giovedì 7 maggio 2020

«Il ladro della pelle»


Chi  non ha mai avuto, soprattutto in gioventú, un foruncolo, vale a dire — come si legge nel De Mauro in rete — un' « infiammazione purulenta di un follicolo pilifero e del tessuto adiacente, provocata in genere da microrganismi della specie stafilococco, che causa arrossamento, tumefazione e suppurazione»? 
     E qualcuno si è mai chiesto che cosa è — sotto il profilo linguistico — questo foruncolo? Non è altro che un "ladro della pelle". Sí, proprio cosí. Viene, infatti, dal latino "furunculu(m), diminutivo di "fur, furis", ladro. In origine si riferiva al germoglio secondario della vite, che sottrae la linfa ai rami principali. Ma vediamo come è nato il termine riferito al corpo umano.
     I nostri antenati Latini sembra chiamassero "ladri" i tralci minori della vite che "succhiano" la linfa ai tralci maggiori rendendoli, quindi, malati e privi di frutti. Con il trascorrere del tempo il "furunculus" dall'accezione di tralcio secondario passò a designare qualunque protuberanza cresciuta sul tronco delle piante. 
     Infine il "furunculus" dal campo botanico passò — il salto è breve —  a quello zoologico (e umano) per indicare, per l'appunto, qualsivoglia fastidiosa protuberanza della pelle. Vediamo anche ciò che dice Ottorino Pianigiani, sebbene  — come scritto altre volte — non goda di ottima fama linguistica presso numerosi studiosi.

mercoledì 6 maggio 2020

AAA Cercasi soldi. Ma la Germania chiede rigore



Il titolo che avete appena letto campeggiava in bella vista sullo schermo  televisivo di Rete 4, nel programma condotto da Barbara Palombelli  Stasera Italia, di ieri 5 maggio. Che cosa c'è di strano? Si domanderà qualcuno. È presto detto: uno strafalcione che grida vendetta. In buona lingua si dice "cercansi (o si cercano) soldi", perché si tratta di un "si passivante". Vediamo, quindi, la differenza che intercorre tra il "si impersonale" (errato nel titolo) e il "si passivante" (come sarebbe stato corretto nel titolo). Riproponiamo, allo scopo, un nostro intervento di qualche anno fa.


 Lo spunto per queste noterelle ci viene offerto da un vistoso errore contenuto in un cartello che faceva bella mostra di sé, affisso in un palazzo in costruzione alla periferia di Roma: Vendesi appartamenti. Fino a qualche anno fa, vale a dire fino alla grande crisi edilizia, invece di vendesi si leggeva affittasi, ora il verbo è cambiato in vendesi, appunto, ma è rimasto inalterato l’errore madornale. Quale? vi domanderete. È presto detto. In lingua italiana corretta si deve dire vendonsi (o si vendono) appartamenti, non vendesi; ecco, dunque, amici, lo strafalcione. Il “si”, in questo caso, non è impersonale, ma passivante.
     Alcuni, probabilmente, non riescono a distinguere i due si. Vediamo, quindi, di capirci qualcosa.
Il si impersonale, lo dice la stessa parola, non ha una persona specifica che compie l’azione; la frase è priva del soggetto, o meglio, ha un soggetto indeterminato ed è rappresentato, per l’appunto, dal pronome personale seguito da un verbo di terza persona singolare: si parla francese; si dice che…; in quel locale si mangia bene.
     Il si impersonale, insomma, è facilmente afferrabile perché può essere sostituito con le voci gente o uomo: si parla inglese, vale a dire la gente, l’uomo parla inglese; si dice che…, ossia l’uomo dice che…; in quel locale si mangia bene, ovverosia la gente dice che in quel locale si mangia bene. Ogni qual volta, insomma, che il si può essere cambiato in uomo, gente il verbo che lo segue deve essere necessariamente di terza persona singolare. Le forme più frequenti di “si impersonale” sono: si dice; si racconta; si sa, si crede; si pensa; si fa; si sta, eccetera. Da evitare l’uso toscano misto di forma personale e impersonale come, ad esempio, “si parte domani”; “si arriverà fra cinque giorni”.
     Il si passivante, invece – ed è il caso di vendesi – è riconoscibile dal fatto che il si si può eliminare e le voci verbali che lo seguono possono essere accompagnate dal verbo venire rendendo, in tal modo, la frase passiva (si passivante, appunto); si vendono appartamenti, gli appartamenti vengono venduti; si riparano orologi, gli orologi vengono riparati.
     In altri termini, la frase contenente il si passivante ha un soggetto ben definito che subisce l’azione espressa dal verbo. Il si passivante si riconosce, inoltre – cosa importantissima – perché è adoperato con i verbi transitivi, i soli che possono diventare, appunto, passivi.
Qualcuno obietterà: cercasi allenatori (come di recente abbiamo letto su un quotidiano sportivo) perché il si può essere sostituito da uomo, gente. Cercasi allenatori – secondo costoro – equivarrebbe a l’uomo cerca allenatori; la gente cerca allenatori. Non c’è nulla di più capzioso di questo ragionamento: cercansi allenatori è e resta la sola forma corretta perché il si, come abbiamo testé visto non è impersonale ma passivante.
     Gli allenatori vengono cercati, subiscono, cioè, l’azione di essere cercati. Il verbo venire, in casi analoghi, è la prova del nove per il riconoscimento ufficiale del si passivante che, al contrario di quello impersonale, si usa, ripetiamo, anche con i verbi di terza persona plurale. Si parla tedesco. Provate a dire si parlano tedesco o, in questo locale si mangiano bene. Le frasi vi suonano corrette dal punto di vista grammaticale?
     Annotazione finale: la particella pronominale si posta davanti alla terza persona singolare e plurale dei tempi semplici dei verbi di forma passiva dà a questi ultimi il valore di tempi composti: si è sprecato troppo denaro, vale a dire è stato sprecato troppo denaro.

