venerdì 29 dicembre 2023

Uno spettacolo "strepitoso"!



A
proposito di termini adoperati nel loro significato figurato, di cui si fa un grande abuso, ci è venuto alla mente l’aggettivo strepitoso, adoperato dalla stampa a ogni piè sospinto e tanto caro ai critici cinematografici che nelle loro recensioni non perdono occasione per scrivere che «quello spettacolo ha riscosso un successo strepitoso».


S
trepitoso, anche se è sinonimo di bellissimo, favoloso, mirabile e simili – e chi non lo sa? – a nostro modo di vedere non si può attaccare al successo. E ci spieghiamo.
Sotto il profilo prettamente etimologico questo aggettivo discende dal latino (sempre lui!) strepitu(m) , tratto dal verbo strepere (far rumore); non vediamo, quindi, come possa essere strepitoso un successo, come possa, cioè, fare rumore.


G
li applausi saranno strepitosi perché fanno, appunto, rumore, non il successo. Sarebbe il caso, per tanto, di non abusare del significato figurato del predetto aggettivo al fine di non cadere nel ridicolo. A questo proposito, fa notare Aldo Gabrielli, un notissimo intenditore d’arte definì strepitose due tavole di un grande pittore del Trecento.


I
n quel caso l’aggettivo scelto dal critico risultò, oltre che improprio (le pitture fanno rumore?) un po’ irriverente o se preferite – per usare un termine oggi tanto di moda - dissacrante.
A voi, gentili amici lettori, seguire o no i consigli linguistici contenuti in queste modestissime noterelle.

 

(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: faraso1@outlook.it)

mercoledì 27 dicembre 2023

Una "rinfrescatina" linguistico-grammaticale


Tutti ricorderanno la 'canzoncina' scolastica: su qui e su qua l’accento non va, su lí e su là l’accento ci va. Pochi, crediamo, ricorderanno la ragione. Riteniamo, quindi, di fare cosa gradita rinfrescando loro la memoria, anche perché ci capita spesso di leggere sulla stampa frasi che contengono gli avverbi di luogo “qui” e “qua” con tanto di accento. I reiterati allarmi dell’Accademia della Crusca sulla “disconoscenza” della lingua italiana dei cosí detti operatori dell’informazione o "dispensatori di notizie" - non avevamo dubbi - non hanno sortito l’effetto sperato. I giornali (soprattutto le così dette grandi firme, che si piccano di "fare la lingua"), imperterriti, continuano a ‘propinarci’ granciporri linguistico-grammaticali a iosa (segnatamente ora, non avendo più - per ridurre i costi - la "rete di salvataggio": i correttori di bozze). Ma veniamo al “dunque”. Una regola ortografica stabilisce che i monosillabi - composti con una consonante e una vocale - non prendono mai l’accento, salvo nei casi in cui si può creare confusione con altri monosillabi uguali ma di significato diverso (le cosí dette parole omofone e omografe, potremmo quasi dire), come nel caso, appunto, degli avverbi di luogo “lí” e “là” che, senza accento, potrebbero confondersi con ‘li’ e ‘la’, rispettivamente pronome e articolo-pronome.

Un’altra legge stabilisce, invece, l’obbligatorietà dell’accento quando nel monosillabo sono presenti due vocali, di cui la seconda tonica: piú, giú, ciò, già ecc. Dovremmo scrivere dunque - rispettando la legge citata - “quí” e “quà” (con tanto di accento). A questo proposito, però, occorre ricordare, anzi osservare il fatto che la vocale “u” quando è preceduta dalla consonante “q” fa da ‘serva’ a quest’ultima; in altri termini la “u”, in questo caso, non è piú considerata vocale a sé ma parte integrante della consonante “q(u)” . Avremo, per tanto, qui e qua senza accento perché - per la legge citata all’inizio - i monosillabi composti di una consonante e di una vocale rifiutano l’accento grafico (scritto): no, me, lo, te, qui, qua. E a proposito di accento, finiamola col tacciare di analfabetismo coloro che accentano il “sú”, avverbio, per distinguerlo dal “su” preposizione: guarda sú (avverbio); poggia il libro su (preposizione) quello scaffale. Non vanno condannati, però, solo se lo fanno consapevolmente...

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Due parole, due, sull'uso di un aggettivo che a nostro modo di vedere molto spesso viene adoperato a sproposito: nutrito. Questo aggettivo, dunque, è il participio passato del verbo nutrire e significa pasciuto, robusto, ben nutrito e simili: è un ragazzo nutrito, cioè pasciuto.

