domenica 11 dicembre 2022

"Interiezioni parafoniche"

 

Con il termine “parafonìa” – (se ci ripetiamo chiediamo scusa "preventivamente") preso in prestito dal linguaggio musicale (nel gergo musicale dei tardi teorici greci e poi di quelli del tardo Medioevo erano denominati “parafonici” gli intervalli di quarta e di quinta) – ci piace chiamare alcune parole... “parafoniche” che, come dice la stessa… parola di derivazione greca, servono a indicare vicinanza spaziale, somiglianza, affinità, ma anche alterazione o contrapposizione. Sono termini parafonici, per esempio, “parastatale” e “paramilitare” in quanto indicano un concetto di “affinità”, “somiglianza”, “attinenza”. Gli impiegati parastatali – per cercare di spiegare meglio il concetto di “parafonìa” – hanno gli stessi doveri e diritti degli impiegati statali; lo stesso per quanto attiene ai paramilitari. Tra i termini parafonici che adoperiamo più frequentemente e “inconsapevolmente” ricordiamo le interiezioni primarie, esse sono per lo più imprecazioni e nascondono all'interno, spesso, un significato volgare e a volte anche blasfemo come, per esempio "porca pupazza". "porca miseria", "porca troia", "madosca", "perdinci" e, ancora, "cacchio" e "cavolo".  

Accanto alle interiezioni primarie abbiamo quelle secondarie che sono di più facile comprensione perché evidenziano e palesano un messaggio: "basta!", "forza!", "vergogna!", "coraggio!", "maledizione!". A questo punto è necessario, forse, ricordare cosa è un’interiezione. Lo facciamo subito. Cominciamo con il dire che è un termine di derivazione latina (come buona parte dei vocaboli italiani) e che propriamente significa “intersezione” essendo composto di “inter” (tra) e “iacere” (gettare): “che si pone (getta) in mezzo”. È, quindi, una parola che si “pone” tra altre parole per esprimere da sola un improvviso e vivace sentimento dell’animo (paura, meraviglia, repulsione, angoscia, ansia, dolore, gioia, ecc.). Secondo la forma le esclamazioni o le interiezioni si possono distinguere in proprie e in improprie. Le prime sono chiamate, appunto, proprie perché hanno solo la funzione di esclamazione: oh!, urrà, ahimè, ah, ecc. Le seconde, invece, sono altre parti del discorso – verbi, aggettivi, avverbi, sostantivi – adoperate in funzione di interiezione: bravo!, coraggio!, giusto!, zitto!, presto!, viva! fuori!, ecc.

Per concludere queste modeste noterelle potremmo definire “interiezioni parafoniche” le voci onomatopeiche, vale a dire le espressioni in grado di riprodurre o imitare con il gioco delle loro consonanti e vocali particolari suoni o rumori. Il “tic-tac”, per esempio, riproduce il ritmo dell’orologio; il “patatrac” indica il rumore di qualcosa che cade e si rompe; il “din-don” il suono della campana; il “bau-bau” l’abbaiare del cane; il “miao” il miagolio del gatto e così via.

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La moglie e la signora

Come sta sua moglie? Come sta la sua signora? Quando il sostantivo signora è preceduto da un aggettivo possessivo ed è adoperato in luogo di moglie richiede tassativamente l'articolo. Se occorre abbreviarlo la sola forma corretta è sig.ra.

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La lingua "biforcuta" della stampa

 Roma presa d'assalto dai turisti, per il Colosseo "biglietti solo nel 2023". Alberghi sold out per Natale e fine anno

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Un plauso ai titolisti del quotidiano in rete. Scrivendo "sold out", invece di tutto esaurito, hanno risparmiato ai lettori sprovveduti la "fatica" di consultare un vocabolario della lingua italiana per "scoprire" i significati di tutto e di esaurito.

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IL RACCONTO

«Se ti filmano nuda la colpa è solo tua»: così le ragazze sono annientate dal revenge porn

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Un altro plauso ai responsabili di un altro giornale in rete: anche in questo caso non scrivendo "porno vendetta" o "vendetta porno" hanno permesso ai lettori di capire subito il significato, senza ricorrere a un vocabolario della lingua italiana.

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Covid

Dall'uso della mascherina, ai baci e abbracci, all'areazione degli ambienti: i consigli per affrontare in sicurezza le prime feste natalizie senza restrizioni

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Correttamente: aerazione. 

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Roma, uomo muore e l'ambulanza non riesce a salire in casa: «Nel palazzo i citofono sono rotti da anni»

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A parte il refuso "i citofono", ci piacerebbe sapere come fa un'ambulanza a salire in una casa.



