mercoledì 30 settembre 2015

La borsa e la... Borsa

Gentilissimo dott. Raso,
potrebbe spendere due parole sulla Borsa? Perché, insomma, quell'istituzione pubblica in cui si vendono azioni, titoli di Stato e altro prende il nome di Borsa? Complimenti per la sua istruttiva "fatica".
Grazie in anticipo e cordiali saluti.
 Emanuele S.
 Lucca
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Cortese amico, l'argomento è stato trattato, qualche anno fa, sul "Cannocchiale". Le do il collegamento.

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La parola proposta da questo portale: zazzeare, andare, cioè, a zonzo, bighellonare. Dal Tommaseo-Bellini: «V. a. [Fanf.] Girare qua e là senza proposito, Andare a zonzo. Pros. Fior. p. 4. V. 2. 187. E pet questo, e perciocchè voi sete stato zazzeando, io non v'ho scritto un pezzo fa, che non sapevo in qual clima voi foste».

martedì 29 settembre 2015

L'improperio





La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it": improperio.

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I verbali di polizia giudiziaria. Un articolo di Michele Cortelazzo, docente di linguistica italiana presso l'Ateneo padovano.

lunedì 28 settembre 2015

Il medico e l'ingenuo

Avreste mai immaginato, gentili amici, che il termine “ingenuo” – il cui significato è a tutti noto – in origine indicava il neonato “preso dal padre sulle sue ginocchia”? Come si è arrivati all’accezione di “persona poco accorta”, “persona priva di malizia”? Vediamo assieme i vari passaggi semantici risalendo, come sempre, alla lingua dei nostri padri: il latino. Ingenuo, dunque, è il latino “ingenuu(m)”, derivato di “genu” (ginocchio) e aveva il significato suddetto, valendo “riconosciuto autentico” (dal padre che lo aveva preso sulle sue ginocchia). Con il trascorrere del tempo il vocabolo fu interpretato come formato da “in” e “genus” (casato, stirpe) mantenendo press’a poco il significato originario: “nato da casato interno” (non da schiavi o barbari) e, per tanto, "franco", “libero”, “nobile”. Passato in italiano, il termine, attraverso il significato di “schietto”, “genuino”, “libero nel parlare” ha acquisito l’accezione di “esageratamente spontaneo” e, quindi, “poco accorto”, “senza malizia”, quindi... ingenuo. Ma le sorprese non sono finite. Prima che la parola approdasse in Italia (si fa per dire) anche in latino “ingenuus” era adoperato, talvolta, come sinonimo di “limitato”, “delicato”, “sprovveduto”, “debole” (di carattere). E veniamo al medico perché - contrariamente a quanto si è portati a credere - colui che medita non è tanto il filosofo quanto (e soprattutto) il... medico. Sotto il profilo strettamente etimologico - naturalmente - il medico si può definire il "meditabondo". Se ricerchiamo l'origine del termine vediamo, infatti, che esso non è altro che il latino "medicu(m)", derivato del verbo "mederi", 'riflettere', 'meditare' per cercare di sanare, quindi curare (dopo aver riflettuto, meditato).

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La parola proposta da questo portale e snobbata da buona parte dei vocabolari è: direpzione. Che cosa significa? Cliccate qui.

domenica 27 settembre 2015

Parallelo / parallelismo (in linguistica)

Egregio dott. Raso,
 cortesemente può dirimere il seguente quesito. Per relazionare due fatti si dice: facendo un parallelo o facendo un parallelismo?
Grazie e cordiali saluti.
Salvo G.
(Località non specificata)
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Gentile Salvo, in linea di massima i due termini possono considerarsi sinonimi. È preferibile però, in buona lingua, fare un distinguo. Useremo "parallelismo" per indicare un rapporto di analogia fra due o più fatti, fenomeni ecc. Adopereremo "parallelo" quando intendiamo fare un confronto, una comparazione, un paragone tra due o più fatti, opere e simili: un "parallelo" tra le opere del Pascoli e quelle del Carducci. Per "relazionare" due fatti, quindi, dobbiamo vedere - prima di usare parallelo o parallelismo - cosa vogliamo mettere in evidenza: l'analogia o il confronto.

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Risolto e risoluto

I termini sono entrambi participi passati del verbo risolvere. Il primo si adopera nel significato proprio del verbo: il problema è stato brillantemente risolto. Il secondo, in funzione aggettivale, nell'accezione di "pronto", "deciso", "fermo" e simili: è un uomo risoluto e forte.

