domenica 31 luglio 2011

Grazie "di" o grazie "per"?


Molto spesso siamo presi dal dubbio sulla preposizione da far seguire a “grazie”, interiezione che esprime riconoscenza, ringraziamento e simili: “di” o “per”? Non c’è differenza alcuna, si possono adoperare l’una o l’altra: grazie “di” avermi risposto; grazie “per” avermi risposto. Personalmente preferiamo la preposizione “per” perché riteniamo esprima meglio il motivo, la ragione del… ringraziamento (grazie “per”, cioè grazie “perché” mi hai risposto). Quest’interiezione viene anche usata per mettere in evidenza l’ovvietà di un’affermazione o il carattere retorico di una domanda: Giulio è arrivato prima di te. "Grazie", abita lí vicino! Si fa seguire dalla preposizione “a”, invece, quando “grazie” sta a significare “per merito di”, “per volontà di”, "con l'aiuto di": grazie “a” te sono stato assunto (vale a dire “per merito “ tuo, "con il tuo aiuto" sono stato assunto).

sabato 30 luglio 2011

Chiamarsi fuori






Tutti conosciamo il modo di dire sopra citato; pochi conoscono, forse, l’origine. Vogliamo vederla assieme? Bene. Affidiamoci al “re” dei modi di dire, Ludovico Passarini.
Per indicare accortezza abbiamo anche un altro modo usato comunemente dal volgo, preso dai giocatori di carte; ed è “chiamarsi fori o fora”. Quando il giocatore, numerando le sue carte, si avvede di essere arrivato o ch’è per giungere a compire il numero di punti, che ci vogliono per vincere, timoroso che il suo compagno ci arrivi anch’esso, contento della vittoria dice: ‘Mi chiamo fori’. E se il compagno s’avvedesse di avere anch’esso accozzato i punti richiesti, e dicesse ‘mi chiamo fori anch’io’, il vincitore, verificato il numero dei punti, sarebbe l’altro, perché primo a proclamarsi fori, quasi fuor della meta da lui sorpassata. Da qui si vede che il “chiamarsi fori” è un atto di accortezza, e di lestezza, che non fatto a tempo fa perdere tutto il merito o il guadagno dell’opera. Questo motto quindi trasportato ai tanti casi della vita, in cui potrebbe corrersi qualche pericolo per ignavia o trascuratezza, vale a significare: ‘Io mi metto in salvo’; ‘Mi dichiaro innocente’; ‘Non ne so nulla’; ‘non me n’impaccio’ e cose simili.


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La sdraia, la sdraio

Un articolo di Matilde Paoli. dell’Accademia della Crusca. Non ci sembra chiaro, però, quale sia il termine da ritenere “piú corretto”.
Si clicchi su: http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8706&ctg_id=44

venerdì 29 luglio 2011

Turlupinare


Tutti conosciamo il significato di turlupinare, se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario e leggere: ingannare, raggirare, gabbare, abbindolare. È un francesismo che sconsigliamo decisamente essendoci, per l’appunto, i corrispettivi verbi italiani. Riteniamo interessante, però, portare a conoscenza degli amici blogghisti l’origine del verbo. Ci affidiamo a Enzo La Stella.
Verbo di uso non comunissimo, che significa prendere in giro o, peggio, imbrogliare e che deriva dal nome d’arte di Henry le Grand Belleville, famoso attore comico francese del Seicento; a un certo punto della sua carriera, Henry scelse il nomignolo di “Turlupin”, con cui interpretò varie parti satiriche di grande successo. Tale nomignolo si rifaceva a una setta di eretici trecenteschi, che non usavano vestiti e che erano accusati di ogni sorta di eccessi, tanto che il loro nome aveva preso a indicare, genericamente, chiunque avesse fatto scherzi di dubbio gusto. Tuttavia, il loro nome non sarebbe entrato nel lessico francese (“turlupiner”) e nel nostro senza la mediazione artistica di Henry che, supponiamo, scelse maliziosamente il nomignolo citato nella convinzione che esso, contenente il vocabolo “pine” (uno dei molti modi francesi per chiamare il membro virile) avrebbe fatto scompisciare dalle risa le platee di bocca buona.

giovedì 28 luglio 2011

Due verbi servili: quale ausiliare?


