giovedì 30 gennaio 2014

Il truismo

La parola che proponiamo oggi è un termine linguistico di provenienza barbara: truismo. Sostantivo maschile che vale "verità ovvia". Si ha il truismo quando adoperiamo un sostantivo riferito a un'azione che già di per sé è riportata nella frase: i cantori cantavano; il lettore leggeva; lo sciatore sciava ecc. Perché il termine è barbaro? Perché è l'adattamento dell'inglese "truism", da "true", 'vero'.

martedì 28 gennaio 2014

A proposito di zeugma

Cortese dr Raso,
a proposito della garbata polemica sullo zeugma, mi sembra interessante riportare quanto scrive, in proposito, il linguista Leo Pestelli: «...Quando Dante scrisse "parlare e lagrimar vedrai insieme...", non fece grammaticalmente una buona figura, ma i retori, con una controfigura, quella dello "zeugma" o aggiogamento, consistente nel riferire un verbo a più parole diverse mentre per il senso non converrebbe propriamente che a una di esse, ci misero prontamente una toppa...».
Grazie dell'ospitalità
Maurizio T.
Imperia
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Grazie, gentile Maurizio. Io riporto uno zeugma  di Giacomo Leopardi: "porgea l'orecchio al suon de la tua voce / Ed alla man veloce / Che percorrea la faticosa tela...". Dove "porgea l'orecchio" è appropriato solo per "al suon de la tua voce" e non "alla man veloce".
Lo zeugma, insomma, si può definire "una figura retorica o grammaticale per cui un verbo che abbia un solo significato si fa valere per reggere parecchi predicati, ciascuno dei quali esigerebbe un verbo appropriato".

lunedì 27 gennaio 2014

(Un) Guazzabuglio



La parola di ieri proposta da "unaparolaalgiorno": guazzabuglio.

E quella segnalata da questo portale: cinocefalo. Aggettivo e sostantivo maschile. Indica una scimmia il cui muso assomiglia a quello del cane.

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
  
  Eliana scrive:
Gentile professore,
è corretto scrivere, come si legge nei titoli di coda dei film, “si ringrazia Carlo e Giulio” (anziché “si ringraziano”) oppure, come si legge nel romanzo Un uomo, “perché si leggesse i titoli e la data” (anziché “si leggessero”)?
Grazie per i preziosi chiarimenti!


2.    linguista_1 scrive:
La forma corretta è il plurale. Il singolare può essere usato per sottolineare che il soggetto, pur essendo composto da più elementi, è unitario. Questa scelta, quando ha valore retorico, viene detta zeugma; la ritroviamo, ad esempio, nella poesia Il lampo di Giovanni Pascoli: “E cielo e terra si mostrò qual era”.
Fabio Ruggiano
  1. Fausto Raso scrive:
Chiedo venia al dr Ruggiano, ma la risposta data ad Eliana (23 gennaio) non mi convince. Lo zeugma non è una figura grammaticale che consiste nel far dipendere da un unico verbo piú termini che richiederebbero ciascuno un verbo proprio? Nell’esempio del Pascoli il verbo “si mostrò” può andar bene sia riferito a cielo sia a terra («E cielo e terra si mostrò qual era»).
Ecco la risposta del dr Ruggiano che, nonostante la prestigiosa Treccani, continua a non convincermi:
  1. linguista_1 scrive:
    una figura retorica che consiste nel rapportare più membri coordinati e paralleli di una frase a un unico elemento che, in astratto, dovrebbe essere ripetuto per ciascuno di essi.
    Mi sembra che la fattispecie del verso pascoliano rientri nella definizione.
    Fabio Ruggiano
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Lo "zeugma" da "Sapere.it" (De Agostini):

n.m. [pl. -i] figura retorica consistente nel far dipendere da un unico termine due o più parole o enunciati, di cui uno solo è logicamente pertinente; p.e. parlare e lacrimar vedrai insieme (DANTE Inf. XXXIII, 9), dove vedrai si adatta soltanto a lacrimar, non a parlare

Dal lat. tardo zeugma, neutro, che è dal gr. zêugma ‘ciò che serve a unire, congiuntura’, deriv. di zeugnýnai ‘aggiogare, unire’.

