giovedì 24 settembre 2020

Perché "condivisibile" e non "condividibile"?

 

Perché – si chiede e ci chiede  un nostro lettore di Potenza che desidera conservare l'anonimato  – si deve dire condivisibile e non condividibile? Non è un aggettivo derivato dal verbo condividere? Da chiudere abbiamo chiudibile, da udire udibile, da ripetere ripetibile e via dicendo. In casi simili, insomma, alla radice del verbo non si aggiunge il suffisso “-ibile” (dal latino “-ibilis” ‘che può subire una certa azione’)? Donde viene questo condivisibile?

Si deve dire condivisibile, cortese amico, perché questo aggettivo è registrato nei dizionari a differenza di condivid-ibile, che però è anche bene documentato in Google libri ricerca avanzata a partire dal 1903, mentre condivis-ibile è attestato ben prima fin dal 1853. Il vocabolo è etimologicamente composto del prefisso “-con” e dell’aggettivo latino “divisibile(m)” e significa, come sa, “che può essere condiviso”. Ha ragione, comunque, in linea generale. Per formare aggettivi di questo tipo, aggettivi derivati da verbi della seconda e terza coniugazione, basta togliere la desinenza dell’infinito e aggiungere al tema il suffisso “-bile ”: vendere / vendibile; punire / punibile; preferire / preferibile ecc. Non mancano, naturalmente, le eccezioni: risibile non ridibile, a partire cioè dal participio passato.

Venire alla ribalta

Questo modo di dire non avrebbe bisogno di spiegazioni essendo conosciutissimo e sulla bocca di tutti. Si adopera, infatti, riferito a una persona che improvvisamente acquista notorietà imponendosi all’attenzione del pubblico per qualche fatto di particolare importanza. Si dice anche, sempre in senso figurato, di avvenimenti che improvvisamente diventano di notevole attualità. L’espressione deriva dall’usanza degli attori di presentarsi “alla ribalta” per ringraziare il pubblico, al termine di una rappresentazione teatrale. Per “ribalta” si intende, oggi, il proscenio, ma quando “nacque” - due secoli fa, circa - era una lunga tavola di legno fornita di cerniere in modo da poter essere “ribaltata”, ai bordi del palcoscenico, per impedire alle luci esterne di illuminare la scena. In seguito venne montata davanti alle lampade su perni girevoli permettendo, cosí, di poter regolare l’intensità della luce. Sempre dalla ribalta del teatro sono derivati altri modi di dire, di uso comune, tra i quali ricordiamo “essere sotto le luci della ribalta”, vale a dire essere al centro dell’attenzione, come un attore illuminato dalle luci del proscenio, espressione riferita, naturalmente, a persone che si mettono in luce per un particolare motivo; “sognare le luci della ribalta”, cioè cercare il successo, la notorietà, come un aspirante attore desidera esclusivamente di... “arrivare”.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Roma, bomba d'acqua: auto bloccate, disagi sulla metro A, fermate chiuse per danni

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Confessiamo: non sapevamo che le fermate si potessero chiudere. Eravamo convinti che si chiudessero solo le stazioni.

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Effetto Terra Montreal, sul tetto la serra urbana più grande del mondo

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Ci può essere una serra "piú grande" del mondo? 


mercoledì 23 settembre 2020

Uno "squallido" aggettivo


 Ci sono alcuni vocaboli che ─ a nostro modo di vedere ─ andrebbero relegati nella "soffitta della lingua" perché consunti dall'uso improprio che se ne fa. Squallido, per esempio, è uno di questi. Il predetto aggettivo etimologicamente vale "rozzo", "sudicio" e simili provenendo dal verbo latino "squalere" (esser ruvido, aspro) ed è bene adoperato solo in senso proprio: una stanza squallida, vale a dire misera, rozza, arredata con mezzi di fortuna. Molto spesso (per non dire sempre) i giornali ne fanno un uso metaforico (con considerazioni morali): il delitto è maturato nello 'squallido' ambiente della prostituzione; oppure: l'imputato ha svolto un ruolo di primo piano in quella 'squallida' vicenda. Squallido, è bene ripeterlo, è tutto ciò "che si trova in uno stato d'abbandono e miseria, tale da infondere tristezza"; l'eccessivo uso metaforico ha reso quest'aggettivo... "squallido". Non sarebbe bene, quindi, relegarlo in soffitta e adoperare, volendo fare un apprezzamento morale, i piú appropriati "sostituti" come avvilente, deprimente e simili? Diremo, quindi, un ambiente deprimente, una vicenda avvilente. Sappiamo benissimo di "predicare al vento". Però, non si sa mai...