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Segnaliamo un pregevole articolo di Giuseppe Antonelli sul "perbenismo linguistico".

sabato 26 settembre 2015

Rendere a misura di carbone

Gentilissimo dott. Raso,
 la ringrazio di cuore per aver esaudito la mia richiesta circa il significato di "dilègine". Ne approfitto per togliermi una curiosità su un modo di dire che ho appena sentito, "rendere a misura di carbone". Quando si usa e che cosa significa esattamente?
 La ringrazio in anticipo e le porgo i miei più cordiali saluti.

 Renato V.
Venezia
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Caro amico, può togliersi la curiosità cliccando qui.

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Vescovado e vescovato

Si faccia attenzione a questi due sostantivi perché la maggior parte dei vocabolari li attestano (o attesta, se preferite) l'uno sinonimo dell'altro. Hanno, invece, significati diversi. Il primo designa la residenza del vescovo o il territorio della diocesi di cui è a capo. Il secondo indica la dignità vescovile o la durata del suo mandato.

giovedì 24 settembre 2015

Legno dilègine

Cortese dott. Raso,
 sono un suo entusiasta e assiduo lettore, anche se non ho mai inviato un commento alle sue istruttive "noterelle". Mi è capitato fra le mani un vecchissimo manuale per la lavorazione del legno, a un certo punto mi sono imbattuto in questa frase: «per questa lavorazione è consigliabile adoperare un legno dilegine». Ho consultato i vocabolari in mio possesso (anche quelli on-line) ma non ho trovato traccia del termine "dilegine". Esiste questo vocabolo? Se sì, cosa sta a significare?
 La ringrazio di cuore se prenderà in considerazione la mia richiesta.
 Con cordialità.
 Renato V.
Venezia
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Gentile Renato, il vocabolo in questione non è attestato in tutti (?) i vocabolari dell'uso perché i lessicografi lo hanno relegato nella soffitta della lingua. È un aggettivo e significa "che si può piegare", quindi "morbido", "fiacco" e simili. Lo attesta il Tommaseo-Bellini. Clicchi qui.
Per la provenienza guardi anche qui.

mercoledì 23 settembre 2015

La perissologia




La parola proposta da questo portale: perissologia. Si veda qui.



E quella segnalata
 da "unaparolaalgiorno.it": funambolesco.

lunedì 21 settembre 2015

Un verbo "pastorizio": aggregare

Cortesi amici, amanti della lingua, quando chiedete di aggregarvi a una comitiva sapete di adoperare un verbo tratto dalla pastorizia? Aggregare, infatti, è pari pari il latino 'aggregare' (ad-gregare, da grex, gregis, "gregge") e vale "aggiungere al gregge", quindi "unire", "associare" e simili. Ma non finisce qui. Sempre dal latino "grege(m)" abbiamo altri termini di uso comune come: "grezzo" (o "greggio") , vale a dire, primitivo, rozzo, non raffinato perché ha in sé le caratteristiche del gregge; "egregio", che si distingue perché è "fuori del gregge", non si confonde, quindi, con la moltitudine e il verbo "segregare" , anche questo è pari pari il latino "segregare", allontanare dal gregge, quindi dalla comunità.

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La parola proposta da questo portale: esodiario. Che cosa significa? Scopritelo cliccando qui.

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Un'interessante disputa sul femminile di "capo": la capa. Si veda qui.

domenica 20 settembre 2015

Espiscare

Ancora un verbo snobbato dalla quasi totalità dei vocabolari dell'uso: espiscare.
Chi espisca? Colui che indaga. Il suddetto verbo è "immortalato" qui. E qui la coniugazione completa.

venerdì 18 settembre 2015

Avere il cervello in pappa

Il modo di dire che avete appena letto è di uso prettamente familiare e si riferisce a una persona stanca che, in quanto tale, non riesce piú a "usare" la propria intelligenza. Hanno il "cervello in pappa", insomma, coloro che - per i motivi piú disparati - hanno perso la lucidità mentale, il buon senso e la capacità di giudizio. La locuzione ci dà l'immagine di un cervello ridotto in poltiglia che avendo perso la sua "consistenza naturale" ha perso anche e soprattutto la sua funzionalità, ma non rasenta, per carità, l'idiozia. Si adopera anche nelle varianti "avere il cervello in marmellata" e "avere il cervello in acqua". E a proposito di stanchezza, cui fa riferimento l'espressione, come non ricordare la locuzione "sentirsi a pezzi", essere, cioè, molto stanchi, sfiduciati e simili? Il modo di dire - va da sé - non abbisogna di spiegazioni: la persona stanca "sente" - in senso figurato - che i suoi "pezzi" (le varie parti del corpo) stanno per... andare (o sono) in pezzi.

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La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it": giostra.