martedì 31 dicembre 2013

Le vocali? Sono musica

Quasi tutti gli idiomi d’Europa e dell’Asia occidentale ci presentano i suoni delle vocali nell’ordine a tutti noto: a, e , i, o, u. Quest’ordine, sostengono alcuni studiosi di lingue, è arbitrario e capriccioso. Dopo lunghi, faticosi e approfonditi  studi sono giunti alla conclusione che l’ordine esatto è quello che dispone i suoni delle vocali in scala – come le note musicali – secondo una gamma che segni  le “relazioni” correnti tra un suono e l’altro. Quest’ordine sarebbe – in scala ascendente – u, o, a, e, i oppure – in scala discendente – i, e, a, o, u. Un musicista ha notato, infatti, che i suoni delle vocali si possono riprodurre artificialmente facendo passare una corrente d’aria attraverso l’ancia di un tubo: accorciando o allargando gradatamente il tubo, i suoni vengono emessi, appunto, secondo l’ordine raccomandato.

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Una piccola notazione sull’uso corretto degli aggettivi numerali “frazionari”. È necessario tenere  presente, dunque, che nella numerazione decimale la parte frazionaria deve essere divisa dall’intero da una virgola: è alto m 1,75 (i metri, i centimetri, i chilometri ecc. non debbono assolutamente essere seguiti dal punto). Nei sistemi non decimali – come nel caso delle ore – la virgola deve essere sostituita dal punto o, meglio ancora, dai due punti: sono le 10.45 (o 10:45); si tratta, infatti, di 45 sessantesimi e non di 45 centesimi. È errore madornale, quindi, dividere le ore dai minuti mediante una virgola. Ma siamo sicuri che la nostra  modesta “predica” sarà, come sempre, rivolta al vento. Continueremo a leggere o, meglio, a “vedere” sulla stampa le ore scritte in modo errato: la conferenza stampa di fine d’anno si terrà alle 17,30. Ma tant’è. 

lunedì 30 dicembre 2013

Stocastico







La parola di ieri proposta dal sito "unaparolaalgiorno.it": stocastico.

domenica 29 dicembre 2013

Balbutire

Cortese dott. Raso,
ho urgente bisogno del suo insostituibile aiuto. Mi occupo di traduzioni. Mi occorre un sinonimo di tartagliare. Ho già adoperato “balbettare”. Non vorrei ripetere sempre gli stessi verbi, però. Può darmi una mano? La ringrazio anticipatamente e le auguro, come suol dirsi, una buona fine e un buon principio d’anno.
Cordialmente
Giovanni T.
Oristano
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Gentile Giovanni, la ringrazio della sua stima e ricambio gli auguri. Può adoperare un verbo poco noto e, quindi, quasi mai usato: balbutire. Il piú conosciuto  è “balbettare” ma, stranamente, è di uso letterario.  Faccia attenzione alla coniugazione perché segue la flessione del verbo finire, prende, cioè, l’infisso “-isc-“ tra il tema e la desinenza: io balbutisco (non segua le indicazioni della “Scuola elettrica”).  Si può adoperare anche transitivamente: il ragazzo, commosso, balbutì poche parole.


sabato 28 dicembre 2013

Un po' di buonumore...

Per “smaltire” qualche goccio di troppo durante le festività basta cliccare sul coniugatore dei verbi del sito “Scuola elettrica” e digitare il verbo…  smaltire, appunto. La “sbornia” passa di colpo e si riacquista il buon umore.
Presente indicativo
io smalto
tu smalti
egli smalte
noi smaltiamo
voi smaltite
essi smaltono

Presente congiuntivo
io smalta
tu smalta
egli smalta
noi smaltiamo
voi smaltiate
essi smaltano

Imperativo
smalti
smalta
smaltiamo
smaltite
smaltano

E a proposito di buonumore (o buon umore), alcuni vocabolari lo attestano come sostantivo invariabile. Si può benissimo pluralizzare, invece. Si clicchi qui. Ci piacerebbe conoscere anche il motivo per cui, secondo i "revisionisti" del vocabolario Gabrielli, "buonumore" è solo singolare, mentre "malumore" si può pluralizzare. Eppure entrambi i sostantivi sono composti allo stesso modo (aggettivo e sostantivo). Mistero eleusino!

venerdì 27 dicembre 2013

Il mitra e la mitra

Ecco due parole dal "suono" identico ma di "sesso" e di significato totalmente diversi. Il primo termine, maschile e invariato nella forma plurale, è l'abbreviazione di "mitragliatore" (sottintendendo fucile): il mitra, i mitra. Il secondo, femminile, con il plurale mitre (la forma "mitria" è piú adoperata ma dal "sapore" volgare), indica il copricapo che indossano il papa, i cardinali e i vescovi nelle cerimonie solenni. In origine designava la tiara dei re persiani, particolarmente il nastro che la fissava sulla fronte. Si veda anche qui. Dimenticavamo. Con lo stesso termine si indica anche la copertura della "bocca" esterna delle canne fumarie.

