venerdì 6 ottobre 2023

Non *squoiamo la lingua italiana


L
e consonanti "c" e "q" sono sempre causa di dubbi sul loro corretto uso, anche in persone la cui "cultura linguistica" dovrebbe essere insospettabile, come si può vedere cliccando su questo collegamento. Siamo rimasti allibiti, infatti, leggendo "uno *squoiato" in diverse pubblicazioni. Cugino o qugino? quoco o cuoco? quaderno o cuaderno? iniquo o inicuo? Come facciamo, dunque, a dissipare i dubbi sull'uso corretto di ambe (sic!) le consonanti quando non abbiamo a portata di mano un buon vocabolario di lingua italiana? Insomma: quando "qu" e quando "cu"? Si può stabilire una "regola". All'inizio di parola sempre la consonante "q" (se dopo la "u" c'è una vocale): quando, quaderno, quintetto, quota, qualora,  tranne, tassativamente, nei lemmi  cui, cuoco, cuocere, cuore, cuoio (che richiedono la "c"). Negli altri casi occorre fare un distinguo: se dopo la vocale "u", sia a inizio di parola sia all'interno, c'è una consonante, sempre "cu": cucina, custode , cubo, cucito, alcuno, documento, lacustre, incuria. Si scriverà "qu", invece, se la "u" è seguita da un'altra vocale: querela, equivoco, equivalente, equino, equinozio, ventriloquo, ovunque. Si dirà: perché innocuo e proficuo prendono la "c" se dopo la "u" c'è una vocale? La risposta va ricercata nell'etimologia dei termini. Entrambi provengono dal latino: innocuus e proficuus (dove è presente, come si  può vedere, la "c").  


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La lingua "biforcuta" della stampa

IL CASO

Legia Varsavia, due giocatori arrestati dopo la partita di Conference in Olanda: fatti scendere dal pullman e portati via alla polizia. Interviene il premier polacco





 










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giovedì 5 ottobre 2023

Sull'uso ortodosso della preposizione impropria 'senza'


 Due parole sull'uso corretto della preposizione impropria senza perché molto spesso, per non dire sempre, non viene usata a dovere. In linea generale si unisce direttamente al sostantivo: senza paura; senza fretta; senza soldi.

Quando regge due o più nomi, davanti al secondo (e a quelli successivi) non si ripete ma si pone la negazione né (oppure la o, secondo i casi), mai la e: senza grazia né garbo; senza aiuto o conforto.
Se è seguita da un pronome personale (e molto spesso anche con i dimostrativi) si costruisce, preferibilmente, con la preposizione di: senza di loro (ma anche senza loro); senza di voi (senza voi); senza di questo (senza questo).In funzione di congiunzione introduce una proposizione esclusiva con valore modale. Sempre in funzione di congiunzione si unisce direttamente a un verbo di modo infinito se il soggetto di entrambe le proposizioni è il medesimo: è andato via di corsa senza dire una parola; se i soggetti sono, invece, diversi si fa seguire dalla congiunzione che con il verbo al modo congiuntivo: ha fatto tutto di testa sua senza che io lo sapessi.

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La prosopografia

Questo portale è sempre stato (e sempre lo sarà) contro l'uso di parole straniere — che inquinano il nostro idioma gentil sonante e puro, per dirla con l'Alfieri — quando c'è il corrispondente  vocabolo italiano. Ci domandiamo, infatti, per quale motivo si continui ad adoperare il termine barbaro identikit quando in italiano abbiamo un vocabolo che fa alla bisogna: prosopografia (descrizione delle fattezze di un individuo). È composto con le voci greche prósopon (viso) e gràphein (scrivere).