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Un verbo adoperato “malamente”: uniformare

Il significato letterale del verbo denominale sopra citato è “rendere di una medesima forma”: sono stati uniformati tutti i moduli prestampati. Molto spesso si adopera con il significato di “adattare”, “conformare”, “accordare” e simili: Giuliano si è uniformato alle usanze della famiglia ospitante. A nostro modesto avviso, anche se i vocabolari ci danno torto, è un uso improprio che in buona lingua è da evitare. La forma “corretta” è: Giuliano si è adattato alle usanze della famiglia ospitante.

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Non finiremo mai di raccomandarvi di prestare attenzione ai coniugatori dei verbi in rete. Guardate come questo coniugatore coniuga il passato remoto e il participio passato del verbo "scendere". 


martedì 22 settembre 2020

Sgroi - 77 - L' "Asintomatico" (untore potenziale?): una scelta ideologica

 


di Salvatore Claudio Sgroi

  1. L'evento 

Un notevole intervento di Fabio Montermini A proposito degli asintomatici (posted on september 18, 2020  <https://fabiomontermini.altervista.org./>) offre lo spunto per riflettere sul significato linguistico e 'ideologico' di un termine, ormai diffusissimo con questa pandemia covidica, ovvero il sost. (e agg.) asintomatico.

 2. Il significato linguistico di asintomatico

Direi che sia pacifico che il sost. asintomatico si riferisca alle "persone infettate dal coronavirus che non presentano sintomi" e che quindi è come dire che si tratta di un "positivo asintomatico al Covid". Ovvero l'asintomatico "designa una persona che è stata infettata (contagiata) dal virus ma, sostanzialmente, si sente bene". Una persona quindi "affetta dal coronavirus" che non presentando disturbi, di conseguenza non è in cura".

2.1. L'asintomatico in quanto "pre-sintomatico"

Si può anche sostenere che "un asintomatico può in realtà essere un ‘presintomatico’ che prima o poi svilupperà i sintomi".

         3. Asintomatico sì, ma pericoloso per gli altri

L'asintomatico, se è innocuo per sé (pur essendo contagiato da virus), è tuttavia pericoloso per gli altri, perché "può contagiare altre persone", creando problemi di varia gravità.

Si contrappone quindi al sintomatico, che è invece contagiato dal virus e mostra vari sintomi al riguardo.

Come dire "asintomatico: pericolo latente VS sintomatico: pericolo evidente".

 3.1. Gli asintomatici sono malati o no?

Detto ciò, se è vero che "i medici si sono divisi tra quelli che sostenevano che gli asintomatici fossero da considerare malati e quelli che rifiutavano tale posizione", bisogna però chiedersi come mai.

 4. Asintomatici o portatori sani?

Montermini osserva, grafici alla mano, che, prima dell'apparizione del termine asintomatico, "per designare una persona infettata da un virus e potenzialmente contagiosa, ma esteriormente in buona salute", era piuttosto comune l'espressione portatore sano. Che poi fu sostituita a partire dalla metà degli anni '70 con il termine asintomatico, secondo "le consuetudini in uso nella letteratura specialistica di ambito medico".

Per Montermini portatore sano sarebbe stata espressione "troppo poco tecnica" e anche "troppo rassicurante", rispetto ad asintomatico invece dizione "più neutra e priva di connotazioni particolari".

A me sembra invece che asintomatico è termine opaco, ed eufemistico rispetto a portatore sano, a sua volta un pò contraddittorio perché indicante a un tempo (i) "portatore di un virus" e quindi 'ammalato' ma (ii) "sano" per chi? per il portatore o per gli altri? In realtà ci si trova dinanzi a un individuo contagiato, pericoloso potenzialmente per sé e soprattutto per gli altri (anziani ecc.). Quasi un "untore potenziale", una "bomba ad orologeria".

 4.1. Una esemplificazione giornalistica

Riportiamo solo alcuni ess. giornalistici di asintomatico, tratti da "Il Fatto Quotidiano":

 (i) "il virologo di Padova che a gennaio era l’unico a concentrarsi sugli asintomatici" (mercoledì 16 sett. 2020 p. 8).

(ii) "va valutato lo smart working per gli asintomatici che restano a casa perché positivi" (sabato 5 sett. 2020 p. 7).

