domenica 26 gennaio 2025

Il tesoro di Parolandia: difendiamo la lingua italiana


 C’era una volta, in un piccolo villaggio, Parolandia, una comunità che amava e proteggeva la propria lingua. Tutti i componenti erano orgogliosi del loro idioma italiano e cercavano sempre di usarlo correttamente.

Nel cuore del villaggio c'era una grande piazza dove tutti si riunivano per leggere il giornale locale, "La Voce di Parolandia". Un giorno, la redazione del giornale decise di adottare uno stile più “moderno” riempiendo le pagine con termini inglesi come "meeting", "deadline", "smartphone" e tante altre voci barbare.

La comunità di Parolandia era perplessa e preoccupata per il dilagare dei vocaboli stranieri. Un vecchio saggio, Maestro Parole, noto per la sua passione per la lingua italiana e per la sua capacità di spiegare concetti complessi in modo semplice e chiaro, decise di prendere in mano la situazione.

Un pomeriggio, Maestro Parole convocò tutti nella piazza per una riunione speciale. Iniziò dicendo: "Cari amici, la nostra lingua è un tesoro prezioso. È importante preservarla e utilizzarla correttamente, specialmente per i nostri studenti. L'uso eccessivo di termini inglesi può confondere e diseducare le nuove generazioni."

Un giovane del villaggio alzò la mano e disse: "Maestro Parole, cosa possiamo fare per proteggere la nostra lingua?"

Maestro Parole rispose con un sorriso: “Cari amici, possiamo cominciare rivedendo il nostro parlare quotidiano e, eventualmente, correggerlo. Possiamo, poi, impegnarci a utilizzare termini italiani al posto di quelli stranieri ogni volta che è possibile. Inoltre, possiamo promuovere l'insegnamento e l'apprendimento della nostra lingua attraverso eventi culturali, letture pubbliche e discussioni aperte”.

Gli astanti ascoltavano attentamente, preoccupati ma determinati. Dopo varie proposte, l’assemblea decise di scrivere una lettera alla redazione de "La Voce di Parolandia", chiedendo di adoperare termini inglesi solo in mancanza dei corrispondenti italiani e di promuovere l'uso corretto dell’italico idioma. "Cari redattori – diceva la lettera - la lingua italiana è un patrimonio prezioso che ci unisce e ci rappresenta. Vi chiediamo di fare uno sforzo per preservarla e promuoverla, utilizzando termini italiani invece di quelli stranieri. La vostra penna è potente, e con essa potete influenzare positivamente le nuove generazioni, insegnando loro l'importanza della nostra lingua e cultura".

 La redazione accolse la richiesta con entusiasmo e iniziò a pubblicare articoli più chiari e discorsivi curando l'ortografia, la grammatica, la sintassi, e adoperando, ove possibile, vocaboli italiani al posto di quelli inglesi.

Con il tempo, i giovani di Parolandia ripresero a studiare e ad amare la loro lingua madre. Gli insegnanti notarono un netto miglioramento dell’ortografia e del linguaggio degli studenti. Il villaggio tornò a essere un esempio di come la lingua possa essere un potente strumento di educazione e coesione culturale.

E così, grazie alla determinazione e all'amore per la propria lingua, gli abitanti di Parolandia vissero felici e orgogliosi della loro eredità culturale. E ogni volta che qualcuno pronunciava e scriveva correttamente una parola italiana, un sorriso appariva sul volto di Maestro Parole.

 -------

La lingua italiana è dolce come il miele.

Il buon linguaggio è il vestito dei pensieri.

La grammatica è l'arte di far parlare bene gli uomini.

La lingua italiana è il canto delle sirene.

La penna è più potente della spada, soprattutto se scrive bene in italiano.


***

La lingua “biforcuta” della stampa

Case vista Colosseo vendesi: all’asta undici appartamenti di lusso di proprietà del Mef

--------------

In lingua italiana, non cispadana: vendonsi (o si vendono). Non è un “si impersonale”, ma passivante (le case sono/vengono vendute).