lunedì 4 maggio 2020

Prendere sottogamba


Cortese dott. Raso,
 grazie alla quarantena ho scoperto da poco e per caso il suo pregevole sito, che ho messo subito tra i preferiti.  
 Mi sono sempre chiesta che cosa significa esattamente e perché si dice "prendere sottogamba".
  Ho consultato numerosi vocabolari dai quali ho appreso l'esatto significato ma non l'origine dell'espressione. Spero che lei possa illuminarmi in merito.
 La ringrazio in anticipo della sua risposta.
 Maria Antonietta S. (Barletta)
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Gentile Maria Antonietta, la rimando a questo collegamento.

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La parola proposta da questo portale, non a lemma nei vocabolari dell'uso: oveglia. Sostantivo femminile sinonimo di pecora. È tratto dal latino "ovicula", diminutivo di "ovis" (pecora). Si veda anche qui e alla voce "cerca parola" si digiti 'oveglia'.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Diritto a disconnettersi, orari e buoni pasto. I nodi del lavoro da casa

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"Piú corretto": diritto di. Qui.

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Si presti attenzione ai vari "coniugatori di verbi" in rete. Guardate questo "coniugatore" come coniuga il verbo esordire (si digiti il verbo).

domenica 3 maggio 2020

Parlo in qualità di...

Il linguaggio burocratico (che, ricordiamolo, non fa la lingua) ci ha abituati a frasi del tipo parlo in qualità di, nella qualità di ecc. In molte lettere di assunzione si può, infatti, leggere: «Siamo lieti di comunicarle che dal giorno (...) Lei sarà alle dipendenze della nostra Società in qualità di...».
      È un'espressione, questa, da evitare se si vuole scrivere e parlare in buona lingua italiana, anche se la  locuzione è immortalata in alcune pubblicazioni. Qualità, in casi del genere, si può sostituire con come, con l'incarico di, con il grado di e simili: sarà assunto con l'incarico di segretario.
      È, altresì, da evitare — sempre che si voglia parlare e scrivere bene — l'espressione di qualità nel significato di buona, ottima qualità: è un libro di qualità; uno spettacolo di qualità.
      A questo proposito il linguista Rigutini — non l'illustre sconosciuto, estensore di queste noterelle — fa notare che si tratta del solito francesismo: dare un senso determinato a parole che hanno bisogno di una determinazione; una qualità può essere anche cattiva, mediocre e pessima oltre che buona.
Oggi tale locuzione è largamente adoperata tanto che nell'uso comune si sente dire stoffa di qualità volendo significare stoffa di buona, ottima qualità.
      Gli amatori del bel parlare e del bello scrivere aborriscano da questo gallicismo. La qualità di qualcosa deve sempre essere seguita dalla sua determinazione: buona, ottima, cattiva, pessima, mediocre e via dicendo.



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L' Accademia della Crusca boccia l’utilizzo della parola Revenge Porn.  Qui. 
Probabilmente, anzi senza dubbio, numerosi linguisti dissentiranno ma — a nostro modo di vedere — la Crusca ha abdicato al suo ruolo di "difensora della lingua italiana". Dovrebbe condannare tutti i termini stranieri anche se, come sostengono i "linguisti d'assalto", arricchiscono il nostro idioma. I giovani studenti di oggi — grazie alla stampa e alla stessa Accademia della Crusca — conoscono meglio la lingua di Albione che quella di Dante e di Manzoni.

sabato 2 maggio 2020

La disgregazione di una lingua e di un'identità


Dal dr Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo


In difesa dell'italiano, eroso dagli anglicismi, ogni tanto qualcuno scende in campo, mosso dal legittimo desiderio di difendere la lingua nazionale; anche perché questa è il legame più forte che esista tra gli abitanti della penisola, spesso tormentati e divisi da una miriade di fattori conflittuali locali e nazionali.


