venerdì 31 ottobre 2014

La proposta e la scommessa

Si presti attenzione ai due sostantivi in oggetto perché abbiamo avuto modo di constatare che alcune persone - anche tra quelle "acculturate" - li ritengono l'uno sinonimo dell'altro. Giustificano la loro sinonimità con il fatto che ambedue provengono dal latino. Se cosí fosse la quasi totalità dei vocaboli del nostro idioma sarebbero sinonimi. Proposta e scommessa, oltre tutto, hanno "origini etimologiche" totalmente diverse. Prima di scoprirle vediamo le accezioni delle due parole al fine di escludere la loro sinonimità. Leggiamo dai vocabolari. Proposta: «atto, effetto e contenuto del proporre». Scommessa: «convenzione con cui due o piú persone che divergono tra loro nell'asserire qualcosa o nel formulare una previsione stabiliscono di corrispondere una certa posta a quella di loro che risulterà aver detto o predetto il vero». Coloro che intravedono una certa affinità di significato tra scommessa e proposta, ritenendo, quindi, sinonimi i due sostantivi in quanto entrambi vantano origini latine, debbono ritenere sinonimi anche, per esempio, "bello" (latino: bellus) e "brutto" (latino: brutus). Sappiamo benissimo, invece, che le cose non stanno in questi termini. Proposta e scommessa vengono sí, dal latino ma, come dicevamo all'inizio di queste noterelle, la loro "origine etimologica" è del tutto diversa: proposta è un sostantivo tratto dal participio passato del verbo latino "proponere" ('pro', innanzi e 'ponere', porre) e significa, alla lettera, «cosa posta innanzi» e, quindi, «pensiero», «argomento», «disegno», «intendimento» (di qualcuno 'messo innanzi') e vale anche «proposito», «proponimento». Non molto chiara, invece, l'etimologia di scommessa che, ripetiamo, significa «fare una previsione fra due o piú persone impegnandosi reciprocamente a pagare una data somma o a soddisfare un dato impegno, secondo che il risultato dell'evento su cui si discute dimostrerà esatte o inesatte le previsioni degli uni o degli altri», potrebbe essere il participio passato del verbo "scommettere", derivato dal latino 'committere' ("attaccare") con l'aggiunta del prefisso sottrattivo "s", cioè "staccare", vale a dire "separare" (due pareri diversi). Non si scommette, infatti, su due pareri diversi?

giovedì 30 ottobre 2014

La siringa di Pan

Avreste mai immaginato che la "siringa", cioè quello strumento di vetro o di plastica nel quale scorre uno stantuffo e alla cui estremità è collocato un ago e adoperato per le iniezioni o altri scopi deve il nome alla mitologia? Siringa era il nome di una bellissima ninfa greca, figlia del dio del fiume Ladone, della quale si era invaghito il dio Pan. Il suo amore, però, non era ricambiato e Siringa fuggí chiedendo aiuto al padre, che la tramutò in un canneto. Pan tagliò, allora, vari pezzi di canna e, unitili in ordine digradante, ottenne lo strumento a fiato detto, ancor oggi, "Siringa di Pan".

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L'amorosità

Cortesissimo dr Raso,
la disturbo ancora per un quesito prettamente linguistico. L'insegnante di lettere di mio figlio (scuola media) ha sottolineato con la fatidica matita blu il termine "amorosità". In un tema mio figlio aveva scritto che trattava il suo cagnolino con "estrema amorosità". Per la docente questo vocabolo non esiste: si dice amorevolezza. Ho consultato i vocabolari in mio possesso e, in effetti, non ho trovato il termine contestato. Secondo lei è proprio uno strafalcione "amorosità"?
La ringrazio e la saluto cordialmente
Benedetto C.
Como
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Caro amico, a mio avviso l'insegnante è stata un po' frettolosa nella correzione. Se si fosse documentata avrebbe "scoperto" che il sostantivo incriminato ("amorosità") anche se non è nell'uso comune, per questo non è a lemma nella quasi totalità dei vocabolari, esiste ed è riportato nel GRADIT e nello Zingarelli, ma soprattutto si trova nel vocabolario degli Accademici della Crusca.

