lunedì 30 gennaio 2012

Oboe: plurale invariato?


Buona parte dei vocabolari, tra i quali il “ Sabatini Coletti” e il “Gabrielli”, entrambi in rete, attestano lo strumento musicale “oboe” come sostantivo invariabile.
(DISC): oboe[ò-bo-e] s.m. inv.• Strumento musicale a fiato ad ancia doppia, formato da un tubo cilindrico di legno forato munito di chiavi e imboccatura.
(Gabrielli): oboe
[ò-bo-e]
ant. oboè
s.m. inv.
MUS Strumento a fiato, di legno, ad ancia doppia, simile al clarinetto
‖ estens. Suonatore di oboe: un o. della Scala.
A nostro modo di vedere, invece, il sostantivo cambia regolarmente nel plurale: l’òboe, gli òboi. Siamo confortati, in ciò, dal DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, di cui diamo il collegamento in calce. L’invariabilità, probabilmente, si può spiegare con il fatto che anticamente il vocabolo era scritto con l’accento sulla “e” (oboè) e tutte le parole tronche, come si sa, nel plurale restano invariate: la virtú, le virtú. Chi predilige l’invariabilità del termine adoperi, quindi, il vocabolo “antico”: l’oboè, gli oboè.

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=32009&r=3476

domenica 29 gennaio 2012

sabato 28 gennaio 2012

Lo stadio e la stadia







Chissà se gli appassionati di calcio che ogni domenica affollano il campo sportivo dove gioca la loro squadra del cuore sanno perché si chiama “stadio”. Vogliamo vedere, anche, se esiste una parentela tra lo stadio, vale a dire il campo di gioco, e lo stadio inteso come fase terminale di una malattia? Lo stadio, dunque, alla lettera significa “misura”, provenendo dal greco “stadion” (misura, appunto), e in origine era un'estensione determinata di 600 piedi greci o 625 romani, vale dire 125 passi geometrici. Lo stadio, insomma, è una misura greca di lunghezza corrispondente a circa 178 metri. Oggi, per stadio si intende, comunemente, un “campo per lo svolgimento di gare sportive, attrezzato in modo da poter ospitare un certo numero di spettatori”. Il nome riprende quello originario greco in quanto in Olimpia il “campo” in cui si svolgevano le gare atletiche era della lunghezza di uno stadio, per l'appunto. Per quanto riguarda lo stadio inteso come “periodo” di una malattia, la parentela con il campo di gioco si giustifica con l'uso figurato della parola stessa. Lo stadio, come abbiamo visto, è una misura, e in senso figurato “misura”, appunto, il periodo di una determinata malattia: malato all'ultimo stadio, cioè alla fine. Non possiamo concludere questa “chiacchierata” senza accennare allo stadio, adoperato in senso estensivo, per indicare “ciascuno dei segmenti propulsivi di un missile, che si staccano da questo allorché il propellente è esaurito”. Per finire. Sempre da stadio abbiamo il femminile “stadia”, cioè l' “asta graduata” adoperata per rilevamenti topografici.

http://www.etimo.it/?term=stadio&find=Cerca

venerdì 27 gennaio 2012

Toponimo: quale genere?




Gentile dott. Raso
spero che lei possa togliermi questo dubbio: in tutte le grammatiche si dice
che i nomi di città sono di genere femminile, però esistono molti toponimi con
l'aggettivo maschile (es. Ariano Irpino, Scanzano Ionico, Misano Adriatico
etc).
Queste città sono quindi da considerare di genere maschile o femminile?
La ringrazio anticipatamente
Luca
(Località omessa)
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Cortese Luca, la questione è molto complessa, spero di riuscire a essere il piú chiaro possibile.
I toponimi sono di genere femminile perché si sottintende "città". Milano e Torino, per esempio, sono femminili perché, appunto si sottintende "città": la (città di) Milano operosa; la (città di) Torino sabauda. Quanto ai toponimi con l'aggettivo maschile (Ariano Irpino) dipende dal fatto che l'aggettivo si riferisce, generalmente, al capostipite che ha fondato la località cui ha dato il nome. La località, comunque, resta sempre di genere femminile perché si sottintende "città" o "cittadina": la bella (cittadina di) Misano Adriatico.
Una piccola annotazione personale: quando la città o cittadina ha chiaramente morfologia maschile la località va declinata al maschile.