Occorre dire che la capitale d’Italia, Roma, non è mai stata il centro linguistico del Paese come ad esempio Parigi è per la Francia. Nella penisola vi sono poi i dialetti, molto cari agli italiani, i quali hanno tutti un forte legame con il proprio angolino di terra e la sua parlata locale. La nostra identità, in effetti, poggia su un forte sentimento di attaccamento al paesello, alla cittadina, alla regione di provenienza. Questa appartenenza locale è molto più forte dell’attaccamento che noi in genere proviamo nei confronti dell’Italia tutt’intera.

Sul sentimento unitario nazionale, inoltre, agiscono negativamente i fattori divisivi dell’ideologismo, del contrasto Nord-Sud, del campanilismo e persino delle rivalità calcistiche. Un altro fattore che è di ostacolo a un normale sentimento di dignità e di unità nazionale è l’esterofilia, cui si accompagna uno sterile e ridicolo “compiacimento autodenigratorio” assai diffuso tra gli abitanti della penisola.

I dialetti hanno perso forza rispetto a un passato ancora recente. Il numero dei parlanti il dialetto diminuisce a vantaggio della lingua nazionale: lingua della pubblicità, del governo, della “modulistica”, della TV, dei giornali… I dialetti perdono la loro ricchezza d’origine a causa anche dei modi di vita non più legati all’angolino di nascita del parlante.

È da rilevare che la carica di autenticità, emotività, immediatezza posseduta dal dialetto non si è trasferita all’italiano, nato quest’ultimo soprattutto come lingua utilitaria ossia come strumento necessario per andare al di là dell’ambito familiare e dell’angolino di terra d’origine. Anche perché la lingua toscana, così aderente alle cose della vita, ha perso terreno nei confronti di un italiano di tipo amministrativo veicolato dalle istituzioni, dalla TV, e da coloro il cui idioma di nascita non era il toscano. A questo proposito stimo utile citare il commento inviatomi da un insigne studioso, Giovanni Caselli:

"La sola lingua italiana paragonabile al francese o all’inglese era la defunta lingua toscana. Infatti non esiste storicamente che la lingua toscana derivata dalla lingua di Dante e che mio nonno contadino parlava. Poi sono arrivati scrittori napoletani e abruzzesi che per campanilismo rifiutarono la lingua di Dante e infine Mike Bongiorno che segnò la morte di una gloriosa lingua. La lingua italiana è stata sputtanata dagli scrittori non toscani per motivi campanilistici.

Se la lingua italiana ha oggi il vocabolario più piccolo di ogni altra lingua non c’è da meravigliarsi e non mi meraviglio che i semianalfabeti, per scarsezza di vocabolario, attingano dall’inglese, che poco conoscono e per nulla sanno pronunciare."

L’italiano è, nella penisola, per molti anzi per moltissimi ormai, lingua materna; ma si tratta di una “madre” troppo collettiva e dai figli troppo disparati per riuscire ad esprimere un forte senso d’intimità tra coloro che la parlano, come invece avviene con il dialetto. Questo, anche se appare ostico e cacofonico a orecchie estranee, accarezza l’orecchio di chi lo ha imparato da bambino. Tanto è vero che il criterio del “suona bene” non è un criterio rigorosamente obiettivo per giudicare dell'eufonia del dialetto, che infatti esprime sempre musica armoniosa per chi l’ha avuto in eredità dai padri.

La lingua nazionale dà un forte contributo al senso di appartenenza e di comunanza di destino tra  coloro che la parlano vivendo entro gli stessi confini: i confini della Patria. Sarebbe doveroso e direi normale, pertanto, un minimo d’amore per il proprio paese e di rispetto per coloro che vennero prima di noi, onorando la lingua nazionale da loro trasmessaci.