Molto spesso si usa, invece, con un significato che non ha: caloroso, forte, insistente, scrosciante e simili: la cantante è stata accolta con un nutrito applauso. Quest'uso, se non scorretto, ci sembra, per lo meno, ridicolo. Gli applausi possono essere nutriti, cioè pasciuti, robusti? Certamente no.

Chi ama il bel parlare e il bello scrivere ha altri aggettivi che fanno alla bisogna in casi del genere: caloroso, lungo, forte, fragoroso, scrosciante, incessante ecc. Quanto al verbo nutrire non tutti sanno, forse, che si può coniugare normalmente o con l'inserimento dell'infisso "-isc-": nutro o nutrisco, dunque.



 

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lunedì 25 dicembre 2023

AUGURI


Un felice Natale a tutti/e coloro che amano la lingua di Dante e seguono con assiduità le nostre modeste noterelle sull'italico idioma.



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domenica 24 dicembre 2023

Il Natale nel mondo



T
utto il mondo è paese, ma quando si tratta di festeggiare il Natale ciascuno ha le proprie tradizioni. Abbiamo raccolto alcune delle più strane e curiose dal mondo, dalla Finlandia ai Caraibi.


Un interessante articolo di Gaia Giordani. Qui.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Prende di nascosto l’auto madre e si schianta contro un’ambulanza: tutti feriti, compreso il paziente a bordo

Il diciassettenne residente a Cervaro, paese in provincia di Cassino, si è scontrato con un'ambulanza che stava percorrendo a sirene spiegate la Casilina con un paziente a bordo.

(Da un quotidiano ritenuto autorevole e che "fa opinione")

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Per quanto attiene all'auto madre è chiaro che si tratta di un refuso (evitabile se avessero riletto il titolo). Grave, gravissimo, invece, il "paese in provincia di Cassino". Come scrivemmo tempo fa, i "dispensatori di notizie" dovrebbero studiare (non ripassare) oltre alla grammatica e all' ortografia anche la geografia. Cassino, per inciso, non è capoluogo ma un comune in provincia di Frosinone.

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Palermo, padre e figlio cadono dal sesto piano. Morto l'uomo

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Quale uomo? Il padre? il figlio? Se non fosse per la tragedia per scoprire chi è il morto si potrebbe fare "anghingò".



 

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sabato 23 dicembre 2023

Una strenna (linguistica) per i nostri lettori



D
opodomani  è Natale, e per la ricorrenza riproponiamo un vecchio articolo sulla 'nascita' della strenna porgendo, altresì, i nostri migliori auguri a quanti ci seguono nelle nostre modeste noterelle linguistico-grammaticali. Quale migliore occasione, quindi, per una strenna ai/alle nostri/e gentili amici/che se non quella di parlare, appunto, della… strenna?

La strenna, dunque, come tutti sappiamo è un regalo, un dono che si offre a parenti e amici in segno di fratellanza, e perché no?, di “convivenza civile”. E a proposito di dono, ci piace riportare una massima di Pierre Corneille: “C’è chi regala a piene mani, e nessuno gli è grato; / il modo di donare vale piú del donato”. Ma torniamo alla strenna.

In “questioni di lingua”, molto spesso, per conoscere il significato ‘intrinseco’ delle parole occorre rifarsi alla lingua dei nostri padri: il latino. La strenna, infatti, è il latino “strena” (con una sola “n”, si badi bene). Questa “strena” è una dea romana di origine sabina il cui nome deriva dall’aggettivo latino “strenus” (beneaugurante). A questa divinità i Romani avevano eretto un bellissimo tempio sulla via sacra, circondato da un piccolo bosco ricco di ulivi e di alloro. In particolari giorni di festa, soprattutto alle calende di gennaio (Capodanno) i Latini erano soliti recarsi in quel tempio per cogliere da quelle sacre piante un ramoscello da inviare come dono augurale all’imperatore e alle famiglie di alto rango. Dal nome della dea Strena i Romani chiamarono cosí questo tipo di regalo che all’inizio era fatto, appunto, di materia vegetale ma con il trascorrere del tempo si trasformò in materiale piú consistente, come medaglie di rame, di bronzo, d’argento, d’oro. Non c’era cittadino dell’Urbe, allora, che a Capodanno non corresse dall’imperatore per porgergli i propri voti augurali, accompagnando il saluto con una “strena”, un dono, appunto. 

Questa usanza si è tramandata – come vediamo – fino ai nostri giorni e dal latino “strena” – attraverso il solito processo linguistico – è stato fatto l’italiano strenna.