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martedì 3 ottobre 2023

Il suffisso "-ale" (2)


 Il prestigioso vocabolario Treccani in Rete continua a ignorare le nostre ripetute segnalazioni circa la corretta "dicitura" del suffisso '-ale'. È l'unico, tra i dizionari consultati, a non attestare l' "occorrenza principe" del lemma in oggetto, cioè, come riporta il Nuovo De Mauro in linea: "forma produttivamente aggettivi che indicano relazione con il sostantivo (o raramente con il verbo) di base, ed è presente in aggettivi di origine latina o formati sul modello latino: autunnale, avverbiale, finale, funzionale, generale, industriale, ministeriale, mondiale, mortale, navale, postale, principale, sostanziale, statale, universale; abituale, annuale, intellettuale, portuale, sensuale, spirituale; la sostantivazione degli aggettivi è frequente, e numerosi di essi sono usati esclusivamente o prevalentemente come sostantivi maschili: bracciale, canale, ditale, gambale, giornale, grembiale, pugnale, schienale, segnale | ha valore accrescitivo in alcuni sostantivi maschili denominali: piazzale, viale | rientra genericamente nella formazione di termini di ambito tecnico specialistico: conidiale, chirale, geminale (...)". È una "mancanza" che, a nostro modo di vedere, inficia l'autorevolezza del vocabolario.

Dal vocabolario Treccani in Rete:

-ale. – Suffisso usato nella terminologia chimica per indicare la presenza, in un composto organico, di un gruppo aldeidico, come in citrale, geraniale, ecc.

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Riteniamo sia il caso di ampliare la "dicitura" del lemma in oggetto perché il predetto suffisso (anche "-iale" e "-uale), dal latino "alis", serve principalmente per la formazione di aggettivi derivati da sostantivi che indicano uno stato, un'appartenenza, una condizione, una relazione: autunnale, collegiale, intellettuale ecc. Si usa anche per formare sostantivi derivati da altri sostantivi: viale, portale, grembiale. Si adopera anche, con valore "accrescitivo", in alcuni sostantivi denominali maschili: piazzale. Certi che la nostra segnalazione sarà tenuta nella dovuta considerazione dai responsabili del prestigioso vocabolario.

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Il medico? Medita

Contrariamente a quanto uno è portato a credere colui che medita non è tanto il filosofo quanto e soprattutto il medico. Dal punto di vista etimologico – naturalmente – il medico si può definire, infatti, il meditabondo. Se ricerchiamo l’origine del termine vediamo che esso non è altro che il latino medicu(m), derivato di mederi (riflettere, meditare). Meditare per sanare e, quindi, curare (dopo aver riflettuto, meditato). Si veda anche qui.

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Difendiamo l'italiano dagli anglismi.


sabato 30 settembre 2023

Scristianizzazione e debreizzazione


S
e non cadiamo in errore non esiste un termine atto a indicare l'abbandono o la perdita della fede ebraica, come, per esempio, la scristianizzazione (da scristianizzare). Ci è venuto alla mente un neologismo che proponiamo ai lessicografi (o vocabolaristi): debreizzazione. Il termine ci sembra ben formato perché composto con il prefisso "de-" che indica, per l'appunto, allontanamento (abbandono). Per curiosità, abbiamo fatto una ricerca su Googlelibri e abbiamo scoperto che siamo stati preceduti nell' "invenzione". Il termine, infatti, si trova in due pubblicazioni.

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La forma plurale di mango e avocado?  L'apprendiamo dall'Accademia della Crusca.


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Coniugatore verbi "Reverso"

Sul verbo "adire":

Il verbo "adire" è un verbo transitivo della terza coniugazione. Si coniuga in tutti i modi, indicativo, condizionale, participio gerundio e congiuntivo. Viene coniugato con l'ausiliare avere. È possibile coniugare (anche, ndr) il verbo "addire" con il coniugatore Reverso in tutti i modi e i tempi.

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Segnaliamo una dimenticanza: il modo infinito.


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La lingua "biforcuta" della stampa

"La riapertura del tram 8 - ha commentato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri - è una buona notizia, molto attesa da tantissime romane e romani che negli anni ne hanno fatto un punto di riferimento per i loro spostamenti. (...)".

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Un tram si riapre o si ripristina? Questo il dilemma. Il termine (riapertura), che ci fa veramente ridere, è del sindaco o dell'estensore dell'articolo?

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IL CASO

Lampedusa, incendio sul traghetto per Porto Empedocle: evacuati passeggeri e migranti

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Ci piacerebbe sapere a quanto ammonta la spesa per l'acquisto dei lassativi.