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


sabato 25 gennaio 2025

La resistenza agli anglicismi 

 


di Claudio Antonelli (da Montréal)

Per molti, in Italia, gli anglicismi sono inarrestabili. In Francia, invece, esistono regole dirette ad impedire l’abuso di anglicismi, e di esse è fatto un uso efficace grazie all’Académie française e a governanti che nonostante i tanti difetti mai e poi mai abbasserebbe la dignità della propria Nazione dando un nome inglese ad una sua legge. Del resto, il computer in Francia si chiama ordinateur, mentre il mouse è chiamato souris. Di che far scompisciare gli italiani… Nel linguaggio istituzionale in Francia non sono ammessi termini che non siano francesi. In Québec, dove io risiedo, l’Office québécois de la langue française produce lessici per fornire l’equivalente francese dei termini inglesi, con continui aggiornamenti. In Italia, il minimo tentativo di protezione della lingua nazionale suscita sarcasmi e derisioni, non solo, ma persino denunce e accuse di voler far rinascere il fascismo. Un fascismo che è vivo e vegeto, allora, in Svizzera, in Francia, in Belgio, in Spagna e in tutti quei paesi dove esistono regole dirette a proteggere la lingua nazionale. 

Tentativi di italianizzare certi termini talvolta avvengono nel Bel Paese, grazie ad iniziative estemporanee. Ad esempio “to set” (predisporre, configurare) ha generato settare, e “to master” ha fatto nascere masterizzare (“fare copie di un disco ottico”), “to implement" (realizzare, condurre a termine, specie nel campo informatico) ha dato luogo a implementare, e "to post" ha dato nascita ad un italianissimo postare. Questi adattamenti, secondo me, indicano la strada da seguire. So che la cosa farà sobbalzare gli ossessionati dal “suona bene - suona male” e alle orecchie dei quali sia killer che killeraggio suonano molto bene, vintage procura loro addirittura un orgasmo, mentre settare (eppure abbiamo già rassettare) e masterizzare danno loro i brividi e mandano i loro nervi in tilt. 

L’inglese, prescindendo dalla sua efficacia comunicativa, è la lingua di scelta per gli italiani a causa anche del presunto innalzamento culturale ch’essa dà a chi la usa. È la lingua del padrone se proprio vogliamo, e quindi anche i subordinati ne fanno uso tra di loro nei quartieri della servitù. Ma in cucina, fortunatamente, la nostra lingua ricchissima di termini anche dialettali, designanti la grandissima varietà di alimenti e specialità, non teme rivali. Basti pensare alla varietà dei tipi di pasta, ognuno col suo glorioso nome, cui io contrappongo l’hot dog simbolo della cucina a stelle e strisce. E a questo proposito posso dire che in un mio articolo proposi di ribattezzare “cane caldo” l’hot dog, seguendo l’ammirevole esempio linguistico dei franco-quebecchesi che hanno coniato, con successo, il termine “chien chaud”. 

 Se l'uso dell’inglese da parte del potere e degli intellettuali e da parte del popolo fosse dovuto unicamente alla capacità espressiva dell’inglese, noi non troveremmo anglicismi erronei o imprecisi, oppure ridotti ad una sola delle connotazioni che hanno in inglese. Basti pensare alla parola box, di cui gli italiani non si servono mai nel senso di scatola che pur è il suo uso più diffuso nella lingua originaria. Il termine trolley, nell’uso italiano, si riferisce unicamente alla valigia, la normale valigia provvista di rotelle. Boss è usato soprattutto in riferimento alla malavita. Qualunque malavitoso per gli italiani merita l’appellativo di boss. Da parte mia non dirò, né in italiano né in inglese, quale appellativo meriterebbero questi italiani pateticamente e balordamente aspiranti anglofoni. 