mercoledì 29 ottobre 2014

Rimanere per endice

Alcuni lettori, senza ombra di dubbio, avranno 'provato' personalmente questo modo di dire in molte circostanze - sia pure senza rendersene conto in quanto la locuzione suddetta è poco conosciuta e, quindi, non molto adoperata - soprattutto in occasione di festicciole tra colleghi di lavoro. A qualcuno sarà capitato, infatti, di restare "a denti asciutti" per non aver fatto in tempo ad avvicinarsi al tavolo dei dolci e delle bevande. Quest'espressione si può usare sia in senso proprio sia in senso figurato quando si vuole mettere in rilievo il fatto che una persona, pur avendo pari diritti, rimane "a denti asciutti", "a mani vuote" nei confronti di altre che, al contrario, ricavano vantaggi. La locuzione fa riferimento all'endice, cioè all'uovo di marmo che si mette nel nido delle galline per indicare loro il punto in cui devono depositare le uova. Queste vengono prelevate periodicamente, può capitare, quindi, che le persone che arrivano ultime trovino solo... l'endice.

martedì 28 ottobre 2014

Lettera aperta dei verbi Iniziare, Riaprire e Presiedere

Pregiatissimo Signor Direttore del Portale,
confidando nella sua ormai nota e cortese disponibilità, la preghiamo di voler pubblicare la lettera che le inviamo perché i lettori, amanti della nostra meravigliosa lingua, possano venire a conoscenza della costituenda A.N.Pa.Vi.G.I. (Associazione Nazionale Parole Vittime Giornalisti Ignoranti) per la salvaguardia e l'onorabilità delle parole vittime dell'ignoranza linguistica di taluni giornalisti. Con il termine parola si intende, naturalmente, ciascuna delle nove parti del discorso non adoperate correttamente da chi, al contrario, per il suo mestiere dovrebbe essere dispensatore di cultura linguistica. Coloro, quindi, che si ritengono danneggiati dal cattivo uso del loro nome potranno scrivere - una volta espletate le formalità di legge per la costituzione dell'Associazione - al nostro ufficio legale il quale, sentito il parere dei probiviri, provvederà a mettere alla gogna gli autori del "crimine linguistico".
Promotori dell'iniziativa sono i verbi Iniziare, Riaprire e Presiedere, quest'ultimo - grazie al suo nome - assumerà la presidenza dell'Associazione. I predetti verbi, dunque, ritenendosi i piú calpestati dalla stampa scritta e parlata, hanno deciso - con la presente lettera - di fare chiarezza, una volta per tutte - sul loro corretto impiego. Cominciamo con Iniziare il quale, essendo solo transitivo, non può essere adoperato intransitivamente come si può fare con i colleghi Cominciare e Incominciare. Iniziare, insomma, significando "dare inizio", "dare principio" è solo transitivo, appunto e in quanto tale deve essere introdotto da un soggetto che compia l'azione, cioè da qualcuno che "dia inizio" (a qualcosa). È tremendamente errato, per tanto, scrivere o dire "domani la Camera inizierà l'esame della proposta di legge presentata dai capigruppo", come ci 'propina' la stampa a ogni piè sospinto. Come può la Camera, soggetto inanimato, compiere l'azione del "dare inizio"? Che cosa fare, allora? Semplice, si ricorre alla particella "si" e si forma un finto passivo: domani si inizia alla Camera ecc.
E veniamo a Riaprire, lasciando al neonato presidente Presiedere il  compito di chiudere questa lettera. Riaprire, dunque, lo dice la stessa parola, significa "aprire di nuovo" e può essere tanto transitivo quanto intransitivo pronominale (riaprirsi). E qui sta il punto. Essendo un intransitivo pronominale deve essere sempre accompagnato dalla particella... pronominale. È un grossolano errore srivere o dire, per esempio, il cinema chiude alle 17:00 e riapre alle 21:00. In buona lingua si dirà e si scriverà "si riapre" alle 21:00. Alcuni vocabolari sostengono, in proposito, la tesi secondo la quale quando 'riaprire' sta per "riprendere la normale attività" si può doperare senza la particella pronominale: quando 'riaprono' le scuole? No, amici, non seguite questi esempi forvianti. Si deve dire, correttamente, quando "si riaprono" le scuole? La penna, ora, per la conclusione e i saluti, al presidente Presiedere. Amici cari, io sono - contrariamente a quanto si creda - un verbo propriamente intransitivo e devo essere accompagnato, quindi, dalla preposizione "a": presiedere "a" una cerimonia. Alcuni, quando vogliono mettere in evidenza il mio riferimento all'esercizio diretto e immediato di una carica, mi adoperano con significato transitivo: presiedere "un" congresso.  È un uso, questo, che posso tollerare solo in uno scritto informale, in buona lingua italiana è da evitare.
Grati della vostra attenzione, ringrazio il Direttore della sua squisita ospitalità e vi saluto con i miei colleghi promotori della                                                                                                                                                                                                                                                                                  A.N.Pa.Vi.G.I.