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venerdì 9 dicembre 2022

Colabrodo: quale plurale?

 


Ancora una volta saremo colpiti dagli strali -- ne siamo consapevoli -- dei linguisti ufficiali perché contestiamo la quasi totalità dei vocabolari dell'uso (tra quelli consultati) che non "consentono" il plurale di "colabrodo": il colabrodo/i colabrodo. Il vocabolario Gabrielli e quello del Palazzi non specificano lasciando intendere, pertanto, che il sostantivo in questione si pluralizza normalmente: il colabrodo/i colabrodi. E a nostro avviso hanno ragione da vendere (e da seguire, quindi) perché il vocabolo in oggetto è un nome composto di una voce verbale (cola, da colare) e di un sostantivo maschile singolare (brodo) e i nomi così formati -- secondo la "legge grammaticale" -- prendono la normale desinenza del plurale. O no?, cortesi linguisti. Dovremmo correggere -- a questo punto -- tutti i "colabrodi" che si trovano in numerose pubblicazioni? Per quanto ci riguarda, insistiamo, il plurale colabrodi non infrange alcuna norma grammaticale. Dimenticavamo: il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, attesta il plurale, sebbene raro.









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domenica 4 dicembre 2022

I "purosangui"? Perché no!?


Offerte in ghinee e rilanci milionari di arabi e cinesi. Abbiamo assistito all'asta record dei purosangue: ecco com'è andata

Questo titolo di un quotidiano in rete ci ha richiamato alla mente un nostro intervento  sulla invariabilità del sostantivo/aggettivo "purosangue", che riproponiamo con buona pace dei linguisti "ufficiali".

Contrariamente a quanto riportano le comuni grammatiche e i comuni vocabolari, l’aggettivo e sostantivo “purosangue” non è tassativamente invariabile. Essendo un nome composto si può pluralizzare secondo la regola della formazione del plurale dei nomi composti. Tale norma stabilisce che i nomi composti di un aggettivo e un sostantivo formano di regola il plurale come se fossero nomi semplici (cambia, quindi, la desinenza del sostantivo): il biancospino, i biancospini; la vanagloria, le vanaglorie; il purosangue, i… purosangui. Coloro che preferiscono dire e scrivere “purosangui”, pertanto, non possono essere tacciati di crassa ignoranza linguistica. Il termine in oggetto è invariabile  - - ad avviso di chi scrive -- in funzione aggettivale. La nostra tesi è suffragata da numerose pubblicazioni, tra cui "Parlare italiano", del linguista Leo Pestelli. Siamo convinti, quindi, di non avere scritto alcuna “bestialità linguistica”. Dimenticavamo: esiste anche il plurale puri sangui.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Il maltempo flagella il sud: danni e allagamenti. Il sindaco di Catanzaro accusa: "Nessuna allerta". Il Mose salva Venezia dall'acqua alta

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Correttamente: Sud (s "maiuscolata").

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Mistero negli Usa: l'adorabile gattino torna a casa trascinandosi dietro la testa di un alligatore. Inesistente in Wisconsin

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Inesistente? Correttamente: assente.

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L'Auditorium moltiplica le poltrone e la minisindaca dem Bonaccorsi vuole un posto da dirigente

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Correttamente: posto di (come riporta il Treccani in rete al punto 6. a.).














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sabato 3 dicembre 2022

Lanaia - 4 - Piantume, piantumare, piantumazione: perché si possono usare



 di Alfio Lanaia*

1. Evento giornalistico

Una mia carissima amica, Pina Arena, che gestisce la pagina face-book "Un Giardino delle Giuste e dei Giusti in ogni scuola",  mi ha passato un articolo di Andrea Fabbri, pubblicato il 30/11/2022 su «Georgofili INFO – Notiziario di informazione a cura dell’Accademia dei Georgofili», dal titolo Piantume, piantumare, piantumazione: perché NON si devono usare, chiedendomi cosa ne pensassi.