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giovedì 28 settembre 2023

La soldata non rispecchia la lingua di Dante e di Manzoni?


Da "Domande e risposte" del sito Treccani:

Il termine "soldata" come altri da Voi registrati ultimamente nel vocabolario non hanno niente a che vedere con la lingua italiana di Dante e di Manzoni. Perdonate la franchezza ma i dizionari servono anche a conservare ed a educare i giovani alla cultura della propria nazione non a importare termini da altre culture che vanno si conosciute ed apprezzate ma che non possono sostituire o minimizzare in nessun modo la propria identità. Grazie per l'attenzione e auspico da un Istituto glorioso e prestigioso come il Vs. una difesa puntuale della ns. amata lingua che discendendo dal latino chiede di essere rispettata in particolar modo da questi imbarbarimenti del mondo cosiddetto moderno.

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 Una cosa va premessa: in italiano è spesso difficile formare il femminile dei nomi di mestiere e professione o indicanti una carica. Perché, pur avendo presenti le elementari norme grammaticali della lingua, succede che la coscienza pre-linguistica del parlante si ribelli alle conseguenze dei profondi cambiamenti sociali e culturali avvenuti nel Paese negli ultimi decenni.

 

Decenni che hanno visto, pur contrastato (ancor oggi contrastato), l’ampliamento della presenza femminile nei mestieri, nelle professioni e nelle istituzioni, anche in posizioni apicali. Ma avvocata, medica, notaia, soldata – impeccabili nella formazione del femminile – non piacciono a molti perché dispiace o urta o non ci si capacita, sotto sotto, del fatto che una donna possa occupare posizioni in passato di esclusivo, o quasi, appannaggio maschile.

 

Quando il dibattito corre sui binari dell’ideologia, c’è il rischio che la lingua venga trattata strumentalmente. Niente di male, vuol dire che essa è viva e cambia, riflettendo i cambiamenti sociali e mettendo in crisi stereotipi e luoghi comuni. La dinamica cambiamento-reazione al cambiamento è normale. Di una cosa siamo certi: l’italiano non si sta “imbarbarendo”.

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Cortese redazione Treccani, mi permetto di inserirmi  nella "polemica" del vostro lettore il quale sostiene che il termine "soldata" (e altri) non ha nulla (a) che vedere con la lingua di Dante e di Manzoni. Al lettore faccio osservare che ha preso una topica tremenda. Soldata è il regolarissimo femminile di soldato, dal participio passato dell'antico verbo italianissimo "soldare", e questo dal latino (quindi 'italiano') "solidus". Tralascio i termini "avvocata", "medica", "notaia", ai quali potrei aggiungere "ministra", "magistrata", "prefetta" , "ingegnera" ecc. Tornando a "soldata" è un femminile in regola con la "legge grammaticale italiana". Tale legge stabilisce che il femminile dei sostantivi (maschili) in -o si ottiene mutando la desinenza "-o" del maschile in "-a": sarto/sarta; cuoco/cuoca; ladro/ladra; soldato... soldata. Non concordo sulla certezza circa il "non imbarbarimento" dell'italiano. Purtroppo il dilagare dei vari anglismi lo stanno "imbarbarendo". Eccome!




 












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lunedì 25 settembre 2023

Mezzobusti? Ineccepibile


A
ncora un plurale regolarissimo, ma di uso raro, non lemmatizzato nei vocabolari dell'uso: mezzobusti. Questo sostantivo si può scrivere anche in grafia analitica (due parole), mezzo busto, il cui plurale regolare, ovviamente, è mezzi  busti. I dizionari (consultati) attestano il plurale modificando la desinenza di entrambi i componenti: mezzibusti. Questo plurale, a nostro modo di vedere, è irregolare perché non rispetta la regola della formazione del plurale dei nomi composti; tale regola stabilisce che il plurale dei nomi composti di un aggettivo (mezzo) e di un sostantivo (busto) si ottiene modificando la desinenza del solo sostantivo: piattaforma/piattaforme; francobollo/francobolli; mezzobusto/mezzobusti. Esiste, dunque, anche se ritenuto di uso raro, il plurale "regolare" mezzobusti, come riporta il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia e come si può leggere in numerose pubblicazioni. Invitiamo, pertanto, i lessicografi a lemmatizzare  nei vocabolari dell'uso il "regolare" plurale che, ripetiamo e non capiamo il perché, è considerato raro se non, addirittura, errato.