(iii) "si aggiungono i non rilevati, asintomatici, poco sintomatici ma comunque non certificati da tampone e contagiosi che sono dal doppio al quadruplo a seconda delle stime" (sabato 21 marzo 2020 p. 4).

(iv) “Ma a fronte di una incubazione che può durare fino a due settimane, i soggetti più pericolosi –spiega il giovane ortopedico – sono proprio gli asintomatici. È così che medici e infermieri si infettano tra loro, che contagiano pazienti e viceversa" (ibid.)

(v) "Anche uno studio cinese, pubblicato dalla rivista Lancet, conferma che gli asintomatici sono i più rischiosi" (sabato 21 marzo 2020 p. 9).

 Un uso aggettivale:

 (vi) "Tutti puntano l’indice contro l’articolo 7 del decreto del 9 marzo del premier Giuseppe Conte: impone

al personale sanitario asintomatico di non interrompere il lavoro anche se è entrato in contatto con un

soggetto a rischio o positivo, anche senza tampone" (ibid.).

 E due neo-composti:

 (vii) "Per quanto riguarda Milano, mi risulta da più testimonianze, anche di medici, che quelli che potremmo

definire parasintomatici o iposintomatici si sentono negare il tampone con inviti ad attendere il corso degli eventi" (sabato 21 marzo 2020 p. 12).

4.2. Neologismi à gogo

Due cari amici mi segnalano altri neologismi meritevoli di ulteriori ricerche:

 (i) "tra i neocomposti manca paucisintomatico diffuso dal mio collega Brusaferro che presiede l’is sup. di Sanità".

(ii) "Colgo l'occasione per segnalarle antisintomatico".

(iii-iv) "e mi voglio rovinare con questi altri composti ipersintomatico e metasintomatico".

         (v) "fra le neoformazioni ci sono i paucisintomatici, con suffisso latino, e gli oligosintomatici. Ma chi ha la precedenza cronologica?"

 5. L'asintomatico: una scelta lessicale "ideologica"

La scelta del termine asintomatico con la sua opacità si configura alla fine come un eufemismo, falsamente rassicurante, che tende a nascondere i pericoli per sé e per gli altri, appunto degli individui definiti 'asintomatici'. Si tratta insomma di una scelta lessicale "ideologica".

 Sommario

1. L'evento              

2. Il significato linguistico di asintomatico

2.1. L'asintomatico in quanto "pre-sintomatico"

3. Asintomatico sì, ma pericoloso per gli altri

3.1. Gli asintomatici sono malati o no?

4. Asintomatici o portatori sani?

4.1. Una esemplificazione giornalistica

4.2. Neologismi à gogo

5. L'asintomatico: una scelta lessicale "ideologica"




 

lunedì 21 settembre 2020

Sgroi - 76 - Il Coronavirus? Una medusa per i sordi profondi

 


di Salvatore Claudio Sgroi

  1. Il coronavirus italiano e angloamericano nella lingua dei sordi (LIS e ASL)

Se il termine coronavirus è spesso adoperato nell'uso comune, non tecnico, come sinonimo di covid, indicante sia il virus patogeno che la malattia determinata da tale virus, è di un certo interesse notare come il coronavirus è stato percepito dalla comunità dei segnanti sordi, ovvero dei sordi profondi.

Sabina Fontana, occupandosi in un contributo assai intrigante su "Come la pandemia ha cambiato la percezione della lingua dei segni" della comunità dei sordi, segnanti nativi in Sicilia (in Filosofi in ciabatte. Divagazioni filosofiche ai tempi del Coronavirus a cura di Mario Graziano,  Corisco Edizioni, Roma-Messina 2020), ha tra l'altro rilevato l'esistenza di due diversi segni gestuali per indicare il coronavirus.

 Un segno della Lingua Italiana dei Segni (LIS) e un segno invece diverso della Lingua Americana dei Segni (ASL "American Sign Language"), adottato da giovani segnanti italiani, che si sono rivelati così "esterofili", non sempre graditi ad altri segnanti italiani meno giovani, in quanto "non rispettano" la "tradizione" e quindi il segno è stato "corretto" poiché giudicato "scomodo".

Come nel caso del prestigio culturale dell'anglo-americano esercitato sulla lingua italiana (con conseguente adozione di anglicismi e calchi), anche l'ASL sembra godere di un particolare prestigio che influenza la LIS, con reazioni di "contestazioni" neo-puristiche o di micro-fedeltà linguistica per l'uso di "giovani" che "non rispettano" la "tradizione".