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


venerdì 24 gennaio 2025

Abbruttire e... abbrutire


 Abbiamo notato che numerose persone ritengono che i verbi “abbruttire” e “abbrutire”, simili nella forma, siano uno variante dell’altro e li usano indifferentemente. No, non è così, hanno accezioni e usi distinti. Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

Abbruttire deriva da "brutto", che ha radici nel latino volgare brutus, che significa "brutto" o "sgradevole". È adoperato per descrivere un cambiamento negativo nell'aspetto estetico o fisico di qualcosa o di qualcuno, rendendolo meno attraente o gradevole: l'inquinamento ha abbruttito la nostra città. In questo caso l'inquinamento ha avuto un effetto negativo sull'aspetto della città, rendendola meno piacevole alla vista. Vediamo un altro esempio: le preoccupazioni lo hanno abbruttito. Qui le preoccupazioni hanno avuto un impatto negativo sul suo aspetto fisico, facendolo apparire meno attraente e più stanco. In letteratura "abbruttire" può essere adoperato per descrivere come una situazione o un comportamento possano deteriorare l'aspetto di un personaggio o di un ambiente. Un autore, per esempio, potrebbe scrivere: "La miseria e le difficoltà della vita lo avevano abbruttito, segnando il suo volto con rughe profonde e uno sguardo spento."

E veniamo ad abbrutire, che non è di origine italica ma gallica, abrutir, da brute (bruto) e significa "grossolano" o "rozzo". Viene usato per evidenziare un processo di decadimento morale o intellettuale, in cui una persona o un gruppo di persone diventano più insensibili, brutali o privi di dignità umana: l'alcol ha abbrutito molte persone. In questo esempio l'abuso di alcol ha portato le persone a perdere il controllo di sé, diventando insensibili a tutto. Un altro esempio ancora: la vita di strada lo ha abbrutito. Le difficoltà e le sfide della vita di strada hanno avuto un effetto devastante sulla sua moralità e umanità, rendendolo più cinico e insensibile. In ambito sociale "abbrutire" viene usato, molto spesso, per discutere degli effetti negativi di certi comportamenti o situazioni sul benessere mentale e morale delle persone. Si potrebbe dire, per esempio, che la violenza e la corruzione hanno abbrutito la società, portando a una perdita dei valori morali e della coesione comunitaria.

Per concludere. Sebbene i verbi "abbruttire" e "abbrutire", ambedue parasintetici, possano sembrare simili esprimono concetti significativamente diversi, ai quali occorre prestare attenzione per non cadere in errore. "Abbruttire" si riferisce al deterioramento dell'aspetto fisico o estetico, mentre "abbrutire" designa un degrado morale o intellettuale.

-------

Chi abbrutisce nel cuore, abbrutisce nell'anima.

L'ignoranza e la brutalità sono le ombre che abbrutiscono la luce della conoscenza.

La ricchezza materiale può brillare, ma l'abbrutimento morale è un'ombra che la spegne.

Abbrutire è il destino di chi perde il rispetto per sé stesso e per gli altri.



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

mercoledì 22 gennaio 2025

-La nostra lingua- Un “mix” anglo italiano

 



Dal dr Claudio Antonelli (da Montréal) riceviamo e pubblichiamo 

  

Sfogliando il “Giornale” (15-01-2025) mi ha incuriosito questo titolo: “La denuncia dell’attivista: ‘costretta a spogliarmi e a fare gli squat’”. Ho letto l’articolo. Quindi ho verificato “Il Corriere della Sera”, constatando che il titolo della notizia era assai simile: “L'attivista fermata a Brescia: ‘Mi hanno chiesto di spogliarmi, togliermi gli slip e fare squat’”.  

