mercoledì 29 giugno 2011

Ha ha ha, che ridere!

Probabilmente buona parte dei blogghisti penserà (o penseranno) a un clamoroso errore, alla vista del titolo. No, amici, nessun errore. L'acca dell'interiezione - contrariamente all'uso comune - si può anteporre o posporre, secondo il "significato" che le si vuole attribuire. Dopo per esprimere stupore, indignazione, dolore. Prima per "riprodurre" il suono della risata. Se non credete all'estensore di queste noterelle, credete a quanto sostiene il "Treccani" (ma non solo).
"Ha2 ‹ha› interiez. – Suono, di solito ripetuto, che accompagna un riso ironico o sarcastico, per esprimere irrisione non grave ma in tono un po’ risentito: ha ha, te l’avevo detto, peggio per te. ◆ In genere, la pronuncia aspirata dell’h è più o meno marcata a seconda dell’enfasi con cui si vuole sottolineare il riso".

martedì 28 giugno 2011

Reclamare (uso e abuso)


Due parole, due, sul verbo "reclamare"
perché molto spesso è adoperato – a nostro modo di vedere – in modo errato. Il verbo, dunque, viene pari pari dal latino “reclamare” e vale ‘disapprovare’, ‘opporsi gridando’ e simili. Si costruisce correttamente, essendo intransitivo, con ‘contro’, ‘presso’, ‘a’, ‘in’: reclameremo contro questo provvedimento; reclama al direttore; reclamate presso gli appositi uffici. Alcuni vocabolari lo attestano anche transitivo, seguendo l’uso francese, con il significato di ‘richiedere’, ‘domandare’, ‘rivendicare’ e simili: reclamare gli stipendi arretrati; reclamare il giusto compenso. Non ci sentiamo di condannare quest’uso ma non l’incoraggiamo. Come non incoraggiamo, anzi condanniamo, l’uso del verbo suddetto nei significati “francesizzanti” di ‘esigere’, ‘richiedere’, ‘volere’, ‘chiamare’ e simili: questo è un affronto che reclama vendetta e simili.

http://www.etimo.it/?term=reclamare&find=Cerca

lunedì 27 giugno 2011

«Oltrarno» o "oltr'Arno»?


Gentilissimo Dott. Raso,
le scrivo per un quesito che, spero,voglia prendere in considerazione anche se può sembrare di poca importanza. Bisogna scrivere “oltrarno” o “oltr’Arno”? “Oltralpi” o “oltr’Alpi” ecc? Tempo fa, mio figlio, terza media, in un tema scrisse “oltrarno” e fu ripreso dall’insegnante. Secondo il docente la grafia corretta è con l’apostrofo e la maiuscola del nome del fiume: oltr’Arno.
Grazie e cordiali saluti
Aristide F.
Pisa
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Cortese Aristide, in lingua tutto è importante, se si vuole parlare e scrivere correttamente. Quanto al suo quesito, mi spiace ma debbo bacchettare l’insegnante di suo figlio: entrambe le grafie sono corrette. Suo figlio ha scelto, a mio avviso, quella piú comune. La preposizione “oltre” quando ha valore di prefisso si salda al sostantivo: oltrelago, oltremare, oltremonte, oltrarno, oltralpi, oltretevere ecc. Non è necessario, per tanto, anche se non si può ritenere scorretto, l’uso dell’apostrofo davanti a vocale: oltr’Alpi; oltr’Arno. È evidente che se si sceglie la grafia con l’apostrofo i nomi geografici (solo quelli, non altri) devono avere l’iniziale maiuscola.

domenica 26 giugno 2011

«Dar di volta...»


Gentile Sig. Raso,
le sarei veramente grato se potesse dirmi perché si dice “dare di volta il cervello” quando una persona non… ragiona come dovrebbe.
Grazie
Saluti
Settimio T.
Treviso
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Cortese Settimio, le faccio “rispondere” dal Treccani, alla fine del punto 1. b):






Volta1



Vocabolario on line



vòlta1 s. f. [lat. volg. *volvĭta, *volta, der. del lat. class. volvĕre «volgere»]. – 1. ant. o letter. a. L’azione, il fatto di voltare o di voltarsi, di girare da una parte o dall’altra, di tornare indietro: il cane dalle v. irrequïete (Pascoli); fare le v. del leone, andare su e giù come il leone in gabbia (faccendo le v. del leone, maladiceva la qualità del tempo, Boccaccio); mettere, mettersi in volta, in fuga; prendere, fare una v., o andare, girare in v., compiere un giro: di Firenze uscirono, e presa una lor v