Inoltre:
Luca Serianni (linguista, accademico della Crusca): Zeugma, costrutto ellittico per il quale un solo verbo regge non solo il termine proprio ma anche altri termini coordinati che richiederebbero verbi specifici: "parlare e lagrimar vedrai insieme" (Dante); invece di: "udrai parlare e vedrai lagrimare".

Maurizio Dardano - Pietro Trifone: (zeugma) si ha quando uno stesso termine è riferito a due o piú termini, mentre potrebbe connettersi con uno solo di essi (e riportano l'esempio dantesco). Vedrai si adatta bene a lagrimar ma non a parlar, perché le parole non si possono vedere.

Si veda anche qui.
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Riporto, per onestà, il contributo (sul quale continuo a dissentire) del dr Ruggiano:
  1. linguista_1 scrive:
    Ovviamente né Serianni né Dardano e Trifone sconfessano l’enciclopedia Treccani. Il problema sta piuttosto nel duplice ambito d’uso dello zeugma: quello da lei richiamato, semantico, è rappresentato dall’esempio dantesco (ne dà conto anche la Treccani, proprio con lo stesso esempio); quello da me richiamato è, piuttosto, formale, o sintattico, come nell’esempio: “Io andai a Napoli, Claudia a Palermo”, nel quale il verbo andai “aggioga” a sé tanto il soggetto di prima persona, io, quanto (indebitamente) quello di terza, Claudia. Nel verso pascoliano, l’unico verbo alla terza persona singolare che concorda con due soggetti rappresenta, nella mia interpretazione, quell’ “unico elemento che, in astratto, dovrebbe essere ripetuto per ciascuno di essi” della definizione.
    Fabio Ruggiano

sabato 25 gennaio 2014

Fare la manfrina

Gentilissimo signor Raso,
ho scoperto da poco (e per caso) il suo blog, utilissimo per sciogliere i dubbi linguistici che spesso ci assalgono. Ho notato, anche, che spesso spiega l'origine dei modi di dire della nostra lingua. Ed è proprio per conoscere la derivazione di uno di questi che ho deciso di scriverle: "fare la manfrina".
Grazie se non sarò cestinato.
Un cordiale ossequio
Arturo D.
Frascati
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Caro amico, perché mai dovrei cestinare la sua richiesta? La locuzione che le interessa è stata già trattata, può trovarla cliccando qui.

venerdì 24 gennaio 2014

Saltare e salire

Due parole due, su... due verbi "fratelli" che possono essere tanto intransitivi quanto transitivi e possono prendere entrambi gli ausiliari (essere e avere) a seconda del contesto: saltare e salire.
Cominciamo con il primo, che prenderà l'ausiliare avere se si considererà l'azione in sé stessa: la fanciulla ha saltato per tutta la giornata; l'ausiliare essere, invece, se si mette in evidenza l'azione del verbo in rapporto a un luogo di arrivo o di partenza: l'operaio è saltato dal tetto. Alcuni lo usano come sinonimo del verbo culinario "rosolare": carne saltata in padella e simili. Con questo significato rispecchia il francese "sauter". Chi ama il bel parlare e il bello scrivere lo aborrisca. E veniamo a salire. Per quanto attiene all'uso degli ausiliari valgono le medesime 'regole' riportate per il verbo fratello saltare: Giovanni ha salito senza mai riposarsi; l'operaio è salito sul tetto per ripararlo. Un'ultima annotazione. Le forme con l'infisso "-isc-" (salisco, salisce, saliscono, salisca ecc.) sono popolari e da evitare in buona lingua italiana.

