sabato 31 dicembre 2011

I mortaletti


A mezzanotte in punto nelle varie località scoppierà il “finimondo” per festeggiare l’arrivo del nuovo anno. Il fumo di migliaia e migliaia di mortaretti andrà ad ammorbare ancora di piú l’aria delle nostre città. Ma la festa è… festa. Non è di questo, però, che vogliamo parlare. Vogliamo dire che i “botti”, comunemente conosciuti come ‘mortaretti’, si possono chiamare (e personalmente è voce che preferiamo) anche ‘mortaletti’. Buon anno agli amici di questo portale e… attenzione con i mortaletti.

http://www.etimo.it/?term=mortaretto&find=Cerca

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Il plurale di ambo? Ambi e ambe

Contrariamente a quanto riportano i "sacri testi" (tutti?) l'aggettivo ambo si può pluralizzare regolarmente: ambi e ambe. Possiamo dire e scrivere, quindi, e nessuno può tacciarci di ignoranza, "da ambi i lati", per esempio, e "con ambe le mani". Sono plurali di uso raro, certo, ma non per questo errati. Si vedano i collegamenti in calce.

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22ambi+i+lati%22&btnG=#q=%22ambi+i+lati%22&hl=it&tbo=1&tbm=bks&ei=gU_-TtG0M5La4QTxwuCNCA&start=0&sa=N&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.,cf.osb&fp=678b9ddca958c85

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22ambe+le+mani%22&btnG=

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=85400&r=74257

venerdì 30 dicembre 2011

Le fedine? I basettoni (e altre disquisizioni linguistiche)








Fedine - strisce di barba lungo le gote, dalle tempie fino al mento; basette lunghe. Il termine, meglio conosciuto come “basettoni” non è molto… adoperato. Il vocabolo è nato nell’Ottocento e indicava i “fedelissimi” dell’Austria-Ungheria perché portavano i basettoni come segno di fedeltà (fedine) a Francesco Giuseppe, che aveva, appunto, quel tipo di barba.
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Amante e amatore – i due termini non andrebbero adoperati indifferentemente. Il primo solo nel significato proprio del verbo amare da cui deriva; il secondo (con il femminile amatrice) nell’accezione di cultore, appassionato e simili: Pasquale è un amatore della lingua italiana.
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Filiale e figliale – aggettivo e sostantivo femminile. Come aggettivo entrambe le grafie sono corrette; è preferibile la prima, però. In funzione di sostantivo sempre la prima grafia: la ditta ha una filiale a Civitavecchia.
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Gala
– sostantivo femminile; improprio usarlo nella forma maschile: tutta la nobiltà era presente alla grande gala. Errata la grafia con la seconda a accentata (galà).
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In ultima analisi – francesismo da evitare. Si dirà, correttamente: insomma, infine, tutto considerato, concludendo e simili.



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Chissà perché il sito "Garzantilinguistica.it" non dà il plurale di "lungadige"; lo dà, invece, per "lungotevere" e "lungarno". Molte autorevoli pubblicazioni, come si può vedere cliccando sul collegamento in calce, riportano il normale plurale "lungadigi".


http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22lungadigi%22&btnG=#q=%22lungadigi%22&hl=it&tbo=1&tbm=bks&ei=BQT9TrPtMYWl-ga2zLTrDw&start=0&sa=N&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.,cf.osb&fp=678b9ddca958c85a&biw=1024& bih=637

giovedì 29 dicembre 2011

Dicesso? Sí, lontano...





È veramente un peccato che la quasi totalità dei vocabolari non registrino un avverbio che, a nostro modo di vedere, è piú pregnante dei sinonimi “lontano”, “ in disparte” , “discosto”. Vale a dire l’avverbio dicesso (o di cesso) attestato sin dal XIII secolo. Sí, sappiamo benissimo che è un termine relegato nella soffitta della lingua; si potrebbe rispolverare, però. A noi pare più elegante, insomma, dire, per esempio, “ Giulio e Paolo se ne stavano di cesso”, invece che in disparte.
Si clicchi sui collegamenti in calce.

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=di-cesso&searchfor=di%20cesso&searching=true

http://books.google.it/books?id=fLg9AAAAYAAJ&pg=RA2-PA244&dq=%22di+cesso%22&hl=it&sa=X&ei=G6T7TsaiLsq6-AaXiamdAQ&ved=0CDwQ6AEwAQ#v=onepage&q=%22di%20cesso%22&f=false

mercoledì 28 dicembre 2011

La «bisciabova»