lunedì 27 ottobre 2014

I misteri eleusini

"Non capirò mai per quale motivo il cav. Sisinni ogni mattina, alle 11.00 in punto, si reca al bar ma non consuma nulla; è un mistero eleusino!", confidò ai colleghi d'ufficio il rag. Bettini. Quest'espressione - indubbiamente quasi sconosciuta - si tira in ballo allorché si desidera che alcune cose restino oscure e si ripete, in particolare, quando si ha l'impressione che di un determinato argomento non si capirà mai nulla. Il modo di dire prende il nome dai "misteri" che si celebravano a Eleusi ed erano famosissimi in tutta l'antica Grecia. Gli iniziati dovevano giurare di mantenere il segreto sul loro svolgimento e nessuno è riuscito mai a sapere in cosa consistessero.

venerdì 24 ottobre 2014

L'avverbio presentativo

Non crediamo di discostarci dalla verità se affermiamo che quasi nessun amico, che segue assiduamente questo portale, ha sentito parlare dell' «avverbio presentativo», anche se tutti lo adoperiamo inconsciamente, e il motivo è semplice: come abbiamo sempre sostenuto e denunciato molti "sacri testi" ignorano completamente il gergo linguistico. Chi scrive non è di questo parere: gli amanti della lingua devono essere in grado di districarsi nei vari meandri del nostro idioma, e l'avverbio presentativo è uno di questi. Vediamo, intanto, sia pure per sommi capi, cos'è l'avverbio. Come si può leggere in qualsivoglia libro di grammatica l'avverbio (dal latino "ad verbum) è quella parte invariabile del discorso che serve a modificare, graduare, specificare, determinare il significato di una frase ed è collocato, generalmente, vicino al verbo ("ad verbum", appunto) tanto è vero che secondo la teoria grammaticale dell'antichità la funzione primaria dell'avverbio sarebbe quella di completare e specificare il significato del verbo a cui si accompagna. Sarebbe, perché non sempre è cosí. Questo, infatti, può riferirsi a un verbo (non potevi far "meglio"); a un sostantivo (questo abito è "molto" anni Venti); a un aggettivo (il tuo volto ha un'espressione "quasi" diabolica); a un'intera frase o proposizione ("sinceramente" tutti credevamo di potere intervenire nel dibattito). A seconda della loro funzione gli avverbi si dividono in: qualificativi, modali, temporali ecc. Riteniamo superfluo fare qualche esempio in proposito. Chi non sa, infatti, che "ieri" e "oggi" sono avverbi di tempo? In questa sede ci preme parlare - come dicevamo all'inizio di queste noterelle - dell'avverbio presentativo, che è uno solo: ecco. Questo avverbio si adopera, infatti, per mostrare, indicare, annunciare, "presentare" (donde il nome) un determinato evento con un notevole rilievo enfatico: eccolo! Ha la caratteristica di collegarsi con i pronomi atoni "mi", "ti", "ci", "vi", "lo" e "la"; concorre alla formazione del cosí detto dativo etico. Affine al complemento di termine, questo dativo esprime solo in senso figurato la persona sulla quale termina l'azione ed è rappresentato, generalmente, da un pronome atono: che "mi" fai?, vale a dire "cosa mai fai"? Ma vediamo - questo lo scopo della nostra "fatica" - alcuni usi corretti del su detto avverbio: a) preceduto dalla congiunzione copulativa sottolinea la subitanea apparizione di un personaggio e un avvenimento inaspettato: «Ed "ecco", quasi al cominciar de l'erta, / una lonza leggera...» (Dante); b) per rispondere, con funzione olofrastica, a un richiamo, a una esortazione: «Allora, ti decidi o no a parlare? - "Ecco, ecco (sí, sí, parlo subito)»; c) per mettere in evidenza un dato di fatto, molto spesso con intenzione ironica o polemica: «"Ecco", con il tuo modo di fare, il risultato che hai ottenuto!»; d) per introdurre o concludere, riassumendo, una spiegazione: «Sai cosa facciamo ora? - Cosa? - "Ecco": ti spiego come funziona questo apparecchio»; e) in posizione iniziale ("ecco") regge - molto frequentemente - una proposizione introdotta dalla congiunzione "che": «"Ecco" che ci ha seguiti anche il cane»; f) accompagnato da un participio passato presenta il compimento di un'azione, tipo "ecco fatto". Moltissimi, inoltre, gli usi fraseologici. 'Ecco' i piú frequenti: a) per manifestare una certa esitazione: «Io... "ecco" vorrei conferire se fosse possibile con il direttore»; b) per rafforzare un'affermazione: «È questo, "ecco", ciò che non sopporto del tuo carattere». Per concludere ci sembra interessante ricordare che l'avverbio presentativo italiano "ecco" non è altro che il latino "eccum", che sostituí nel tardo latino d'Italia il piú antico "ecce": «"Ecce" ancilla Domini».