 

“To squat” può essere reso in italiano con accovacciarsi, piegarsi sulle ginocchia, sulle gambe, accosciarsi, accoccolarsi, rannicchiarsi ecc. In inglese “to do squats”, reso in anglo italiano con “fare gli squat”, è il fare flessioni, piegamenti sulle gambe; vi è l’idea di un movimento ripetuto.  A questo punto ci si potrebbe chiedere: è meglio dire “fare squat” o invece “fare gli squat”? Una cosa è certa: squat fa parte ormai dell’italiano dei nostri giornalisti. Ed è il caso di dire che squat è uno squatter (= occupante abusivo) della nostra lingua. Anche l’anglicismo “push up” (plurale “push ups”), che sta per flessioni sulle braccia, è stato accolto con spirito sportivo dalle autorità e dal popolo italiano sempre disposti a flettersi nei confronti dell’inglese. Tutti nella penisola celebrano le virtù della varietà e della diversità, che consistono paradossalmente nel fare come tutti gli altri: seguire cioè le mode e ancor di più gli andazzi, rinnegando i valori tradizionali. 


 Ammetterò che “fare gli squat” ha se non altro il pregio dell’incisività.  Mentre “fare flessioni con le gambe”, o “accovacciarsi e rialzarsi”, o “fare piegamenti sulle ginocchia” allungherebbe troppo il titolo di un articolo. Da chiarire subito che l’intento della poliziotta che avrebbe imposto questi piegamenti alla giovane attivista dell’Extinction Rebellion era di accertarsi che questa non tenesse celato qualcosa nelle parti intime. 


Se accettiamo la logica di questi giornalisti e titolisti favorevoli all’itanglese (itangliano, italianese, italiese, itanglish), occorrerebbe che quando redigiamo un testo noi consultassimo ogni volta anche un dizionario d’inglese per sostituire le parole e le espressioni italiane che non ci soddisfano. Ed è quanto molti fanno in Italia, dove ci si serve dell’inglese come di una lingua alternativa da cui attingere termini sostitutivi delle parole italiane. Un tal uso utilitario della lingua inglese, che ci fornisce il termine o l’espressione a noi gradita, equivale però al voler instaurare un bilinguismo semiufficiale.  


È innegabile che ci siano parole inglesi che viene spontaneo usare. Prendiamo blackout, che sta per guasto elettrico generalizzato, o anche per perdita di conoscenza o coscienza. E come blackout vi sono altri termini, soprattutto dell’informatica e della realtà della Rete, ma anche in altri campi, che sono difficilmente traducibili per mancanza di neologismi italiani. 


La creazione di neologismi dovrebbe essere il compito di un’autorità linguistica capace d’influire sull’uso dell’italiano e della sua correttezza e ricchezza nella penisola. Ma capirete che il sistema Italia tutto può e di tutto ha voglia fuorché d’imporre una certa disciplina agli italiani e men che meno in relazione all’uso della lingua nazionale. All’Accademia della Crusca è stato rivolto il quesito: come rendere in italiano il termine inglese “to scan”? La risposta della Crusca: "massima libertà di scelta circa l'uso di scandire, scannare, scannerizzare, e anche eseguire una scansione e scansionare". Quelli della Crusca ci dicono in sostanza: fate come volete. Io vorrei invece che questa istituzione avesse un ruolo meno passivo e contemplativo. Mi piacerebbe che svolgesse un ruolo "alla francese", insomma. 


Claudio Antonelli



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)

martedì 21 gennaio 2025

Il "socericida"

 


Il popolo del regno di Linguavia, ai confini del mondo, amava giocare con le parole e inventare termini nuovi per ogni aspetto della vita. Gli abitanti erano famosi, infatti, per la loro creatività linguistica: ogni giorno neologismi spuntavano come fiori nei campi.

Un giorno, un giovane studioso, Neologo, si accorse di un vuoto lessicale nel linguaggio del regno. Non esisteva una parola specifica per indicare colui che uccideva i suoceri. Il giovane Neologo pensava che, per quanto raro e macabro, questo evento meritasse un termine preciso come per tutti gli altri concetti.

Il giovane, quindi, si mise al lavoro nel suo piccolo laboratorio linguistico, pieno di libri antichi e pergamene sparse, riflettendo su come colmare quel vuoto. Dopo molte notti insonni e dopo aver consumato un gran numero di pergamene, ebbe un'illuminazione. Decise di unire la parola latina "socer", che significava suocero, con il suffisso "-cida", che indicava un ‘uccisore’. Nacque, così, la neoformazione "socericida".