Un' ultima curiosità. Con il termine strenna si intende anche una raccolta di poesie, di prose e di altre pubblicazioni edite e messe in vendita durante le festività natalizie per farne, appunto, una… strenna.

Trattando della strenna non si può fare a meno di spendere due parole su un termine affine, non sinonimo (per carità!), vale a dire l’ “omaggio”. In questo periodo l’omaggio, infatti, è particolarmente di attualità, soprattutto presso i commercianti che, per farsi pubblicità, sogliono “omaggiare” i propri clienti. Cos’è, dunque, questo ‘omaggio’? Il termine, intanto, non è schiettamente italiano ma francese: “hommage”, derivato da “homme”, a sua volta tratto dal… latino “homo”. Nel Medio Evo venne chiamato “omaggio” l’atto con il quale il vassallo o il feudatario poneva le proprie mani distese e giunte fra la destra e la sinistra del suo signore, davanti a lui, a capo scoperto, dichiarandosi “uomo (homme) di suo tenimento”, cioè servo a lui fedele e obbligandosi, soprattutto, al servizio militare.

Per estensione il vocabolo ha acquisito, in seguito, l’accezione di “rispetto”, di “onore”, di “stima” e coloro che intendono manifestare questa stima, questo onore, offrono, per l’appunto, un omaggio, cioè un dono. Per i vocabolari, infatti, l’omaggio è ciò che viene offerto gratuitamente, in dono, per motivi specialmente pubblicitari. Ma attenzione amici nell’omaggiare, cioè nell’ossequiare, perché come fa notare l'abate Galiani nelle “Lettere”, “Nel fare una profonda riverenza a qualcuno, si volta sempre le spalle a qualche altro”.







Potrebbe essere una bella (e istruttiva) strenna natalizia per gli amanti del bello scrivere (e del bel parlare).

 





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lunedì 18 dicembre 2023

Il pizzicagnolo



I
l vocabolario Treccani in rete fa derivare il lemma regionale "pizzicagnolo" (salumiere) dal verbo pizzicare perché, si legge, "vende commestibili piccanti" (che 'pizzicano', ndr). Chi scrive, invece, ritiene che la voce regionale derivi da "pizzico". E riportiamo, a sostegno della tesi, proprio ciò che si legge nello stesso vocabolario alla voce 'pizzico' al punto 2.a. "La quantità di sostanze solide, spec. in polvere o in pezzetti minuti, che si può prendere tra i polpastrelli del pollice e dell’indice: un p. di farina, di pepe; alla minestra va aggiunto ancora un p. di sale (...)". Nei tempi andati, quando le massaie si recavano dal salumiere erano solite chiedere "un pizzico di questo", "un pizzico di quest'altro". Con il trascorrere del tempo il "pizzico" è diventato, con l'aggiunta del suffisso "-agnolo", pizzicagnolo. Occorre dire, però, per "onestà linguistica", che anche gli altri vocabolari consultati sono sulla stessa lunghezza d'onda del prestigioso Treccani. Chi scrive rimane, comunque, della sua idea anche perché il Tommaseo-Bellini -- se lo abbiamo interpretato correttamente -- alla voce pizzicagnolo sembra essere "dalla nostra parte".


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La lingua "biforcuta" della stampa

Il ministro della Difesa gratis a casa di un imprenditore della cybersicurezza: “Non pago l'affitto perché ci sono lavori”. E posta le foto

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Nonostante le raccomandazioni  dell'Accademia della Crusca gli operatori dell'informazione continuano (presuntuosamente) a usare stranierismi, per giunta "bastardi": qui.

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Chiara Ferragni e pandoro Balocco: la procura di Milano apre un fascicolo conoscitivo (senza indagati) sul caso dell’iniziativa benefica sanzionata dall’Antitrust

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C'è sempre da imparare, è proprio vero, soprattutto dai media. Abbiamo appreso, infatti, che un fascicolo può essere "conoscitivo". Per saperne di più abbiamo "interrogato" Il Nuovo De Mauro in linea alla voce fascicolo, di "conoscitivo" neanche l'ombra: fa|scì|co|los.m.av. 1498 nell'accez. 2; dal lat. fascĭcŭlu(m), dim. di fascis "fascio"; nell'accez. 1 cfr. fr. fascicule.