Gentilissimo dott. Raso,
per la ricorrenza del Natale un caro amico mi ha fatto una strenna favolosa segnalandomi il suo inimitabile blog sul buon uso della lingua italiana. La rete pullula di siti sulla lingua, ma il suo è veramente la “crema” e per i contenuti e per il modo in cui si porge: semplice, elegante, educato ma soprattutto chiaro. Mi permetta di complimentarmi. È inutile che le dica che l’ho messo subito tra i preferiti. Ho visto che risponde ai quesiti che le vengono posti, ne approfitto anch’io per chiederle che cosa significa “bisciabova”, termine che ho sentito in una trasmissione di una televisione privata. I vocabolari che ho consultato non mi sono stati di aiuto, spero in lei. Grazie se mi risponderà e ancora vivi complimenti.
Gaetano S.
Nuoro
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Cortese Gaetano, la ringrazio veramente di cuore per le belle parole di cui ha voluto onorarmi. Quanto al suo quesito, si tratta di un termine desueto che significa “tifone” , “turbine” e simili. I vocabolari non lo attestano perché è stato relegato nella soffitta della lingua. Il significato e l’origine l’apprendiamo dal dizionario del Tommaseo-Bellini cliccando su questo collegamento:

martedì 27 dicembre 2011

I «bezioli»









Forse poche persone sanno che gli occhiali che servono per “raddrizzare” gli occhi alle persone affette da strabismo si chiamano “bezioli”. (Quasi) Nessun vocabolario dell’uso riporta, infatti, il termine in questione. Onestamente non conosciamo l’etimologia del vocabolo che si può trovare cliccando su questo collegamento:

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22bezioli%22&btnG=


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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:






Marisa scrive:
MI DISPIACE DI AVER SBAGLIATO oppure MI DISPIACE AVER SBAGLIATO?
Grazie, e buon Natale

linguista scrive:
Nel costrutto implicito delle proposizioni soggettive rette da verbi impersonali, l’infinito può essere preceduto dalla preposizione “di” (per es. “non mi va di mangiare”), essere giustapposto al verbo reggente (“bisogna riflettere con calma”) o ammettere entrambe le costruzioni. Il verbo “dispiacere” è proprio uno di quelli che rende possibile il costrutto implicito con e senza “di” davanti all’infinito: “mi dispiace di aver sbagliato” oppure “mi dispiace aver sbagliato”, entrambi leggittimi.
Marcello Ravesi
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Non ce ne voglia il dott. Ravesi se diciamo che LEGGITTIMI non si può considerare il classico refuso ma un orrore ortografico perché per scriverlo ha dovuto pigiare due volte il tasto “g”.




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L' «orrore» è stato prontamente emendato (senza ringraziamenti...) e la nostra segnalazione altrettanto prontamente e democraticamente cassata dalla rubrica.

domenica 25 dicembre 2011



a tutti gli amici blogghisti

sabato 24 dicembre 2011

Buon Natale




Domani è Natale, non possiamo esimerci, quindi, dall'augurare una felicissima festività a tutti gli amici che ci onorano della loro attenzione. Per l'occasione riproponiamo un nostro articolo sulla nascita della strenna come... strenna natalizia ai cortesi amici blogghisti.


Si veda questo collegamento:


http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/12/16/strenna_natalizia.html

giovedì 22 dicembre 2011

«Mandare (o andare) in orinci»






Quando qualcuno vi infastidisce mandatelo, senza tanti complimenti, in orinci. No, non stiamo delirando. Forse nessuno conosce l’espressione “mandare (o andare) in orinci” che significa andare in un paese lontano e metaforicamente andare a quel… paese.

http://www.etimo.it/?term=orinci&find=Cerca

http://books.google.it/books?id=c_E9AAAAYAAJ&pg=PA486&dq=%22mandare+in+orinci%22&hl=it&sa=X&ei=3XPyTrKhHpOGhQfc5tGvAQ&ved=0CDAQ6AEwAA#v=onepage&q=%22mandare%20in%20orinci%22&f=false

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:



Giulia scrive:
Analisi logica:
“Ieri sono stato assente”
assente: è parte nominale del PN o complemento predicativo?
Grazie dell’aiuto

linguista scrive:
“Sono stato assente” è predicato nominale (abbiamo infatti il verbo essere).
Alessandro Aresti
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Forse è meglio “sviluppare” la risposta del linguista. Siamo in presenza di un predicato nominale e non di un complemento predicativo non tanto perché c’è il verbo essere quanto e soprattutto perché non c’è un verbo che introduce il complemento predicativo (del soggetto). Vediamo, quindi, quali sono i verbi che introducono il suddetto complemento:
1) Verbi copulativi, cioè quei verbi che assumono le medesime funzioni del verbo essere nel predicato nominale (restare, riuscire, sembrare, apparire, diventare, tornare): Giulio è apparso invecchiato;
2) Verbi appellativi coniugati nella forma passiva (essere chiamato, soprannominato, apostrofato ecc.): Giulio è stato soprannominato lo stangone;
3) Verbi estimativi anch’essi coniugati in forma passiva (essere creduto, ritenuto, considerato ecc.): Giulio è stato ritenuto innocente;
4) Verbi elettivi, sempre in forma passiva (essere eletto, designato, incoronato ecc.): Giulio è stato nominato direttore.