La lingua italiana è assai simile a un fiume il cui letto sia stato in parte deviato e i cui argini siano stati soverchiati da rigagnoli, flussi, scarichi provenienti non solo dall’esterno dell’invaso ma addirittura d'oltreoceano. E difatti questa nostra lingua a causa del ricorso spesso ridicolo ed inutile di termini inglesi mal capiti e mal pronunciati diviene sempre più un “italianese”, idioma incontestabilmente comico che gli italiani trovano invece confacente al loro sentire.
Il non rispetto della lingua nazionale, con l’uso grottesco che in Italia, governo, organi d’informazione, intellettuali, e autorità di ogni ordine e grado in testa, fanno degli straripanti anglicismi è anche una conseguenza dello spirito d’indisciplina che ci contraddistingue come popolo. È inevitabile: la nostra refrattarietà alle regole è rivolta anche alle regole di grammatica e soprattutto alla regola basica che vorrebbe che gli italiani, governo e popolo, parlino l’italiano e non una lingua rabberciata: l’“italianese”, come è chiamata questa nostra nuova lingua nazionale farcita di termini e locuzioni inglesi. A ciò si aggiunge il fatto che siccome la lingua è un potente segno identitario collettivo, gli italiani, i quali in maggioranza sono imbevuti di spirito antinazionale, e godono nel proclamarsi "cittadini del mondo" (ma con il culto dello spaghetto al dente, della gesticolazione a tutto campo e del parlare spesso urlando)  manifestano un sentimento di fedeltà assai incerto nei confronti del prezioso bene collettivo che è la lingua dei padri. Ai frutti dell’indisciplina si aggiungono quindi i frutti dell’esterofilia.
Ma non basta. Vi è un ulteriore fattore “smobilitante” che danneggia la nostra lingua-bandiera. Esso è costituito dalla giustificazione “politica” invocata a difesa di questo sbracamento linguistico antinazionale, visto dai nostri “progressisti” come un generoso impegno antinazionalista e pertanto meritevole di approvazione e di appoggio.

Durante il ventennio fascista le autorità combatterono i forestierismi in favore della "purezza" della lingua nazionale. Ma diedero talvolta prova di zelo eccessivo. Il che sembrerebbe legittimare, oggi, l'atteggiamento opposto. Secondo i nostri benpensanti, difensori del "pensiero unico" da esprimere con una lingua unica il più possibile "internazionale", chi lotta contro la propria lingua dimostrerebbe apertura di spirito e senso democratico. Peccato solo che il troppo stroppia, specie quando il troppo equivale ad un’autocastrazione, come mi pare lecito definire quest’azione diretta alla disgregazione della nostra lingua nazionale e di conseguenza della nostra stessa identità.





















venerdì 1 maggio 2020

Sgroi - 65 - "I congiunti" e la teoria linguistica di Eugenio Coseriu


di Salvatore Claudio Sgroi

1. L'evento: decreto per "incontrare congiunti"
Il decreto del 26 aprile (in vigore dal 4 maggio) del presidente del consiglio Giuseppe Conte con cui si avvia la cosiddetta "Fase due", dopo il lockdown della Fase-1, permette “spostamenti per incontrare congiunti, purché venga rispettato il divieto di assembramento e il distanziamento interpersonale di almeno un metro e vengano usate protezioni delle vie respiratorie”.
Come era inevitabile, nei media e non solo, sono nate discussioni e polemiche su cosa intendere con "congiunti", ovvero 'chi sono i congiunti', qual'è il significato 'referenziale', denotativo, oggettivo del termine 'congiunto'?.

1.1. Il congiunto lessicografico
Un termine colto, il sost. per lo più masch. congiunto, ma riferibile a uomini e donne, come etichetta il De Mauro 2000, è voce CO[mune], ovvero nota a laureati e diplomati, ed è definita sinonimicamente con 'parente, familiare'. Per contrapposizione quindi i congiunti escludono non solo gli 'estranei', ma anche 'gli amici'.
Il sin. parente a sua volta, stando sempre al De Mauro, è parola di "A[lta]D[isponibilità]" per tutti gli italiani minimamente acculturati, ed è a un tempo "T[ermine]S[ettoriale] del dir[itto]", indicante "chi è legato ad altre persone da vincoli di consanguineità"; e si prevede anche il "parente acquisito, non consanguineo, diventato tale in seguito a un matrimonio", per es. il cognato o il suocero, indicati anche come "affini" ("TS dir." in De Mauro e databile 1330 nel DELI).
Il familiare s.m. e f., voce di A[lto]U[suo], è a sua volta "persona della famiglia", e quindi  "consanguineo, parente".
Infine, il consanguineo, termine CO[mune] sempre per il De Mauro, è "chi è legato da parentela sia in linea diretta che collaterale".
Ancora col DELI e col Battaglia apprendiamo che il termine congiunto è attestato almeno dal sec. XIII con Inghilfredi (Scuola poetica siciliana).
Se il significato del termine congiunto è abbastanza chiaro, anche se non definito per enumerazione dei vari referenti, fa parte della competenza lessicale degli italofoni mediamente colti, come si spiega il vespaio di critiche suscitato da tale termine?.