AU
1. piccolo libro od opuscolo di poche pagine | ogni singolo numero di una pubblicazione periodica o di un’opera edita in dispense successive: possedere tutti i fascicoli di una rivista (abbr. fasc.)
2a. fascio di carte o documenti d’ufficio relativi a un medesimo argomento, pratica o procedura: fascicolo personale, che raccoglie la documentazione relativa a una persona (abbr. fasc.)
2b. TS dir. l’incartamento degli atti di un processo
3. TS codicol. nei manoscritti medievali e moderni, insieme di due o più fogli inseriti l’uno nell’altro | TS legat. non com. => sedicesimo
4. TS anat. fascio di fibre muscolari o nervose di piccole dimensioni


Polirematiche

fascicolo sanitario elettronico
loc.s.m.
2012
TS ammin.
cartella elettronica, adottata da alcune regioni italiane e accessibile attraverso un'area riservata online, che raccoglie la documentazione sanitaria del singolo cittadino, prodotta da strutture del sistema sanitario nazionale o convenzionate, in modo da offrire un archivio unitario della storia clinica individuale


 

 

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domenica 17 dicembre 2023

Presiedere "la" o "alla" assemblea?



U
n lettore ci ha inviato un commento a un nostro articolo, pubblicato un lustro fa, per contestarci l'intransitività del verbo presiedere. Il lettore non ha il "coraggio" di firmarsi, ma lo ha per scrivere una castroneria":
Presiedere è intransitivo? Ma che cosa dice! Diciamo, al 'coraggioso' lettore, che se avesse consultato un buon vocabolario della lingua italiana -- prima di scrivere sciocchezze -- avrebbe "scoperto" che presiedere è e transitivo e intransitivo, dipende dal contesto. Dizionario italiano Sabatini Coletti: presiedere

[pre-siè-de-re] v. (coniug. come risiedere; la forma dittongata tende a imporsi anche in sede atona)

  • v.tr. [sogg-v-arg] Dirigere qlco. con funzioni di presidente: p. una giuria
  • v.intr. (aus. avere) [sogg-v-prep.arg]

1 Dirigere, coordinare qlco. SIN sovrintendere: p. ai lavori

2 fig. Svolgere un ruolo preminente in un ambito: gli organi che presiedono alla digestione.


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La neoformazione ferramentista è a lemma nella sezione neologismi del vocabolario Treccani.


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giovedì 14 dicembre 2023

Il "sesso" dei vini e... altro


 Dal dr Pier Paolo Falcone riceviamo e pubblichiamo


1. Il tema

Scrivo queste righe su un argomento che mi sta molto a cuore: quello del genere grammaticale dei vini. Noto che spesso si scrive "il Freisa", "il Barbera", "il Malvasia". La questione è annosa e se ne è occupata anche l'Accademia della Crusca, riconoscendo che alcuni vini hanno - da sempre - nomi femminili. In Toscana nessuno si sogna di dire "il Vernaccia".

I vocabolari non sono di grande aiuto. In sostanza dicono:  fate un po’ come vi pare.

 

2. In letteratura e dintorni

Sul “sesso” dei vini, come su quello degli angeli, si continua a discutere. C’è chi dice il marsala e chi la marsala, chi il frèisa e chi la frèisa; però sulla vernaccia, dopo Dante (“l’anguille di Bolsena e la vernaccia”) nessuno più discute: come già detto, sempre femminile. Come non si discute sul chianti, sul riesling, sul pinot, nero o bianco che sia, sul nero di tufo, sul gutturnio, sull’ortrugo, sul sangiovese e su una gran quantità di vini certamente “maschi”.

Quanto a barbera, gli esperti dicono più spesso la barbera; così come dicono, per un altro celebre vino, la bonarda. Gli scrittori famosi oscillano. Il Carducci produce questi versi: “Generosa barbera. / Bevendola ci pare / d’essere soli in mare / sfidanti una bufera”. Emilio De Marchi, milanese, invece lo declina al maschile: “Dopo avere allungato il barbera con due grosse lagrime, alzò il bicchiere e lo vuotò d’un fiato” (mi chiedo: forse è l’averla resa maschile che lo ha fatto lacrimare nel bicchiere?). Gaber non si sbilancia: “Barbera e champagne / insieme beviam...” e non ci fa capire le sue intenzioni sul genere del nostro vino. C’è poi il noto verso pascoliano: “Serba la tua purpurea barbera...”, femminilissima.

Paolo Monelli, scrittore modenese, in un vecchio libro dedicato al Vero bevitore, dichiara espressamente: “Barbera. È uno dei pochi vini di sesso femminile, come la freisa, l’albana, la vernaccia, la rúfina, e in Svizzera la dôle; ma se è femmina è una virago da mettere fuori combattimento la gioventù...” Anche Mario Soldati, piemontese di Torino, è naturalmente per la barbera.

