domenica 24 maggio 2020

La nostra lingua non è un vuoto a perdere

Dal dr Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo

L’effetto inevitabile dell’immissione selvaggia nella nostra lingua di americanismi o inglesismi, fenomeno sviluppatissimo, è di snaturarla e di sgretolarla attraverso un trapianto contro natura che non solo ne distorce l’eufonia (il famigerato “suona bene”) ma indebolisce la coerenza e la chiarezza del “discorso”, che gli italiani tutti amano "portare avanti".
        Tale auto-inondazione lungi dall’essere prova di apertura di spirito - come tanti sostengono - e di adattabilità, di elasticità, di disponibilità verso ciò che di buono ci viene dal mitico “Estero” e in particolare dagli USA, è invece la triste cartina di tornasole dello straordinario sviluppo che ha conosciuto nella penisola il vizio antico dell’esterofilia. Lo scimmiottamento della parlata dello straniero, infatti, non è altro che servilismo linguistico, noncuranza del proprio passato, disprezzo verso il grande bene comune che è la lingua nazionale. 
        Difendere l’italiano dagli amplessi contro natura dell’inglese non è andare contro la storia, la modernità, il progresso, il celebrato “multiculturalismo”, ma è semplice rifiuto di farsi subordinare, trasformare, denaturare, emarginare.
        Invece d’innestare nel corpo della lingua italiana spezzoni di frasi e termini stranieri in un ridicolo e nocivo processo di trapianto linguistico contro natura, gli italiani, sempre così pronti al “copia e incolla”, potrebbero cercare di imitare lo spirito anglosassone, portato più del nostro al rispetto delle regole, alla chiarezza della comunicazione e del linguaggio, e al rispetto del cittadino cui è diretta la comunicazione. In Italia, persino il linguaggio dei vari contratti di utenza e delle stesse bollette è poco comprensibile per il comune dei mortali. Occorrerebbe semplificarlo espungendo i termini spesso assurdi di cui è costellato. Ma la funzione del burocratese è proprio quella di tenere a distanza il cittadino, il quale, poverino, è oggi vittima anche di un burocratese a stelle e strisce che di certo non migliora il suo  “welfare”.
        Possiamo dire che la nostra lingua, afflitta da un “borderline personality disorder”, rischia sul serio di andare “in tilt” per usare quest’altra balorda espressione presunta “inglese”.
        L’indebolimento e l’erosione dell’identità nazionale, o quanto meno dei canoni nobili dell’identità italiana, sono a uno stadio avanzato. Lo prova anche il farfugliante pseudo-inglese degli italiani con il loro “italianese”. E, tuttavia, non è appellandosi ai valori che sostanziano l’identità e l’unità dell’Italia che si riuscirà a dare un colpo di frusta alle coscienze in  un paese in cui gli aspetti caricaturali, basati sull’opportunismo e su una teatralità di basso rango, hanno ormai preso il sopravvento sugli aspetti migliori del carattere dei suoi abitanti. È inutile cercar di far leva sul ridicolo che dovrebbero provare i parlanti di questa lingua a pelle di leopardo. Il carattere grottesco di questo pulcinellesco processo di “copia e incolla” sfugge, infatti, a coloro che possiedono in misura microscopica – quando lo possiedono –  il sentimento della dignità nazionale: la maggioranza degli italiani.
        Lo scimmiottamento degli americani risponde in pieno alla voglia che ha l’italiano medio di “distinguersi” facendo come tutti gli altri, ossia inchinandosi di fronte al feticcio del marchio di prestigio, alias “brand”, che in questo caso è la lingua “estera”.
        Io non propongo che si espungano dal dizionario italiano i termini inglesi e tanti altri di origine straniera radicativisi da tempo, né intendo indire una crociata in favore di una purezza linguistica che non è mai esistita. Vorrei solo che ci si interrogasse sulle conseguenze che l’auto-inondazione di termini stranieri finirà con l’avere sulla lingua italiana, strumento non puramente utilitario e “neutro”, ma simbolo e cardine della nostra identità, e voce forte della nostra cultura.
        È da considerare poi che, nella maggioranza dei casi, la paroletta modaiola inglese espropria un termine nostrano perfettamente valido che finisce in naftalina: vedi “flop” al posto di “fiasco”, “pressing” invece di “pressione”, “badge” in luogo di “cartellino” o “tessera”, “killer” invece di “assassino” o “uccisore”…
        Essendo poi estranea al sistema eufonico italiano, la parola importata viene pronunciata, per soprammercato, in maniera “maccheronica” dai nostri italiani, i quali pur si dichiarano ossessionati dal “suona bene”.
        Concludo con queste citazioni provanti l’alta considerazione che la lingua nazionale, la lingua “madre”,  dovrebbe godere presso i suoi figli:
Johann Gottfried Herder:
“La ragione stessa è e si chiama linguaggio.”
Wilhelm von Humboldt: “La lingua è la manifestazione fenomenica dello spirito dei popoli: la loro lingua è il loro spirito e il loro spirito è la loro lingua.” E ancora: “L’uomo vede le cose sostanzialmente, anzi direi esclusivamente, nel modo in cui la lingua gliene propone.”
Alexis de Tocqueville: “Il legame del linguaggio è forse il più forte e duraturo che possa unire gli uomini.”
Francesco Alberoni: “Quando una nazione perde il contatto col suo passato, con le sue radici, quando perde l’orgoglio della sua storia, della sua cultura e della sua lingua, decade rapidamente, smette di pensare, di creare e svanisce.”
Ed infine Dante: “...molti per questa viltà dispregiano lo proprio volgare, e l’altrui pregiano...”