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sabato 25 giugno 2011

«Il mal del vedovo»


Chi non ha mai sofferto del “mal del vedovo”, pur non essendo vedovo (o vedova) scagli, come usa dire, la prima pietra. Tutti abbiamo sofferto o soffriamo, prima o poi, di questo male che, con uso figurato, sta a indicare un dolore (fisico o morale) acutissimo ma, fortunatamente di breve durata, come quello, per esempio, che si prova urtando con un gomito o con un ginocchio contro qualcosa. Questo dolore è paragonato a quello della persona che soffre moltissimo per la morte del coniuge. Il tempo, però, riesce ad affievolire il dolore intenso iniziale. Questo modo di dire - probabilmente poco conosciuto - è di provenienza prettamente popolare.

venerdì 24 giugno 2011

«Aguzzarsi il palo sulle ginocchia»


Il modo di dire che avete appena letto si riferisce a colui che, per imprudenza, pigrizia o sbadataggine, si “autoprocura” un danno, fisico o morale. L’espressione si rifà ai tempi in cui le recinzioni erano fatte con i pali di legno conficcati nel terreno. Questi dovevano essere bene appuntiti a un’estremità. Questa operazione veniva eseguita a mano, a colpi d’accetta, e l’imprudente o il distratto che lavorasse il legno tenendolo sulle ginocchia correva il rischio di farsi del male.

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

serena scrive:
In una frase del tipo “l’80% dei giovani tra i 15 e i 18 anni e il 40% dei giovani tra i 20 e i 25 anni HA risposto positivamente al test” è corretto il verbo al singolare? O bisogna usare il plurale?

linguista scrive:
È corretto l’uso del verbo al singolare, in quanto il soggetto grammaticale (con cui il verbo deve essere accordato) non è “i giovani” ma “l’80 %” (che rappresenta un insieme).
Alessandro Di Candia
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Il linguista di “Repubblica” sembra dimenticare che esiste, e si può trovare in una qualsivoglia grammatica, la concordanza a senso. Nelle frasi proposte dalla lettrice abbiamo due soggetti, uno grammaticale (80%) l’altro logico (i giovani). In questi casi la grammatica lascia ampia libertà di scelta: il verbo si può accordare tanto con il soggetto grammaticale quanto con il soggetto logico (concordanza a senso). Le frasi di Serena, quindi, sono corrette sia se il verbo si mette al singolare sia se si mette al plurale. Sarebbe stato obbligatorio il verbo al singolare se non ci fosse stato il complemento di specificazione (i giovani): il 40% tra i 20 e i 25 anni “ha” risposto, non *hanno risposto.

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Caterina scrive:
24 giugno 2011 alle 10:32

Il linguista Alessandro Di Candia sostiene che nella frase postata da Serena ” l’80% dei giovani tra i 15 e i 18 anni e il 40% dei giovani tra i 20 e i 25 anni ha risposto positivamente al test” è corretto l’uso del verbo al singolare, in quanto il soggetto grammaticale è “l’80%” e quindi singolare. Ma il soggetto grammaticale non è, piuttosto, ” l’80%… e il 40%…” e, dunque, plurale? Grazie

linguista scrive:
24 giugno 2011 alle 10:35

Ha perfettamente ragione: la mia prima risposta è stata con tutta evidenza il risultato di una distrazione, di cui non posso che scusarmi. Correggo, quindi, dicendo che il verbo va chiaramente al plurale.
Alessandro Di Candia
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Non cambia nulla. Il verbo può essere tanto singolare quanto plurale perché i soggetti grammaticali (‘l’80%’ e il ‘40%’) sono “concatenati”.

giovedì 23 giugno 2011

«Stretta è la foglia...»


Caro sig. Raso,
seguo sempre le sue noterelle sul buon uso della lingua italiana dove di tanto in tanto tratta anche dei modi di dire. Le scrivo proprio per avere chiarimenti su uno di questi: “Stretta è la foglia, larga è la via…”. Come è nato il modo di dire e cosa c’entra la foglia con la via? Grazie se avrò una risposta.
Un saluto
Ettore D.
Vercelli
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Gentile Ettore, l’argomento è stato trattato sul “Cannocchiale”. Clicchi su questo collegamento:

http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2008/05/27/dite_la_vostra.html

mercoledì 22 giugno 2011

La concordanza del verbo


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

mariano scrive:
E’corretto dire: “Su tutto imperversano la neve e il vento” oppure “Su tutto Imperversa la neve e il vento”? O meglio, si possono usare entrambi?