Il Sole 24 Ore, nel 2017, ha pubblicato un articolo dal titolo emblematico: La barbera è femmina e vi dimostriamo perché (ma a Mogliano Veneto, non in Piemonte). L’autrice cita un libro: “la Barbera è femmina”, che “risponde alle domande che si pongono [sic] la maggior parte di quelli che si avvicinano a questo vino tanto acido quanto robusto: qual è la vera natura della Barbera? Popolana o estremamente pop? Sottovalutata o a ragione eternamente seconda? Affascinante o banale? Sì, la Barbera, per tutte queste ragioni, è estremamente femminile. Mi ha convinto questo modo di affrontare il tema, anch’esso decisamente femminile!

 

3. In Piemonte

Ho cominciato ad interessarmi a questo argomento alcuni anni fa, infastidito dall’usanza degli organi di informazione locali (Chieri e dintorni) di considerare maschili i nomi di tutti i vini piemontesi.

I Piemontesi (anch’io sono Piemontese), si sa, sono per carattere un po’ strani: soffrendo spesso di un leggero complesso di inferiorità (culturale), hanno paura di mostrarsi poco colti. Molti pensano che sia un errore – o un piemontesismo dei nostri nonni – dire "la Barbera", "la Freisa", "la Bonarda", e giustificano la loro convinzione col fatto che si tratta di vino, e "vino" è di genere maschile. Certo, non si può dire "la vino barbera", o "la vino freisa": sarebbe un orrore. Altri affermano che stanno parlando del vitigno, come se nel bicchiere finisse quest’ultimo. Il web è pieno di blog (termini che uso mal volentieri) in cui ognuno dice la sua e raccoglie consensi, sostenendo che solo i retrogradi usano ancora il femminile per barbera e bonarda. Come se anche in grammatica, oltre che in politica, contasse l'opinione di chi non sa, o di chi crede di sapere che le regole grammaticali non ammettano eccezioni. I più colti sostengono che, parlando di vini, il termine "vino" deve essere sempre considerato sottinteso.

Ho poc’anzi citato un altro vino piemontese: la Freisa. A Chieri (in provincia di Torino), dove si produce la Freisa di Chieri DOC, la presidente della “Confraternita del [sic] Freisa” si è dichiarata d’accordo per il femminile, ma ha concluso con un generico riferimento a «quelli che la sanno molto più lunga di me» (lei la Freisa la produce!) e che, a quanto pare, dettano legge in materia. Aggiungendo che, probabilmente, si riferiscono al vitigno. Già, dico io: ma chi vende in bottiglia il vitigno? E chi gli assegna la Doc?

Essendo un estimatore di questo vino, durante la pandemia di Covid 19, per ingannare la noia della clausura forzata, ho fatto una ricerca su Internet. Ho consultato, innanzitutto, sette siti specialistici. La parola “freisa”, nelle schede specifiche, compare 153 volte: 73 volte preceduta da “vino” o senza indicazione del genere, 35 volte al maschile e 45 al femminile. Sul forum del Gambero Rosso si trova quasi sempre al femminile. Ho letto anche una intervista ad uno dei più rinomati ed esperti produttori di Freisa di Chieri DOC: la cita ben 15 volte, sempre al femminile.

 

4. Conclusioni

Discorso lungo, certezze poche; la stessa cosa avviene del resto con molti altri vini. Con l’albana, per esempio: “albana vero” dice Marino Moretti, “bianca albana” risponde Riccardo Bacchelli: e son nati tutti e due, pressappoco, nelle terre in cui si produce.

Dunque, le sole seppur relative certezze sembrano essere la barbera, la vernaccia, la bonarda. Per gli altri, a parte quelli indubbiamente maschili che ho citato, dato che si tratta di vini, facciamo a nostro... gusto.

Personalmente, da incompetente di linguistica ma appassionato di vini, credo che si possa dire - e scrivere - tranquillamente la Barbera, la Freisa, la Malvasia, la Bonarda. Oltre che, naturalmente, assaporarle.

 

5. Non solo vino

Anche nel caso dei formaggi regna la stessa confusione. In un blog del settore leggo “… il gorgonzola … che alcuni trogloditi del nord [Italia, immagino; quindi incluso il sottoscritto] si ostinano a chiamare la gorgonzola.” Evidentemente questo esperto linguista del Sud (?), che etichetta “troglodita del nord” chi non la pensa come lui, se è coerente non può fare altro che scrivere – a proposito di alcuni formaggi tipicamente meridionali – il provola, il scamorza, il vastedda del Belice, il burrata, il manteca podolica, e così via.