27 commenti:

Anonimo ha detto...

Sono d'accordo. L'articolo mi ha fatto ricordare - chissà perché - una lettura il cui titolo è L’americano ‘bantù’ del futuro, di Silvano Lorenzoni. Dottor raso, se non l'ha letta, La invito a farlo.

Sempervirens

Anonimo ha detto...

Mi scuso per il refuso. Dottor Raso.

Luca ha detto...

Il solito stracciamento di vesti. Cari anti-anglicisti, ma non fate prima a imparare l'inglese e a piantarla di rompere le scatole anche a Gesù Cristo con 'sta litania continua?

Se foste stati druidi nei boschi della Galia duemila anni fa, che cosa avreste fatto? Vi sareste stracciati le vesti che non volevate imparare il latino perché se no si perdeva la memoria delle vostre pozioni magiche?

Claudio Antonelli (Montréal) ha detto...

Per Luca.
L'invito da lei rivolto a studiare l'inglese - per chi non conoscesse già questa lingua - è molto saggio. L'inglese è una lingua molto utile. Talvolta persino nei rapporti famigliari, almeno per me dato che sono costretto a parlare inglese con mia moglie, che non è italiana. Ma è soprattutto utile nel campo del lavoro, per certuni. Per certuni come me, dovrei precisare, visto che sono un espatriato, stabilito ormai da numerosi anni in un paese anglofono, il Canada, dove ho preso due lauree e dove ho lavorato come bibliotecario universitario; e Paese dove si parla anche francese, altra lingua utile, che uso invece con mio figlio che ha frequentato le scuole francesi (il liceo Stanislas)... Ma fatto che puo' sorprendere: la conoscenza di altre lingue ci fa amare ancora di piu' l'italiano, la lingua del cuore. Tanto che io ricevetti nel 2003 dal presidente della Repubblica il titolo di “Cavaliere dell’Ordine della Stella della solidarietà italiana”, per aver (cito testualmente la motivazione) “svolto negli anni una costante azione di sostegno alla lingua e alla cultura italiana del Québec.”
Mi scuso se ho parlato un po' troppo di me, ma sono stato costretto a farlo perché Luca è stato molto diretto.

Luca ha detto...

Per Claudio:

anch'io vivo all'estero (USA). Promuovere l'italiano all'estero le fa onore, ma non capisco perché questo debba avvenire provando a minimizzare l'importanza dell'inglese o, peggio, facendo queste barricate: l'inglese è la lingua su cui transita l'80% della produzione culturale mondiale. Va imparato da chiunque si ritenga persona di cultura. Punto.

Abitando all'estero vedo una cosa: un progresso tumultuoso che investe tutti i campi dello scibile umano da una parte, dall'altra l'Italia del Dantedì, dello spaccamento del capello in quattro e della progressiva irrilevanza un po' su tutti i piani. Ma come si fa? Un paese di nobili decaduti. È tutto da rifondare.

Vogliamo fare qualcosa per invertire la rotta, oppure no? Se i cambiamenti non sono endogeni, alla fine saranno esogeni.

Ines Desideri ha detto...

Gentile dottor Antonelli,
le scrivo dalla scimmiottante, servile, ridicola, caricaturale, opportunista, teatrale (di basso rango), grottesca, pulcinellesca, modaiola Italia.
Ah... già: l’Italia è anche il Paese (preferisco l’iniziale maiuscola, perché è una nazione) del “copia e incolla”.

Ho letto il suo intervento.
Ah... già: l’intervento è il risultato di un “copia e incolla” (mi riferisco al suo articolo del 18 aprile 2016), nel quale lei critica aspramente l’abuso dei forestierismi nella nostra lingua.
In parte concordo.

Non concordo affatto, invece, sul tono con il quale ha tentato di richiamare la nostra attenzione sul malvezzo di adoperare molti termini stranieri.
Anzi, posso essere sincera? Sono indignata. Mi sento offesa.

Copio e incollo – mi perdoni: sono italiana - dal suo “La disgregazione di una lingua e di una identità” (2 maggio 2020):
“Durante il ventennio fascista le autorità combatterono i forestierismi a favore della ‘purezza’ della lingua nazionale. Ma diedero talvolta prova di zelo eccessivo.”