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Gentile dott. Raso,

la ringraziamo della segnalazione e prenderemo senz’altro in considerazione la sua osservazione,

cordialmente,

Segreteria Treccani online

Silverio Novelli responsabile magazine Lingua italiana - Treccani.it

Istituto della Enciclopedia Italiana
Piazza della Enciclopedia Italiana 4, 00186 Roma


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La lingua "biforcuta" della stampa

La nuova scena / In anteprima "Urlare" di Fra' Melito

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Correttamente: fra (senza apostrofo, essendo un troncamento). In proposito stupisce il constatare che alcuni vocabolari, tra i quali il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, ammettano l'apostrofo o l'accento. Non ci stupisce, invece, il dizionario Gabrielli in Rete perché, anche in questo caso, i "revisionisti" contraddicono il Maestro. Riportiamo quanto scrive il linguista Vincenzo Ceppellini  nel suo "Dizionario grammaticale": Accorciativo della parola frate. (...) È errore scriverlo con l'apostrofo poiché si tratta di un troncamento. (...).


 

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venerdì 22 settembre 2023

Sul plurale di purosangue (2)



 La risposta della redazione del vocabolario Treccani in Rete alla nostra "elettroposta" sulla variabilità del sostantivo purosangue.




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martedì 19 settembre 2023

Il plurale di pescecane



T
utti i vocabolari consultati, tra cui il dizionario Gabrielli in rete, danno due occorrenze circa il plurale di pescecane: pescicani/pescecani. A nostro modesto avviso la forma plurale pescicani non rispetta la "legge grammaticale" secondo la quale il plurale dei nomi composti di due sostantivi dello stesso genere formano il plurale mutando solo la desinenza del secondo elemento: il plurale di pesce(maschile)cane(maschile) sarà, quindi, pescecani. Pescespada pluralizzerà, invece, in pescispada, mutando la desinenza solo del primo composto, perché è formato di due sostantivi di genere diverso: pesce(maschile), spada (femminile). Per quanto attiene al vocabolario Gabrielli, non è la prima volta che i "revisionisti" contraddicono il Maestro (che si starà rivoltando nella tomba). L'insigne linguista scomparso scrive infatti, nei suoi pregevoli volumi, "Dizionario Linguistico Moderno" e "Si dice o non si dice?", che il plurale di pescecane è pescecani.

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Uno strafalcione ortografico che si perde nella notte dei tempi e duro a morire: colluttorio. La grafia corretta è con una sola "T" (la colluttazione non c'entra nulla) perché viene dal latino "collutus", participio passato di "colluere" (sciacquare).



 

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lunedì 18 settembre 2023

Spigolature linguistiche

 


D'intorno o dintorno?

Crediamo di fare cosa gradita ai gentili lettori, che seguono le nostre modeste noterelle, spendere due parole su una… parola che può essere tanto avverbio quanto sostantivo: dintorno. Quando è in funzione avverbiale, con il significato di “intorno”, “da ogni parte”, “tutto in giro”, si può anche scrivere con la “d” apostrofata (d’intorno): gli sedevano tutti dintorno/d’intorno per festeggiarlo. Quando, invece, è in funzione di sostantivo e vale “vicinanza”, “luogo vicino”, la grafia deve essere tassativamente univerbata e si usa, per lo piú, nella forma plurale: i dintorni di Roma; il mio amico abita nei dintorni.

Lo sputapepe

Abbiamo notato che non tutti i vocabolari dell'uso attestano questo termine, che si riferice a una persona dalla parlantina facile, arguta ma petulante. I dizionari che lo registrano lo danno come sostantivo invariabile. No, il vocabolo, riferito al maschile, si pluralizza normalmente: uno sputapepe, due sputapepi. Segue, infatti, la regola della formazione del plurale dei nomi composti. Tale regola stabilisce che un sostantivo composto di una voce verbale (sputa) e un sostantivo maschile singolare (pepe) nella forma plurale cambia regolarmente. Resta invariato solo se si riferisce a un femminile: Giovanna è una sputapepe; Luisa e Anna sono delle emerite sputapepe.