 

1.1. Variazione sociolinguistica del coronavirus nella LIS 

Come mi avverte la stessa S. Fontana, il gesto del coronavirus presenta una variabilità geografica nella LIS, perché accanto alla variante siciliana-ragusana, c'è da considerare "quello standard usato dagli interpreti in TV". E "Tutti usano le labializzazioni".

Come se non bastasse, lo stesso segno ragusano va soggetto a variazioni individuali presso lo stesso segnante. Come dire, il coronavirus saussurianamente, presenta una notevole variazione sociolinguistica: dalla Langue (uso standard) alla parole geografica (variazione diatopica) alla parole generazionale (variazione diafasica), alla parole idiolettale, individuale (variazione ancora   diafasica).

 

1.2. Il coronavirus zoologicamente una "medusa"

Non meno intrigante è semanticamente l'immagine del coronavirus quale appare nella frase della segnante riportata nel titolo del contributo della Fontana: “Può vola coronavirus, trasparente come medusa”.

Il coronavirus si configura cioè "diafano", trasparente e richiama zoologicamente una "medusa", ovvero lessicograficamente (Diz. di De Mauro) un "invertebrato marino con il corpo gelatinoso, diafano e a forma di ombrello, dotato di una frangia di sottili filamenti prensili, spesso fortemente urticanti".

Etimologicamente un greco-latinismo: "dal lat. scient. Medusa, da Medusa 'Medusa', per i filamenti che ricordano i serpenti che costituivano la capigliatura della Medusa, dal gr. Médusa".

 

1.3. (Inter)lingua italiana dei sordi: tipologicamente VSO

La definizione del "coronavirus-medusa" fa peraltro parte di un "messaggio watsapp" che si configura sintatticamente e tipologicamente assai istruttivo.

L'enunciato in questione “Può vola coronavirus, trasparente come medusa” è infatti parafrasabile con "Il coronavirus, trasparente come una medusa, può volare" e sembra un tipico es. della (inter)lingua italiana dei sordi. Infatti comporta l'omissione degli articoli (il, una) e il verbo vola ha valore di infinito ('volare').

Il soggetto coronavirus, con l'espansione (trasparente come medusa), è inoltre post-verbale. Sicché l'es. sembra rinviare tipologicamente, a non essere marcato, a una (inter)lingua "V(erbo) + S(oggetto) + O(oggetto)", diversa dalla lingua italiana standard che segue l'ordine "S(ogg.) + V(erbo) + O(ggetto)".

L'ordine VSO, comune anche all'arabo e all'ebraico classico, è il terzo ordine sintatticamente più frequente nelle lingue del mondo (circa il 15%).

L'ordine SVO (dell'it. standard, delle lingue germaniche, dell'ebraico moderno ecc.) è invece al 2° posto, condiviso da circa il 50% delle lingue del mondo.

Al 1° posto si colloca per contro l'ordine SOV, proprio per es. del latino, turco, giapponese, ungherese, ecc., ed è comune a circa il 66% delle lingue del mondo.

L'ordine VOS, proprio del malgascio, occupa il 4° posto (circa il 10% delle lingue del mondo). Invece rarissimi, infine, gli altri due ordini sintattici (OSV, OVS) sui sei possibili.

 

2. Un augurio

Ma la lingua dei segni italiana (e non solo) arricchita lessicalmente dinanzi alla pandemia coronavirale e/o covidica è ancora da conoscere e da studiare da parte dei linguisti esperti della (complessa) lingua dei segnanti sordi. Si resta in attesa.

 

Sommario

1. Il coronavirus italiano e angloamericano nella lingua dei sordi (LIS e ASL)

1.1. Variazione sociolinguistica del coronavirus nella LIS

1.2. Il coronavirus zoologicamente una "medusa"

1.3. (Inter)lingua italiana dei sordi: tipologicamente VSO

2. Un augurio




 

domenica 20 settembre 2020

Il «lei di rispetto»

 


Da "Domande e risposte" del sito Treccani:

Quando ci si rivolge a un uomo, perché si dice: ''la prego'', ''la ringrazio''? ''La'' è una forma femminile, quindi non capisco l'uso di ''la' in questi casi'. Grazie. (Sono straniera e imparo l'italiano.)