A quando “il fontina”, “il caciotta”, “il mozzarella”, “il ricotta”, “il casatella trevigiana”? E perché non “il toma”? Del resto la legge deve essere uguale per tutti; se è sempre sottinteso “formaggio” …

Lo stesso ragionamento vale per i fiumi, i torrenti, i monti, i laghi e quant'altro venga citato, oltre che con il nome proprio, con il sostantivo che lo qualifica, di genere maschile. Tutti dicono "la Dora Riparia", oppure "il fiume Dora Riparia". Si noti che l'aver anteposto "il fiume" non ha fatto diventare maschile la Dora, che è rimasta Riparia (e non Ripario). Così pure “la Dora Baltea”, “la Stura” e molti altri. Analogamente per i monti: "il monte Marmolada"; ma "la Marmolada"; “la Maiella”. E questo nonostante la tendenza dei geografi e di alcuni grammatici a uniformare tutto, per una presunta semplificazione.

Pier Paolo Falcone



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martedì 12 dicembre 2023

Sgroi - 163 - “Case study”: un “caso (di) studio” o lo “studio (di) caso?


di Salvatore Claudio

 Sgroi

 

1. Evento mailare


Una cara amica e collega mi ha chiesto in una e-mail: “Per caso hai parlato di ‘caso (di) studio’ da qualche parte?”

Non essendomi invero occupato di questo problema lessicale, ho colto l’occasione per analizzare i problemi ruotanti attorno a questa espressione.

 

2. “Studio (di) caso” e con testa invertita “caso (di) studio”


Il sintagma “caso (di) studio” non può non richiamare l’ingl. case study, (traducente ‘ortodosso’, calco strutturale, studio di caso), composto con testa morfo-semantica a sinistra, propria dell’inglese. Invece l’it. caso (di) studio si configura come una traduzione, calco strutturale, invero pedissequa dell’inglese, presentando sì la testa a sinistra propria dell’italiano, ma invertita: non più Study ma Caso.

 

1.1. Ingl. Case study (1875)

Diciamo subito che il Merriam Webster’s Collegiate Dictionary 200311  data il composto ingl. Case study 1875, con duplice significato: 1. “an intensive analysis of an individual unit (as a person or community) stressing developmental factors in relation to environment” e 2. “Case history”, a sua volta datato 1894 e definito “a record of history, environment, and relevant details of a case esp. For use in analysis or illustration”.

En passant, ricordiamo che il Dizionario degli anglicismi nell’italiano postunitario di Gaetano Rando (Olschki 1987), che non registra case study, riporta invece case history s.m. “Resoconto obiettivo della vicenda di una persona, di un ente, di un progetto, ecc.”, datato 1971.

 

3. Vitalità delle espressioni in Google


Ma qual(‘)è la frequenza delle espressioni di cui sopra in italiano? Stando a “Google” troviamo le seguenti frequenze.

Decisamente al 1° posto l’anglicismo integrale “Case study”: “Circa 569.000.000 risultati”.

 

E poi:

“caso di studio”: Circa 16.800.000 risultati;

“caso studio”: Circa 388.000 risultati,

 

E quindi a notevole distanza:

 

"studio del caso” (polisemico): Circa 255.000 risultati;

“studio di caso”: Circa 133.000 risultati;

“studio caso”: Circa 92.700 risultati.

 

3.1. Attestazioni di “studio di caso” (1966)

Per il sintagma ortodosso “studio di caso” presente, come detto, in Google con “Circa 133.000 risultati”, riportiamo le seguenti attestazioni sulla scorta di “Google libri ricerca avanzata”:

 

1966: “R.E. McGavach, Il calcolatore nei sistemi di decisione della direzione: uno studio di caso (Calculating machines in management decisions: a case history)” (in Italian Books and Periodicals, vol. 9, p. 353).

1976: “per lo studio di caso del ruolo dei vari enti governativi nello sviluppo delle comunità industriali e loro associazioni nazionali (CONACI)” (Community Development - Edizioni 35-36, p. 117).

Guido Romagnoli, ‎Antonella Cammarota 1980: “nello studio di caso, «si accettano anche i comunisti, purché non abbiano incarichi di partito»” (La Sindacalizzazione tra ideologia e pratica, p. 213).