Neologo era entusiasta della sua 'invenzione' e corse a proporla alla locale Accademia della lingua. I saggi dell’istituzione ascoltarono attentamente la sua proposta, riconoscendone l'eleganza e la precisione.

"Questa parola, 'socericida', è davvero innovativa," disse uno dei saggi. "Siamo d'accordo, Neologo. La diffonderemo in tutto il regno," rispose un altro.

Decisero, pertanto, di accettare il nuovo termine e di diffonderlo, attraverso il mensile dell’Accademia, in tutto il regno.

Ben presto la nuova parola, "socericida", si diffuse non solo nel regno di Linguavia, ma anche in quelli vicini. Neologo divenne un ‘eroe linguistico’: tutti ammiravano la sua capacità di colmare un vuoto lessicale con una parola così appropriata.

E così, grazie alla creatività e alla dedizione del giovane Neologo, il termine "socericida" entrò, a pieno titolo, non solo nel vocabolario, ma anche nel cuore delle persone. E vissero tutti felici e contenti, con un lessico sempre più ricco e preciso.

-----

 Suoceri felici, vita senza intoppi.

Un buon suocero è come un angelo custode, silenzioso ma sempre presente.

Tra suocero e genero, meglio un dialogo sincero.

Chi trova un buon suocero, trova un tesoro nascosto.

Con una suocera comprensiva, la famiglia è sempre unita.



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)



lunedì 20 gennaio 2025

Spassoso e... "spassevole"


I
l nostro idioma – si sa – è ricco di sfumature semantiche e in continua evoluzione. Un esempio interessante, secondo chi scrive, è l'aggettivo "spassevole". Ritenuto desueto e “espulso” dai vocabolari (attestano solo spassoso), "spassevole" si trova ancora nel dizionario del Tommaseo, in quello del De Mauro e in alcune pubblicazioni. Proponiamo di riportarlo in auge come neologismo semantico, dandogli un'accezione distinta da spassoso.

Mentre spassoso indica qualcosa di divertente, piacevole e che suscita allegria, "spassevole" potrebbe assumere un significato leggermente diverso, riferendosi a qualcosa di incantevole e affascinante, capace di catturare l'attenzione e suscitare meraviglia. Si potrebbe usare "spassevole" per descrivere una serata trascorsa ad osservare le stelle, con il cielo limpido e le costellazioni ben visibili, un'esperienza che incanta e riempie il cuore di meraviglia. Potremmo adoperarlo per raccontare di un incontro con una persona carismatica, la cui presenza e conversazione catturano l’attenzione in modo unico e affascinante. Un altro esempio ancora potrebbe essere una passeggiata in un giardino botanico, dove la varietà di piante e fiori esotici crea un'atmosfera magica e coinvolgente, rendendo l'esperienza “spassevole” e memorabile.

Spassoso rimarrebbe legato a situazioni più leggere e divertenti: una commedia teatrale che fa ridere di gusto, o una serata tra amici caratterizzata da battute e risate continue. Una festa di compleanno, per esempio, con giochi e intrattenimento sarebbe descritta come spassosa, così come un film comico che fa ridere il pubblico.

Riesumare "spassevole" può arricchire il nostro lessico, offrendo un termine alternativo per descrivere momenti ed esperienze che vanno oltre il semplice divertimento, aggiungendo un tocco di meraviglia e incanto: un concerto di musica classica, dove le melodie e l'acustica creano un'atmosfera incantevole, potrebbe essere definito “spassevole” per sottolineare l'elemento di fascino e bellezza.

 ***

Da un giornale in Rete

Papa Francesco è nato in Brasile ma i suoi genitori erano entrambi di origini italiane e, oltre a lui, hanno avuto altri quattro figli. La famiglia Bergoglio è sempre stata molto unita, e lo stesso Pontefice ha svelato alcuni dettagli sui suoi genitori.

