sabato 28 luglio 2012

Un po' di riposo



Lo SciacquaLingua si concede qualche giorno di riposo e augura buone ferie agli affezionati lettori.

giovedì 26 luglio 2012

Fare o "tuttofare"?





Due parole due sul “buon” uso del verbo ‘fare’ adoperato, come suol dirsi, in tutte le salse e ciò non è affatto ortodosso sotto il profilo linguistico-grammaticale. A questo proposito è bene ricordare che l’uso di fare in sostituzione del verbo dire, per esempio, è linguisticamente accettabile soltanto quando nel corso di una narrazione o di un dialogo sottintende anche l’azione del gestire e vuole esprimere il concetto o, meglio, l’idea di un intervento repentino: m’incontra per strada, per caso e mi fa (cioè: mi dice): quando sei tornato?
È bene evitare – sempre che si voglia scrivere e parlare secondo le “leggi” della lingua – alcune locuzioni in cui il verbo fare è adoperato nella forma riflessiva apparente: farsi l’automobile e simili; farsi i baffi; farsi la barba; farsi i capelli; farsi la testa; farsi le unghie; farsi un dovere; farsi cattivo sangue; farsene una passione; farsene una malattia. In tutte le espressioni sopra citate – anche se di uso comune – il verbo fare può benissimo essere sostituito con un altro piú appropriato. Farsi la barba, per esempio, si può sostituire con il verbo “radersi”. Fare, insomma, non è un verbo... 'tuttofare'.


martedì 24 luglio 2012

«Alfa» e «beta»







Io ho un libretto nel quale si contengono tutte le scienze, e con pochissimi altri se ne può formare una perfettissima idea, e questo è l’alfabeto; e non è dubbio che quello che saprà bene accoppiare e ordinare questa o quella vocale con quelle consonanti o con quell’altre, ne caverà le risposte verissime a tutt’i dubbi e ne trarrà gli insegnamenti di tutte le scienze e di tutte le arti, in quella maniera appunto che il pittore da i semplici colori diversi, separatamente posti sopra la tavolozza, va, con l’accozzare un poco di questo con un poco di quello e di quell’altro, figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, pesci ed insomma imitando tutti gli oggetti visibili, senza che sulla tavolozza siano né occhi né penne né squame né foglie né sassi.

Cosí , Galileo Galilei nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”. Non c’è dubbio alcuno, infatti, che l’invenzione dell’alfabeto è stata la piú grande rivoluzione della storia dell’essere umano: non piú un segno per ogni parola (idea) ma un segno per ogni “suono”. Ed è altrettanto indubbio che da allora scrivere e leggere fu molto piú facile di prima e che oltre alle persone cosí dette acculturate (sacerdoti e scribi) anche i commercianti e gli artigiani capirono che l’ “alfabetizzazione” era di notevole importanza per la conduzione dei loro affari. Sembra che i primi a introdurre i “segni” per indicare nomi e numeri siano stati i Sumeri, ma si deve ai Fenici la semplificazione dei sistemi delle prime scritture e la scelta di un segno per unico “suono”. Nacquero, cosí, quei segni che diedero vita all’alfabeto, il “codice” – inventato dall’uomo - piú perfetto per comunicare. Da questo codice – dall’alfabeto fenicio – nacque quello greco, da questo l’etrusco, dall’etrusco il latino e da quest’ultimo il nostro.
Ma perché questo “codice di comunicazione” venne chiamato “alfabeto” e non, per esempio, “emmenne”? Perché, per semplicità, gli si è dato il nome delle prime lettere greche, “alfa” e “beta”, corrispondenti alle nostre “A” e “B”. Questo codice, dunque, è il complesso di tutte le lettere di una lingua disposte secondo un ordine convenzionale e non modificabile. Questo ordine immutato ci permette, infatti, in caso di consultazione di un vocabolario o di un elenco degli abbonati al telefono, di trovare subito il nome che cerchiamo: ciò grazie, appunto, all’ordine rigorosamente alfabetico. In un elenco telefonico, per esempio, Rossi Alessio si troverà prima di Rossi Antonio in quanto il codice, cioè l’alfabeto, stabilisce che la lettera “L” – nell’ordine – si trova prima della lettera “N”.
Per quanto attiene ai vari segni dell’alfabeto, questi si dividono in “consonanti” e “vocali”. Le prime – lo dice la stessa parola – sono quelle lettere (segni) che per emettere un “suono” debbono necessariamente accompagnarsi a una vocale (latino ‘consonantes’, participio presente plurale di ‘consonare’, “suonare assieme”, letteralmente: “sonanti insieme”): D (‘d’ piú ‘i’); V (v piú ‘u’) eccetera. Le vocali, invece, sono segni o meglio lettere che hanno suono proprio, non hanno bisogno, cioè, di accompagnarsi a un altro segno (o lettera) per emettere un suono (dal latino “vocales litterae”, ‘lettere che hanno voce’): a, e, i, o, u.
Da notare, a proposito delle vocali, che i segni sono cinque, ma i “suoni” sono di piú. La vocale ‘a’ ha un unico suono, sempre aperto; cosí anche la ‘i’ e la ‘u’, sempre chiuso; la ‘e’ e la ‘o’, infine, hanno due suoni (aperto e chiuso). Questi “suoni” si simboleggiano con l’accento, chiamato ‘accento fonico’ (dal greco “phonè”, suono). L’accento grave (\) dà alle vocali un suono aperto, l’accento acuto (/) dà, invece, un suono chiuso: cioè (‘e’ aperta); perché (‘e’ chiusa). A questo proposito non capiamo perché – visto che tanto la ‘i’ quanto la ‘u’ hanno un unico suono chiuso – le tastiere delle macchine per scrivere e quelle dei calcolatori (personal computer) hanno le vocali suddette con l’accento grave (ì, ù). Ma tant’è. Per concludere, non vogliamo tediarvi oltre misura, ricordiamo che le lettere dell’alfabeto possono essere rappresentate in diversi tipi di carattere: maiuscolo (latino ‘maiusculus’, un po’ piú grande); A, B, C ecc.; minuscolo (latino ‘minusculus’, un po’ piú piccolo): a, b, c; corsivo (dal latino ‘cursivus’, corrente, a mano) e a stampa.

