martedì 11 febbraio 2025

Due complementi simili: specificazione e denominazione

 


L
a lingua italiana è ricca di complementi (o espansioni o determinazioni) che, come dice la stessa parola, servono a completare il senso della frase (o proposizione). Tra questi, due sono simili e molto spesso vengono confusi, ma hanno funzioni e usi nettamente distinti: il complemento di specificazione e quello di denominazione. Vediamo di “sbrogliare la matassa”.

Il complemento di specificazione, lo dice lo stesso nome, è utilizzato per precisare o determinare meglio il significato di un sostantivo; viene introdotto, generalmente, dalla preposizione “di”: il libro di Marco è interessante; "la casa dei miei nonni è antica".

Riconoscere il complemento di specificazione è relativamente semplice: basta cercare la preposizione "di" seguita da un sostantivo (o da un pronome) che ne precisa il significato. È un complemento molto comune e viene adoperato in varie forme di comunicazione per evitare ambiguità e rendere il discorso più chiaro.

Il complemento di denominazione, invece, serve a indicare il nome o il titolo di qualcuno o qualcosa, spesso riferendosi a città, nazioni, fiumi, mari, laghi e località varie. È introdotto dalla preposizione "di": la città di Roma è affascinante. In questo caso "di Roma" è un complemento di denominazione, perché designa (denomina) il nome della città. Un altro esempio: il monte Everest è la vetta più alta al mondo. Qui, "Everest" specifica il nome del monte.

P
er riconoscere il complemento di denominazione occorre prestare molta attenzione al contesto: è spesso legato a titoli, nomi propri e denominazioni ufficiali. Si tratta di un complemento che aggiunge precisione e formalità al discorso, chiarendo in modo inequivocabile di chi o di cosa si sta / stia parlando.

U
na differenza fondamentale tra i due complementi è dunque la loro funzione specifica. Mentre il complemento di specificazione aggiunge un dettaglio che specifica il significato di un elemento della proposizione, quello di denominazione identifica direttamente il nome o il titolo di qualcuno o qualcosa.


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Alcune grammatiche classificano i sostantivi Natale, Pasqua ed Epifania tra i cosí detti nomi difettivi, nomi, cioè, privi o di singolare o di plurale. Natale, Pasqua ed Epifania non avrebbero la forma plurale. Francamente non riusciamo a capire perché dovrebbero essere solo singolari. Non diciamo, per esempio, tutti i Natali trascorsi insieme? Oppure, nei tempi andati non si era soliti, nelle Epifanie, fare dei regali ai vigili urbani? Ancora. Quante Pasque, amico mio, sono trascorse da quando ci conosciamo? Naturalmente attendiamo gli strali del solito linguista "d'assalto".




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lunedì 10 febbraio 2025

La "lingua plastificata"

 

C'era una volta, in un lontano marchesato, Verbalonia, un giovane, Allegro, figlio del marchese, noto per la sua sincerità e per il suo modo genuino di parlare con i sudditi di suo padre. Ogni giorno passeggiava per le strade del marchesato, conversava con tutti e ascoltava le loro storie.

Un bel dì, un mago, Verbosio, arrivò nel piccolo Stato con l’intenzione di mostrare a tutti, in particolare al giovane marchese, la sua capacità di creare parole incantevoli, ma non sempre sincere.

Pensando di impressionare tutti, Verbosio trasformò, con la sua bacchetta magica, il linguaggio degli abitanti di Verbalonia in una "lingua di plastica", cioè in un linguaggio artificiale e meccanico, spesso percepito come vuoto e privo di autenticità e caratterizzato dall'uso di parole elaborate e frasi preconfezionate che non trasmettono emozioni reali o significati profondi.

Sotto l’effetto della magia la gente invece di dire, per esempio, "sono felice di vederti" diceva "è una straordinaria opportunità di interfacciarsi con la tua presenza positiva". Quando le massaie andavano a fare la spesa, invece di domandare "dove posso trovare le mele?" dicevano "potresti indicarmi la localizzazione delle unità di frutta?"

All'inizio, il giovane Allegro era affascinato dalla magia di Verbosio. Ma presto si accorse che qualcosa non andava. Gli abitanti di Verbalonia non sorridevano più durante le conversazioni, e nessuno sembrava davvero ascoltarsi a vicenda. Ogni discorso sembrava una sorta di recita senza alcun sentimento.

Allegro decise, quindi, di organizzare una festa in piazza per cercare di capire meglio cosa stesse succedendo. Durante il banchetto, uno degli invitati, cercando di fare un brindisi, disse: "Alla sinergia e alla produttività crescente di questo consesso sociale". Nessuno degli astanti capiva davvero cosa volesse dire, e il brindisi fu accolto, anziché da un applauso, da un imbarazzante silenzio.

Desideroso di ripristinare l' “autenticità linguistica” nel marchesato, Allegro andò a trovare il mago Verbosio: "La tua magia è potente, ma ha tolto l'anima alle nostre parole. In Verbalonia, vogliamo comunicare con sincerità ed emozione, non con frasi vuote e prefabbricate."

Il mago, toccato dalle parole del giovane marchese, capì il suo grave errore. Con un altro tocco della sua bacchetta annullò l'incantesimo e restituì ai cittadini di Verbalonia il loro modo genuino di parlare.

Da quel giorno in poi, il marchesino Allegro e i suoi connazionali parlarono sempre con sincerità e autenticità, ricordando che le parole non sono solo suoni, ma ponti che collegano i cuori delle persone.

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La lingua di plastica soffoca l'autenticità e riduce la comunicazione a un flusso sterile di frasi fatte.

Ogni volta che usiamo la lingua di plastica, perdiamo un pezzo della nostra vera voce.

La lingua di plastica è il rifugio delle idee vuote e delle emozioni contraffatte.

Solo chi ha paura della verità si nasconde dietro la lingua di plastica.


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Appresso

Ecco, fra i tanti, un vocabolo non sempre adoperato secondo i "canoni linguistici". Il significato fondamentale del termine, che è avverbio e preposizione, è "vicino", "dietro", "accanto". Molto spesso viene impiegato con un'accezione che non gli appartiene: "in seguito", "dopo". È un uso prettamente regionale e in buona lingua italiana da evitare. Non diremo, per esempio, di questo problema parleremo appresso, ma, correttamente, "in seguito", "dopo", "più tardi".



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domenica 9 febbraio 2025

Irrorare e irrogare

 


P
rendiamo spunto da un commento di un lettore per vedere la differenza di significato dei verbi “irrorare” e “irrogare” perché, per la loro assonanza, spesso si confondono.