2. La teoria linguistica di Eugenio Coseriu
Un chiarimento può venirci dall'analisi di tale termine, e in genere di casi analoghi, alla luce della teoria linguistica di Eugenio Coseriu (1921-2002), uno dei Maestri della linguistica otto-novecentesca.
Per Coseriu ogni lingua storica è un «sistema» potenziale di regole e di segni, che si realizza in «norme» (o «usi») sociali e individuali di parlanti, colti o incolti che siano, per fini comunicativi ed espressivi.
Due sono per Coseriu le funzioni del linguaggio: a) la (humboldtiana) «creatività» individuale, che si manifesta come varietà e b) la (aristotelica) «alterità» interazionale, sociale, che si realizza come omogeneità o uniformità, legata al fatto che il linguaggio esiste per gli altri, per parlare con gli altri e quindi anche come gli altri.
Il linguaggio presenta poi due piani: I) quello «biologico», della normalità psico-fisica, non-patologica, senza la quale sorgono problemi di disturbi del linguaggio (afasia, ecc.), che potrebbero compromettere la possibilità di realizzazione linguistica individuale e sociale; -- e II) quello «culturale», legato cioè al condizionamento sociale, in base a cui l'individuo acquisisce una qualsiasi «lingua storica», che gli consentirà alla fine di dare forma linguistica, logica, e adeguata ai propri pensieri.
Sul piano culturale Coseriu distingue quindi tre ranghi o livelli:
(i) Il rango individuale, espressivo, proprio di chi, in quanto parlante nativo, sa usare la lingua nelle diverse situazioni comunicative.
(ii) il rango storico-linguistico, il «sapere cioè una lingua particolare», quale che essa sia, nativamente come prima lingua (o come lingua seconda/straniera per uno straniero).
Tale rango implica a sua volta:
a) il «sapere una lingua» da parte di un nativo, correttamente; e comporta l'adozione della norma di solidarietà, il parlare come gli altri entro lo stesso ambito funzionale, con conseguente garanzia della continuità della lingua storica. E il suo uso può risultare "corretto" o "inappropriato"/"improprio.
    b) Il 'saper una lingua' da parte di uno straniero può invece presentare interferenze specifiche. E il suo uso sarà giudicato «corretto» o «incorrecto» cioè "scorretto", per es. nel caso della pronuncia occasionale pandèmia, trisillabica, di papa Francesco "allo-italofono" e nativo-ispanofono, anziché pandemìa, quadrisillabica, analizzata nel precedente intervento del 25 aprile (n. 61).
Infine (iii) c'è il rango universale, locutivo, o di verbalizzazione, relativo cioè al saper comunicare, saper dialogare, saper parlare/scrivere in maniera logica, coerente, non-contraddittoria, senza incongruenze, -- e questo indipendentemente da una lingua specifica --, ma piuttosto sulla base della conoscenza generale del mondo.

3. Giudizio sul decreto ministeriale e sua inadeguatezza referenziale
Alla luce di quanto sopra, è indubbio che il testo ministeriale, in quanto prodotto da italo-nativofoni/nativografi, e per di più colti (il presidente del consiglio è tra l'altro avvocato e docente universitario), è corretto sia per quanto riguarda (i) il Rango individuale che (ii) il Rango storico-linguistico, realizzati peraltro in una lingua nativa. Ma anche il Rango (iii) universale-locutivo ha una sua coerenza logica nella scelta lessicale del termine "congiunti", in realtà per niente ambiguo, e al di là del suo uso nell'art. 307 del codice penale.
L'insoddisfazione del testo è stata in realtà determinata dal fatto di essersi limitato a indicare solo "i congiunti", senza tener conto della varietà dei rapporti umani. Il tipo di intervento imponeva quindi il riferimento anche ad altri individui diversi dai congiunti. E infatti, dai "congiunti" erano escluse, come è stato fatto notare, categorie di persone diverse, quali "i fidanzati" (stabili o meno), i "conviventi", gli "amici", i "single", gli "anziani soli senza figli", "i vicini", e perché non "l'amante" o i gay-uomini/donne, ecc. la lista è facilmente allungabile. Il testo andava insomma diversamente formulato si dà includere tutti, chiunque, sostituendo per es. in "incontrare congiunti" il sostantivo "congiunti" con l'indefinito "altri" e dire tout court: "incontrare altri".

            Sommario
1. L'evento: decreto per "incontrare congiunti"
1.1. Il congiunto lessicografico
2. La teoria linguistica di Eugenio Coseriu
3. Giudizio sul decreto ministeriale e sua inadeguatezza referenziale













giovedì 30 aprile 2020

Io compio o io compisco? Tutt'e due (corretti)