lunedì 23 luglio 2012

La lingua e il femminile











Quattro autorevoli linguiste dissertano sul “sessismo” della lingua italiana.
Si clicchi su:
http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/femminile/mainSpeciale.html

domenica 22 luglio 2012

Mafioso? Un tempo era... sciccoso


Forse pochi sanno che il termine mafia quando è nato non aveva l’odierna accezione di «unione di persone di ogni grado, di ogni professione, di ogni specie, che senza aver nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, senza aver rispetto né per la legge né per la morale». Aveva tutt’altro significato. Vediamo la sua “cronistoria linguistica” attraverso le parole di Gianfranco Lotti, linguista.
«Parola di oscura origine variamente interpretata. Vi fu chi la ritenne affine al francese settentrionale mafler, ‘mangiar molto, ingozzarsi’, (a sua volta derivato dall’olandese mafflen, ‘masticare’) e chi la considerò proveniente dal toscano smàferi, sgherri. Un missionario cappuccino, che si interessò alla questione, vide in ‘mafia’ chiare connessioni con tre vocaboli arabi: mohafat, difendere; hofuat, la miglior parte di una cosa e mohafi, amico riconoscente. Anche altri cercarono nell’arabo la matrice, ma proposero mahefil, adunanza, luogo di convegno; oppure mahias, millanteria. Capuana, in una conferenza ebbe a chiarire: “mafioso una volta non era un ladro, né molto meno un brigante (…). Mafioso significava qualcosa di grazioso e gentile… mafiosa veniva chiamata una bella ragazza, mafioso qualunque oggetto che i francesi direbbero ‘chic’… Oggi mafia e mafioso non sono piú niente di tutto questo».