giovedì 23 gennaio 2014

I confetti di Sisto V

Avete mai assaggiato, cortesi amici, i confetti di Sisto V? Certamente no. Questo genere di dolci, infatti, non si mangia; si “ammira” o si “ascolta”. Ci spieghiamo meglio. La nostra  lingua è ricca di modi di dire, tra questi ce n’è uno – forse poco conosciuto – “dare i confetti di Sisto V”, che si “mette in pratica” quando si vuol dare – all’improvviso – una cattiva notizia, oppure quando si vuole impartire una “lezione” a qualcuno – senza avvertirlo – riservandogli una brutta sorpresa. Questo modo di dire fa il paio con l’altro – indubbiamente piú conosciuto , ma meno “crudele” – “arrivare come un fulmine a ciel sereno”, cioè comunicare una notizia improvvisa, ma non necessariamente cattiva. La spiegazione di questa locuzione è intuitiva, mentre i “confetti di Sisto V” abbisognano di una  chiara interpretazione. Si racconta che papa Sisto V, stanco dei disordini e dei gravissimi delitti dei patrizi romani – da anni in lotta tra loro – un giorno invitò i capi delle varie fazioni a pranzo e alla fine del convivio  offrì  loro dei confetti  invitandoli, nel contempo, a guardare verso le finestre del salone, dicendo: «Ammirate le vostre torri, guardate come sono belle e fiorite!». Dalle torri di ogni famiglia patrizia pendevano, impiccati, molti dei loro satelliti. Da questo episodio nacque, probabilmente, il detto “papa Sisto non la perdonò nemmeno a Cristo”.

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La parola proposta oggi, da questo portale, è paralogismo. Sostantivo maschile. Si definisce cosí un ragionamento non veritiero.

mercoledì 22 gennaio 2014

(Il) Matterello



Matterello (o mattarello) è la parola proposta, oggi, da "unaparolaalgiorno.it". Si chiama cosí, chi non lo sa?, un utensile da cucina. Si presti attenzione alla pronuncia, che deve essere rigorosamente piana: utensíle.

martedì 21 gennaio 2014

Lo scannapane

  
La parola che questo portale propone oggi è: scannapane.Sostantivo maschile e femminile, invariabile. Si dice di persona buona a nulla, scansafatiche, parassita, buona solo a... mangiare.

domenica 19 gennaio 2014

Essere in balía di qualcuno

Per la spiegazione e l’origine di questo modo di dire che – come tutti sappiamo – significa “sottostare all’autorità, al potere assoluto di qualcuno”, occorre prendere il discorso alla lontana e rifarsi, come il solito, al… solito latino. Vediamo, dunque, che cosa è questa “balía”, che con il mutar d’accento cambia anche di significato, pur discendendo dalla stessa “madre”. Balia (senza accento sulla i, si badi bene) discende dal latino “bailus”, che significa “portatore”, “facchino”; il femminile “baiula” era, quindi la portatrice (di bambini). Il verbo “baiulare” significava, infatti, “portare pesi”, e i bambini – lo sappiamo benissimo – pesano. Con il trascorrere del tempo, attraverso l’uso traslato o figurato, si cominciò con il chiamare “bailus” colui che portava sulle spalle non un peso materiale sibbene morale.  Il termine, a questo punto, acquistò di volta in volta l’accezione di “tutore”, “precettore” (i tutori e i precettori portano sulle spalle il peso morale dell’educazione dei fanciulli) per arrivare, addirittura, al significato di… governatore. L’italiano “bailo” era, infatti, ai tempi della Repubblica di Venezia, il titolo che spettava agli ambasciatori della Serenissima accreditati in Turchia. I nostri cugini di Francia mutarono “bailo” in “baile”, dando questo titolo ai ministri di Stato e ai grandi dignitari di corte. La storia di questo “facchino”, però, non finisce qui. I discendenti dei Franchi da “baile” coniarono “bailli”, da cui il nostro “balí”, che dagli inizi del secolo XII fino a tutto il secolo XVII designava un alto ufficiale addetto all’amministrazione della giustizia in nome del re o dei vari signori. Dal francese “bailli” nasce, quindi, un nuovo sostantivo, “baillie”, attraverso il quale si indicava l’autorità, il potere e la funzione di questo personaggio. Ma non finisce ancora. L’italiano muta il termine gallico “baillie” in “balía” (con la i accentata, per distinguerlo da balia, che ha tutt’altro significato) e noi lo adoperiamo per tutto il periodo medievale per designare il potere assoluto conferito alle magistrature ordinarie. Balía, per tanto, con l’accezione di “potere”, “autorità” lo troviamo nell’espressione “essere in balía di qualcuno” e nei vari sensi figurati: “essere in balía delle onde”, “essere in balía del vento”.