Un'accesa discussione tra padre e figlio, nostri vicini di casa, ci ha dato lo spunto per spendere due parole sull'uso corretto del verbo compiere/compire. 
   Il figlio diceva - rivolto al padre - «appena compisco la maggiore età farò di testa mia» e il padre (un docente di scuola media) - di rimando - «comincia, con il coniugare bene i verbi: si dice "compio", non "compisco"!». Il ragazzo non ha commesso alcun errore: si può dire tanto "compio" quanto "compisco". 
   Possibile che questo verbo trae/tragga in inganno anche gli insegnanti? Il verbo in questione appartiene alla schiera dei cosí detti verbi sovrabbondanti (o, un po' azzardatamente (?), alle parole "metaplastiche") ha, cioè, due coniugazioni: compiere, seconda coniugazione, e compire, terza coniugazione. Compire, pertanto, prende le desinenze dei verbi della terza coniugazione, con l'inserimento, in alcune voci, dell'infisso "-isc-" (come finire): che io compisca. 
   Compiere, classificato tra i verbi irregolari della seconda coniugazione può seguire, invece, anche la coniugazione regolare. La prima persona presente del passato remoto, per esempio, può essere tanto io compii quanto io compiei, come il futuro può essere sia compirò sia compierò. Qui, la coniugazione (regolare) di compiere e qui di compire.

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La parola proposta da questo portale: salmata. Sostantivo denominale femminile con il quale si indica un discorso molto lungo e noioso. È tratto dal sostantivo salmo con l'aggiunta del suffisso "-ata". 

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La lingua "biforcuta" della stampa

La rivolta Consegnate ai sindaci le chiavi di migliaia di locali: “Così muoriamo”

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Correttamente: moriamo.

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"Piú corretto" arancione (invariabile). Qui.





martedì 28 aprile 2020

Sgroi - 64 - Papa Francesco e le origini della "pandemia" (Parte III)

di Salvatore Claudio Sgroi

1. E le lingue germaniche?
A questo punto, dopo le lingue romanze (italiano, spagnolo, portoghese, francese e en passant rumeno) della Parte II, si impone anche un rapida scorsa alla presenza di questo tecnicismo medico in tedesco e in inglese, e al di fuori delle lingue germaniche in polacco e in neogreco.

2. Ted. Pandemie 1809 (etimo diacronico greco-latino)
Il s.f. Pandemie quadrisillabico è registrato nel Duden. Das Fremdwörterbuch (1982), con l'indicazione sintetica di un etimo diacronico: "gr.[iechisch]-n[eu]lat[einisch].", ovvero 'greco-neolatino', senza indicare la forma specifica. Il Wahrig. Deutsches Worterbuch 1986/1991 rinvia soltanto al greco di cui indica la base: "zu grch. pandemia [sic: ma quadrisillabo] 'alle Leute'", mentre l'Etymologisches Wörterbuch des Deutschen di W. Pfeifer (ed. ridotta 2005) omette la voce.
Con Google possiamo datare la voce già all'inizio dell'800:
(i) Gottfried Wilhelm Becker 1809: "Das wahre Scharlachfieber ist eine alte Krankheit, welche seit zwei Jahrhunderten in Deutschland und andern Ländern genau beobachs tet, stets nur als Epidemie und Pandemie erschien, immer fast unbedingt und fast [...]" (Rezepte und Kurarten der besten Aerzte aller Zeiten, Leipzig, p. 335). E poi:
(ii) F. Steudener 1872: "In der dritten Pandemie wurde in Deutschland 1866 das Choleraphyton wieder entdeckt, aber auch dies mal wieder als unschuldige Ascarideneier erkannt" (Ueber pflanzliche Organismen als Krankheitserreger, in Sammlung klinischer Vorträge, p. 308/26).

2.1. Ted. Pandemisch 1803
L'agg. pandemisch è a sua volta sinteticamente indicato nel Duden 1982 con etimo diacronico: "gr." e come implicita neoform. del sost. nel Wahrig 1986.
Il termine grazie a Google libri è attestabile nel 1803:
Pandemisch: "Pandemiſch, allgemein, als eine pandemiſche Krankheit, eine allgemeine Seuche, von welcher viele Menſchen befallen werden" (Encyclopädiſches Wörterbuch alphabetiſche Erklärung aller Wörter aus fremden Sprachen, die im Deutſchen angenommen ſind, wie auch aller in den Wiſſenſchaften, bey den Künſten und Handwerken üblichen Kunſtausdrücke. Bearbeitet von einer Geſellſchaft Gelehrten, Sechster Band, Naumburg 1803, p. 165-66).

3. Ingl. Pandemic vs Pandemia, *Pandemy
Quanto all'inglese, tre sono i termini in gioco pandemic (agg. e sost.) vs pandemia (sost.) piano e *pandemy (sost.).

3.1. Pandemic sost. 'pandemia' e agg. 'pandemico'
Una scorsa al diz. bilingue it.-ingl. del Ragazzini consente intanto di constatare che il traducente inglese dell'it. pandemìa med. è pandemic (che vale anche come agg. 'pandemico') da pronunciare piano /pæn'dεmik/, e non già pandemia o *pandemy.