 Risposta

 Quando ci si rivolge a un uomo volendo usare le forme di cortesia che in italiano è opportuno usare in contesti formali ma anche non formalissimi (per es., primi momenti di conoscenza dopo le presentazioni reciproche), con chi non conosciamo o con cui non abbiamo confidenza, e, sul lavoro, anche parlando o scrivendo a un superiore in grado, dobbiamo fare ricorso alla forma soggetto (lei), alle forme diretta (la) e indiretta (le) della terza persona singolare (che, al di fuori di questa situazione specifica, normalmente riferiamo a nomi di genere femminile e a persone di sesso femminile): “Lei è stato molto serio, dottor Rossi” (si noti però che, parlando a un uomo, l’accordo con “lei” è col genere sessuale e non con quello grammaticale, cioè è al maschile: stat-o molto seri-o); “le vorrei chiedere un favore, avvocato”; “la cerco con urgenza, ragioniere, quando può mi richiami sul cellulare”.

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Ampliamo la risposta degli esperti. Questo "la" (riferito a un maschile) appartiene al cosiddetto lei allocutivo. Vediamo, quindi, le concordanze delle varie parti del discorso quando si usa il "lei di rispetto".
La logica vuole che le voci verbali diventino femminili perché lei è, appunto, un pronome personale di terza persona singolare femminile. Diremo, quindi, lei è invitata alla cerimonia, oppure lei è stata rimproverata per… tanto riferito a una donna quanto a un uomo.
Quando in una frase c’è un aggettivo con funzione di predicato, secondo la norma logico-grammaticale, dovremmo, dunque, metterlo al femminile e dire lei è cattiva e presuntuosa sia con riferimento a un uomo sia con riferimento a una donna?
In casi del genere occorre affidarsi al buon senso; se il lei si riferisce a un uomo, le voci verbali e gli aggettivi saranno, ovviamente, maschili: lei è buono, signor capitano.
Saranno rigorosamente femminili, invece, le particelle pronominali (anche se si tratta di un uomo, ed è il caso che interessa alla gentile lettrice): signor capitano, la prego, mi conceda una breve licenza. Rivolgendoci a più persone il lei diventa, naturalmente loro e segue le medesime regole che sono state menzionate per il lei allocutivo: signori, loro almeno, siano tanto comprensivi nei nostri riguardi; signore, siano sempre buone con i loro pargoletti.
Va da sé che quando si adopera la perifrasi dell’eccellenza vostra, signoria vostra, ecc., si deve mettere tutto al femminile (verbi, aggettivi, pronomi).




sabato 19 settembre 2020

«Di tutto un po'» (2)


 Ci sembra sia giunto il momento di sfatare un pregiudizio scolastico. A scuola ci hanno sempre insegnato – complici alcuni “sacri testi” – che l’articolo determinativo femminile plurale “le” non si apostrofa: le erbe, non l’erbe. E dove sta scritto?!

Si può apostrofare benissimo se la parola che segue comincia con la stessa vocale dell’articolo (e): l’erbe, l’eliche, l’economie.
È lo stesso caso, insomma, dell’articolo determinativo maschile plurale “gli”: gli inglesi o gl’inglesi.
Insomma, non si può tacciare di analfabetismo linguistico se qualcuno ama scrivere, per esempio: in quel negozio di giocattoli vendono l’eliche più belle.

 

Forse pochi sanno che il verbo scomparire ha due participi passati: scomparso e scomparito che non si adoperano, però, a casaccio.
Un nostro amico ci ha chiesto, in proposito, se ha ragione l'insegnante di suo figlio (V ginnasio) che ha censurato, in un componimento svolto in classe, un 'ha scomparito'.
Non abbiamo altri elementi per poter giudicare l'operato del docente. Sarebbe necessario sapere, infatti, in quale contesto il ragazzo ha scritto scomparito.
Se lo ha adoperato nel senso di ha fatto una brutta figura, ha perso in bellezza, il docente ha... perso alla grande: il giovanotto ha ragione da vendere.
Il verbo scomparire, infatti, nei suddetti significati si coniuga con l'ausiliare avere e il participio passato è scomparito, non scomparso: hai scomparito davanti a tutti; hai fatto, cioè, una brutta figura davanti a tutti.
Ci auguriamo che, in questo caso, il professore non abbia scomparito.

 

Colare — nei tempi composti si adopera l’ausiliare essere se si prende in considerazione il liquido che cola: il vino è colato tutta la notte dall’otre; l’ausiliare avere, invece, riferito al contenitore: l’otre ha colato tutta la notte.

Dentro — avverbio e preposizione. In funzione di preposizione, con il significato di in, nel, si unisce direttamente al nome o si accompagna alle preposizioni a o di: dentro la casa, dentro al cassetto. Se segue un pronome personale l’uso della preposizione di è obbligatorio: voglio leggere dentro di te.