“… combatterono…”, “talvolta”, “zelo eccessivo”. Dalla sua tastiera – bonaria e tollerante, in quel caso – sono uscite, a mio avviso, delle inesattezze: non “combatterono” ma “proibirono”; non “talvolta” ma “sempre” (relativamente a quegli anni, è ovvio); non con “zelo eccessivo” ma secondo i dettami (leggi, decreti, circolari, propaganda intimidatoria curata dalla EIAR e rivolta a stampa, scuola e radio) di una vera e propria “autarchia linguistica”.

Comunque sia andata – non bene, direi, dato che le 5.000 voci straniere bandite dalla Regia Accademia d’Italia nel 1942 godono di ottima salute, in Italia – comunque sia andata, dottor Antonelli, e considerato che la sua tastiera non si è rivelata altrettanto bonaria e tollerante con gli “italiani di oggi”, mi permetta una domanda.

Lasciamo da parte le critiche denigratorie – ché nell'abilità di criticare e denigrare (abilità, codesta, di basso rango davvero) nessuno ha da insegnare nulla a nessuno – lei, persona erudita quale è, ha una proposta interessante (anche più d’una, se vuole) da offrirci per frenare l’abuso dei forestierismi?

Non suggerisca l’italianizzazione dei vocaboli stranieri, la prego: tentativo fallito nel ventennio fascista, pare che si stia tentando di nuovo. Pietà.

Cordialmente
Ines Desideri

Claudio Antonelli (Montréal) ha detto...

Tutti i popoli al mondo si sono battuti, si battono e si batteranno per la propria lingua madre. Con la notevole eccezione, beninteso, del popolo del "Franza o Spagna purché se magna" ingordo fino all'oscenità di parole e frasi ripetute a pappagallo, tratte dalla lingua inglese; lingua ricca e bella che meriterebbe di essere meglio conosciuta dai nostri governanti e addetti all'informazione che si gargarizzano con "killer", "flop", "in tilt", "pressing", "stalking","welfare"... Facendosi ridere dietro sia da chi è di lingua madre inglese sia da chi ha il senso della dignità nazionale.
Lo scimmiottamento linguistico è dovuto a un misto – anzi a un mix – di provincialismo, esibizionismo, esterofilia da parte di una popolazione che ha sempre ammirato lo straniero, da cui del resto è stata dominata per secoli e secoli. Di qui il favore dei termini e delle locuzioni americane – step-child adoption, spending review, social card, welfare, peers, badge – comicamente pronunciate da bocche roteanti capaci d’ingollare, senza un solo schizzo, forchettate maiuscole di pasta al sugo, ma che invece toppano allegramente la pronuncia da borborigmo dei fonemi inglesi, da loro pronunciati “all’amatriciana”.

Claudio Antonelli (Montréal) ha detto...

Suggerimenti concreti.
Si potrebbe cominciare con l’evitare di usare certe parole inglesi, che ormai fanno parte della lingua italiana ma che impediscono a quegli anglofoni che conoscono un po’ l’italiano di non capire cosa noi intendiamo dire con tali termini falsamente inglesi. I nostri anglicismi, infatti, sono spesso per gli anglofoni un ostacolo alla comprensione di questo nostro « italiano » cosi’ particolare. L’assurdo è questo: il nostro italo-inglese non è capito dai veri anglofoni che studiano l’italiano ma che non conoscono ancora il nostro italianese.
Un esempio è “writer”, parola che in inglese significa “scrittore” ma che nel parlare italiano di oggi sta per imbrattatore di muri, ossia sta per graffitaro/graffitista. Dal Corriere della Sera: "Treno travolge due writer."
“Rider” da parte sua designa per gli italiani il “ciclo-fattorino” ossia il fattorino, il corriere che fa le consegne spostandosi in bicicletta.
Un anglofono stenterà a capire il senso di queste nostre particolari parole “inglesi”. Vedi anche “badge”, usato al posto di “cartellino” o anche di “scheda identificativa”. Mentre badge in inglese non ha questo significato. Ma masticare parole pseudoinglesi per certi italiani è un "badge" d'onore...
“In tilt” è un'altra ridicola parola, tratta dal gioco del “flipper” e che è usata oggi a bizzeffe anche da chi non si è mai servito in vita sua di una “pinball machine”. Che termine usavano i giornalisti italiani prima di conoscere il flipper che ha fornito loro l'espressione "andare in tilt"? Meriterebbe saperlo. Adesso dalle Alpi alla Sicilia, l'Italia è sempre in "tilt". La stampa della penisola usa quest'espressione a tutta birra, anzi "full tilt", giacché secondo l'Oxford Dictionary "full tilt" vuol dire : "with utmost impetus" ossia "a tutta birra". Ma non bisogna dirlo ai giornalisti italiani, sennò ci giochiamo anche "a tutta birra"...
Occorre beninteso distinguere tra i “prestiti di lusso”, i quali hanno come effetto di distorcere e di impoverire la nostra lingua, e i prestiti invece “di necessità” (“stent” ad esempio) che colmano una lacuna dell’italiano. Ma quasi tutti i nostri prestiti dall’inglese sono “prestiti di lusso”; anche se nella maniera sgangherata in cui sono usati dagli italiani di “lussuoso” hanno ben poco.
Io sono cosi’ aperto all’inglese che proporrei di adottare in italiano “grandchild” per designare il “nipote di nonno” riservando al termine “nipote” il significato di “nipote di zio”. Ma solo se non si riesce a creare un bel neologismo di casa nostra...
Ormai è troppo tardi per cambiare, ma la stessa parola "toast" da noi adottata anni or sono è ingannevole: in Canada e negli Stati Uniti se ordinerete in un locale un toast, otterrete una semplice fetta di pane abbrustolito. Potrete invece, in un bar italiano, ordinare un “toast” sicuri di ottenere un tramezzino ripieno, e non - come invece succederà se lo ordinerete in un Paese anglofono - una fetta tostata.
Quanto al “copia-incolla”, se io copio e incollo rimango nell’orticello che coltivo da anni, ossia rimango nell’ambito dei miei scritti. Peccato che, per mancanza di spazio, non possa fare un copia-incolla del mio libro “Il sogno dell’America nell’Italia fascista. Pavese, Vittorini e gli americanisti: la genesi letteraria di un mito”. Montréal: Lòsna & Tron, 1997. 209 p. in cui tratto delle proibizioni antiamericane durante il fascismo, cui lei allude.
Sperando di non averla offesa una seconda volta...