---------------

Senza commenti.






domenica 19 gennaio 2025

La bellezza della lingua italiana

 


V
iveva una volta, in un favoloso regno, Lirica, una giovane e bella principessa, Isabella. La sua bellezza era indescrivibile, ma ciò che la rendeva davvero unica era la sua voce. Quando parlava le parole danzavano come note musicali, e ogni frase era una dolce melodia. Ogni mattina la giovane principessa si svegliava al canto degli uccellini che, attratti dalla sua voce, le facevano compagnia nei suoi giardini incantati.

Nel regno tutti parlavano la lingua italiana, e Isabella era orgogliosa di farne parte. Tutte le mattine passeggiava per i giardini del suo castello, cantando in italiano, incantando gli uccelli e i fiori con la sua voce inconfondibile. Le sue parole, così musicali e piene di grazia, narravano storie di amore, speranza e avventure. Un giorno, mentre cantava una ballata antica, notò, affascinata, che i fiori si aprivano e chiudevano i loro petali seguendo la cadenza della sua voce.

U
n giorno di primavera, un giovane principe di un regno vicino, Leonardo, noto per il suo amore per la musica, sentì parlare della voce della bella principessa e decise di visitare il regno di Lirica. Al suo arrivo fu accolto dalle dolci note della lingua italiana che Isabella cantava. Ogni parola era come una carezza per i suoi orecchi, e presto si innamorò non solo della voce di Isabella, ma anche della bellezza della lingua italiana. Leonardo, affascinato dalla melodia, si presentò al castello e chiese il permesso di accompagnare Isabella nei suoi canti.

I
due giovani, assieme, crearono armonie che risuonavano in tutto il regno. Le loro canzoni divennero leggendarie, e la lingua italiana, con la sua naturale musicalità, divenne famosa in tutto il mondo. Gente da ogni angolo del pianeta andava a Lirica per ascoltare la bellezza della lingua italiana cantata da Isabella e Leonardo. La loro musica era talmente potente da guarire i cuori spezzati e dava pace e serenità a chiunque la ascoltasse.

M
a non era soltanto la loro voce a incantare tutti. Leonardo e Isabella fondarono una scuola di musica dove insegnavano ai bambini a cantare e ad amare la loro lingua. Le generazioni successive crebbero con una profonda passione per l'italiano e continuarono a trasmetterla attraverso le loro canzoni e poesie.

E
così, la bella lingua italiana, cantabile per eccellenza, continuò a incantare e ispirare tutti coloro che avevano il privilegio di ascoltarla. I due giovani principi vissero felici e contenti, continuando a cantare e celebrare la straordinaria bellezza della loro amata lingua italiana.



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


sabato 18 gennaio 2025

Appena arriverai o appena sarai arrivato?



N
ella nostra bella lingua italiana la scelta del tempo verbale può modificare significativamente il senso (significato) di una proposizione. Due costruzioni – tra le tante di uso corrente - spesso confuse sono "appena arriverai" e "appena sarai arrivato". Sebbene possano sembrare simili, ci sono distinzioni grammaticali e contestuali importanti che ne determinano l'uso ortodosso.

"Appena arriverai" utilizza il futuro semplice. Questo costrutto viene adoperato per designare un'azione che avverrà nel futuro, senza necessariamente sottolineare il completamento di un'altra azione avvenuta precedentemente: "Appena arriverai, inizieremo la riunione." In un contesto amichevole e informale questa costruzione è comunemente accettata. Potrebbe risultare, tuttavia, meno precisa in situazioni formali.

"Appena sarai arrivato" impiega il futuro anteriore per mettere in evidenza che un'azione sarà completata nel futuro prima che ne cominci un'altra. Questo tipo di costrutto serve per indicare una sequenza temporale chiara tra due eventi futuri: "Appena sarai arrivato, telefonami." Questa costruzione è “più corretta” e precisa, particolarmente in contesti formali o quando si ritiene importante specificare il completamento di un'azione prima che ne avvenga un'altra.