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La parola che proponiamo oggi (particolarmente attuale in questa fine d'anno) è mantía (o mantica). Sostantivo femminile. Indica l'arte di prevedere il futuro.

giovedì 26 dicembre 2013

Intravedere: una sola 'V'

Il linguista Aldo Gabrielli scrive, nel suo “Il museo degli errori”, a proposito del verbo “intravedere”:
«Questo verbo si vede scritto ora con una sola v, ora con due: “Non riuscii a intravederlo”, “L’ho appena intravvisto”. Qual è la forma corretta? Sempre e soltanto con una v: intravedere, intravisto. (…) Molti prefissi, è vero, richiedono il raddoppiamento, come fra, sopra, contra,  ecc.  e abbiamo infatti  frapporre, soprassedere, contraddire.  
Ma intra è proprio uno di quei prefissi che non vogliono il raddoppiamento; quindi, sempre intramezzare, intramettere, intraprendere e di conseguenza anche intravedere, intravisto. Non è eccezione intravvenire, come potrebbe a tutta prima sembrare, perché   il verbo non è un composto di intra e venire ma di intra e avvenire,  e non è neppure eccezione intrattenere, che è composto non già di intra e tenere ma di in e trattenere».
I revisori del suo vocabolario, naturalmente, lo smentiscono e attestano “intravvedere” variante di intravedere.
Non abbiamo parole…

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La parola che proponiamo oggi è: incatorzolire (incatorzolirsi). Si dice di frutti che non sviluppandosi completamente si induriscono. Si adopera anche in senso figurato con il significato di "intristirsi" o "ingalluzzirsi".


mercoledì 25 dicembre 2013

Buon Natale


Un felice Natale a tutti coloro che seguono le nostre modeste noterelle sulla lingua italiana


martedì 24 dicembre 2013

L'appropriarsi "di" è un'appropriazione indebita

Povero prof. Gabrielli, ora, dall'Aldilà, dovrà intentare causa ai revisori del suo vocabolario per "appropriazione linguistica indebita", in quanto nel vocabolario "riveduto", a proposito del verbo "appropriare", riportano il contrario di ciò che il linguista scrive nel suo "Dizionario Linguistico Moderno" (che trascriviamo), appropriandosi un concetto linguistico (errato) che sembrerebbe del Maestro.
Appropriare è verbo transitivo, e regge quindi il complemento oggetto senza l'inserimento di alcuna particella: "appropriare lo stile al soggetto". Quando è usato con la particella pronominale (appropriarsi), ha il significato di "appropriare a sé" una cosa, "render proprio l'altrui", e respinge ovviamente la particella "di"; si dirà quindi correttamente "appropriarsi una somma di denaro", e non "appropriarsi di una somma di denaro".
Vediamo, in proposito, ciò che dice anche il "Dizionario Grammaticale" di Vincenzo Ceppellini.
Verbo della I coniugazione, transitivo. Significa: adattare. È usato però soprattutto nella forma riflessiva, con significato di impadronirsi, far propria cosa d'altri, arrogarsi. Es:. "Si è appropriato la macchina" (non: della macchina); "Chi si è appropriato il diritto di entrare in casa mia?"
Probabilmente quell'intrusa "di" viene spontanea per analogia con il verbo "impadronirsi"; questo, infatti, richiede obbligatoriamente la preposizione "di": i ladri si sono impadroniti di tutta l'argenteria.
Dimenticavamo. Si tranquillizzino i revisori del Gabrielli, fa loro compagnia il DISC (Dizionario Italiano Sabatini-Coletti).




lunedì 23 dicembre 2013

Il «peculatore»



La parola che proponiamo oggi non è messa a lemma nei vocabolari: peculatore. Sostantivo maschile. Si può adoperare per indicare colui che compie il reato di peculato, colui, cioè, che si appropria il pubblico denaro. È tratta dal verbo latino "peculàri", truffare, rubare. Si veda qui.

domenica 22 dicembre 2013

Ancora sugli "antistupri grammaticali"

Ancora una volta l’antistupratore grammaticale è rimasto… stuprato. Questa volta è stato vittima del pronome personale “te”. Scrive, dunque, il censore:

Il pronome personale “te” è usato solo come complemento e mai come soggetto.
Quindi frasi come “lo hai detto te” o “pensaci te” sai dove TE le puoi ficcare?

No, caro amico, ci sono dei casi in cui il “te”, in funzione di soggetto, è perfettamente in regola con le leggi grammaticali. Non lo sapeva? Clicchi qui e lo apprenderà.

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La parola che proponiamo oggi è: agatologia. Sostantivo che, pur essendo femminile, non ha nulla in comune con… Agata. È composto con le voci greche “agatòn”, bene e “lògos”, discorso.