Il verbo "irrorare" implica l'azione di spruzzare o cospargere una superficie con un liquido, come acqua o sostanze chimiche. In senso figurato "irrorare" può descrivere la diffusione di qualcosa in modo ampio e pervasivo, come, per esempio, una notizia che si diffonde rapidamente tra la popolazione, causando grande agitazione. Il verbo in oggetto è pari pari il latino "irrorare", che significa letteralmente "bagnare di rugiada" o "cospargere di liquido".

“I
rrogare" significa, invece, infliggere una pena, una sanzione, una multa, e trova il suo uso prevalente in ambito legale e amministrativo. Un tribunale, per esempio, può decidere di irrogare una multa ai trasgressori delle norme ambientali, o le autorità possono irrogare sanzioni pecuniarie per violazioni del codice della strada. Le aziende, altresì, possono irrogare sospensioni disciplinari ai dipendenti che violano i regolamenti interni. Anche "irrogare" è pari pari il latino "irrogare", composto con "in-" (prefisso indicante movimento verso l'interno) e "rogare" (chiedere, proporre), e significa letteralmente "imporre su richiesta".

L
e principali differenze che intercorrono tra i due verbi riguardano il loro significato e il contesto d'uso. Mentre "irrorare" viene adoperato soprattutto per descrivere l'azione di spruzzare o cospargere un liquido su una superficie, con un possibile uso figurato (come abbiamo visto), "irrogare" si riferisce all'imposizione di pene o sanzioni in contesti legali e amministrativi. Per concludere. "Irrorare" è legato all'azione di bagnare o cospargere con liquidi, "irrogare" fa riferimento all'azione di imporre qualcosa su richiesta o come conseguenza di una decisione.


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sabato 8 febbraio 2025

Osservazioni linguistico-grammaticali

 


Dappresso e davanti

Il primo vocabolo si può scrivere anche in due parole: da presso. Mai con l’apostrofo (d’appresso). Il secondo, preposizione impropria, si costruisce regolarmente con la a: abito davanti a lui. Si sconsiglia l’impiego della preposizione unita direttamente al sostantivo: passavo davanti la casa; meglio davanti alla casa. La medesima “regola” vale per dinanzi e checché ne dicano certi vocabolari la "di" non è geminante, vale a dire non fa raddoppiare la "n" (*dinnanzi). L' "errore" è dovuto, probabilmente, per un accostamento analogico con “innanzi” il cui rafforzamento sintattico (raddoppiamento della “n”) è solo apparente perché la doppia “n” risulta dalla fusione di “in” e dalla locuzione latina “in antea” già contratta in “nanzi” (in + in antea = in nanzi = innanzi); dinanzi deriva, invece, dalla fusione di “di” e di “nanzi” = dinanzi).

Sanguinario e sanguinoso

Si presti attenzione ai due termini: il primo può essere tanto sostantivo quanto aggettivo (quell’uomo è un sanguinario; un pazzo sanguinario); il secondo è solo aggettivo (una ferita sanguinosa). Vediamo la composizione e il significato intrinseco delle due parole. Sanguinario, dunque, significa che è portato a uccidere e ce lo dice il suffisso "-ario" atto a indicare un mestiere, una professione, un’attività (impresa / impresario; banca / bancario; sangue... sanguinario). Sanguinoso, invece, con il suffisso "-oso" che indica la presenza di una certa qualità o condizione, sta per sporco di sangue.

Il cammello evangelico

Forse non tutti sanno che quanto si legge nel Vangelo di San Matteo «È più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli», il cammello non c’entra nulla. In realtà San Gerolamo, che tradusse dal greco al latino il testo, interpretò il termine kamelos come cammello, mentre l'esatto significato è grossa fune utilizzata per l'attracco delle navi. Il senso della frase resta ugualmente lo stesso, ma acquista molta più consistenza.

La battologia

Chissà quanti amici lettori sono affetti da un malanno linguistico chiamato "battologia" e non lo sanno perché questa "patologia linguistica" è ignorata dalla maggior parte dei testi linguistico-grammaticali. Cos'è, dunque, questa malattia? È la ripetizione inutile (e spesso fastidiosa) delle medesime parole nel corso del discorso: lo sapevo che il direttore non mi avrebbe ricevuto, lo sapevo.

Lo spoglio e gli spogli

Si faccia attenzione al sostantivo in oggetto perché nella forma plurale cambia totalmente di significato. Adoperato nel singolare indica "una raccolta di dati", "una cernita" e simili: lo spoglio delle schede non è ancora terminato. Nel plurale, invece, sta per "abiti, vestiti dismessi": quegli spogli, ormai, non li metto piú.

Abbonare e abbonire

I verbi suddetti non sono l’uno sinonimo dell’altro in quanto cambiano di significato mutando di coniugazione. Il primo, si presti attenzione, si coniuga secondo la “legge” del dittongo mobile e significa “defalcare una parte di un credito a vantaggio del debitore”: Giovanni ha abbonato all’amico Luigi la somma di cinquemila euro; usato nella forma riflessiva vale “pagare una determinata somma per ottenere un servizio”: mi sono abbonato al mio giornale preferito. Il secondo, abbonire, si coniuga inserendo, in alcuni tempi e modi, l’infisso “-isc-“ e significa “placare”, “calmare” e simili: non sono riuscito ad abbonirlo.


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La lingua “biforcuta” della stampa

Cpi, 79 paesi contro le sanzioni di Trump ma l'Italia non firma

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In buona lingua paese richiede l’iniziale maiuscola quando sta per stato, nazione. Correttamente, quindi: (…) 79 Paesi (…).


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Morto il rapinatore colpito alla testa del vigilante: l’uomo ha sparato 10 colpi contro i ladri in fuga ed è indagato per omicidio

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AAA. cercasi interprete (colpito alla testa del vigilante).



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venerdì 7 febbraio 2025

I forestierismi, anglicismi in particolare, arricchiscono la nostra dolce lingua italiana?

 


In questi ultimi decenni il nostro idioma ha subito un'influenza crescente da parte della lingua di Albione. Questo fenomeno, noto come "anglicismo", riguarda l'introduzione e l'uso di termini inglesi nel nostro lessico quotidiano, scritto e parlato. Ma cosa spinge una lingua così ricca e storicamente significativa come la nostra a “catturare” vocaboli stranieri? E quali sono le conseguenze di questa tendenza?

