sabato 5 novembre 2011

«Eternizzare»? No, eternare

Il verbo “eternizzare”, che sconsigliamo, anzi condanniamo recisamente, è registrato solo – se non cadiamo in errore – nel GDU del De Mauro. Gli altri vocabolari riportano la sola forma corretta “eternare” (rendere eterno, immortalare). Perché condanniamo “eternizzare”? Perché è voce scorretta modellata sul francese “éterniser”. In buona lingua italiana si dice, per l’appunto, “eternare”, come possiamo apprendere dal divino Poeta: «M’insegnavate come l’uom s’etterna» (Inferno, XV). Adoperato nella forma riflessiva (eternarsi) sta per “procurarsi una fama perenne”.
Una rapida ricerca con Googlelibri ha dato 2.110 occorrenze per “eternizzare” (che, ripetiamo, è voce errata) e 56.200 per “eternare”.

giovedì 3 novembre 2011

«Malmeggiare»





Ci piace portare all’attenzione degli amici blogghisti, che seguono le nostre modeste noterelle, un verbo “sconosciuto” perché non attestato nei maggiori vocabolari in uso: malmeggiare. Sí, ‘malmeggiare’ , che significa ‘maltrattare’, ‘malmenare’ e simili: quel losco individuo non fa altro che malmeggiare la moglie. Secondo il GDU del De Mauro il verbo suddetto è un incrocio di ‘malmenare’ con ‘palpeggiare’ ed è “nato” nel XIV secolo. Secondo Ottorino Pianigiani, invece, è composto di “ mal” e “maneggiare”, maneggiare male, quindi maltrattare, malmenare.


Dimenticavamo. Il verbo si trova nella "Lessicografia della Crusca":

http://www.lessicografia.it/MALMEGGIARE

mercoledì 2 novembre 2011

«Rispetto a...»






Il rispetto, sostantivo maschile, è un “sentimento di riguardo, di stima e di deferenza nei riguardi di una persona”. Questa premessa perché alcuni, “spalleggiati” dai vocabolari, fanno seguire questo sostantivo dalla preposizione “a” formando una locuzione come termine di contrapposizione. Bene. Anzi, male. A nostro avviso è un errore che in buona lingua italiana è da evitare. Non diremo, per esempio, i sindacati “rispetto agli” industriali rivendicano piú investimenti ma, correttamente, “nei confronti dei/degli”. La stessa locuzione – sempre a nostro avviso – è tremendamente errata se si adopera come termine di paragone: una città, per esempio, è piú o meno bella “di” un’altra, non “rispetto a” un’altra.


"Rispetto a", insomma, a nostro modo di vedere, non rispecchia l'etimologia del sostantivo:


http://www.etimo.it/?term=rispetto&find=Cerca

* * *

Venerdì scorso abbiamo inviato un messaggio di posta elettronica alla redazione del “Treccani” in rete perché emendasse un orrore che campeggiava sulla prima pagina del sito. Finora l’orrore è rimasto. Ecco il messaggio inviato:
Gentile Redazione,
segnaliamo un "orrore" sulla "homepage" del sito da emendare al più presto:

«Quando l’allievo supera il maestro solo la critica riesce a sminuire le opere di un’artista celeberrimo. E’ il caso di Filippino Lippi, figlio di Filippo Lippi, ...».
Non crediamo sia necessario specificare quale "orrore".
Cordialmente
Fausto Raso

martedì 1 novembre 2011

Gli "elettrauti"? Nessuna norma vieta questo plurale






La totalità dei vocabolari consultati non ammette (o, se preferite, non ammettono) il plurale del sostantivo “elettrauto”: l’elettrauto, gli elettrauto. Anche se di uso raro, invece, esiste il plurale regolare “elettrauti” e coloro che lo adoperano non possono essere tacciati di ignoranza linguistica essendo una scelta… stilistica. In proposito si veda il Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia:

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=58997&r=113121

lunedì 31 ottobre 2011

Keniota o keniano?




«Bombe keniote sulla Somalia». Questo titolo, che campeggiava sulla prima pagina del Corriere della Sera in rete, è corretto perché si può dire tanto “keniota” quanto “keniano”. Oggi, però, si usa fare un distinguo: keniota, in funzione di sostantivo; keniano, come aggettivo. La gara è stata vinta da un keniota; il keniano Pinco ha vinto la gara. Secondo questo distinguo, quindi – a nostro avviso – sarebbe stato meglio titolare: «Bombe keniane sulla Somalia».


PS.: Sarebbe meglio anche - sempre a nostro avviso - sostituire il "k" (lettera estranea alla corretta lingua italiana) con il digramma "ch": Cheniota e cheniano.

domenica 30 ottobre 2011

Diramare...





Ancora una diversità di vedute tra il vocabolario Gabrielli in rete e il Dizionario Linguistico Moderno dello stesso autore a proposito del verbo “diramare”. Ecco ciò che riporta il Gabrielli in rete: «diramare
[di-ra-mà-re]
(diràmo)
A v. tr.
1 non com. Spogliare dei rami: d. una pianta
‖ Dividere in rami

2 fig. Divulgare, diffondere: d. un ordine, una circolare, gli inviti

B v. intr. pronom. diramàrsi
1 non com. Dividersi in rami: il tronco dell'albero si diramava a tre metri dal suolo
‖ estens. Suddividersi: la strada si diramava formando un bivio; i nervi si diramano per tutto il corpo

2 fig. Derivare: varie conseguenze si diramano da questa premessa

3 fig. Divulgarsi, diffondersi: l'ordine si diramò tra i soldati».