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

1. Nicolas scrive:
27 luglio 2011 alle 12:35
Salve,quando nell’apparato verbale di una frase avente il verbo principale con ausiliare “essere” appaiono due verbi servili si utilizza l’ausiliare “essere” o “avere”?
es: Io sono voluto poter partire oppure io ho voluto poter partire. (io opterei per la prima forma dato che partire ha l’ausiliare “essere”).
Grazie

2. linguista scrive:
27 luglio 2011 alle 12:41
La norma tradizionale prevede che l’ausiliare del verbo servile sia lo stesso di quello del verbo retto: “sono partito”, quindi “sono voluto partire”.
Alessandro Aresti
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Stupisce la non-risposta del linguista. Il lettore chiedeva quale ausiliare adoperare in una frase in cui ci sono due verbi servili. Lo facciamo noi per lui. In casi del genere si adopera l’ausiliare del verbo servile piú vicino al verbo che… serve. Useremo, quindi, l’ausiliare ‘avere’ perché il servile potere ha questo ausiliare sebbene partire prenda l’ausiliare essere. Quindi: ho voluto poter partire.


mercoledì 27 luglio 2011

Rimarcare...


Un altro verbo che, a nostro modo di vedere e checché ne dicano i sacri testi, molto spesso viene adoperato impropriamente: rimarcare. Si sentono e si leggono, sovente, frasi del tipo “Gli sono stati fatti rimarcare, in quella circostanza, i suoi numerosi errori”. Bene, anzi male. In questi casi, a nostro avviso, il verbo rimarcare è adoperato, se non in modo scorretto, impropriamente. Rimarcare significa “marcare di nuovo”, cioè “segnare nuovamente”, “contrassegnare, di nuovo, con una marca”: tutti i cavalli della scuderia sono stati rimarcati. Non ci sembra corretto, dunque, adoperare il verbo in questione fuor di questo significato. A nostro avviso, insomma, non si può dare al verbo rimarcare un significato che non ha: notare, considerare, osservare e simili. Nel su citato esempio, quindi, si deve dire, "correttamente": Gli sono stati fatti notare, osservare...
Come dicevamo, i sacri testi ci contraddicono. Ma tant’è.

martedì 26 luglio 2011

Z: quando dolce e quando aspra?


Gent.mo Fausto,
sono anch’io appassionato di linguistica e fonologia, e vorrei, con la presente, chiedere la sua autorevole spiegazione a un dubbio che da un po’ di tempo mi sorge in conseguenza di richieste di alcuni amici in merito alla pronuncia della “Z” (sia semplice che doppia) sorda e sonora. Più precisamente mi interessa sapere, ad esempio, quando si pronuncia sorda e perché. Lo so che c’è l’influenza regionale un po’ in tutti i tipi di pronuncia ma, per esempio in Campania diciamo “calze” con la zeta sorda, mentre nel Lazio con la zeta sonora; così pronunciamo, ad esempio, mezzo, con la zeta sorda e pozzo con la zeta sonora e, infine, il nome di alcune località, come Lumezzane, non so se esiste una regola fissa per la giusta pronuncia. Sperando di essere stato chiaro e, nella speranza di una cortese risposta, La saluto cordialmente.
Giuseppe L.
(Località omessa)
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Cortese Giuseppe, i suoi dubbi potranno essere dissipati collegandosi ai siti in calce:

http://www.dizionario.rai.it/

http://www.attori.com/dizione/Diz00.htm

lunedì 25 luglio 2011

La dipartita di Giorgio De Rienzo

E' venuto a mancare un grande "amico" della lingua italiana: Giorgio De Rienzo. Le nostre opinioni molto spesso divergevano e quando sbagliava era pronto a riconoscerlo, con grande onestà intellettuale. Era, insomma, un grande signore, l'opposto di certi linguisti che "pullulano" in rete...
Vadano alla Famiglia le nostre sentite espressioni di cordoglio.
Si veda:
http://www.corriere.it/cultura/11_luglio_24/Addio-a-Giorgio-De-Rienzo-la-passione-per-l-italiano_2b22b8da-b609-11e0-b43a-390fb6586130.shtml

venerdì 22 luglio 2011

Vorrei sapere se...




Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

• Gaia scrive:
21 luglio 2011 alle 10:38
Salve devo scrivere una mail molto importante ad un docente universitario per chiedergli di ricevermi per iniziare la stesura della tesi ma mi è venuto un dubbio…. posso scrivere “vorrei venire a ricevimento per parlare con lei della mia tesi e sapere se SAREBBE disponibile a seguirmi” oppure al posto di sarebbe è preferibile SIA? grazie mille

• linguista scrive:
21 luglio 2011 alle 10:45
Nelle interrogative indirette introdotte da “se”, va usato l’indicativo o il congiuntivo. Trattandosi di una e-mail rivolta a un suo docente, consiglierei senza dubbio la formula in grado di mettere maggiore distanza, quella con il congiuntivo. Scriva senz’altro “sia”.
Alessandro Di Candia
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Ampliamo la risposta del linguista aggiungendo che con le interrogative indirette si possono adoperare tutt'e tre i modi del verbo: indicativo, congiuntivo e condizionale. Dipende dalle varie "sfumature". Nel caso specifico, al contrario dell'esperto di "Repubblica", ci vedremmo più il condizionale che il congiuntivo, proprio per mettere in evidenza la "maggiore distanza" (a nostro avviso il condizionale è anche il modo del verbo che indica "sudditanza" e "ossequio"). Ecco qualche esempio di Autori illustri in cui sono "rappresentati" tutt'e tre i modi verbali:



Sto in ansietà delle sue nuove e di quelle della mamma e dei fratelli; e vorrei sapere se è partito da Recanati il governatore... (Leopardi)


La quistione se il suicidio giovi o non giovi all'uomo (al che si riduce il sapere se sia o no ragionevole e preeleggibile), si ristringe in questi puri termini. (Leopardi)

E se quando l’abbia saputo, il Piemonte fosse contento, quanto all’arbitrio, rimarrebbe a sapere se sarebbe ugualmente contento quanto alla vergogna che gli verrebbe fatta col cacciare un profugo perché è stato uomo di fede e di onore... (D’Azeglio).

giovedì 21 luglio 2011

"Insieme con" e "assieme a"


Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
insieme con
salve,
vorrei sapere se l'uso ormai comune di dire "isnieme con" è grammaticalmente corretto. Ho sempre sostenuto essere un grosso errore ma mi rendo conto che ormai tutti usano questa espressione da un pò di anni.
Grammaticalmente è corretto?
Grazie
(Firma)
Risposta dell'esperto:
Risposta De Rienzo Mercoledì, 20 Luglio 2011

Corretto: "insieme a". "Insieme" contiene già il "con", e sarebbe dunque una ripetizione.
Lasci perdere gli usi. La gente pensa male, parla male (e forse non vive nemmeno male, come lei, perché se ne frega). Ma... chissà se citare Moretti è forumisticamente corretto?
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La "sola" forma corretta è "insieme con", dal latino "insimul", e si costruisce con la preposizione "con". Questa la forma preferita dai migliori scrittori perché la preposizione 'con' indica relazione di compagnia, di unione, propria di questo avverbio. La preposizione 'a' designa, per lo più, appartenenza, direzione e si accompagna all'avverbio 'assieme'. Quindi: esco insieme 'con' Giuseppe e studio assieme 'a' Luigi.

mercoledì 20 luglio 2011

"D'assalto"



Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

Paolo scrive:
18 luglio 2011 alle 22:48

Buongiorno a tutti e buon inizio settimana.

Ho letto che la preposizione DA non si può elidere, se non in determinate circostanze. Eppure, trovo, anche in grammatiche di valore, la parola “d’assalto” regolarmente elisa. Non sarebbe più corretto dire “da assalto”? Oppure l’elisione sta al posto di “di assalto”?

Grazie come sempre, saluti

Paolo

linguista scrive:
19 luglio 2011 alle 09:16

D’assalto (da assalto) è proprio una di quelle eccezioni.

Alessandro Aresti
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Non siamo molto convinti della risposta del linguista. Anzi, non lo siamo affatto. A nostro avviso non si tratta di una locuzione avverbiale in cui la preposizione "da" si può apostrofare (d'altronde, d'altra parte, d'ora in avanti ecc.), siamo in presenza di una locuzione attributiva nella quale "di assalto" fa da attributo, appunto, al sostantivo cui si riferisce: truppe "di" assalto. Una sorta di complemento di specificazione, insomma. Ci conforta - se non interpretiamo male - il Treccani in rete dove al lemma "assalto" possiamo leggere: "b. Nel linguaggio giornalistico, la locuz. d’assalto (tratta dalle prec. espressioni dell’arte militare) è spesso usata in senso fig. e con funzione attributiva, riferita a persone (soprattutto magistrati) ferme e decise nell’azione, spregiudicate e senza prevenzioni nell’esercizio della loro attività: un pretore d’a. (meno com., con connotazione negativa, un imprenditore, un finanziere d’a., e sim.).".