Gli anglicismi o inglesismi spesso entrano nella lingua di Dante attraverso la tecnologia, l'economia e la cultura popolare. Termini come "computer", "internet", "shopping", "smartphone" e "deadline" sono diventati parte integrante del nostro lessico. Ciò avviene principalmente perché l'inglese è considerato la lingua della modernità e dell'innovazione (?).

Gli anglicismi, inoltre, sono ritenuti “più pratici ed efficienti”. La brevità di molte parole inglesi, come "chat" invece di "chiacchierata" o "email" anziché "posta elettronica" (o “elettroposta”, un nostro modesto neologismo) le rende preferibili nel linguaggio colloquiale e professionale. Infine, il mercato e la pubblicità hanno un ruolo cruciale nell'introduzione di termini inglesi, spesso impiegati per rendere i prodotti più accattivanti e internazionali.

L’uso indiscriminato di anglicismi, tuttavia, può produrre effetti negativi. Uno dei rischi, fra i tanti, è la perdita della nostra identità linguistica. La lingua è un riflesso della cultura e dell'identità di un popolo, e l'abuso di parole straniere può impoverire il nostro patrimonio linguistico. Termini italiani, per esempio, come "telefonino" (o “trillino”, un altro nostro neologismo) o "messaggio" vengono sempre più sostituiti da "smartphone" e "message".

L’eccessivo uso di anglicismi può creare barriere comunicative, soprattutto tra le generazioni. Gli anziani, per esempio, meno esposti all'influenza dell'inglese, possono trovare difficoltà nel comprendere i giovani che adoperano, sempre più spesso, termini anglosassoni. Questo divario linguistico può estendersi anche all'interno delle comunità, dove chi non conosce la lingua d’oltre Manica può sentirsi escluso o svantaggiato.

È importante, quindi, trovare un equilibrio tra l'impiego di vocaboli stranieri e la preservazione della nostra lingua madre. La lingua italiana deve evolversi e adattarsi ai tempi, ma senza perdere la sua essenza. In questo senso sarebbe molto utile promuovere l'uso di equivalenti italiani per i termini inglesi e valorizzare maggiormente il nostro ricco vocabolario.

In ambito educativo, per esempio, l’istituzione scolastica potrebbe incoraggiare gli studenti a usare vocaboli italiani (al posto di quelli barbari) quando possibile, insegnando loro sia i termini inglesi sia i corrispondenti italiani. Anche i professionisti della comunicazione possono fare la loro parte, scegliendo con attenzione le parole da utilizzare nei loro commenti.

Gli anglicismi, insomma, possono arricchire la lingua italiana, ma è fondamentale usarli con consapevolezza e moderazione. Il nostro idioma è un tesoro da preservare e proteggere, e spetta a noi mantenerne vive la bellezza, la musicalità e la peculiarità. L'importante, inoltre, è non perdere di vista le radici della nostra cultura linguistica e trovare il modo di integrarla, senza imbastardirla, con i contributi esterni.

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LatinEnglish

La stampa ci inonda di anglicismi (americanismi, in particolare). Non c’è un articolo in cui non ci si imbatta, per esempio, in benefit, cash, casual, climax, colossal, community, design, profit, ritual ecc. Ci piacerebbe sapere, in proposito, se gli articolisti quando ricorrono all’uso degli anglicismi sono consapevoli del fatto che buona parte di questi sono figli del latino. Ce lo dice Paolo Uras, nel suo magistrale libro LatinEnglish, che con certosina ricerca ha raccolto, in ordine alfabetico, tutti i termini inglesi derivati dalla lingua di Cicerone. Per maggiori dettagli su questa istruttiva opera, che consigliamo vivamente di leggere, si clicchi qui.

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La lingua “biforcuta” della stampa

Chiedono soldi a nome del ministro della Difesa: un'imprenditore ha versato 1 milione di euro

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Non si dica che si tratta di un “normale” refuso: per inserire l’apostrofo (tremendamente errato) il redattore titolista ha dovuto pigiare un tasto in più.

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La doppia vita del prof "insospettabile": insegna matematica a scuola e spaccia droga nel tempo libero. Incassi da oltre 10mila euro

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Nella lingua di Dante e di Manzoni: di oltre 10mila euro. In quella cispadana: da oltre (…).



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giovedì 6 febbraio 2025

La passione italiana per gli anglicismi.  Vintage, parola magica 

 

 


di Claudio Antonelli (da Montréal)

Diverse parole italiane sono state eliminate e sostituite dal corrispettivo inglese.  E tale fenomeno è in triste crescita. Flop, ad esempio, ha rimpiazzato definitivamente fiasco, pressing ha sloggiato pressione, killer ha fatto fuori in un sol colpo l’assassino, l’omicida, il sicario e l’uccisore. La parola inglese è preferita a quella italiana a causa dal nobile foro da cui proviene: l’incomparabile bocca americana. Inutile quindi sperare che il gossip venga un giorno abbandonato per un nostalgico ritorno a pettegolezzo o a dicerie, entrambi definitivamente affossati. 

Tra le parole inglesi che hanno una presa straordinaria sugli italiani spicca vintage: termine che non ha un suo vero equivalente in italiano, e che quindi ha assunto nella penisola una connotazione che io definirei magica. Tanto che io mi stupisco che nessuno nella penisola abbia ancora battezzato sua figlia Vintage, per cercare di darle una nascita nobile e garantirle, quando sarà, un matrimonio veramente all'altezza.  

Sul lungomare di Ladispoli (Roma), località che conosco bene, esiste persino il "Bar Vintage". Per me, il termine vintage associato a un bar-ristorante ha per effetto di dargli un odore e un sapore di stantio, entrambi sgradevoli. Per gli italiani, invece, poche parole hanno il fascino e direi la freschezza e la fragranza di vintage. Miracoli di una lingua, l’inglese, ch’essi spesso non conoscono ma che succhiano con delizia. 

Vintage, in italiano, ha un significato che innalza di molto il significato originario anglo-americano indicante un articolo di seconda mano o anche mai usato, ma creato in epoca anteriore. Per gli italiani, vintage – parola che molti di loro pronunciano con bocca tremante perché sopraffatti dall'emozione – è qualcosa di più, molto di più. Essa evoca nostalgie di irripetibili momenti... Irripetibili ed inesprimibili. Cosicché io non tenterò di fornirvi la connotazione italiana di questo termine aulico, vaporoso, merlettato, perché non ci riuscirei. Mi basterà dire che il conduttore di un programma radiofonico italiano interrogò non ricordo più se un'antropologa o una sociologa sul vero significato di vintage. L'esperta tentò l'impossibile arrabattando una definizione. Ma senza successo. I suoi tentativi di spiegare il termine sfociavano ogni volta in sussurri, mormorii estatici e in gridolini di piacere, perché vintage era parola ch’ella non riusciva a pronunciare senza venir sommersa dalla calda onda amniotica dell'irripetibile "temps perdu". Ecco, per aiutarvi a capire meglio questo magico termine, vi dirò che usando “ella”, pronome personale di terza persona femminile, io ho usato un termine italiano vintage. 