Gianni Nuti 2012: “Esso raccoglie inoltre i risultato di uno studio di caso svolto su un campione di bambini tra i 10 e gli 11 anni che hanno utilizzato l'apparecchio fotografico durante alcune esperienze scolastiche outdoor” (Le briciole di pollicino, FrancoAngeli, p. 176).

 

3.2. Attestazioni di “studio caso-controllo” (1980)

Alcune attestazioni di studio caso-controllo a partire dagli anni ’80 del ’900 in “Google libri ricerca avanzata”, con “Circa 133.000 risultati” in Google:

 

1980: “Uno studio caso-controllo ben con-dotto (11) ha originariamente dimostrato l'associazione tra esposizione in utero a dietilstilbestrolo e cancro della vagina nelle giovani donne” (Tumori, vol. 66, p. 524).

1980: “Case-control study: soft tissue sarcoma and exposure to phenoxyacetics acids or chlorophenols. (Studio caso-controllo: Sarcoma di tessuti molli ed esposizione ad acidi fenossiacetici o clorofenoli). Hardell L., Sndström - Br . J. Cancer, 39, 711 (1979)” (in Medicina del lavoro, vol. 71, p. 445).

1980: “Questo studio caso-controllo realizzato nell'anno scolastico 1977-78 in alcune scuole della Contea di Tacoma - Washington, esamina le relazioni tra pressione arteriosa e alcune componenti del carattere in un gruppo di ragazzi […]” (Educazione sanitaria e medicina preventiva, voll. 3-4, p. 153).

1981: “S. Toma and Coll. Studio caso-controllo sui fattori di rischio per il carcinoma mammario, Gior. Ital. Sen., Vol. II , n. 4, 327-332 ott.-dic. 1981” (Annali della sanità pubblica, vol. 39, parte 1, p. 49).

1982: “Gli AA. svolgono uno studio caso-controllo per valutare gli effetti verificatisi nel sistema nervoso centrale […]” (Educazione sanitaria e medicina preventiva, voll. 5-6, p. 55).

1987: “Il relativo rischio può essere stimato da uno studio caso-controllo se sono soddisfatte le seguenti condizioni” (Enciclopedia medica italiana. Sesamoidi ossa-Tomografia. 14, p. 1133; altro es. p. 1134).

 

3.3. Attestazioni di “caso di studio” (1983)


Decisamente maggiore la vitalità del sintagma, calco strutturale pedissequo, caso di studio, in Google con “Circa 16.800.000 risultati”, documentabile nel citato “Google libri ricerca avanzata” a partire dalla fine del ’900:

 

Alberta Bianchin 1983: “verifica della sua applicazione su un caso di studio reale” (p. 62); “fotointerpretazione: un caso di studio”; “Tratterò di alcune questioni riguardanti l'uso dell'immagine territoriale cartografica e fotografica, vista come fonte di informazioni”. (Riuso: dai piani alle realizzazioni: tecniche, strumenti, esperienze, prospettive, Peg Editrice, p. 64).

1992: “Caso di studio 3. Considerando il Caso di Studio 2” (p. 82); “Considerando il Caso di Studio 1 bis” (p. 85); “Caso di Studio 4” (ibid.); “Caso di Studio 6. Considerando il modello dinamico illustrato ai Casi di Studio 2 e 5” (p. 88) (Comunicazioni di ricerca dell'Istituto sperimentale per l’assestamento forestale e l’apicoltura).

Riccardo Varaldo, ‎Nicola Bellini, ‎Andrea Bonaccorsi 1997: “Il caso di studio ha analizzato i legami delle imprese con il territorio, sotto il profilo delle attività di ricerca e sviluppo, della domanda pubblica regionale, dei flussi di risorse umane e degli approvvigionamenti” (Tendenze e vie di cambiamento dell'industria toscana, FrancoAngeli, p. 141).

Maurizio Costantini, ‎Gabriella Bettelli, ‎Pietro Lafratta·1999: “Caso di studio 8 – ‘Pronta consegna’” (La qualità come strumento di management innovativo, FrancoAngeli, p. 9).

Gianluca Marchi 1999: “Innovazione distrettuale e comportamento strategico di impresa. Un caso di studio” (Reti e sistemi di piccole imprese. I produttori di macchine e impianti nel distretto ceramico di Sassuolo, FancoAngeli, p. 239).

Teresina Mancuso 2012: “Analisi della redditività di imprese molitorie caso di studio: materiali e metodi di Teresina Mancuso” (in L’industria molitoria a frumento in Piemonte, FrancoAngeli, p. 152).