giovedì 26 gennaio 2012

La febbre







Gentile dott. Raso,
sono di nuovo a disturbarla per un altro quesito. Qualche giorno fa tutti i miei familiari sono stati “aggrediti” dal male di stagione: l’influenza. Mi piacerebbe sapere che cosa è questa influenza, naturalmente sotto il profilo meramente linguistico. Grazie, come sempre, per la sua non comune disponibilità.
Cordialmente
Ludovico L.
Arezzo
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Cortese Ludovico, può soddisfare la sua curiosità linguistica leggendo un mio vecchio articolo cliccando su:

http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2008/01/29/epidemia_influenzale.html

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Mucchero

Forse pochi sanno che l’acqua profumata per infusione di rose e viole si chiama “mucchero”. Il termine, infatti – se non cadiamo in errore – non è attestato nei comuni vocabolari. Lo riporta solo il dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani, di cui diamo il collegamento in calce.

http://www.etimo.it/?term=mucchero&find=Cerca

martedì 24 gennaio 2012

«Gli» per «loro»?






Alcuni amici blogghisti desiderano sapere se è corretto l’uso di “gli” per “loro”. È corretto. Diamo la “parola” al settore consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca: «… Per riassumere, l’uso di gli in luogo di loro, a loro, a essi e a esse è da considerare senz’altro corretto (Ora vado dai tuoi amici e gli dico che la devono smettere di fare chiasso), tranne che, forse, nel caso di registri altamente formali (Il parroco espresse loro le sue più sentite condoglianze). L’utilizzo, invece, di gli per le, è sentito più scorretto dell’altro perché ha subito e continua tutt’ora a subire una maggiore censura scolastica; quindi se ne tende a sconsigliare, nella maggior parte dei contesti, l’impiego». Meno corretto è, invece, l’uso dell’apostrofo in “tuttora”, come scritto dall’articolista.
Lo dice proprio la... Crusca:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4026&ctg_id=93

sabato 21 gennaio 2012

L'icona (e i suoi plurali)










Leggiamo dal “Treccani” in rete: «icòna s. f. [dal russo ikona, e questo dal gr. biz. εἰκόνα, gr. class. εἰκών -όνος «immagine»]. –
1. Immagine sacra (rappresentante il Cristo, la Vergine, uno o più santi) dipinta su tavoletta di legno o lastra di metallo, spesso decorata d’oro, argento e pietre preziose, tipica dell’arte bizantina e, in seguito, di quella russa e balcanica.
2. letter. Immagine sacra in genere, dipinta o scolpita; in questo sign. è usata anche la forma icòne (ripresa direttamente dal greco class., così come i varî composti con icono-).
3. In semiologia, secondo la terminologia di Ch. S. Peirce (1839-1914), uno dei tre tipi fondamentali di segni (gli altri due sono l’indice e il simbolo), distinti secondo il rapporto che li unisce alla realtà esteriore: è il segno che è con questa in rapporto di somiglianza, in quanto presenta almeno una delle qualità o ha la stessa configurazione dell’oggetto significato (per es., una macchia di sangue per il colore rosso, oppure un’onomatopea, un diagramma, la pianta di un edificio, e sim.).
4. In informatica, nei sistemi operativi dotati di interfaccia grafica, piccola immagine che rappresenta in modo simbolico un comando, una funzione o anche un documento o un programma operativo, che appare sullo schermo di un computer (spesso con le caratteristiche di un pulsante) e che, quando venga selezionata dall’utente mediante un apposito strumento (come un mouse o una penna ottica), dà l’avvio alla funzione o al programma che simboleggia (per es., la figura di un cestino per la cartastraccia per il comando «elimina il documento»): cliccare sull’i. del programma; trascinare l’i. da una cartella all’altra.
5. Figura o personaggio emblematici di un’epoca, di un genere, di un ambiente: Marylin Monroe è l’icona della femminilità».