In questa nostra Italia un po' sgangherata, ma inguaribilmente ammalata di snobismo, vintage riguarda articoli soprattutto d'abbigliamento e altri prodotti che alla loro epoca furono di massa o quasi; ma che al giorno d'oggi, poiché ne restano pochi a causa della falcidia del tempo e della moda, appaiono assurti quasi a una nuova verginità, anche se sono irrimediabilmente di secondo pelo.  

Vintage è in genere associato a outlet, ossia a negozio, negozietto, rivendita, spaccio. Ma guai a usare un termine italiano quando vi si smerciano prodotti vintage, a meno di voler privare gli italiani del raddoppio del piacere che la coppia “vintage outlet” procura loro. Outlet è infatti un altro termine cremoso e piacevole che le bocche degli italiani succhiano con voluttà.  

Ma non diciamo agli italiani che per comprare lo straccetto vintage potranno andare in un semplice mercato delle pulci. Offenderemmo il loro snobismo. Anche se il mercato delle pulci può essere linguisticamente nobilitato chiamandolo “flea market”. 


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martedì 4 febbraio 2025

Nel Regno degli Ossimori

 


Viveva tanti anni fa, in un principato lontano, Paradoxlandia, un curioso personaggio di nome Ossimoro. Questo piccolo folletto, con i suoi capelli argentati e occhi scintillanti, abitava in una casetta fatta di foglie intrecciate e rami d’albero. Paradoxlandia era un luogo unico, dove gli alberi avevano foglie multicolori che brillavano alla luce del sole e i fiumi scorrevano con acque che cambiavano tonalità a ogni istante.

Un giorno, mentre passeggiava per i boschi incantati e ascoltava il canto melodioso degli uccellini arcobaleno, Ossimoro si imbatté in Parolina, una bella fatina con ali trasparenti e lucenti come cristallo. Costei era molto preoccupata – confidò al folletto – perché il regno in cui viveva, ai confini con Paradoxlandia, stava perdendo la bellezza e la meraviglia delle storie che una volta affascinavano tutti gli abitanti. Ossimoro, con il suo sorriso misterioso, decise di aiutarla.

Ma la fatina Parolina gli spiegò che non sarebbe stato facile. “C'è una terribile maledizione lanciata dal mago Semplicista,” disse, con un tremito nella voce. “Ogni volta che qualcuno prova a raccontare una storia, le parole si dissolvono nell'aria, lasciando solo il silenzio.”

Ossimoro rifletté un attimo, poi disse con determinazione, “Non temere, Parolina. Insieme troveremo una soluzione. Gli ossimori hanno un potere speciale che nemmeno il mago Semplicista può annullare.”

"Gentile Ossimoro," chiese timidamente Parolina, "chi sei e che cosa fai esattamente?"

"Sono una figura retorica," rispose il folletto, con un sorriso enigmatico, "e il mio nome proviene dal greco 'oxys', che significa acuto, e 'moros', che significa stupido. Assieme queste parole creano qualcosa di nuovo e sorprendente. Un ossimoro è, pertanto, una combinazione di due termini che sembrano contraddirsi, ma insieme creano un nuovo significato e una nuova immagine."

Parolina rimase affascinata. "E a cosa servi, per la precisione?"

"Servire!? Oh, Parolina cara, io dono profondità e bellezza alle parole! Creo immagini vivide e stimolo il pensiero. Prendi, per esempio, l'espressione 'silenzio assordante'. Non senti già la potenza di queste parole?"

La fatina annuì, incantata. "È come se il silenzio avesse una voce così forte da fare rumore!"

"Proprio così!" esclamò Ossimoro. "E che dire di 'ghiaccio bollente'? Un altro esempio della mia magia. Immagina qualcosa che sia freddo come il ghiaccio ma che al tempo stesso bruci come il fuoco. Non è meraviglioso?"

"Sì, è veramente affascinante!" rispose Parolina. "Puoi farmi altri esempi?"

Ossimoro rifletté un istante, poi continuò: "Pensa a 'luce oscura'. Può sembrare paradossale, ma richiama l'immagine di una luce che, nonostante la sua natura, contiene una certa oscurità. Oppure a 'dolce amaro', che designa qualcosa di piacevole, ma ha in sé anche una punta di tristezza o di malinconia."

"E in che modo possiamo usare la tua magia nel nostro regno?" chiese Parolina.

"Ora ti mostro come," rispose Ossimoro, schioccando le dita. All’istante apparvero parole come "caos calmo" e "verità ambigua" fluttuanti nell'aria. "Con queste parole, mia bella fatina, possiamo creare storie che catturano l'immaginazione e fanno riflettere."

"Caos calmo," ripeté Parolina, "è come un momento di tranquillità nel pieno della confusione."

"Esattamente," annuì Ossimoro. "Gli ossimori ci danno la possibilità di esprimere le complessità della realtà e di richiamare emozioni profonde e contrastanti. Usandoli, ‘cum grano salis,’ nelle storie possiamo aggiungere strati di significato e creare un'esperienza unica per chi legge o ascolta."

E così, grazie a Ossimoro, il regno della fatina ritrovò la sua magia. Le storie tornarono a essere straordinarie e gli abitanti, affascinati dalle contraddizioni, scoprirono nuovi significati e prospettive. Ossimoro divenne una sorta di eroe amato da tutti tanto che il re decise di cambiare il nome al suo stato: il Regno degli Ossimori, e Parolina imparò che anche le contraddizioni possono creare un’armonia linguistica.


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Da un cortese lettore, poeta dilettante (che ringraziamo)

Lo SciacquaLingua

Seguire lo SciacquaLingua è come tuffarsi / in un oceano di saggezza / dove possiamo immergerci / apprendere nuove forme / significati e colori / e trovare bellezza nelle parole e nei loro ardori.

Ogni noterella è una piccola gemma / che brilla di luce propria / e ci chiama / a esplorare / a riflettere e a innamorarci / della nostra lingua bella / e delle sue magiche danze.

