Due ruoli vicini, due poteri diversi: la differenza che nessuno spiega mai
Nella lingua d’uso capita spesso di sentire dirigente e direttore come se fossero la stessa cosa: figure apicali, responsabilità elevate, capacità decisionali, un ufficio che dipende da loro. Eppure, sotto la superficie, le due parole raccontano storie diverse, sia per origine sia per funzione. È una di quelle coppie che la lingua avvicina per comodità, ma che la semantica tiene a una certa distanza, come due fratelli che si somigliano ma non hanno lo stesso carattere.
Direttore viene dal latino dirigere, “raddrizzare, guidare, orientare verso una direzione”. È una parola che nasce con un gesto: indicare la via, stabilire un percorso, coordinare un insieme. Non a caso il direttore è quasi sempre legato a un ambito preciso: il direttore d’orchestra, il direttore di giornale, il direttore generale, il direttore amministrativo. È un titolo, un ruolo formalmente definito, spesso unico all’interno di una struttura. Il direttore è colui che sta alla testa di qualcosa di delimitato e riconoscibile, e che ne assume la responsabilità complessiva.
Dirigente, invece, deriva dal participio presente latino dirigens, “colui che dirige”. È un termine più astratto, più funzionale, meno legato a un titolo e più a un insieme di compiti. Il dirigente è chi esercita funzioni direttive, chi prende decisioni, chi coordina persone e processi, anche senza essere “il direttore” di un settore specifico. È una qualifica, non un titolo: si può essere dirigenti senza essere direttori, così come si può essere direttori senza appartenere alla categoria dei dirigenti (si pensi, per esempio, al direttore d’orchestra o al direttore artistico).
La differenza, dunque, si gioca su un asse molto semplice: direttore è un ruolo; dirigente è una funzione. Il primo è nominale, il secondo è operativo. Il primo è puntuale, il secondo è ampio. Il primo è univoco, il secondo può essere plurale. In un’azienda, per esempio, il direttore commerciale è uno; i dirigenti che svolgono funzioni direttive all’interno dell’area possono essere molti. In un’amministrazione pubblica, il dirigente è una categoria contrattuale; il direttore generale è un incarico. In un giornale, il direttore è la voce che firma la linea editoriale; i dirigenti sono coloro che, nei vari uffici, esercitano responsabilità gestionali.
Gli esempi chiariscono bene la distinzione. “È stato nominato dirigente del settore risorse umane” significa che quella persona ha ottenuto una qualifica che comporta autonomia decisionale e responsabilità organizzative. “È stato nominato direttore delle risorse umane” indica invece che quella persona è diventata la figura apicale di quell’area, il vertice riconosciuto dell’intera struttura. Ancora: “È un dirigente di lungo corso” descrive un profilo professionale; “È il direttore da dieci anni” descrive un incarico. E se diciamo “parla con il direttore”, individuiamo un referente preciso; se diciamo “parla con un dirigente”, individuiamo una categoria.
In fondo, la distanza tra dirigente e direttore si vede già nelle loro radici: dirigere significava “raddrizzare, orientare, guidare”, mentre dirigens indicava semplicemente “chi sta dirigendo”. Il primo porta con sé l’idea di un punto d’arrivo, di una linea tracciata; il secondo quella di un’azione in corso, di un compito esercitato. È da questa biforcazione antica che nasce la distinzione moderna tra il ruolo e la funzione, tra il titolo e la qualifica, tra l’unicità del direttore e la pluralità dei dirigenti. E forse la sintesi migliore è questa: il direttore è la figura; il dirigente è il gesto. Uno rappresenta, l’altro opera. Uno firma la direzione, l’altro la esercita. E la lingua, che raramente sbaglia, continua a ricordarcelo anche quando li scambiamo per sinonimi.
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Riceviamo, ringraziamo e pubblichiamo
L'officina del verbo
C’è un’arte sottile, quasi un rito antico,
che non cerca il plauso del volgo o l’amico,
ma scende nel gorgo d’un foglio smarrito
per renderlo terso, per farlo pulito.
È l’opera attenta dello sciacqualingua,
che vede l’errore, la macchia che rimpingua
la frase sciatta, il gergo straniero,
e cerca l’accento che sia più sincero.
Non è solo studio, non è pedanteria,
è un soffio vitale, una rara energia:
separar la disanima dalla disamina,
temprare il concetto, saggiarne la lamina.
Lì dove il parlare si fa confusione,
egli porta il rigore della precisione;
conia l'inedito, risveglia il desueto,
rendendo il linguaggio più nobile e lieto.
Così la parola, lavata e lucente,
ritorna a brillare nel cuor della gente:
non più un suono vuoto che l’aria consuma,
ma un diamante puro che scaccia la bruma.
Sante Cristofori

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