Sentiamo, in proposito, anche Ottorino Pianigiani:
http://www.etimo.it/?term=mafia&find=Cerca

venerdì 20 luglio 2012

«Metterci il carico da 11»






Gentilissimo dott. Raso,
nel ringraziarla per l’esaustiva risposta circa il gerundio del verbo “sgranchire”, mi permetto porle un altro quesito, al quale tutti i vocabolari consultati non hanno saputo dare una risposta. Perché si dice “mettere il carico da undici” quando qualcuno fa qualcosa per peggiorare una situazione già di per sé grave?
Grazie in anticipo e un cordialissimo saluto.
Serafino T.
Brindisi
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Cortese amico, il modo di dire da lei citato fa riferimento al gioco delle carte. Nella “briscola” il “tre” e l’ “asso” vengono chiamati carichi. Il massimo punteggio è quello dell’asso, che vale 11 punti. Quando la mano del gioco viene ‘appesantita’ dall’asso si dice metterci il carico da 11, cioè il massimo punteggio. Dal gergo del gioco delle carte la locuzione è stata ‘trasportata’ nel linguaggio comune con il significato di peggiorare ancora una situazione già di per sé gravosa.


mercoledì 18 luglio 2012

Puzzare ancora di caverna









Il senso di questa locuzione ci sembra intuitivo: essere ignoranti, rozzi. Si dice soprattutto di persone che, sebbene si sforzino di sembrare colte, educate ma soprattutto… raffinate, tradiscono una educazione e una cultura di base allo stato “brado”; il loro comportamento, quindi, è come quello degli uomini primitivi che vivevano nelle caverne. Costoro, insomma, nonostante il benessere e il progresso, “puzzano” ancora di… caverna.
Per quanto riguarda il vivere allo stato brado diamo la “parola” a Ottorino Pianigiani:
http://www.etimo.it/?term=brado&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=bravo&find=Cerca

martedì 17 luglio 2012

La foresta e il... forestiero





C’è un “filo diretto” tra la foresta e il… forestiero? Vediamo ciò che dice, in proposito, il linguista Ottorino Pianigiani, il quale molto meglio di chi scrive saprà illuminarci. Noi possiamo solo dire che occorre risalire al padre dell’italiano, il latino ‘foris’ (fuori): ‘forestis (silva)’, ‘(selva) fuori del recinto’. Ci accorgiamo, però, di non aver detto… nulla. Leggiamo, quindi, dal “Dizionario etimologico” del Pianigiani.
« (Foresta, ndr) dal basso latino ‘foresta’ e ‘forasta’, che per lungo tempo si è voluto erroneamente trarre dal modello tedesco ‘Forst’ che vale lo stesso ma che per contro è di origine sicuramente romanza (…) da connettere al latino ‘foris’ o ‘foras’, fuori, su cui nella barbara latinità si formò anche ‘forasticus’, esterno, ‘forestare’, metter fuori, bandire, onde poi si ebbe ‘foresto’ e ‘forestico’ (…) per selvaggio, rozzo, ed anche per solitario (…). Dunque la voce ‘foresta’ messa su questa stregua avrebbe significato vuoi luogo ‘fuori dell’abitato’, e quindi solitario, selvatico, vuoi ‘luogo posto fuori della legge comune’, che è quanto dire luogo bandito, onde si ebbero ‘foresta venationis’ e ‘foresta piscationis’, cioè luogo proibito per la caccia, luogo proibito per la pesca e ‘forestare’ dal significato di ‘mettere al bando’ sarebbe passato all’altro di porre una foresta (…)».
Il forestiero, quindi, anche se alcuni lo fanno derivare dal provenzale ‘forestier’ si riconduce sempre al… latino ‘foris’ (fuori) in quanto indica colui che è nato in un luogo diverso (fuori) da quello in cui si trova o vive. Foresta e forestiero, per tanto, si possono considerare cugini sotto il profilo prettamente etimologico in quanto la radice di entrambi i termini è la medesima, vale a dire il latino ‘foris’. Il forestiero, insomma, è colui che viene ‘da fuori’. Il forestierismo, infatti, in linguistica non indica un termine o una locuzione derivata da lingue o da paesi stranieri, quindi ‘fuori’ dei confini nazionali?

lunedì 16 luglio 2012

SgranchEndo o sgranchIEndo?