Con lo SciacquaLingua / ogni giorno si apre / un mondo di scoperte / di meraviglie e chiarori / dove le parole si intrecciano e si abbracciano / creando melodie che il cuore non abbandona.

Vieni / seguici in questa avventura / tra versi e note / tra lodi e letture / scoprirai il fascino di ogni sfumatura / nelle noterelle di lingua / pura cultura.

(rossano cinquemani)



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lunedì 3 febbraio 2025

Gli anglicismi del copia incolla

 


di Claudio Antonelli (da Montréal)


Più rifletto sulla cosa e più mi rendo conto che le scelte degli anglicismi da parte degli italiani sono quasi sempre improntate alla logica del copia incolla. Spot, che inglese significa punto, posto, luogo, macchia, ecc., in italiano sta invece per: breve messaggio pubblicitario che viene solitamente inserito in trasmissioni radiofoniche o televisive (Treccani). Ma in inglese spot non ha mai un tal significato. Pressing, la cui traduzione italiana è “urgente”, viene usato nella penisola come se si trattasse di “exerting pressure”, “pressuring”. Basta fare una ricerca in rete per constatare che in inglese tale termine è usato in un senso diverso da quello italiano. Infatti i dizionari inglesi ci danno per pressing il significato di: urgente, critico, cruciale, acuto, disperato, serio, grave, ecc. Sui giornali italiani e nel parlare in Tv è un vero diluvio di pressing. Basta fare una ricerca in rete, associando pressing al nome di un qualunque politico o di un altro personaggio di spicco del Bel Paese, un pezzo grosso, anzi un Big come si dovrebbe dire per non mancargli di rispetto, e avremo una fiumana di pressing, usati a sproposito perché gli italiani usano pressing come sostantivo e non come aggettivo, e gli danno un senso sbagliato. Il pressing all’italiana non è altro che un pressuring, gerundio di “to pressure” che vuol dire: cercare di persuadere qualcuno o anche obbligare qualcuno a fare qualcosa.


È facile trovare menzionata in un testo italiano la “road map”. Speriamo che chi deve usarla non sbagli il tracciato, segua il piano d’azione, rispetti la tabella di marcia, il programma di lavoro, e in genere tenga conto dei vari significati di questa road map che può anche essere una semplice carta stradale.


Runner designa il corridore. Ma il termine italiano corridore, riferito a chi per diporto pratica la corsa, o a chi in quel momento sta semplicemente correndo, è assai poco usato. Per designare chi corre anche se per andare a comprare il latte per il bambino, si preferisce fare ricorso all’anglicismo runner che sembra dare anche al corridore nostrano una speranza di medaglia olimpica. Fortunatamente non tutti i giornalisti si piegano al conformismo degli anglicismi. E tra i tanti runner menzionati nei giornali ho avuto la fortuna di trovare alcuni corridori, descritti con simpatia e in italiano da un giornalista non intruppato: “Al parco, ha visto molti corridori con il loro stile preferito di pantaloni sportivi.”


Il fare shopping ha preso piede ma non ha ancora rimpiazzato il fare la spesa, perché le due espressioni non significano esattamente la stessa cosa. Più che “far la spesa”, che si riferisce soprattutto all’acquisto dei prodotti alimentari, lo shopping è “fare acquisti, fare spese”.  Il dizionario Treccani ci dà questa spiegazione per shopping: “L’andare in giro di negozio in negozio per guardare e fare acquisti, in particolare di capi di vestiario o di oggetti personali”.  La Repubblica: “Più dischi e mocassini, meno tablet e tv: ecco come cambia la voglia di shopping degli italiani”.


Hub insieme con resort sono frequenti sulla pagina scritta. Hub altro non è che uno snodo centrale, Treccani: “Per chi non lo sapesse, hub è termine tecnico di recente attestazione nell'italiano scritto (1997). Ha due significati: nel linguaggio informatico, indica il dispositivo che collega i client al server; nell'ambito dell'aeronautica, si riferisce a un importante scalo aeroportuale internazionale di transito, che raccoglie gran parte del traffico aereo di un determinato Paese. Propriamente, la voce inglese significa 'mozzo', 'perno', 'snodo'.” E resort, o luogo di villeggiatura con infrastrutture ricreative, ci è presentato così da Treccani: “Vasta area di soggiorno turistico al cui interno sono presenti strutture di vario tipo, destinate allo svago o al relax dei clienti (parchi di divertimento, residence sul mare o in montagna, centri di benessere, ecc.), e in cui sono generalmente disponibili anche servizi di pernottamento e di ristorazione.” È veramente piacevole l’idea di soggiornare in uno di questi luoghi di soggiorno o strutture ricettive, che esistono da sempre, ma la cui attrattiva è stata notevolmente innalzata dal suono piacevole di resort che a me, anglofono, evoca “the last resort” ovvero “l’ultima spiaggia”.



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sabato 1 febbraio 2025

Sgroi – 192 - “DISFANDO”: FRA TRADIZIONE NEOPURISTICA E REAZIONI DEI LETTORI

 



 di Salvatore Claudio Sgroi 

 

  1. 1. Reazioni dei lettori 


Tra gli amici e colleghi (una ventina) che hanno letto l’ultimo intervento (27 gennaio) a proposito di “disfando”, le reazioni sono state, com’era naturale, diverse. 

 

1.1. Uso vitale sì, ma con scrittori non di prima grandezza 


Un collega settentrionale ha così commentato: 

 

“letto, anche se questa volta è su una questione piuttosto banale. […]. Mi viene da rilevare che la carrellata storica sui disfando mette assieme tanti scrittorelli così così, anche se amanti dell'Italiano come il Carli. Spesso sono settentrionali, e si vede. Manca un grande classico, anche solo uno, un bel Machiavelli, non dico Dante, o un Leopardi. E così disfando si spiega, ma resta un po' da poveretti che ci cascano”. 

 

Non posso non dargli ragione. Nel Primo Tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento con testi di scrittori  del Premio Strega del sessantennio 1947-2006, a cura di T. De Mauro (Utet 2008), non si riscontra nessun es. di “disfando” contro 6 “disfacendo” e 5 “disfacendosi”. E neppure nel Domenicale del “Sole 24 ore” 25 anni di idee (1983-2008): un solo esempio riguardava soddisfando: 

 

Renata Molho 21.I.2001: “Solo in pochi, hanno raccontato la necessità di divertirci , pur soddisfando le esigenze di bellezza, protezione e confort, a cui non possiamo più rinunciare” (Tutto marcette e lurex). 