"Appena", infatti, si riferisce a un'azione che si concluderà prima dell'inizio di una successiva; richiede, pertanto, il futuro anteriore per indicare, per l’appunto, che l'azione sarà completata prima di quella seguente: "Appena sarai arrivato, telefonami". Questo costrutto specifica che la chiamata avverrà dopo che l'arrivo sarà completato. Un altro esempio: "Appena avrai finito i compiti, potrai uscire", il che sta a indicare che l'uscita avverrà dopo il completamento dei compiti.

Per concludere queste noterelle. Scegliere tra "appena arriverai" e "appena sarai arrivato" dipende dal contesto e dal livello di formalità. L’uso del futuro anteriore permette di comunicare in modo più preciso e formale, soprattutto quando è cruciale indicare il completamento di un'azione prima di un'altra. Nella lingua parlata, tuttavia, il futuro semplice rimane una scelta comune e accettabile. Ma chi scrive lo sconsiglia recisamente, se si ama il bel parlare e il bello scrivere.

 

***

Abbracciare e imbracciare

Si presti attenzione a questi due verbi, spesso vengono ritenuti sinonimi. Sebbene abbiano lo stesso “padre”, sono, infatti, verbi denominali (e parasintetici) essendo derivati di braccio, hanno significati distinti. 

Il primo, abbracciare, significa stringere tra le braccia, avvolgere con affetto o afferrare qualcuno per amore o affetto: mi piace abbracciare i miei amici quando li vedo dopo molto tempo. Con uso figurato: il giovane ha abbracciato una nuova religione. 


I
l secondo, imbracciare, significa, invece, prendere e tenere qualcosa tra le braccia, spesso riferendosi ad armi o strumenti: il soldato ha imbracciato il fucile prima di entrare in azione; l’operatore televisivo ha imbracciato la telecamera per le riprese esterne.


***

La lingua “biforcuta” della stampa

Vaticano, Papa accoglie seminaristi con il tutore al braccio

-------------

Chi aveva il tutore al braccio? Il Papa o i seminaristi?



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)




venerdì 17 gennaio 2025

Il "Riparapenne"


V
iveva una volta, in un piccolo principato, Pennilanda, un giovane e ingegnoso ragazzo, Pennologo. Questi era conosciuto in tutto il principato per la sua straordinaria abilità nell’ aggiustare qualsiasi cosa, ma la sua vera passione erano le penne stilografiche. Amava osservare come l'inchiostro scivolava fluido sulla carta, creando meravigliose opere di scrittura.

Un giorno, un'anziana aristocratica, donna Pennuta, si presentò alla porta di Pennologo con una penna stilografica antica, un cimelio di famiglia. "Pennologo", disse la nobildonna, "questa penna apparteneva a mio nonno, è un ricordo a cui tengo molto; ma ora, purtroppo, questa penna ha smesso di funzionare. Potresti aggiustarla?"

Pennologo prese la penna con molta delicatezza, e dopo aver osservato ogni dettaglio decise di mettersi subito al lavoro. Aprì la penna, controllò i meccanismi interni e pulì ogni parte con religiosa attenzione. Dopo ore e ore di minuzioso lavoro la penna era come nuova. Quando donna Pennuta andò a ritirarla rimase senza parole: la stilografica sembrava appena uscita dalla fabbrica. "Tu sei un vero riparapenne, caro amico Pennologo!" esclamò entusiasta.

La voce si sparse rapidamente oltrepassando i confini del principato. Persone di paesi lontani si misero in viaggio per portare le loro penne stilografiche rotte al giovane Pennologo. In poco tempo "riparapenne" divenne un neologismo lessicale, sulla bocca di tutti, per designare coloro che con passione e dedizione riparavano le penne stilografiche.

Pennologo aprì un piccolo negozio, "La Bottega del Riparapenne", dove vendeva le stilografiche e insegnava ai giovani l'arte di ripararle. Così, grazie alla sua abilità e alla sua passione, Pennologo contribuì a mantenere viva l'arte della scrittura con la penna stilografica e il termine "riparapenne" divenne una voce importantissima nel lessico e nella cultura del principato.