Ultra

Questo termine viene adoperato nel linguaggio politico e sportivo per indicare gli estremisti di un partito o di una squadra. Consigliamo di scriverlo, in buona lingua italiana, senza accento sulla "a" e senza la "s" finale, anche se  quest'ultima forma è invalsa nell'uso. Il vocabolo deriva dall'avverbio latino "ultra" (oltre, al di là, di piú) trasportato in italiano come sostantivo maschile invariabile.

Sguainare

Il verbo "sguainare" - contrariamente alla pronuncia diffusa e ritenuta, quindi, corretta -  ha l'accentazione sulla "i", non sulla "a": io sguaíno. Il motivo va ricercato nel fatto che è un verbo denominale, proviene, cioè, dal sostantivo "guaína" (fodero, involucro, custodia). E questo dal latino "vagína" (con l'accento sulla "i"). I Latini dicevano: "gladium e vagína educere" (estrarre la spada dalla guaína). Non capiamo, quindi, come abbia potuto "prender piede" la pronuncia errata.

Beninteso e ben inteso

Due parole su questo avverbio e aggettivo, che si può scrivere in grafia unita o staccata (i vocabolari non fanno distinzione alcuna).  In funzione avverbiale, con il significato di “certo”, “certamente”, “naturalmente” e simili si scriverà rigorosamente in grafia unita: tutti, beninteso (naturalmente), dovrete rispondere delle vostre azioni. Si scriverà in grafia scissa o unita quando è adoperato in funzione aggettivale con il significato di “opportuno”, “con discernimento”, “a proposito” e simili: una benintesa elemosina non è mai offensiva. Sempre in grafia scissa, ovviamente, quando il termine ha valore schiettamente verbale: se ho ben inteso, non verrete alla cerimonia.

 

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La lingua "biforcuta" della stampa

Tredicenne travolto e ucciso da un’auto pirata mentre attraversava la strada davanti casa. Rintracciato il mezzo, ma il conducente è scappato

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Molto meglio, come suggerisce la Crusca, davanti a (alla) casa.


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sabato 16 settembre 2023

Sul plurale di purosangue

 


Abbiamo inviato questa "elettroposta" alla redazione del vocabolario Treccani in Rete circa la variabilità del sostantivo purosangue. Tutti i vocabolari, e lo stesso Treccani, non ammettono il plurale: il purosangue/i purosangue. Il sostantivo in oggetto, invece, può prendere, benissimo, la regolare forma plurale (i purosangui), anche se di uso raro, come si evince dalle numerose e autorevoli pubblicazioni. Se il nostro suggerimento sarà accolto, il vocabolario Treccani sarà l'unico (?) ad attestare anche la regolarissima forma plurale. Dal Treccani in Rete:

purosàngue agg. e s. m. [comp. di puro e sangue], invar. – 1. Detto di animali, spec. cavalli, di razza pura, per distinguerli dagli ibridi, o mezzosangue: cavallo p., o semplicem. un purosangue, come sost. 2. Per estens., e per lo più scherz., riferito a persona: è un torinese, un siciliano p., ecc., appartenente a famiglia che da molto tempo risiede a Torino, in Sicilia, ecc., o, con uso fig., che ha tradizioni, costumi, sentimenti tipicamente proprî di quella città o regione.

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Cortese redazione Treccani, suggerisco un emendamento al lemma ‘purosangue’ attestando, accanto all’invariabilità, anche il plurale, raro, purosangui. Detto plurale è immortalato in vari testi e nel libro “Parlare italiano” del linguista Leo Pestelli. QUI

 Cordialmente

Fausto Raso

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La lingua "biforcuta" della stampa

Oggi, al contrario del passato, pochi giovani militano nelle fila dei vari partiti.

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Correttamente: nelle file (non 'fila'). Qui. Si veda anche qui.


 

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