Claudio Antonelli (Montréal) ha detto...

Gentile Ines Desideri, ecco i miei "suggerimenti concreti".

Si potrebbe cominciare con l’evitare di usare certe parole inglesi, che ormai fanno parte della lingua italiana ma che impediscono a quegli anglofoni che conoscono un po’ l’italiano di non capire cosa noi intendiamo dire con tali termini falsamente inglesi. I nostri anglicismi, infatti, sono spesso per gli anglofoni un ostacolo alla comprensione di questo nostro « italiano » cosi’ particolare. L’assurdo è questo: il nostro italo-inglese non è capito dai veri anglofoni che studiano l’italiano ma che non conoscono ancora il nostro italianese.
Un esempio è “writer”, parola che in inglese significa “scrittore” ma che nel parlare italiano di oggi sta per imbrattatore di muri, ossia sta per graffitaro/graffitista. Dal Corriere della Sera: "Treno travolge due writer."
“Rider” da parte sua designa per gli italiani il “ciclo-fattorino” ossia il fattorino, il corriere che fa le consegne spostandosi in bicicletta.
Un anglofono stenterà a capire il senso di queste nostre particolari parole “inglesi”. Vedi anche “badge”, usato al posto di “cartellino” o anche di “scheda identificativa”. Mentre badge in inglese non ha questo significato. Ma masticare parole pseudoinglesi per certi italiani è un "badge" d'onore...
“In tilt” è un'altra ridicola parola, tratta dal gioco del “flipper” e che è usata oggi a bizzeffe anche da chi non si è mai servito in vita sua di una “pinball machine”. Che termine usavano i giornalisti italiani prima di conoscere il flipper che ha fornito loro l'espressione "andare in tilt"? Meriterebbe saperlo. Adesso dalle Alpi alla Sicilia, l'Italia è sempre in "tilt". La stampa della penisola usa quest'espressione a tutta birra, anzi "full tilt", giacché secondo l'Oxford Dictionary "full tilt" vuol dire : "with utmost impetus" ossia "a tutta birra". Ma non bisogna dirlo ai giornalisti italiani, sennò ci giochiamo anche "a tutta birra"...
Occorre beninteso distinguere tra i “prestiti di lusso”, i quali hanno come effetto di distorcere e di impoverire la nostra lingua, e i prestiti invece “di necessità” (“stent” ad esempio) che colmano una lacuna dell’italiano. Ma quasi tutti i nostri prestiti dall’inglese sono “prestiti di lusso”; anche se nella maniera sgangherata in cui sono usati dagli italiani di “lussuoso” hanno ben poco.
Io sono cosi’ aperto all’inglese che proporrei di adottare in italiano “grandchild” per designare il “nipote di nonno” riservando al termine “nipote” il significato di “nipote di zio”. Ma solo se non si riesce a creare un bel neologismo di casa nostra...
Ormai è troppo tardi per cambiare, ma la stessa parola "toast" da noi adottata anni or sono è ingannevole: in Canada e negli Stati Uniti se ordinerete in un locale un toast, otterrete una semplice fetta di pane abbrustolito. Potrete invece, in un bar italiano, ordinare un “toast” sicuri di ottenere un tramezzino ripieno, e non - come invece succederà se lo ordinerete in un Paese anglofono - una fetta tostata.
Quanto al “copia-incolla”, se io copio e incollo rimango nell’orticello che coltivo da anni, ossia rimango nell’ambito dei miei scritti. Peccato che, per mancanza di spazio, non possa fare un copia-incolla del mio libro “Il sogno dell’America nell’Italia fascista. Pavese, Vittorini e gli americanisti: la genesi letteraria di un mito”. Montréal: Lòsna & Tron, 1997. 209 p. in cui tratto delle proibizioni antiamericane durante il fascismo, cui lei allude.
Sperando di non averla offesa una seconda volta.