 

Resta il fatto però che per me il criterio di correttezza non è legato all’uso letterario, per di più dei secoli passati, ma, come più volte ribadito, a) alla comprensione e b) alla presenza in testi non di “italiano popolare”. 

 

1.2. Utenti 


Sul versante degli usi c’è chi (linguista) ha confessato: 

 

(i)..“Io lo dico [disfando]. Disfacendo proprio non lo uso” (linguista settentrionale).  

(ii).. “Alzi la mano chi non ha mai detto "disfando"! Confesso che, quando mi è scappato, mi sono corretto. Ma sempre con l'impressione che, tutto sommato...” (linguista settentrionale). 

(iii) “da oggi in poi opterò per ... disfando” (linguista meridionale). 

(iv) “Io dico sempre "disfacendo", ma in altri casi (come tutti) coniugo disfare come verbo della prima: disf-o, disf-iamo, disf-erò” (linguista settentrionale). 

(v) “Caro SC, la mia mamma, quando combinavo qualcosa di particolarmente irritante, diceva: Io ti ho fatto e io ti disfo [come moltissime mamme in varie regioni, a quel che so] - Con l'accento sulla i. Il passaggio da dis-f-are a disf-are implica un mutamento di accento. 

Quanto alle leggi implicite che stanno sotto gli errori presunti, sono 100% d'accordo, per quel che vale. Ma, anche in democrazia - vera o presunta, o solo ‘citata’ - avere spazio per pontificare usando, con più o meno eleganza e stile, la matita rossa e blu piace a tutti (o a quasi tutti)” (linguista toscano). 

 

1.3. Utenti con percezione metalinguistica 


C’è anche chi (linguista o no) ha riconosciuto la validità psicologica della  “regola nascosta” o inconscia di disf-are percepito come verbo semplice e non come verbo composto o prefissato dis-fare: 

 

(i). “Sono d'accordo con te nel fatto che si intende disf-are e non dis-fare” (non-linguista);  

(ii) “Nella citatissima espressione disfare il letto non ho mai sentito il composto di fare, ma un verbo del tutto autonomo; e così sia” (linguista). 

(iii) “convincente il paragrafo 5” (la “regola nascosta”) (linguista). 

 

1.4. Validità dell’analisi 


Altri hanno approvato (da linguisti) l’analisi: 

 (i) “I tuoi argomenti si dimostrano incontrovertibili”; (ii).“corretta interpretazione”; (iii) “Molto istruttivo, come sempre”; (iv) “questo è poi uno dei suoi cavalli di battaglia!”; (v) “Molto bello”  

 

2. Il gerundio disf-ando nella tradizione neopuristica 


Il caso del gerundio disf-ando e analoghi composti con fare non è naturalmente sfuggito all’attenzione dei neopuristi contemporanei. 

 

2.1. Puristi intransigenti 


In primis tra i puristi intransigenti contrari ad ogni uso di disf-are come verbo semplice 

si collocano: 

G.L. Messina [19561] 19572, Parole al vaglio Signorelli, Roma: 

 

“disfare: si coniuga come fare. Le forme verbali dell’indic. pres. sono dis-faccio e dis-fò, dis-fà; invece  bisogna evitare le forme abusive (°) disf-o, disf-a e tutte le altre citate a proposito di sodisfare”.  

Sub sodisfare puntualizza: “In quanto alla coniugazione del verbo, accanto alle forme normali sodis-fò e sodis-faccio (sodis-fai, sodis-fà, sodis-facciamo, sodis-fate, sodis-fanno; congiuntivo. pres. sodis-faccia, sodis-facciate, sodis-fàcciano; imper. sodi-sfà, (omette: ind. fut. sodis-farò , ecc., cond. pres. soddis-farei, ecc.), esistono altre voci abusive (°) molto comuni ma riprese: ind. pres. sodìsf-o, sodìsf-i, sodìsf-a, sodisf-iàmo, sodìsf-ano, congiuntivo pres. sodisf-i, sodisf-iàmo, sodisf-iàte, sodìsf-ino, imper. sodìsf-a (omette: indic. fut. sodisfer-ò, ecc., e cond. pres. sodisfer-ei, ecc.). 

 

G.L. Messina 1973, Parole al vaglio. Dizionario dei neologismi, di barbarismi e delle sigle, Signorelli, Roma rist. della settima ediz.;  

G.L. Messina 1983, Dizionario dei neologismi, di barbarismi e delle sigle, Signorelli, Roma, 

è il primo a menzionare la forma disf-ando: 

 

“disfare: si coniuga come fare. Le forme regolari della 1a e 3a pers. s. dell’indic. pres. sono dis-fò o dis-fàccio e dis-fà; invece bisogna evitare le forme abusive (°) dìsf-o, dìsf-a, oltre a tutte le altre citate a proposito di sodisfare, nate nell’uso pop. da un errato raccostamento coi verbi regolari della 1a coniugazione (ed invece fare appartiene alla 2a coniugazione!). A maggior ragione, si evitino errori ancor più  grossolani come (*) stavo disf-ando (stavo dis-facendo), disf-avo (dis-facevo) e sim.”. 

 

R. Ferruzzi 1974, Galateo linguistico, ed. Il Rinnovamento: 

 

 “alcuni malparlanti credono di distinguersi dal volgo profano, pronunciando dìsf-o e anche sodisf-o, ma dis-fare come sodis-fare sono dei comuni composti di fare e, come tali, debbono seguire la coniugazione irregolare del verbo da cui derivano, anche se qualche dizionario recentissimo ammette, accanto a dis-fò e dis-faccio, le voci dìsf-o, dìsf-a e dìsf-ano. Tanto meno si potrà dire disf-ava; sodisf-ava fu scritto una volta da Luigi Bortolini che difese su queste colonne il solecismo (ma Bortolini era un pittore, un poeta e…[…])” (p. 122). 

 

2.2. I tolleranti  


Non mancano neopuristi tolleranti almeno con certe forme. 

A. Gabrielli, a c. di, 1974, Come parlare e scrivere meglio. Guida pratica all’uso della lingua italiana, Milano, Selezione dal Reader’s Digest, pp. 396-97: 

 

“Sono […] causa di grattacapi […] quei composti [di fare] mediante un prefisso, come: disfare, rifare, soddisfare, liquefare, contraffare, strafare, sopraffare, eccetera” , a proposito di fut. dis-farò o disfer-ò? cong. pres. soddisf-i o soddis-faccia?, cong. imperf. rif-assi o ri/facessi?, disf-assi o dis-facessi?, soddisf-assi o soddis-facessi?, indic. imperf. soddisf-avo o soddi-facevo?, fut. Soddisf-erò, disf-erò o soddi-facerò, dis-facerò?, pres. soddisf-o, disf-o, soddisf-ano, disf-ano o soddis-faccio, dis-faccio, soddis-fanno, dis-fanno?,  cong. pres. soddisf-i o soddi-faccia, disf-i o dis-faccia?. 