Ecco ciò che si può leggere, invece, nel “Dizionario”:

«Verbo composto del prefisso “di-“ separativo, e di “ramo”, vale propriamente “troncare i rami”, “spogliar dei rami” una pianta; e poi derivato, nel riflessivo “distribuirsi in rami” (anche figurato, come di fiumi, di vene, di strade, ecc.) ed è sinonimo di “ramificarsi”. È quindi brutto neologismo proprio del gergo burocratico nel significato di “diffondere”, “distribuire”, “divulgare”, “propagare”, “spedire”, “mandare”, riferito specialmente a ordini, circolari, inviti e simili: “L’ordine diramato dal presidente”, sarà: “L’ordine ‘diffuso’ “ (non bene ‘emanato’, pur esso burocratico); “Bisogna subito diramare questa circolare; diremo ‘diffondere’, ‘divulgare’ (anche, semplicemente, ‘spedire’)».

sabato 29 ottobre 2011

Paventare...




Uso e abuso del verbo "paventare". Si veda questo collegamento:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8775&ctg_id=44

venerdì 28 ottobre 2011

«Dare l'ultimo asciolvere"






Ieri, parlando dell'asciolvere, cioè della prima colazione, della merenda, abbiamo dimenticato di scrivere che questo vocabolo ha dato origine al modo di dire - relegato nella soffitta della lingua - "dare l'ultimo asciolvere", vale a dire "uccidere qualcuno" dandogli, in senso ironico e figurato, l'ultima colazione.



* * *
Segnaliamo alla Redazione del “Treccani” in rete un “orrore” che fa bella mostra di sé nella prima pagina del sito:
Quando l’allievo supera il maestro solo la critica riesce a sminuire le opere di un’artista celeberrimo. E’ il caso di Filippino Lippi, figlio di Filippo Lippi, ...
L’orrore, ovviamente, è l’articolo indeterminativo maschile singolare scritto con tanto di apostrofo.

giovedì 27 ottobre 2011

Un leggero asciolvere


«Vorrei un asciolvere molto leggero, per favore». Se qualcuno si rivolgesse con queste parole al personale di un albergo (o simili) non otterrebbe nulla in quanto l’interlocutore, con molta probabilità, cadrebbe – come suol dirsi – dalle nuvole. Eppure tutti, soprattutto la mattina, abbiamo bisogno di un asciolvere, leggero o pesante, secondo le varie esigenze. Ma cos’è questo “asciolvere”? Semplice: la prima colazione o la merenda. Questo termine, per la verità poco conosciuto, è pari pari il verbo “asciolvere” adoperato come infinito sostantivato. È composto con il verbo latino “absolvere” (sciogliere, sottinteso “ieiunia”, digiuno). Chi “scioglie il digiuno” cosa fa? Mangia, ovviamente.

mercoledì 26 ottobre 2011

Disertare si può tollerare, devastare no




Il verbo “disertare”, forse pochi lo sanno, ha due forme, una transitiva e una intransitiva e l’uso dell’una o dell’altra forma fa cambiare di significato il verbo stesso. La forma transitiva sta per “distruggere”, “guastare” e simili ed etimologicamente è il latino “desertare”, intensivo di “deserere” (‘abbandonare’). Originariamente, infatti, il verbo stava per “devastare”, vale a dire “ridurre in deserto” e, quindi... “abbandonare”, "allontanare" (non ci si allontana 'da' un luogo?). Di qui l’uso intransitivo di “disertare” nel senso di “fuggire da un luogo”. I deputati, per esempio, che non prendono parte alle sedute “disertano dall’aula”, non “disertano l’aula”, in quanto “fuggono dall’aula”, non la... devastano. Insomma, amici amanti del buon uso della lingua, come fa acutamente notare il linguista Leo Pestelli «facciamo una pasta dei verbi ‘disertare’ (neutro) e ‘disertare’ (attivo), che sono due cose ben distinte. Il primo vale: fuggire dall’esercito; il secondo: danneggiare e devastare. Il soldato diserta ‘dal’ reggimento abbandonandolo al suo destino; diserta ‘il’ reggimento portandogli via la cassa. (...) Dicendo dunque noi per estensione: il pubblico ‘diserta’ il teatro; gli alunni ‘disertano’ la scuola, diciamo altro da quello che intendiamo dire, cioè che il pubblico con mazze e ombrelli, gli alunni con gessi e temperini, danneggiano il teatro e la scuola. Proprio cosí (...)».
Naturalmente ci sarà il solito Bastian contrario che cercherà di confutare la nostra tesi. Se ciò avverrà, la cosa ci lascerà nella piú squallida indifferenza, forti dell’appoggio di un linguista con la “L” maiuscola. Mentre a coloro che sostengono la tesi secondo cui è l’uso che fa la lingua ricordiamo le parole del grande poeta toscano Giuseppe Giusti: “L’avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l’uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare”. E c’è da dire, in proposito, che molte cosí dette grandi firme del giornalismo maneggiano uno strumento che non sanno... maneggiare. E ciò a scapito, per dirla con Vittorio Alfieri, del nostro “idioma gentil sonante e puro”. Chi vuole intendere... intenda.




PS. I vocabolari sono ambigui: attestano ‘disertare’, nel senso di ‘abbandonare’, sia transitivo sia intransitivo, non è proprio cosí, come abbiamo visto. Non si confonda, inoltre, ‘disertare’ con ‘dissertare’. Quest’ultimo verbo ha tutt’altro significato. Non sono, perciò, l’uno sinonimo dell’altro.