Ines Desideri ha detto...

Un attimo... sto finendo di ingollare l'ultima maiuscola forchettata di bucatini "all'amatriciana". Finito. Bene. Ora gargarizzo qualche "vocaboluccio" inglese: gargarizzo oggi, gargarizzo domani, un giorno riuscirò ad avere una buona pronuncia.

L'acrimonia di Claudio Antonelli lascia senza parole, ma sia ben chiaro: il più delle volte il silenzio non è un segno di resa, ma di protesta.

.....

Gentile dottor Raso,
premesso che il titolare di questo spazio (altrimenti chiamato "blog") è lei e soltanto a lei sono riservati sia il diritto sia la responsabilità di scegliere cosa è/sia offensivo, le chiedo quale sia, ora, il senso della frase "I COMMENTI RITENUTI OFFENSIVI VERRANNO CASSATI".

Cordialmente
Ines Desideri

Fausto Raso ha detto...

Gentile Ines,
i commenti ritenuti offensivi sono quelli che "denigrano" una persona sul piano… personale.

Luca ha detto...


Un commento veloce: trovo buffo criticare le parole inglesi di cui non tutti gli italiani conoscerebbero il significato e poi scrivere "borborigmo", che in effetti esiste sul vocabolario, ma che conoscono solo lo scrivente, i dottori e pochissimi altri.

Se il ruolo della lingua è quello di "fare a capirsi" e le parole inglesi sarebbero di intralcio a questo obiettivo, allora siamo davanti ad una palese contraddizione.

Saluti

Monmartre ha detto...

Buon giorno,
in base alla mia esperienza lavorativa in campo informatico, posso tranquillamente affermare che il dottor Claudio Antonelli ha pienamente ragione.
Se poi altri lettori vogliono estremizzare le sue argomentazioni fino a portarle a quanto non detto, è una questione altra in cui non voglio immischiarmi.

Cordiali saluti

Claudio Antonelli (Montréal) ha detto...


Luca, che vive negli USA, ha ragione: avrei dovuto usare il termine inglese "borborygmus, noun (plural borborygmi) a rumbling or gurgling noise made by the movement of fluid and gas in the intestines", termine piu' alla sua portata.

Luca ha detto...

Qualcuno dovrebbe spiegare ad Antonelli che la presenza sul vocabolario delle parole utilizzate in un proprio testo non è di per sé condizione né necessaria né sufficiente per essere uno scrittore di successo. In nessuna lingua.

In generale, se costringi chi ti legge ad andare sul vocabolario per capirti, hai interrotto la magia della lettura. Se lo fai di proposito per dar sfoggio di una tua conoscenza dotta (vera o presunta che sia) pensando che quello sia un comportamento adeguato per uno scrittore, hai sbagliato mestiere.

Claudio Antonelli (Montréal) ha detto...

Per Luca che vive negli USA:
-Eppure un libro di Giorgio Manganelli, scrittore italiano di una certa fama, reca « borborigmi », nientedimeno, nel titolo : « I borborigmi di un'anima. Carteggio Manganelli-Anceschi. »
-Marco Delmastro, scienziato, cura un blog dedicato ai suoi borgorigmi : https://www.borborigmi.org
-Sfogliando i quotidiani ci si puo’ imbattere in testi destinati al grosso pubblico che contengono il misterioso termine scientifico (che a casa mia, una casa modesta, i miei genitori talvolta usavano, e che io bambino usavo a mia volta). Il titolo del pezzo è : « Il richiamo di speranza di una cocorita ritrovata. » « Uno sbatter d’alucce, un ticchettare di zampette, un sommesso borborigmo, come un richiamo. E così finalmente ho capito, sono uscito sul terrazzo e ho conosciuto la Pirulina. Ci siamo piaciuti; le ho offerto un biscotto e lei se l’è venuto a mangiare sul palmo della mia mano. » (Il Secolo XIX)
-Il termine « borborigmo » assume comunque un certo sussiego nell’enciclopedia Treccani : “I romanzieri su cui il Joyce ha avuto influsso non giungono al suo radicalismo. In Virginia Woolf l'intellettualismo dell'analisi si tempera in soliloquio lirico, con una ben articolata struttura musicale che gli conferisce una qualità classica che lo distingue dai caotici borborigmi di certe trascrizioni ioyciane del subcosciente.”
-Ma c’entra il borborigmo con i suoni della lingua inglese, come nel mio testo che ha suscitato i fulmini di Luca, che vive negli USA (e che probabilmente conosce meglio l’inglese dell’italiano)? C’entra, c’entra…
Anonimo : “A voi piace cantare? Anche le canzoni in inglese? A me piace. Certo, c’è sempre il problema delle parole. Specie con le canzoni della nostra prima adolescenza, che magari amiamo di più, ma a quel tempo non sapevamo l’inglese e quindi non le abbiamo veramente imparate. Se le ripeschiamo dalla memoria profonda, ci vengono in mente costruzioni insensate, parole inventate, tutto un borborigmo che riproduceva i suoni che sentivamo. Donseva preffor minau: sevi fordemor ninaffe.”
-Come diceva il maestro Manzi : « Non è mai troppo tardi… »