linguista scrive:
È corretta solo la prima frase (“Su tutto imperversano la neve e il vento”), in cui il verbo è coniugato al plurale (”imperversano”), in accordo con i due soggetti (”la neve e il vento”).
Rocco Luigi Nichil
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Dissentiamo totalmente dal linguista; entrambe le frasi sono corrette. Il verbo può essere tanto singolare quanto plurale: a) quando i soggetti si intendono collegati a uno stesso verbo (“Grandine grossa, acqua tinta e neve Per l’aree tenebroso si riversa”, Dante); b) quando i soggetti inanimati (non persone o animali, quindi) sono considerati come un tutto unico formando un’unica idea (“Infin che il danno e la vergogna dura”, Michelangelo). Le frasi proposte dal lettore Mariano rientrano, per tanto, sia nel punto ‘a’ sia nel punto ‘b’. Il verbo, dunque, può essere e singolare e plurale, secondo il gusto di chi scrive o parla.

martedì 21 giugno 2011

Imprecisioni linguistiche (2)


Ancora qualche imprecisione linguistica – a nostro avviso – riscontrata nella grammatica in rete del sito Garzantilinguistica:

• utensile
La pronuncia dell'aggettivo è sdrucciola (macchina utènsile); nell'uso sostantivato si alternano la pronuncia sdrucciola e quella piana (utensìle), preferibile in quanto conforme al sostantivo neutro latino su cui tale forma è ricalcata.
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La pronuncia sdrucciola è corretta solo in funzione di aggettivo. Come sostantivo la sola pronuncia corretta è quella piana: gli utensíli del fabbro.

• zabaione
zabaglione
Zabaione è più comune, ma sono corrette entrambe le forme.
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La pronuncia da preferire, perché “piú corretta”, è quella senza il digramma “gl” (zabaione).

• scorbuto
scorbùto
scòrbuto
La pronuncia piana (scorbùto) e quella sdrucciola (scòrbuto) sono entrambe corrette.
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La sola pronuncia corretta è quella piana (scorbúto).

lunedì 20 giugno 2011

Quando Berta filava...


Amici e gentili lettori, voi che siete amatori della lingua e che ci seguite con affetto, ormai, da parecchio tempo, siete i soli, forse, a rimpiangere il “tempo che Berta filava”; nella fattispecie il tempo in cui si dava l’importanza dovuta al parlare e allo scrivere correttamente. Oggi, nel degrado generale in cui viviamo, anche la lingua ha subíto un totale decadimento: molti fanno a gara – per non essere tacciati di “codini linguistici” – nell’usare parole improprie, che nulla hanno che vedere con la lingua intesa nella sua accezione “piú alta”; ed ecco, allora, che in molti rimpiangiamo il “tempo che Berta filava”. Quest’espressione, adoperata per indicare e mettere in evidenza i tempi di una volta (belli o brutti, fate voi) è assolutamente in regola con le “leggi” della grammatica; quel “che” non è errato – come sostengono i soliti soloni della lingua – si chiama “che temporale” e sta per “in cui”. Vediamo, ora, come è nata l’espressione. La “nascita”, come sempre in certi casi, presenta molte incertezze: da ricerche, faticosamente effettuate, ci risultano due storie entrambe attendibili, citeremo quella che, nostro avviso, riteniamo piú “aderente” alla realtà. Una contadina di Montagnana, certa Berta, venuta in possesso di un sottilissimo filo pensò di portarlo al mercato di Padova per venderlo; non sapendo, però, che prezzo chiedere per un filo, che riteneva di un’utilità straordinaria, decise di regalarlo alla moglie di Enrico IV, che temporaneamente si trovava in quella città. E cosí fece. L’imperatrice, colpita dalla bontà di quell’umile donna e volendo corrispondere con altrettanto “slancio d’amore”, ordinò che a Berta e ai suoi discendenti fosse dato in dono tanto terreno quanto la lunghezza del filo. Le altre donne, venute a conoscenza dello straordinario episodio, cominciarono anch’esse a filare per farne poi dono alla sovrana e ottenere, in cambio, tanta incredibile ricchezza. L’imperatrice – informata – rispose che apprezzava il loro affetto e la loro devozione, ma che solo Berta, però, occupava un “posto” nel suo cuore. Da questo fatto sembra che nacque, per l’appunto, il modo di dire non sono piú i tempi (o non è piú il tempo) che Berta filava.

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Un vocabolario "parlante" (dà la pronuncia delle parole, sia pure con qualche imperfezione; sembra ottimo, però, per la dizione dei termini stranieri).
Si clicchi su: http://it.thefreedictionary.com/