Gentilissimo dott. Raso,
la seguo “dai tempi dei tempi”: le sue ‘noterelle’ sono sempre interessanti e preziose. Mi sono deciso a scriverle perché un dubbio mi assilla dai tempi della scuola, spero che con il suo aiuto possa dissiparlo. Il gerundio del verbo sgranchire è ‘sgranchiendo’ o ‘sgranchendo’? Io direi ‘sgranchiendo’ per la regola del dittongo mobile. Sono nel giusto?
Grazie e complimenti per il suo impegno in difesa della lingua italiana.
Serafino T.
Brindisi
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Cortese Serafino, mi spiace ma non è nel giusto, per usare la sua espressione. Il verbo “sgranchire” non contiene il dittongo mobile nel tema (o radice) né lo acquisisce nel corso della coniugazione. Il gerundio è, per tanto, ‘sgranchendo’ (senza la ‘i’). E la ragione è semplicissima. Da sgranchire si toglie la desinenza dell’infinito, che è ‘-ire’, e resta il tema ‘sgranch’ al quale si aggiunge la desinenza, normalissima, del gerundio, che è ‘-endo’ e si ottiene, quindi, ‘sgranchendo’. I verbi con il dittongo mobile – in linea generale – sono quelli che nel tema hanno le vocali ‘e’ o ‘o’ (non ‘i’), che, secondo la posizione dell’accento tonico, dittongano, rispettivamente, in ‘ie’ e in ‘uo’ come, per esempio, “sedere” che diventa “siedo” o “accecare” che diviene “accieca” o, ancora, “morire” che cambia in “muoio”.

domenica 15 luglio 2012

Dimenticare e scordare






L’uomo dimentica. Si dice che ciò è opera del tempo; ma troppe cose buone, e troppe ardue opere, si sogliono attribuire al tempo, cioè a un essere che non esiste. No: quella dimenticanza non è opera del tempo; è opera nostra che vogliamo dimenticare e dimentichiamo.

Questo pensiero di Benedetto Croce ci ha fatto venire alla mente, per analogia, il verbo ‘scordare’, che quasi tutti adoperano, indiscriminatamente, come sinonimo di dimenticare. Attenzione: sinonimo non vuol dire ‘uguale’, ‘identico’; una parola non può mai essere identica a un’altra. Sinonimo, dal greco ‘synònymos’, si dice di un vocabolo che, piú o meno approssimativamente, esprime il medesimo concetto di un altro vocabolo. Sinonimia, insomma, non è… sinonimo di identicità. I due verbi, quindi, a nostro modesto avviso, non si possono adoperare indifferentemente, ma secondo le varie sfumature di significato. E qui ci viene in aiuto l’etimologia, che – come si sa – è quella parte della linguistica che studia la derivazione delle parole di una lingua. E proprio da quest’ottica dimenticare e scordare hanno significati diversi: il primo vale ‘allontanare dalla mente’; il secondo ‘allontanare dal cuore’. Non si dice, infatti, che il primo amore non si scorda mai? Nessuno, crediamo, direbbe che il primo amore non si ‘dimentica’, proprio perché – come recita il verbo scordare – quell’amore non è mai stato allontanato dal fondo del cuore.
Dimenticare, dunque, è il latino tardo ‘dementicare’, composto con

il prefisso 'de-' – indicante allontanamento – e il sostantivo ‘mens, mentis’ (mente). Scordare, invece, è tratto da ‘recordare’, piú precisamente da ‘ricordare’, col cambio del prefisso ‘ri-‘ (di nuovo, ritorno) in ‘s-‘ per indicare allontanamento e ‘cor, cordis’ (cuore). I ricordi, infatti, che cosa sono se non i ‘ritorni nel cuore’? Coloro che vogliono parlare e scrivere bene diranno, dunque, che hanno ‘dimenticato’ gli occhiali a casa e che hanno ‘scordato’ le poesie che avevano imparato. Le poesie non ‘entrano’ nel cuore? Si scordano, quindi, non si dimenticano. In un certo senso si potrebbe dire, dunque, che le cose spirituali si scordano, le cose fisiche si dimenticano (ho ‘scordato’ la canzone; ho ‘dimenticato’ le chiavi). Alcuni vocabolari sostengono che «scordare ha gli stessi significati e gli stessi costrutti sintattici di “dimenticare”, rispetto al quale è d’uso piú popolare». Dissentiamo totalmente, pur prendendo atto del fatto che nell’uso non c’è distinzione alcuna fra i due verbi. Come è nata, allora, la confusione? Probabilmente perché anticamente il cuore era considerato la sede della memoria.

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Si è svolto recentemente, presso la Camera dei deputati, promosso dalla Società "Dante Alighieri", un convegno su Lingua, Immigrazione, Integrazione. Si veda questo collegamento:

http://webtv.camera.it/portal/portal/default/Presidente/Dettaglio?IdEvento=5131