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La parola che proponiamo oggi è: addebbiare.  Verbo transitivo di “uso agricolo”, tratto da debbio. Significa bruciare il terreno con i residui della mietitura al fine di ingrassarlo e renderlo fertile.

sabato 18 gennaio 2014

Pillole di (buona) lingua

Chi ama la lingua non segua l'esempio di taluni scrittori che fanno seguire il verbo preferire dalla preposizione di e un altro verbo all’infinito: preferisco di non esprimermi al riguardo; preferisco di dormire invece di andare a passeggio. L'uso "corretto" respinge la preposizione di: preferisco non esprimermi... Premesso che la lingua non si "fa a orecchio", non sentite come quella preposizione stoni... agli orecchi? Alcuni, addirittura, e questo è un vero e proprio errore, adoperano il verbo suddetto come una sorta di comparazione facendolo seguire dall'avverbio piú: preferisco piú l'automobile al treno. Si dirà, correttamente, preferisco l'automobile al treno; oppure, mi piace di piú l'automobile che il treno.

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È invalso l'uso, "non ortodosso", di adoperare la locuzione rispetto a...  come termine di paragone o di contrapposizione. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere non la usi, anche se c'è l' "imprimatur" di alcuni vocabolari. Una città, per esempio, è piú o meno bella di un'altra (non rispetto a un'altra); cosí come non si dirà che i sindacati rispetto agli industriali rivendicano piú investimenti; si dirà, "correttamente": i sindacati, nei confronti degli industriali, rivendicano piú investimenti.
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Le persone che amano scrivere e parlare correttamente dovrebbero prestare molta attenzione – a nostro avviso – sull’uso del verbo impegnare, adoperato molto spesso in modo improprio (con la “complicità” – sempre a nostro avviso – di alcuni vocabolari permissivi). Questo verbo, dunque, composto con il prefisso “in-” e il sostantivo “pegno”, propriamente significa dare qualcosa in pegno (anche metaforicamente): il Tizio ha impegnato tutti i mobili di casa per pagare il debito; ha impegnato il suo onore (uso metaforico) in questa faccenda. Non è adoperato correttamente – come molti fanno, alla testa i mezzi di comunicazione di massa – nel significato di “attaccare battaglia” (i soldati hanno impegnato una feroce battaglia); nel significato di “prenotare un tavolo” (ho impegnato un tavolo per domani sera); nel significato di “occupare una corsia” e simili (l’automobile ha impegnato la corsia di emergenza).

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"Avvenire" e "a venire" - a nostro  modo di vedere - non sono la "stessa cosa"; non si potrebbero adoperare indifferentemente. "A venire" è una locuzione con valore aggettivale; "avvenire" è un sostantivo. Scriveremo, dunque, l' "avvenire" dei giovani e gli anni "a venire", cioè gli anni futuri, che devono venire.

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La parola che proponiamo oggi è: docimasía. Sostantivo femminile. Indica il complesso degli esami medici per sapere se un feto è nato vivo.