mercoledì 21 dicembre 2011

Scendere dal pero


Chi deve scendere dal pero? La persona che deve parlare con piú semplicità ed essere meno supponente. Si adopera questa locuzione, insomma, per invitare una persona a venire a cose piú concrete. L’espressione sembra derivi dall’antica locuzione “star sulle cime degli alberi”, riferita a chi mostrava supponenza o adoperava un linguaggio difficile. Nel II libro della “Storia vera” di Luciano si narra di un nave che fu costretta ad arrestarsi perché giunse in uno stretto di mare ingombrato da una selva di cipressi che galleggiavano a fior d’acqua. Perché proseguisse fu necessario tirarla su in cima a quegli alberi per poi calarla nuovamente in mare. Di qui, sembra, abbia origine la locuzione “star sulle cime degli alberi” per indicare cose difficilissime a comprendersi.

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

roberto scrive:
Altro dubbio: è sbagliato scrivere l’età anagrafica per esteso?, per esempio vent’anni al posto di 20 anni? La regola grammaticale ordina di usare le cifre se queste sono troppo lunghe, lo so. Ma spesso, per quanto riguarda l’età, le leggo per esteso anche su pubblicazioni di qualità.
Grazie per l’aiuto.

linguista scrive:
Dipende dal tipo di testo: in uno letterario, ad esempio, sono da preferire le cifre; nelle date o nell’uso tecnico o scientifico, i numeri arabi.
Alessandro Aresti
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Abbiamo l’impressione – e vorremmo essere smentiti – che il dott. Aresti abbia fatto un po’ di confusione. Cifre e numeri arabi sono la stessa cosa. Numeri romani, quindi, nella risposta; non numeri arabi.

martedì 20 dicembre 2011

L' «assaggiamento»


Cortese dott. Raso,
la prego, gentilmente, di voler dirimere una questione linguistica sorta tra mio figlio (V ginnasio) e la sua docente di lettere. Mio figlio, dunque, in un componimento in classe ha scritto che “l’assaggiamento di quella pietanza non gli era piaciuto”. L’insegnante ha sottolineato con la fatidica matita blu il termine ‘assaggiamento’ sostenendo che il vocabolo non esiste; mio figlio avrebbe dovuto scrivere “assaggio”. A me sembra di ricordare che il vocabolo “sub iudice” esiste, invece, anche se non l’ho trovato nei vocabolari che ho consultato. Sa dirmi qualcosa in merito?
Grazie in anticipo e tanti auguri per le prossime festività.
Ignazio T.
Siracusa
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Gentile Ignazio, che cosa dirle? Devo constatare, purtroppo, la pochezza linguistica della docente. Il termine in questione, non riportato dai vocabolari, è esistito ed è stato relegato nella soffitta della lingua, ciò non toglie, però, che non si possa adoperare, anche se di “sapore” stantio. “Assaggiamento”, dunque, è un sostantivo deverbale; proviene, cioè, dal verbo assaggiare. Lo si trova nel vocabolario degli Accademici della Crusca e in molte altre pubblicazioni. Suo figlio potrebbe farlo presente alla sua insegnante cercando, però, di non urtare la sua “sensibilità”. Guardi questo collegamento:


http://books.google.it/books?id=Irg_AAAAcAAJ&q=%22assaggiamento%22&dq=%22assaggiamento%22&hl=it&sa=X&ei=mYjvTpzkFcnc4QT71-y0Bg&ved=0CGsQ6AEwCQ

PS.: C'è anche il termine "assaggiatura", riportato da buona parte dei vocabolari.

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
Enzo scrive:
19 dicembre 2011 alle 21:57
Salve,
ho un nuovo quesito: è corretto dire «per intanto»? Avevo sentito dire che non fosse il massimo, linguisticamente parlando, ma l’ho giusto letto or ora in un saggio, e gradirei dunque avere un chiarimento.
Grazie in anticipo della risposta.

linguista scrive:
19 dicembre 2011 alle 22:15
Sì, è corretto.
Alessandro Aresti
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Il linguista Aldo Gabrielli sconsiglia vivamente “per intanto”.
Si dice: intanto
Non si dice: per intanto
intanto, per intanto
Intanto significa nel frattempo: “Io faccio il caffè, tu intanto preparati”. Anticamente era scritto separato: in tanto, sottintendendo tempo. Serve anche a contrapporre un’azione, una situazione a un’altra (funzione avversativa): “Giurava e intanto mentiva”. È usato addirittura per rafforzare una negazione al posto di invece: “Intanto non è vero!”.
Quella che è inutile, e di non ottimo gusto, è l’espressione per intanto, che pure i dizionari registrano. Forse è dovuta all’influenza dell’altra espressione idiomatica di uguale significato, per ora. Dimentichiamola.