mercoledì 22 ottobre 2014

Servire come lo specchio a un cieco

Il significato di questa locuzione - per la verità di uso raro - è intuitivo e non abbisognevole di spiegazioni. Che cosa se ne fa, infatti, un cieco di uno specchio? Il modo di dire, per tanto, si riferisce a una cosa che è perfettamente inutile, che non serve a nulla. Si adopera anche, in senso figurato, a proposito di un discorso o di una spiegazione rivolta a colui che non vuole o non può capire o ascoltare. È simile, insomma, all'espressione - notissima - "parlare ai sordi". L'espressione, però, è antichissima e sembra risalire al teatro comico greco, stando a quanto riporta Giovanni Stobeo (autore di un'antologia della letteratura greca, secolo V d. C.). La locuzione, essendo antichissima, appunto, nel corso dei secoli ha avuto parecchie varianti tanto che in epoca medievale si ritrova l'adagio "al cieco non giova pittura, color, specchio o figura".

martedì 21 ottobre 2014

L' "illesità"

Gentilissimo dr Fausto Raso,
la seguo dai tempi dei tempi. Le scrivo per una "curiosità". Esiste il sostantivo corrispondente all'aggettivo illeso, come da incolume si ha incolumità? Ho provato a cercare "a naso" nei vari vocabolari in mio possesso, ma non ho trovato nulla. Può togliermi questa curiosità che mi attanaglia da tempo? Ritengo superfluo complimentarmi per il suo encomiabile "lavoro".
Restando in attesa di una cortese risposta, la saluto cordialmente.
Benedetto C.
Como
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Caro amico, no, non esiste, o meglio nessun vocabolario dell'uso attesta il sostantivo corrispondente all'aggettivo illeso. Si potrebbe coniare però, anzi è già stato creato, un neologismo lessicale: illesità. Sulla scia dei sostantivi in "-ità" derivati da aggettivi. Da raro abbiamo, infatti, rarità; da sordo sordità; da cieco cecità, da incolume incolumità ecc. Da illeso, per tanto, si può benissimo avere illesità. In proposito invitiamo i lessicografi a prendere in considerazione questo neologismo, che ha tutte le carte in regola per essere attestato nei vocabolari.