 

3.4. Attestazioni del composto “caso(-)studio” (1886, 1965)


Il composto caso(-)studio (derivante dal sintagma caso di studio), in Google con “Circa 388.000 risultati”, appare documentato in “Google libri ricerca avanzata” alla fine dell’’800:

 

1886: “Gestione e conservazione della risorsa suolo nelle aree periurbane. Un caso-studio: l'area metropolitana di Napoli” (Memorie descrittive della carta geologica d'Italia p. 189, 191),

 

E successivamente a partire dagli anni ’60 del Novecento con e senza trattino caso(-) studio:

1965: “La seconda parte è un caso-studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (…)”; “Un secondo caso-studio descrive come tali metodi vennero (…)” (Mondo aperto, vol. 19, p. 136).

1968: “Un caso studio sugli aiuti all'estero” (Lo Spettatore internazionale, vol. 3).

1968: “Descrizione di un caso studio della sindrome emolitica. Riv. Clin. pediat., 1967, 79, 2, 83-89”

(Medit͡sinskiĭ referativnyĭ zhurnal: Razdel 5, p. 34).

1969: “Ayoob M., U.S.A. e Pakistan: un caso studio sugli aiuti all'estero (ibidem, pp. 603-619 )” (Rivista di studi politici internazionali, vol. 36, p. 176).

1969: “Questo caso studio va completato con il secondo decreto legge a cui abbiamo accennato” (Italia 1969. Annuario dell’economia, della politica, della cultura, Etas Kompass, p. 63).

 

3.5. L’anglicismo crudo Case(-)study (1933, 1935)


L'anglicismo 'crudo' case(-)study -- presente in Google al 1° posto, come già anticipato, con “Circa 569.000.000 risultati – è registrato nel Devoto-Oli-Serianni-Trifone 2023 in quanto “loc. s.m. invar.”, definito: “Studio analitico di un esempio concreto, finalizzato alla verifica o alla costruzione di un modello teorico e all’illustrazione delle sue successive applicazioni” con l’es. un case study di marketing”, e stranamente senza la proposta di un traducente it. nella rubrica neopuristica “Per dirlo in italiano”. Ed è datato 1984.

La voce è altresì presente nel Supplemento 2009 di E. Sanguineti al Grande dizionario [storico] della lingua italiana di S. Battaglia, con un es. giornalistico del 1993, e nel vol. Nuove Parole italiane dell’uso II del GRADIT, 2007, datato 1989 “in Internet”, senza ess. Manca invece nel De Mauro 2000 e nello Zingarelli 2024!

Lo stranierismo Case study è tuttavia retrodatabile sulla scorta di “Google libri ricerca avanzata” di oltre un cinquantennio, all’inizio degli anni ’30 del ’900:

 

1933: “Il metodo analitico con la descrizione e lo studio d’ogni singolo caso in serie che chiama appunto , detto “Case-Study» ; e il metodo statistico, col quale l'autore lavora invece con grandi cifre, mentre gli sfuggono compiutamente le particolarità d'ogni singolo caso. L'A. non trova difficoltà a segnalare i vantaggi e i danni dei due […]” (Archivio di antropologia criminale, psichiatria e medicina legale, p. 641).

Istituto storico italiano per il Medio Evo 1935: “usa i metodi della microstoria studiando un processo ad un monastero come case-study e in un altro volume pubblica la fonte principale della sua indagine” (Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo e archivio muratoriano, p. 311).

 

4. Case study: un euroanglicismo

Alla luce di A dictionary of European Anglicisms. A Usage Dictionary of Anglicisms in Sixteen European Languages di Manfred Görlach (2001), che registra c. 1500 voci di fine anni ’80 del ’900, il composto case study, va ancora detto, si configura come euroanglicismo presente com’è in 12 lingue su 16 sia come “dono” negli anni ’80 in norvegese, italiano, croato, e (fine ’900) in ungherese, sia come calco strutturale in tedesco Fallstudie, francese étude de cas, rumeno studiu de caz, e (fine ’900) in finnico keissitutkimus/keisse.

 

Sommario


1. Evento mailare

2. “Studio (di) caso” e con testa invertita “caso (di) studio”

2.1. Ingl. Case study (1875)

3. Vitalità delle espressioni in Google

3.1. Attestazione di “studio di caso” (1966)

3.2. Attestazioni di “studio caso-controllo” (1980)

3.3. Attestazioni di “caso di studio” (1983)

3.4. Attestazioni del composto “caso(-)studio” (1886, 1965)

3.5. L’anglicismo crudo Case(-)study (1933, 1935)

          4. Case study: un euroanglicismo













 

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