3.1.1. 1Pandemick agg. 1666, pandemic 1754 (etimo greco-latino) vs 2pandemic sost. (1846, ca. 1853) (conversione)
Una scorsa al Merriam-Webster's Collegiate Dictionary (200311) conferma l'esistenza del sost. piano 2pandemic "n" -- datato ca. 1853 -- definito "a pandemic outbreak of a disease" e distinto dall'omofono "adj." piano 1pandemic con l'es. pandemic malaria.
L'etimo indicato per l'agg. 1pandemic è di tipo diacronico, un greco-latinismo: "L[ate]L[atin] ('latino tardo') pandēmus, fr. Gk pandēmos of all the people, fr. pan- + dēmos people", datato 1666. L'Oxford English Dictionary (OED) indica per tale data la variante pandemick e il 1754 per la grafia moderna pandemic.
Il sost. si configura implicitamente come es. di conversione grammaticale.
Risalendo al Webster's Third [1961] New International Dictionary of the English Language Unabridged (ed. Konemann 1993),  troviamo 1pandemic agg. con l'etimo diacronico, greco-latino: "Late Latin pandemus pandemic (fr. Gk pandēmos of or belonging to all the people, fr. pan + dēmos deme, populace) + E[nding] -ic", e con gli ess. a pandemic outbreak of malaria; pandemic alarm.
Altro lemma (omonimo) è il sost. 2pandemic "n" definito "a pandemic outbreak of a disease", con implicito etimo sincronico, in quanto "conversione" dell'agg., e senza alcuna datazione. Con Google il sost. è retrodatabile almeno al 1846 (cfr. più avanti § 3.2), indicato anche nell'OED.

3.2. Ingl. Pandemia (etimo greco-latino) 1846
Mentre il Merriam-Webster's Collegiate Dictionary (200311) non registra alcun pandemia, invece il Merrian-Webster on line 2020 lemmatizza il termine pandemia (non comunque *pandemy) piano con la trascrizione fonetica \pan-ˈdē-mē-ə\ e il rinvio per la "Medical Definition of pandemia" al lemma "PANDEMIC". Il che lascia intuire che si tratta di una variante secondaria e non comune, "rare" nell'OED.
Risalendo al citato Webster 1961 troviamo poi pandemia trisillabo /pan'dēmēә/, con un etimo diacronico, greco-latino: "N[ew]L[atin] (lat. scient.), fr. Gk pandēmia [sic, ma quadrisillabo] all the people, fr. pandēmos of or belonging to all the people + -ia -y: pandemic" (senz'alcuna datazione).
Con Google possiamo datare l'ingl. pandemia 1846 (indicato anche nell'OED, cfr. sotto):
Robley Dunglison 18466 (p. 549) e ried. 1860, A dictionary of medical science, with French and other synonymes, Philadelphia, lemmi: "PANDEMIA [sost.], Pandemic" (p. 674), "PANDEM'IC [sost.], Pan'demy, Pande'mia, Morbus Pande'mius [...], (F.) Pandémie; from παν, 'all,' and δημος, 'people.' An epidemic which attacks the whole, or a great part, of the population" (pp. 674-75). Nelle ried. 1865 (p. 706) e 1874 (p. 750) aggiunge la base greca in "Pande'mia, (πανδημια [sic]), Pandemic".
Nell'OED on line il sost. piano pandemia, Brit. /panˈdiːmɪə/, U.S. /pænˈdimiə/, è datato 1846, 1900, 1995, con etimo diacronico:
"Origin: A borrowing from Greek, combined with an English element. Etymons: Greek πάνδημος, -ia suffix1.
Etymology: < ancient Greek πάνδημος of or belonging to the whole people (see pandemic adj. and n.) + -ia suffix1. Compare post-classical Latin pandemius adj. (in febris pandemia ) (1769 or earlier)", e rinvio = pandemic".

3.3. Ingl. *Pandemy 1846
La variante ingl. *pandemy, ottocentesca e ora decisamente arcaica, appare nelle varie edizioni del citato Dictionary di Robley Dunglison 18466 (p. 549) e ried. 1860:
"PANDEM'IC [sost.], Pan'demy, Pande'mia, Morbus Pande'mius [...]" (p. 674); -- "PANDEMY [sost.], Pandemic" (ibid.).
L'OED sub pandemia fa presente: "Also anglicized pandemy", che data 1846 Dunglison.

   4. Polacco pandemia 1915 (etimo diacronico)
In polacco il termine pandemia (trisillabo) è indicato con etimo diacronico: "gr. pandémios" (W.Doroszewski, Słownik języka polskiego ['Dizionario della lingua polacca'], Warszawa 1964), ed è attestabile nel 1915, grazie a Google libri:Stanisław Serkowski 1915: "Stopniowy rozwój [Diffusione progressiva] 1907-1908 i pandemia 1909 i 1910"; "Mapa II Pandemia cholery 1909-1910" (Epidemiologia i profilaktyka cholery, Drukarnia Artystyczna K. Kopytowski i S-k, 1915, pp. 1 e 4).
 