“Come al solito, concludiamo raccomandando le forme legittime, cioè quelle che ripetono la coniugazione del verbo componente fare, ma chiediamo tolleranza per le forme che si sono imposte spontaneamente” (p. 397), quali disf-erò, soddisf-erò, soddìsf-o, dìsf-o, soddìsf-ano, dìsf-ano, soddisf-erei, disf-erei. 

 “Con tali e altre simili forme imposte dall’uso popolare e, talune, da una maggiore facilità di pronunci, non andiamo però oltre i limiti della tolleranza. Non tolleriamo forme come disf-avo, soddisf-avo, soddisf-assi e… peggio” (p. 397).  

In forma sintetica A. Gabrielli 19693, Dizionario linguistico moderno (Mondadori) sub fare descrive gli usi attuali: “Anche i compósti […] cóme contraffare, disfare, soddisfare, confarsi, affarsi, séguono, cóme règola, la stéssa coniugaz. ma accòlgono a vòlte, spec. nel ling. fam., alcune altre fórme, cóme disf-iàmo invéce di dis-facciamo, soddìsf-ano e simili invéce di soddis-fanno, e sìmili”. 

L. Satta 1988, in Scrivendo & parlando. Usi e abusi della lingua italiana, Sansoni, sub disfare così si esprime:  

 

“Il nostro modesto parere è che seguendo la coniugazione di fare non si sbaglia” (p. 88). Cita varianti diverse: “Un toscano è per dis-fò, dis-fai, un settentrionale per disf-o, disf-i. Può darsi che disf-ano prevalga su dis-fanno, come soddisf-ano è preferito a soddis-fanno”; “Ci fu grande clamore quando qualcuno disse alla radio se ne disfar-ono, e subito si accese la polemica, nella quale intervenne anche un glottologo. Molto chiasso, nessuna decisione”; “Ma intanto, anche in buoni giornali, e specialmente del Nord, si legge con frequenza forse crescente si dis-fò, si disf-arono”. Ricorda anche il lique-faceva, liquef-ò di G. Ceronetti. Rimanda a soddisfare, con soddif-ava sentito in bocca a uno statista, e soddisf-abile usato da Piero Chiara, Ma non cita mai la forma disf-ando. 

  

In Satta 19742, Come si dice. Uso e abuso della lingua italiana, Sansoni, è presente il lemma disfare con gli stessi ess. ripresi poi in Satta 1988, e sub fare, riprende dal Battaglia gli ess. disf-i, disf-erà, disf-ano di scrittori diversi, nonché dal Devoto soddisfare con soddisf-i, soddisf-ano. Ma mai la forma gerundiale.  

L. Satta 1981, Parole. Divertimenti grammaticali, Mondadori, sub fare analizza i composti soddisfare, disfare, liquefare con vari ess. anonimi e qualcuno d’autore come disf-eremo in Gadda e disf-erà in Bacchelli, lique-faceva, liquef-ò in Ceronetti, soddisf-ava in Ceronetti e soddisf-ò in Ledda. 

S. Lepri 1995, Dizionario della comunicazione, Le Monnier, sub disfare (p. 138) cita: “dis-faccio o dis-fò o disf-o; dis-fà o disf-a; dis-facciamo o disf-iamo; dis-fanno o disfano”. 

M. Magni-G.A. Grecu [1990] 2003, Così si dice, così si scrive, De Vecchi:  

 

“Disfare si coniuga come fare. Errori da evitare: disf-avo, disf-asti, disf-ammo; disf-erò, disf-erei; disf-arono; disf-ando. Forme ‘non regolamentari’ tollerate: disf-o, disf-a, disf-iamo, disf-ano, che disf-i, che disf-iamo, che disf-iate, che disf-ino. Sono forme che seguono per analogia la prima coniugazione, come se disfare fosse un verbo in –are e non un composto dell’irregolare fare”; “Si noti che errori o inesattezze di questo tipo non si hanno con rifare, né con contraffare o confare […], ma si ritrovano in soddisfare” (p. 126). “Soddisfare. Sono errori frequenti: soddif-avo, soddisf-ando. Si dice: soddis-facevo, soddis-facendo” (p. 326). 

 

L. De Cesari 1994, Dizionario degli errori e delle parole nuove, Orsa Maggiore, L. De Cesari 1995, Dizionario degli errori e dei dubbi grammaticali, Newton Compton:  

 

“Disfare. Segue la coniugazione irregolare di fare”, “non **disf-avo”, “non ** disf-asti”, “non*disf-erò”; “si può dire indifferentemente io dis-fàccio, io dis-fò, io disf-o” (pp. 65-66 e p. 40); -- Soddisfare. “Gli errori più comuni derivano dal non rammentare che è un composto del verbo fare. Non si dice **soddisf-avo, **soddisf-ando, ma soddis-facevo, soddis-facendo”; però: “io soddis-faccio o soddi-sfò o soddisf-o” (p. 202, p. 83). 

 

AA.VV. 1998, Stile Stampa. Manuale di scrittura, La Stampa:  

 

“disfare: i composti di fare si adeguano in genere al paradigma del verbo semplice. Disfare e soddisfare però hanno sviluppato delle forme autonome […] (disf-o, disf-i, disf-ano; disf-i, disf-ino) anche se la tradizione grammaticale preferirebbe le forme dis-facciamo e dis-facciate” (p. 184). 

 

V. Della Valle – G. Patota 2016, Senza neanche un errore, Sperling & Kupfer, riportano per disfare pp. 161-63, le varianti ammissibili, con censura di disf-ando. 