lunedì 20 ottobre 2014

La pagina

Abbiamo sempre sostenuto, da questo portale, l'importanza della "scienza etimologica" e abbiamo sempre esecrato il fatto che questa "scienza" non sia tenuta nella dovuta considerazione: la scuola - per quanto ne sappiamo - la ritiene, nei migliori dei casi, la cenerentola della linguistica. Non deve essere cosí, amici. Questa scienza ci fa scoprire delle cose... sorprendenti. Ci fa scoprire, per esempio, che la pagina che state leggendo in questo momento, comodamente seduti davanti al vostro computiere, ci riporta al mondo rurale. La pagina, infatti, non è altro che il latino "pagina(m)", dal verbo "pangere" (piantare). I nostri antenati latini chiamavano "paginam" una pianta, specialmente di viti. Questo stesso nome fu dato, in seguito, a un "insieme di righi di scrittura" e, per estensione, al foglio di carta che li conteneva. Perché? Il motivo è piú semplice di quanto si possa immaginare: per coloro che erano abituati ai lavori agricoli il foglio scritto appariva simile a un... campo di filari. Da pagina abbiamo la pagella, cioè una piccola pagina dove sono riportati i voti ottenuti dagli studenti in ogni materia. C'è ancora qualcuno che sostiene la "barbosità" dell'etimologia?

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Lo sputapepe

Abbiamo notato che non tutti i vocabolari dell'uso attestano questo termine, che si riferice a una persona dalla parlantina facile, arguta ma petulante. I dizionari che lo registrano lo danno come sostantivo invariabile. No, il vocabolo, riferito al maschile, si pluralizza normalmente: uno sputapepe, due sputapepi. Segue, infatti, la regola della formazione del plurale dei nomi composti. Tale regola stabilisce che un sostantivo composto di una voce verbale (sputa) e un sostantivo maschile singolare (pepe) nella forma plurale cambia regolarmente. Resta invariato solo se si riferisce a un femminile: Giovanna è una sputapepe; Luisa e Anna sono delle emerite sputapepe.

sabato 18 ottobre 2014

Giustiziare e assassinare

«I terroristi hanno giustiziato tutti gli ostaggi». Questa frase, che campeggia spesso, purtroppo, sulle pagine dei giornali, apparentemente corretta, contiene un "errore". Quale? Vi domanderete. L'uso improprio, per non dire errato, del verbo "giustiziare". I terroristi hanno assassinato, non giustiziato, gli ostaggi. I due verbi, a nostro modo di vedere, hanno "sfumature" diverse anche se, ai fini pratici, hanno lo stesso significato: uccidere. Giustiziare significa "punire qualcuno eseguendo una condanna a morte". E chi può punire, quindi "giustiziare" se non un'autorità costituita? I terroristi, quindi, non essendo un'autorità costituita, possono solo "assassinare", non giustiziare. Vediamo, ora, sotto il profilo prettamente linguistico, come sono nati i due verbi (giustiziare e assassinare) che a nostro avviso non si possono considerare sinonimi, anche se la stampa li ritiene tali. Giustiziare è la traduzione del francese medievale "justicier", tratto dal latino "iustitia" (da "iustum", 'secondo il diritto'; e chi ha il "diritto", se non, appunto, un'autorità?). L'altro verbo, assassinare, è tratto dalla voce turca "hasciashin", non dal latino, come ci si aspetterebbe. Vediamo, per sommi capi, la sua storia (la "nascita"). Nel secolo XIII gli aderenti a una setta mussulmana, nata in Persia, divennero famosi per le loro azioni violente e terroristiche perpetrate ai danni della Siria, della Palestina e della Mesopotamia. Questi "eroi" si macchiavano dei delitti piú atroci, impensabili in persone normali: non erano banditi, ma belve assetate di sangue che uccidevano anche quando nessuno li contrastava. Per "caricarsi", prima di compiere le loro imprese sanguinarie, facevano uso di una droga, arrivata, purtroppo, fino a noi: l'hashish. I malcapitati, quando li vedevano arrivare, li chiamavano "hasciashin", bevitori di hashsih. Il termine, giunto a noi, è stato adattato in "assassini", donde il verbo "assassinare".