    5. Neogreco πανδημία [panδimìa]: etimo diacronico lat. scient. (con epidemia)
Il Dizionario dei prestiti e dei parallelismi, come indica il sottotitolo, del volume Greco antico neogreco e italiano a cura di A. Kolonia e M. Peri (Zanichelli 2008) lemmatizza in neogreco il s.f. πανδημία quadrisillabo "[panδimìa] med. pandemia", con etimo diacronico latino scient.: "< lat. scient. pandemia [trisillabo!] < παν + lat. scient. -demia, per anal. con lat. scient. epidemia < gr. a. ἐπιδημία, cfr. gr. a. πανδημία,"tutto il popolo'".

6. Una soluzione etimologica unitaria?
Alla fine, un etimo diacronico congruo cronologicamente, fonologicamente e semanticamente, per l'it. pandemìa (1821), per il portoghese pandemia /pãdǝ'miɐ/ (1803), per il ted. Pandemie (1809), per il rumeno pandemie (1896), per il neogreco πανδημία [panδimìa] -- tutti quadrisillabi --, sarebbe il fr. pandémie 1752, 1756.
Invece il lat. scient. pandemia (trisillabo) è da porre alla base dello sp. pandemia (1823), del cat. pandèmia (1840), dell'ingl. pandemia (1846), pandemy (1846) e del polacco pandemia (1915) -- tutti trisillabi.
Infine, per l'ingl. pandemick agg. (1666), pandemic (1754) e il fr. pandémique agg. (1740) è da proporre il lat. pandemicus 1600.
Più in generale è possibile ricostruire la seguente trafila storico-etimologica, sulla base anche dei dati indicati nel Pentaglot dictionary di Shirley Palmer (London 1845):
I.a) gr. cl. πάνδημος agg. "epidemico, diffuso presso tutti" (Filone di Alessandria e Galeno medico, detto "di malattie", cfr. Montinari);
I.b) πανδήμιος adj. 'common to a whole people'; --ἡ νόσος πανδήμια 'a pandemic malady', (fr.) 'maladie pandémique'.
II.a) Latin: pandemicus agg. (Elie Col de Vilars 1753), "Pandemicus, pandémique" (in Jean-Fr. Lavoisier 1771, Dict. portatif de médecine Paris, t. I, p. 293); morbus pandemicus, de morbo Pandemico (Marcellus Capra 1593);
II.b) post-class. lat. pandemius agg. (Elie Col de Vilars 1753, Dicc. de ciencias méd. 1825, OED); febris pandemia (Vogel, c. 1769 OED);
II.c) lat. Pandemia s.f. 'a disease' (Elie Col de Vilars 1753, Tramater 1835); "Pandemia, pandémie" (in J.-Fr. Lavoisier 1771, Dict. port. de méd. Paris, t. I, p. 293); Pandemia tellurica 'cholera' (Martino Francesco Steer 1832, in Atti dell'I. e R. Accad. Econ.-Agr. dei Georgofili di Firenze, vol X p. 471).
III.a) fr. pandémie 1752, port. pandemia /pãdǝ'miɐ/ 1803, ted. Pandemie (1809), it. pandemìa 1821
III.b) sp. pandemia 1823, cat. pandèmia 1840, ingl. pandemia 1846, pandemy 1846, rum. pandemie 1896, pol. pandemia 1915.


7. Morale della favola
In conclusione, dobbiamo essere assai grati a Papa Francesco, il cui dire fa sempre bene alla salute mentale e spirituale di chi l'ascolta, in quanto stimolo per conoscere meglio se stessi e la propria lingua grazie al confronto con gli altri e con la loro lingua, scoprendo in superficie e in profondità somiglianze e diversità non sempre prevedibili.

Sommario
1. E le lingue germaniche?
2. Ted. Pandemie 1809 (etimo diacronico greco-latino)
2.1. Ted. Pandemisch 1803
3. Ingl. Pandemic vs Pandemia, *Pandemy
3.1. Pandemic sost. 'pandemia' e agg. 'pandemico'
3.1.1. 1Pandemick agg. 1666, pandemic 1754 vs 2pandemic sost. (1846, ca. 1853) (conversione)
3.2. Ingl. Pandemia (etimo greco-latino) 1846
3.3. Ingl. *Pandemy 1846
4. Polacco: pandemia 1915 (etimo diacronico)
5. Neogreco πανδημία [panδimìa]: etimo diacronico lat. scient. (con epidemia)
6.Una soluzione etimologica unitaria?
7. Morale della favola


       3. Fine