Ci interessa, particolarmente, il punto 2. Accanto a icòna, dunque, esiste anche la variante “icòne” il cui plurale, naturalmente, è “iconi” (come tutti i plurali dei femminili in “-e”), non “le icona”, come ci è capitato di leggere in uno scritto di uno dei cosí detti giornalisti di grido. Ricapitolando: l’ icòna, le icòne; l’icòne, le icòni. È interessante anche notare che la pronuncia della “o” può essere tanto aperta (icòna) quanto chiusa (icóna). A questo riguardo stupisce il constatare che il Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, fa confusione con le due pronunce. Ascoltate la dizione cliccando sul collegamento in calce.





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Cortese dr Raso,
la tragedia della nave “Concordia” ha portato alla ribalta la figura del “sommozzatore”. Donde deriva il termine? Grazie.
Augusto T.
Olbia
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Gentile Augusto, le faccio “rispondere” dal "Garzanti" (Garzantilinguistica.it):

[som-moz-za-tó-re] Deriv. del napol. sommozzare 'tuffarsi', dal lat. volg. *subputea¯re 'sommergere, immergere', comp. di su°b 'sotto' e un deriv. di pute°us 'pozzo'.

giovedì 19 gennaio 2012

La «metania»






Gentile dott. Raso,
mi permetta di ringraziare, tramite il suo sito, il cortese Matteo Pepe, per le “aggiunte” alla sua risposta circa la “toparchia”. Aggiunte che – come scrive lo stesso signor Pepe – evidenziano una differenza minima. A lei, invece, e non voglio approfittare della sua cortese disponibilità, un altro quesito. Che cosa è la “metania”? Anche questo termine, se ho visto bene, non è attestato nei comuni vocabolari. Spero in lei. Grazie ancora.
Cordialmente
Ludovico L.
Arezzo
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Cortese Ludovico, la metania è un’espressione di pentimento, un atto di prostrazione. Può vedere l’origine e il significato “completo” cliccando su questo collegamento:

http://books.google.it/books?id=9vWTalKulyIC&pg=PA59&dq=%22metania%22&hl=it&sa=X&ei=tQYXT-_FCOPa4QSrjqHiAw&ved=0CEAQ6AEwAg#v=onepage&q=%22metania%22&f=false

martedì 17 gennaio 2012

La toparchia




Esimio dott. Raso,
ricorro ancora una volta alla sua nota cortesia per un quesito al quale i vocabolari consultati non hanno saputo rispondere. Che cosa è la “toparchia”? Mi sono imbattuto in questo termine leggendo un vecchio giornale, dalle pagine ingiallite, mentre cercavo di riassettare la cantina. Certissimo di una sua cortese ed esauriente risposta, le porgo i miei sentimenti di ossequio.
Ludovico L.
Arezzo
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Gentile Ludovico, il termine non ha nulla che vedere con i… topi, come di primo acchito si potrebbe credere. Il vocabolo, in effetti, non è attestato nei comuni vocabolari dell’uso (lo troviamo solo nel Treccani, se non sbaglio, di cui le do il collegamento in calce). La “toparchia”, dunque, è una piccola nazione, un piccolo stato composto di una sola città (lo stato della Città del Vaticano, per esempio, si potrebbe considerare una toparchia). Il vocabolo, di formazione dotta, è composto con le voci greche “topos” (luogo) e “arca” (‘colui che comanda’). Le toparchie si trovavano, nell’antichità, in Egitto e in Palestina.


http://www.treccani.it/vocabolario/toparchia/

lunedì 16 gennaio 2012

«Anfaneggiare»




Probabilmente pochissime persone sanno che coloro che parlano a vanvera, farneticano, vaneggiano non fanno altro che “anfaneggiare”. Questo verbo, infatti, è poco conosciuto perché non attestato da tutti i vocabolari e fra questi, se non cadiamo in errore, il Sabatini Coletti in rete, il Garzanti (Garzantilinguistica.it) e altri. Per la verità è un verbo intransitivo, di uso letterario, iterativo di “anfanare” (questo, forse, più conosciuto). Per quanto attiene all’origine diamo la “parola” a Ottorino Pianigiani, cliccando sul collegamento in calce.

http://www.etimo.it/?term=anfanare&find=Cerca

Si veda anche quest'altro collegamento:

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22anfaneggiare%22&btnG=