 

S. Novelli 2014, Si dice? Non si dice? Dipende. L’italiano giusto per ogni situazione, Laterza, da parte sua, così chiarisce: 

 

“anche i verbi composti con fare danno grattacapi. Si tratterebbe, anche qui, di affidarsi alla regolarità, coniugando confare, disfare, rifare, soddisfare, strafare come fare. Ri-faccio, ri-facevo, ri-feci, ri-facessi… Per la disperazione dei logico-matematici che vorrebbero la lingua tutta bella squadrata va però detto che alcune forme analogiche di soddisfare e disfare che tante volte si sentono o si leggono sono ormai considerate non un’alternativa errata, ma una possibilità lecita. Quindi, alla pari stanno soddis-faccio, soddisf-o, soddis-fò (quest’ultimo più raro e tipico dell’italiano di Toscana). Nella realtà dell’uso, a moltissimi suonano assai meglio soddisf-o, soddisf-i, soddisf-a, soddisf-iamo, soddisf-ano rispetto ai regolari soddis-faccio, soddis-fai, soddis-fà, soddis-facciamo, soddis-fanno. Nel congiuntivo presente, accettabili anche le seconde forme (io, tu, lei) soddisf-i e (loro) soddisf-ino accanto a soddi-faccia e soddis-facciano. Ecco, forse ancora oggi è preferibile evitare l’imperfetto indicativo soddisf-avo, soddisf-avi ecc., e il passato remoto (egli) si disf-ò, (loro si) disf-arono, avvertiti come troppo pop, e bandire i congiuntivi imperfetti, di nome e di fatto, *soddisf-assi, *soddisf-assero, molto trasandati” (pp. 109-10). 

 

2.3. Tolleranti e la “regola nascosta” del disfando 


A. Gabrielli 1969, Si dice o non si dice?. Guida pratica allo scrivere e al parlare corretto (Mondadori): “dìsf-ano o dis-fanno?” (e “soddisfare”) pp. 234-36, oltre a citare il gerundio disf-ando, pone il problema della “regola nascosta” del verbo disf-are percepito come verbo semplice e non come verbo prefissato: 

 

“che cosa accade in certe forme di alcuni composti di fare? Accade si perde facilmente di vista la struttura di queste che sono, ripeto, le forme regolari del verbo, e si applicano per impulso analogico le desinenze verbali della prima coniugazione direttamente a una radice che è soltanto presunta. È il caso appunto dei verbi composti disfare e soddisfare, sentiti con una radice disf- e soddisf-, avente -are come desinenza” (p. 235), per es. (“e questo vale per soddisfare” ibid.) disf-o, disf-i, disf-a, disf-iamo, disf-ano, disf-erò, che io disf-i. 

 “Sovente, nelle persone meno colte, si sentono anche forme come disf-avo e disf-àvano, invece di dis-facevo e dis-facévano, disf-ando invece di dis-facendo” (p. 235). “A stretta regola grammaticale, nei composti del verbo fare le uniche forme legittime dovrebbero essere quelle che ripetono le stesse forme di questo verbo originario” (p. 204). “Sennonché l’uso, nel linguaggio parlato prima e poi anche in quello scritto, ha finito con l’affermare alcune forme che contrastano con la legge grammaticale” (p. 205), per es. disf-o, disf-i, dis-fa, dìsf-ano, (“il Goidanich accetta anche disf-iamo”), disf-erò, disf-erai, ecc., cong. disf-i, dìsf-ino (“lo stesso Goidànich ammette anche  disf-iamo e disf-iate”),  disf-erei, disf-eresti, ecc. “Doppie forme, dunque, che si possono considerare legittime. Va poi da sé che i più severi tradizionalisti non finiranno mai di considerarle spurie, relegandole semmai nel cosiddetto linguaggio familiare” (p. 205). 

 

Quanto sopra è sintetizzato in A. Gabrielli 1976, Si dice o non si dice?. Guida pratica allo scrivere e al parlare corretto (Club degli Editori) “Dìsf-ano o dis-fanno?” (e “soddisfare”) pp. 204-205:  

 

“I composti del verbo fare […] danno del filo da torcere agli stessi grammatici, che non si trovano sempre d’accordo nello stabilire questa o quella regola fissa” (p. 204),  

 

con ripresa in termini identici del gerundio disfando e del problema della “regola inconsca” (p. 204). 

 

In A. Gabrielli-P. Pivetti 2009, Si dice o non si dice? Guida all’italiano parlato e scritto (Hoepli) si riassumono i dati di A. Gabrielli 1969 pp. 234-36, citando il gerundio disfando (p. 100), ma omettendo il problema della “regola inconscia”. 

 

2.4. Chi cambia opinione rispetto a sodisfare 


G.L. Messina 1973, Parole al vaglio. Dizionario dei neologismi, di barbarismi e delle sigle, Signorelli, Roma rist. della settima ediz.;  

G.L. Messina 1983, Dizionario dei neologismi, di barbarismi e delle sigle, Signorelli, Roma: 

prende però le distanze rispetto alla posizione espressa in G.L. Messina [19561] 19572, Parole al vaglio, riguardo a sodisfare: 

 

 Sub sodisfare puntualizza: “si coniuga come fare, sicché all’ind. pres. fa sodis-fò o sodis-fàccio, sodis-fài, sodis-fà, ecc. Tuttavia tende ad avere una flessione regolare (*) che, sebbene biasimata dai puristi, è usata largamente nelle voci seguenti: ind. pres. sodìsf-o, sodìsf-i, sodìsf-a, sodisf-iàmo, sodìsf-ano, fut. Sodisf-erò ecc.; congiuntivo pres. sodìsf-i, sodìsf-i, sodìsf-i, sodisf-iàmo, sodisf-iàte, sodìsf-ino, imper. pres. sodìsf-a, sodìsf-i, sodisf-iàmo, sodìsf-ino” (omette: cond. pres. sodisf-erei, ecc.). 

 

Sommario 

1. Reazioni dei lettori 

1.1. Uso vitale sì, ma con scrittori non di prima grandezza 

1.2. Utenti 

1.3. Utenti con percezione metalinguistica 

1.4. Validità dell’analisi 

2. Il gerundio disf-ando nella tradizione neopuristica 

2.1. Puristi intransigenti (G.L. Messina [19561] 19572, G.L. Messina 1983, R. Ferruzzi 1974) 

2.2. I tolleranti (A.Gabrielli, a c. di, 1974, A. Gabrielli 19693, L. Satta 1988, L. Satta 19742, L. Satta 1981, S. Lepri 1995, M. Magni-G.A. Grecu [1990] 2003, L. De Cesari 1994, L. De Cesari 1995, AA.VV. 1998, V. Della Valle – G. Patota 2016, S. Novelli 2014) 

2.3. Tolleranti e la “regola nascosta” del disfando (A. Gabrielli 1969, A. Gabrielli 1976, A. Gabrielli-P. Pivetti 2009) 

2.4. Chi cambia opinione rispetto a sodisfare
















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