Fausto Raso ha detto...

Qui il blog di Marco Delmastro indicato dal dr Antonelli.

Luca ha detto...


Va bene. Che ognuno passi il suo lockdown come meglio crede. Antonelli con i suoi borborigmi e io come mi pare a me.

Antonelli crede di provocarmi col suo commento sulla mia conoscenza dell'inglese, ma sbaglia bersaglio: con tutto l'amore che uno può avere per la propria madrelingua (l'italiano nel mio caso), non si può che rimanere affascinati dalla potenza espressiva di una lingua, l'inglese americano, che non discrimina prestiti da altre lingue ed è dotata, ad un tempo, sia di sintesi che di potenza espressiva impareggiabili. Il dottissimo Antonnelli fa fatica a capirla? Mi dispiace per lui. Nel 2020 non è certo una cosa di cui andare orgogliosi.

Ines Desideri ha detto...

Per Claudio Antonelli

Quando, ieri, ho scritto e inviato il mio secondo commento, il suo non era stato ancora pubblicato.
Sarò sincera, come sempre: i suoi "suggerimenti concreti" mi disorientano, o meglio: mi disorienterebbero se non avessi un'idea chiara (la mia idea, ovviamente) degli argomenti che tratto.
Detesto essere autoreferenziale, per almeno tre ragioni: le conoscenze e le competenze acquisite, i titoli, le onorificenze non aggiungono molto a "ciò che siamo" - come persone, intendo - se "ciò che siamo" non è fondato su valori umani, morali, etici che considero indispensabili; l'esperienza mi ha insegnato che la persona autoreferenziale è spesso una persona debole; per quanto riguarda me stessa, infine, ritengo di non dover rendere conto ad alcuno delle mie conoscenze e competenze, dei miei titoli o dei riconoscimenti che ho ricevuto.

Nel tentativo di offrire "suggerimenti concreti" lei ha preteso di darmi spiegazioni di cui non ho bisogno. Mi creda sulla parola. Non mi costringa ad essere autoreferenziale.
Conosco perfettamente il significato esatto dei vocaboli che lei cita; so benissimo che se ne fa spesso un uso improprio, se non errato.
Così si dilunga in spiegazioni che personalmente considero superflue e, quanto ai "suggerimenti concreti", di cosa si preoccupa? Degli anglofoni che hanno difficoltà a comprendere... (la invito a rileggere il primo capoverso del suo intervento).
Dobbiamo preoccuparci degli anglofoni oppure degli italiani - la cui cultura e la cui lingua le stanno tanto a cuore - che abusano di forestierismi?
Dal suo cattedratico intervento traggo una "perla", una importante considerazione: "Ormai è troppo tardi per cambiare".
Comunque sia, la ringrazio per l'attenzione.

.....

Per Montmartre

Trovo veramente buffo che lei esca dal suo stato di letargia sempre e solamente in determinate occasioni.
Buffo: si fa per dire...

.....

Gentile dottor Raso,
non condivido affatto la sua posizione riguardo ai commenti ritenuti offensivi soltanto se "denigrano una persona sul piano... personale": denigrare un Paese e un popolo, a mio avviso, è più grave che denigrare una singola persona.
La ringrazio per l'ospitalità.

Un cordiale saluto a tutti
Ines Desideri


Claudio Antonelli (Montréal) ha detto...

Errata corrige.
Desidero correggere la frase iniziale della mia replica a un commento espresso da un partecipante al blog. Il lettore dovrebbe eliminare dal testo della mia replica l’avverbio «non», che precede «capire» e che ha come effetto di alterare il senso della mia asserzione. Dopo aver eliminato “non”, la frase è: "Si potrebbe cominciare con l’evitare di usare certe parole inglesi, che ormai fanno parte della lingua italiana ma che impediscono a quegli anglofoni che conoscono un po’ l’italiano di capire cosa noi intendiamo dire con tali termini falsamente inglesi." Insomma: “impediscono di capire”.