Deprezzare — verbo da lasciare al linguaggio commerciale. Diremo, correttamente: svalutare, svilire e simili.

Derisore — aggettivo e sostantivo. Come aggettivo, terminando in -e, nel femminile singolare resta invariato. In funzione di sostantivo, invece, nella forma femminile singolare muta la e in a: derisora.




 

venerdì 18 settembre 2020

«Switch off»: un inglesismo inutile per la Crusca

 


L'Accademia della Crusca ha bocciato il termine inglese switch off , adoperato dall'INPS, perché non chiaro e comprensibile da/a tutti. La prestigiosa Istituzione, "difensora" dell'italico idioma, dovrebbe bocciare tutti gli anglismi se adoperati in luogo del corrispettivo termine italiano. Gli inglesismi, insomma, solo se intraducibili nella lingua di Dante. È inammissibile, per esempio,  doversi procurare un vocabolario inglese-italiano per leggere un giornale... italiano. Dobbiamo constatare però, e con amarezza, che anche la Crusca, nata per controllare la purezza della lingua, da qualche anno si è "albionizzata". Prima che il sito dell'Accademia cambiasse la veste grafica si poteva leggere, infatti, nella pagina d'entrata : "versione inglese" e "versione italiana". Qui, la "sentenza" dell'Accademia.

giovedì 17 settembre 2020

«O no» o «o meno»?



Da "Risposte ai quesiti" del sito dell'Accademia della Crusca:
Tra qualifica e qualificazione vi è qualche differenza
Alcuni lettori ci chiedono se l’uso di qualifica  invece di qualificazione, molto esteso nel linguaggio sportivo, sia corretto o meno.
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Come è possibile che i consulenti linguistici della Crusca usino l'avverbio "meno" con l'accezione di "no" (non) quando Luca  Serianni, accademico della stessa, scrive: «In luogo di o no si adopera anche o meno (“ecco due cose le quali non so se mi garbassero o meno” Nievo), locuzione molto diffusa ma da evitare almeno nello scritto e nel parlato piú formale»? (Qui, comunque, la differenza fra i due termini).

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Discusso e discorso


Si è portati a ritenere che discusso sia il participio passato del verbo discorrere: abbiamo discusso su tutto. No, amici, si presti attenzione. Il participio passato di discorrere è discorso: abbiamo discorso tutto il tempo trascorso in treno. Vediamo la differenza, dunque, tra discusso e discorso.
Il primo è il participio passato di discutere per il cui significato ricorriamo al vocabolario Gabrielli in rete:

«1 Trattare, esaminare in maniera particolareggiata una questione, un argomento, tra due o più persone che manifestano ciascuna il proprio parere, allo scopo di accertare la verità, di decidere e sim.: d. una causa, un disegno di legge; d. il pro e il contro di una proposta; d. di politica; d. su una faccenda importante; d. intorno a una questione.
2 Criticare con obiezioni, contrastare: gli ordini non si discutono; c'è poco da d.
3 estens. Bisticciare, altercare, questionare: smettetela di d.».

E veniamo al secondo, participio passato di discorrere. Anche in questo caso ricorriamo, per il significato, al Gabrielli in rete:

«v. intr. (aus. Avere).
1 Parlare piuttosto diffusamente con qualcuno di argomenti vari: passiamo le giornate lavorando e discorrendo; d. d'arte, di politica. ‖ Discorrere del più e del meno, conversare tranquillamente, senza un argomento preciso. ‖ E via discorrendo, eccetera. ‖ Un gran discorrere, molte chiacchiere.
2 lett. Correre qua e là: vedea nel pian d. / la caccia affaccendata Manzoni.
3 dial. Avere una relazione sentimentale.
B v. tr.
1 raro Attraversare, percorrere
2 raro, fig. Scorrere con la mente».

Possiamo concludere, quindi, affermando che se si discorre non si litiga, se si discute si può anche litigare: Giovanni e Rocco, seduti su una panchina, discorrevano di teatro; Rodolfo e  Bernardo discutevano su chi dovesse restare in casa ad accudire alla madre inferma. I relativi sostantivi corrispondenti sono discussione e discorsa, quest’ultimo non comune e con una connotazione spregiativa.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Francesco ricorda il sacerdote ucciso a Como al termine dell'udienza generale

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Ecco un bel caso di anfibologia: il sacerdote è stato ucciso a Como al termine dell'udienza generale del pontefice?