Dal cielo che arrossisce al vino che matura: perché certi verbi non agiscono, ma cambiano stato.
Il
nostro idioma è “ricco” di verbi che
non descrivono azioni, non raccontano gesti, non mettono in scena
mani che afferrano, piedi che corrono, occhi che guardano. Ci sono
sintagmi
verbali
che fanno qualcosa di più sottile: registrano un cambiamento. Sono i
cosiddetti
verbi
trasformativi, e hanno un fascino tutto loro. Sono i cronisti
silenziosi delle metamorfosi del mondo.
Ogni volta che diciamo che qualcosa “diventa”,
“cresce”, “appassisce”, “svanisce”, stiamo tracciando una
linea tra un prima e un dopo. È come se la lingua avesse un piccolo
sismografo interno, capace di avvertire anche i mutamenti più
delicati.
Il nome “trasformativi” non è un vezzo dei grammatici: è una
definizione precisa. Indicano una trasformazione, cioè il passaggio
da uno stato iniziale a uno stato finale. Non ci dicono come
avviene il cambiamento né chi lo provoca: si limitano a
registrarlo. È un po’ come osservare un fiore che sboccia senza
vedere la forza che lo spinge ad aprirsi.
Per questo non sono
verbi d’azione, e non sono nemmeno verbi di stato: stanno in una
“terra di mezzo”, una zona di transizione, proprio come ciò che
descrivono.
Prendiamo diventare. “Il cielo diventa rosso.”
Nessuno lo dipinge, nessuno lo colora: eppure, la frase racconta un
mutamento reale. Oppure crescere: “Il bambino è
cresciuto.” Non sappiamo come, non sappiamo grazie a cosa; sappiamo
solo che ora è diverso da prima. Lo stesso vale per maturare,
raffreddarsi, solidificare, sciogliersi,
invecchiare, degenerare, arrossire,
precipitare.
Sono verbi che non hanno bisogno di un
agente: il mondo cambia da sé, e loro lo dicono.
Sotto il profilo strettamente grammaticale i verbi trasformativi vogliono l’ausiliare essere nei tempi composti: è diventato, è maturata, sono cresciuti, si è sciolta. L’uso dell’ausiliare non è un dettaglio tecnico: è un “indizio”. Il verbo essere segnala che il soggetto non compie un’azione, ma attraversa un cambiamento. È un soggetto “in trasformazione”, non un soggetto “agente”.
Una delle caratteristiche più affascinanti dei suddetti verbi è
la loro capacità di muoversi tra il concreto e l’astratto.
“Il
latte è cagliato” è un cambiamento fisico.
“La discussione
è degenerata” è un cambiamento concettuale.
“È arrossito”
è un cambiamento emotivo che diventa visibile.
“La situazione
è precipitata” è un’immagine dinamica applicata a qualcosa che
non ha peso né gravità.
La lingua, quando vuole, sa essere
sorprendentemente cinematografica.
C’è anche un piccolo retaggio storico che vale la pena
ricordare. Nella grammatica latina, i verbi che indicavano l’inizio
di un cambiamento erano chiamati incoativi (da inchoare,
“cominciare”), mentre quelli che esprimevano un mutamento
compiuto erano detti mutativi. L’italiano (moderno) non
conserva più questa distinzione terminologica, ma la sensibilità è
rimasta: ogni verbo trasformativo contiene un movimento, un
passaggio, una soglia.
È come se la lingua avesse ereditato
un’antica attenzione per i processi, non solo per i risultati.
Qualche altro esempio per maggiore chiarezza:
Il cielo è diventato rosso al tramonto
(per progressivo mutamento cromatico dovuto alla luce radente del sole);La bambina è cresciuta molto quest’anno
(per naturale sviluppo fisico e maturazione dell’età);La neve è sciolta al sole
(per aumento della temperatura che ne ha causato la fusione);La conversazione è degenerata rapidamente
(per progressivo deterioramento del tono e dell’intesa fra gli interlocutori);Il vino è maturato in botte
(per lenta trasformazione chimica dovuta all’affinamento e all’ossigenazione controllata);È arrossito appena l’hanno nominato
(per improvviso afflusso di sangue al viso causato dall’emozione).
In tutti questi casi, il verbo non racconta un’azione, ma un
cambiamento. È un modo elegante per dire che la realtà non è mai
ferma.
I verbi trasformativi ci ricordano che tutto scorre,
tutto evolve, tutto passa da una forma a un’altra. Sono i narratori
discreti delle metamorfosi quotidiane: non fanno rumore, ma senza di
loro la lingua non saprebbe raccontare il tempo che passa.
***
“Degustiere”? Perché no!?
Se i critici gastronomici dei giornali adoperassero ”degustiere” nelle loro recensioni il neologismo proposto verrebbe cristallizzato dall'uso scalzando, così, il barbaro e quasi offensivo "sommelier". Si veda anche qui.

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