Approfitto dell'occasione anche per fare due precisazioni.

La prima precisazione.
Invito Luca a rileggere cio' che io ho scritto, perché non mi pare che abbia ben afferrato la lettera e il senso dei miei interventi. Luca ha iniziato le sue critiche con un invito « assai poco cattolico » direbbero i francesi : « Cari anti-anglicisti, ma non fate prima a imparare l'inglese e a piantarla di rompere le scatole anche a Gesù Cristo con 'sta litania continua? » Poi, dopo la mia educata replica, mi ha accusato di minimizzare l'importanza dell'inglese (lingua che io, in realtà, ammiro per la sua ricchezza, la sua espressività e che oltretutto pratico quotidianamente). In un intervento successivo, Luca mi accusa di aver usato un termine «da dottori e da pochissimi altri»: “borborigmo”, ingenerante oscurità nel lettore. Gli ho dimostrato, con opportuni esempi, che borborigmo non è un termine da « ingegneri spaziali », ossia « it’s not rocket science » come dicono gli anglofoni (perché tutto sommato è permesso fare citazioni in inglese, cercando di non sbagliarle). Infine Luca si commiata, ma non prima di aver scritto “Antonelli crede di provocarmi col suo commento sulla mia conoscenza dell'inglese, ma sbaglia bersaglio: con tutto l'amore che uno può avere per la propria madrelingua (l'italiano nel mio caso), non si può che rimanere affascinati dalla potenza espressiva di una lingua, l'inglese americano, che non discrimina prestiti da altre lingue ed è dotata, ad un tempo, sia di sintesi che di potenza espressiva impareggiabili. Il dottissimo Antonelli fa fatica a capirla? Mi dispiace per lui. Nel 2020 non è certo una cosa di cui andare orgogliosi.” Ringraziandolo per quel “dottissimo” che sono costretto a rifiutare, non per modestia, ma per realismo e anche per “autenticità” - ecco quest’ultimo è un termine che mi si confà pienamente - devo ammettere di aver inviato un ripetuto sfotto’ al nostro Luca, rivolgendomi a lui, ogni volta, con un «Luca che vive negli USA». Perché cosi’ lui all’inizio aveva precisato. Ora io non ho creduto per un solo istante che Luca fosse un italiano espatriato, semplicemente perché il suo stile, la sua logica, il suo mettere tutto su un piano personale, la sua incapacità di discutere di « cose », e soprattutto il suo difendere e ammirare gli scimmiottatori dell’inglese sono la prova del nove del suo provincialismo italiano. Io non ho mai incontrato un solo italiano all’estero che non ridesse, provando pero’ anche vergogna, di questo malvezzo cosi’ diffuso tra gli “italiani d’Italia”. Il fatto è che noi, “italiani all’estero”, abbiamo una sensibilità particolare, perché il ridicolo della scena italiana – i politici, i talk show, l’urlare invece del parlare, l’isteria mediatica per i fatti di cronaca nera, etc. – si ripercuote su di noi. Ma anche perché, nonostante le nostre critiche al pianeta Italia, noi abbiamo il senso della Patria. Ma questo è un altro discorso…

Claudio Antonelli (Montréal) ha detto...

La seconda precisazione.
Quanto alla signora Ines Desideri – dico cio’ che segue, che mi si creda o no, senza ironia– scrittrice piu’ dotta, nota, brillante di me (ma non in questo campo, ben specifico, degli anglicismi), tutto indica che il mio scritto iniziale e i miei interventi successivi, di cui lei si è sentita direttamente bersaglio, l’hanno terribilmente offesa, tanto da aver invocato, contro di me, l’intervento del censore. Alla signora Desideri non posso che opporre la mia totale buona fede, la mia mancanza di presunzione, e il mio desiderio e impegno costante di esprimere attraverso i miei scritti unicamente delle idee; nei quali scritti, infatti, evito il piu’ possibile di fare polemiche, mai quindi insultando, insinuando, alludendo con l’intento di abbassare l’“avversario”. In merito alle idee da me espresse, con forza – questo è vero – nell’articolo, avrei voluto essere confrontato, contestato, criticato su punti precisi del mio testo, ma non vedermi infliggere, come invece è avvenuto, un processo alle intenzioni. Per far capire, a chi legge queste righe, l’equivoco in cui Ines Desideri è incorsa basterà soffermarsi sul suo ultimo sdegnato commento (omettendo tutti gli altri ugualmente fuori pista): «Nel tentativo di offrire "suggerimenti concreti" lei ha preteso di darmi spiegazioni di cui non ho bisogno. ». Leggendo questa frase ho trasecolato. In precedenza la scrittrice mi aveva infatti rivolto una richiesta molto chiara: “(…) lei, persona erudita quale è, ha una proposta interessante (anche più d’una, se vuole) da offrirci per frenare l’abuso dei forestierismi? In risposta a questo suo invito ad essere pratico e concreto, avevo pensato che la migliore proposta fosse di mostrare che certe parole cosiddette inglesi, che fanno ormai parte della lingua italiana, sono usate in senso sbagliato. Talché paradossalmente queste parole usate a sproposito impediscono in primo luogo a quegli anglofoni, amanti della lingua italiana e che conoscono un po’ la nostra lingua, di capire il gergo “italo-americano” maccheronico degli abitanti dello Stivale. A chi era rivolto questo mio invito? A coloro che inondano l’italiano di parole inglesi, in primis i giornalisti, i politici, le persone di spettacolo, gli stessi governanti. Quale argomento piu’ utile, nelle circostanze, che mostrare a chi parla una lingua italiana farcita di anglicismi che spesso questi anglicismi sono sbagliati? E ho elencato queste parole, mettendo a raffronto il loro vero significato e il significato assunto da esse assunto nella lingua “italiana”. Tutto qui. Ma la signora Desideri ha preso la cosa come un’offesa personale…
Rinuncio a capire.