 

***

La lingua “biforcuta” della stampa

Neonati sepolti, ecco perché Chiara Petrolini è tornata a vivere nella villa dei delitti con la famiglia

--------------

Nessun commento.



(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


giovedì 16 gennaio 2025

I due NEI


V
ivevano tanto tempo fa, in un regno lontano, Linguagolandia, due amici inseparabili: Neo, il prefissoide, e Neo, il sostantivo. Poiché i loro nomi erano identici venivano spesso confusi; i due avevano, invece, caratteristiche molto diverse che li distinguevano.

Neo, il prefissoide, amava l'innovazione. Il suo nome risaliva al greco "néos", che significa "nuovo". Neo era sempre attaccato alle parole, portando con sé un vento di freschezza e modernità. Quando questi si univa a "classico" diventava "neoclassico", riportando in auge uno stile antico ma con una nuova interpretazione. Quando si univa a "realismo", formava "neorealismo", rappresentando un movimento artistico e cinematografico il cui obiettivo era di rappresentare la realtà in modo più autentico.

L’
altro Neo, il sostantivo, aveva una storia molto diversa. Proveniva dal latino "naevus" e rappresentava una piccola malformazione sulla pelle, un neo. Sebbene piccolo non passava mai inosservato e veniva spesso considerato un segno distintivo o talvolta un'imperfezione.

U
n giorno, i due decisero di visitare il mercato delle parole. Lì trovarono molti vocaboli che cercavano Neo, il prefissoide, sperando di acquisire un nuovo significato. Neo, il sostantivo, curioso, chiese a Neo, il prefissoide: "Cosa sta succedendo qui?" Neo, il prefissoide, rispose con entusiasmo: "Sto aiutando queste parole a diventare moderne e rilevanti, dando loro nuova vita!"

N
eo, il sostantivo, osservava con curiosità, mentre le parole si trasformavano con l'aiuto di Neo, il prefissoide. D’un tratto una giovane parola, "classico", si avvicinò timidamente: "Vorrei essere neoclassico," disse. Neo, il prefissoide, sorrise e si attaccò a "classico", dando vita alla parola desiderata. "Ecco, ora sei neoclassico," disse Neo, il prefissoide, con un pizzico di orgoglio, e aggiunse: "Non seguire mai l'esempio degli araldi del regno vicino. Costoro quando devono annunciare la nomina di un nuovo ministro scrivono sulla pergamena 'neo ministro', facendolo apparire come se avesse una malformazione sulla pelle. Io devo essere sempre 'appicicato' alla parola che segue, mai staccato e mai con il trattino. Ricordalo sempre".

D
all’altro lato del mercato, Neo, il sostantivo, incontrò una persona che aveva una piccola macchia sulla pelle. "Guarda, ho un neo!" esclamò, indicando il segno. Neo, il sostantivo, sorrise. "Anch'io sono un neo," disse. "Siamo piccoli, ma possiamo avere un grande significato."

A
l calar del sole, Neo, il prefissoide, e Neo, il sostantivo, si raccontarono le loro esperienze. Sebbene avessero accezioni e ruoli molto diversi, entrambi sapevano di essere importanti nel regno di Linguagolandia. Neo, il prefissoide, portava novità e modernità, mentre Neo, il sostantivo, rappresentava la singolarità e le piccole imperfezioni del corpo umano.

E
così, i due Nei continuarono a vivere felicemente, sapendo di avere un ruolo speciale nel vasto mondo delle parole, sempre pronti a fare la differenza.


 ***

La lingua “biforcuta” della stampa

Come sta Papa Francesco dopo la caduta, l’incidente a Santa Marta del pontefice

--------------

Se avessero scritto “l’incidente del pontefice (accaduto) a Santa Marta”, forse, anzi, sicuramente non sarebbe stato comprensibile. Complimenti per la chiarezza.





(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)