha adoperato la forma "incriminata" ma non errata (apparisca) inconsapevolmente; ma è grave, gravissima, l'ignoranza del docente. Sarà uno di quegli insegnanti formati dalla scuola di oggi, dove, a furia di riforme e controriforme è stata "riformata" anche la lingua di Dante. Poveri noi!
***
La parola proposta da questo portale: chietineria. Sostantivo femminile sinonimo di "ipocrisia", "bigotteria".
giovedì 3 ottobre 2019
Tenere non significa "giudicare", "reputare", "stimare" (e simili)
Il verbo "tenere" non è sinonimo - come molti
credono, e tra questi anche "gente di cultura" - di
"stimare", "reputare", "giudicare" e simili. Le
espressioni comuni, pertanto, "tenere in molto o poco conto",
"tenere in molta o poca considerazione" (una persona) sono da
gettare, decisamente, alle ortiche.
Sí, sappiamo benissimo che molte cosí dette grandi firme le adoperano a ogni piè sospinto; ma sappiamo anche che molte "grandi firme", facendosi scudo del proprio nome, adoperano la lingua a loro piacimento non rispettando, assolutamente, le "piú elementari" norme sintattico-grammaticali, inducendo in errore i malcapitati studenti (a proposito, non sappiamo se ancora si commentano i giornali nelle aule scolastiche).
Voi, cortesi amanti/amatori della lingua di Dante e di Manzoni, non seguite questi esempi negativi. Non usate - come abbiamo letto in un articolo di un "giornalista di fama", che non menzioniamo per carità di patria, il predetto verbo anche nelle accezioni di "importare", "volere", "desiderare", "premere". Tutte forme dialettali che in uno scritto sorvegliato sono da matita blu.
***
La parola proposta da questo portale, tratta dal De Mauro: incuculito. Aggettivo che sta per "ostinato", "intestardito".
Sí, sappiamo benissimo che molte cosí dette grandi firme le adoperano a ogni piè sospinto; ma sappiamo anche che molte "grandi firme", facendosi scudo del proprio nome, adoperano la lingua a loro piacimento non rispettando, assolutamente, le "piú elementari" norme sintattico-grammaticali, inducendo in errore i malcapitati studenti (a proposito, non sappiamo se ancora si commentano i giornali nelle aule scolastiche).
Voi, cortesi amanti/amatori della lingua di Dante e di Manzoni, non seguite questi esempi negativi. Non usate - come abbiamo letto in un articolo di un "giornalista di fama", che non menzioniamo per carità di patria, il predetto verbo anche nelle accezioni di "importare", "volere", "desiderare", "premere". Tutte forme dialettali che in uno scritto sorvegliato sono da matita blu.
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La parola proposta da questo portale, tratta dal De Mauro: incuculito. Aggettivo che sta per "ostinato", "intestardito".
mercoledì 2 ottobre 2019
Stante: verbo, aggettivo e preposizione impropria
Due parole sul participio presente del verbo stare ("stante")
che, come tutti i participi, può avere valore di verbo e di aggettivo. Mantiene
il suo valore verbale in determinate espressioni come, per esempio, seduta
stante, vale a dire nel corso di una seduta. Ha valore aggettivale nelle
locuzioni nel mese stante, nella settimana stante ecc.,
ossia nel mese corrente, nella settimana in corso. Può svolgere anche la
funzione di preposizione impropria con il significato di "per",
"a causa di": stante la
forte nevicata non sono potuto uscire. Se non cadiamo in errore è l'unico
participio presente che gode di questo "privilegio".
Belluno ; come s. m., abitante o nativo di Belluno (anche femm.: una b., le b.), il dialetto veneto parlato a Belluno, e, con iniziale maiuscola (il B., nel B., ecc.), il territorio della provincia di Belluno; (…)».
***
Stupisce, e non poco, il constatare che gli esperti dell'Accademia
della Crusca non usino/usano l'iniziale maiuscola con i nomi indicanti un'area
geografica, contravvenendo alla "legge della Lingua" (meglio, forse, alla "consuetudine linguistica"). Leggiamo,
infatti, da "Risposte ai quesiti" del sito dell'Accademia: «Un lettore ci segnala l’uso di pedancola,
come sinonimo di passerella, nella segnaletica stradale del cuneese, e
ci chiede se si tratti di un piemontesismo». Cuneese, dunque, vuole la
maiuscola trattandosi di un'area geografica. Il Treccani in rete riporta: «cuneése (o cuneènse) agg. e s. m. e f. – Della città e provincia piemontese di Cuneo; come sost., abitante, originario o nativo di Cuneo. Come s. m., e di solito con iniziale maiuscola, il Cuneese, il territorio di Cuneo». Un altro esempio, sempre dal Treccani: «bellunése agg. e s. m. e f. – Della città e provincia veneta di
***
La parola proposta da questo portale: buiccio. Sostantivo maschile sinonimo di
penombra. Tratto da "buio" con l'aggiunta del suffisso
"-iccio" [dal latino
"-iciu(m)"]. Questo suffisso si usa, generalmente, per formare i
diminutivi (spesso con una connotazione negativa). Buiccio alla lettera sta,
dunque, per "piccolo buio".
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