Luca ha detto...

Forse ho capito qual'è il piano di Antonelli: prendermi per sfinimento. Sinceramente potrei anche dargliela vinta: io da qua vedo un mondo in preda ad un'evoluzione sociale, economica e tecnologica sempre più tumultuosa (e francamente paurosa), dall'altra vedo gli italianuzzi provinciali inscenare pianti greci perché qualche parolina inglese si è inserita nella nostra purissima (scusate se rido) lingua. Antonelli, da bravo emigrato nel Canada francofono, ha fatto sua sia la spocchia di molti suoi neo-connazionali che il sentimento anti-americano che li anima.
Whatever floats your boat, man. Per me non c'é più niente di cui discutere qui. Stay safe.

Ines Desideri ha detto...

Per Claudio Antonelli, brevemente e semplicemente...

Non mi sono "sentita direttamente bersaglio" e non ho "preso la cosa come un'offesa personale", ma ho considerato e considero tuttora denigratorio il tono dei suoi interventi.
Denigratorio non verso la mia persona, ma verso l'Italia e gli italiani.

Attendo una convocazione per essere sottoposta a una prova di ammissione ai suoi corsi di studio sugli anglicismi.

Concludo: signor Antonelli, pur esprimendoci entrambi in italiano, lei e io usiamo due lingue diverse.
Non le chiedo di comprendermi. Non mi chieda di comprenderla.

Cordiali saluti
Ines Desideri

Claudio Antonelli (Montréal) ha detto...

Ringrazio per i commenti ricevuti che mi hanno riportato alla realtà. Ogni volta ricasco nello stesso errore: tratto gli altri da pari a pari. Li considero uguali a me. Li prendo insomma sul serio. È un grosso limite questo, lo riconosco.

Luca ha detto...

Qualcuno deve essere stato eletto "re della lingua italiana" a mia insaputa. Costui può emanare editi ed esprimere giudizi sugli altri e sul loro italiano. Molto generosamente non fa valere i suoi regali diritti, bensì si limita a far notare come non si trovi tra suoi pares. Gli anglofoni insigniscono personalità di questo tipo del titolo onorifico di Old Fart.

Claudio Antonelli (Montréal) ha detto...

Dicevo che il mio errore è di considerare gli altri uguali a me. E difatti io non scendo mai a polemiche personali, né tampoco ad insulti. Mi attengo invece al tema, esponendo le mie idee, che sono profondamente sentite, e che sono quindi fatte valere da me con stile diretto, senza sottintesi, allusioni, insinuazioni, ipocrisie.
Quando poi devo riconoscere dei meriti ai miei "avversari" lo faccio volentieri.
Caro Luca, mi rallegra constatare che lei, che pur aveva iniziato con malagrazia i suoi interventi critici (« Cari anti-anglicisti, ma non fate prima a imparare l'inglese e a piantarla di rompere le scatole anche a Gesù Cristo con 'sta litania continua?») ha voluto concludere con un elegante "old fart".
Evidentemente, lei ha voluto seguire il mio signorile esempio - io considero gli altri uguali a me - e con questo suo "old fart" intende considerarmi un suo pari, un suo uguale. Cosa dire? Il suo sforzo è tanto ammirevole che meriterebbe incoraggiamenti. Come quando si incoraggiavano i laboriosi sforzi del bambino che cercava di liberarsi, stando per la prima volta da solo sul vasino da notte, di quel materiale di cui era abbondante e disinvolto produttore, e che non disgustava per nulla papà e mammà, deliziati testimoni dell’evento, né tampoco il bambino, orgoglioso protagonista dell’impresa. Orgoglioso come lei.

Luca ha detto...

vabbe', direi che basta cosi', Mi sembra che il fondo sia stato raggiunto :)

Luca