 

2. Il contenuto

 

Dopo avere premesso che in quella sede «non è possibile affrontare la questione come merita» e avere correttamente citato, in base alle sue informazioni, gli autori, fra cui Lazzaro Spallanzani e Giacomo Leopardi, fra i primi «a utilizzare» piantume,  l’Autore sostiene che il nome è praticamente assente nella letteratura, «fatta salva qualche segnalazione nel linguaggio burocratico, e assolutamente inesistente nei testi scientifici e tecnici, come testimoniano tutti i colleghi del settore, concordi nel rifiutare l’uso di questo termine per indicare quello che dovrebbe essere impianto, piantagione e, soprattutto, messa a dimora di piante, in particolare di alberi». Quanto al motivo per cui  prescrive di non usare piantume e i derivati piantumare e piantumazione, l’Autore, dopo averne lamentato l’uso «in un’epoca di crescente approssimazione culturale e di passione per le mode, anche linguistiche»,  dice che «la [sua] resistenza deriva soprattutto dalla caratteristica “estetica” della parola, da un punto di vista fonetico: tutte le parole che terminano con la desinenza -ume indicano quantità indeterminate di materiali grossolanamente indicati, e in genere con valore dispregiativo: pattume, cerume, appiccicume, lordume, marciume, sudiciume e così via».

 

3. La datazione e gli usi di piantume e derivati

 

3.1 Piantume

Col significato collettivo di ‘quantità di pianticelle coltivate in vivaio’, piantume è registrato dal Grande dizionario [storico] della lingua italiana (GDLI, XIII, p. 305) che lo data al 1793, con una citazione tratta dalle opere di Lazzaro Spallanzani: «Ho  ben  piacere  che  abbiate  messo insieme  qualche  soldo  per  la  vendita  del  vostro  piantu­me». È possibile tuttavia, con l’aiuto di Google-libri, retrodatare la nostra forma al 1734 con Gian Battista Bovio (Teatro morale dogmatico-istorico dottrinale et predicabile): «Non disse Isacco, che il suo figliuolo spirasse un odore somigliante al grano, all’uva, o a’ pomi di questo, e quel piantume, ma che avea odore a guisa di un campo pieno». Nel corso dell’Ottocento la voce è usata in testi di vario tipo, anche a carattere tecnico-scientifico, come gli Annali dell’agricoltura del Regno d’Italia (1813), la Ricerca degli elementi da cui dedurre il valore dei fondi di Filippo Medici (1857) la Storia politico-militare della guerra di Indipendenza di Pier Carlo Boggio (1865) ecc.

Nel Novecento è la volta delle riviste Minerva agraria (1909), L’Italia agricola – Giornale di agricoltura (1915) e Rivista di zootecnia – Rassegna mensile di scienza e pratica zootecnica (1928) ecc.

Molte attestazioni, infine, in opere di pianificazione territoriale, urbanistica, architettura, gestione ambientale ecc. degli anni 2000 a cui si rimanda il lettore curioso.

3.2 Piantumare

Assente nel XIII vol. del GDLI, il derivato piantumare ‘In  selvicoltura  e  nell’architettura  dei  giar­dini, mettere a dimora siepi e piante, in partic. d’alto fusto’ viene recuperato nel Supplemento 2004 (p. 629) dello stesso Dizionario, curato da Edoardo Sanguineti. Il Grande dizionario italiano dell’uso di De Mauro (Gradit) data la voce al 1993, facendola derivare dal lomb. piantumà ‘trapiantare’ e rimandando per un confronto a piantume. La voce, tuttavia, si può retrodatare al 1824 con lo Zingarelli 2013 che, secondo noi,  la recupera dal vol. XXII della Raccolta dei regj editti, manifesti ed altre provvidenze de’ magistrati ed uffizj, edita a Torino. Il verbo è molto usato in opere di diverso carattere dei secc. XIX-XXI.

3.3 Piantumazione

Per quanto riguarda piantumazione ‘operazione di piantare alberi d’alto fusto per formare viali e giardini’, il citato GDLI XIII, non registrando il verbo piantumare, considera la voce derivata da piantume «col suff. dei nomi d’azione». In maniera interessante, in un volume del 2003, Innovazione lessicale e terminologie specialistiche, curato da Giovanni Adamo e Valeria Della Valle, si dice che piantumazione è dal «settentrionale piantume». Per quanto riguarda la datazione,  mentre il Gradit data la voce al 1992, il citato Zingarelli abbassa la data al 1986, ma grazie a Google libri possiamo abbassare ulteriormente l’anno di prima attestazione al 1869 con Leonardo Loria, Corso di lezioni sulle strade ferrate. Altre attestazioni sono del 1873 (Monitore dei tribunali, vol. 14) del 1886 (Memorie descrittive della carta geologica d’Italia) ecc.

4. Il suffisso –ume

Come abbiamo visto sopra, secondo Andrea Fabbri, «tutte le parole che terminano con la desinenza [in realtà ‘suffisso’]  -ume indicano quantità indeterminate di materiali grossolanamente indicati, e in genere con valore dispregiativo». Ora è vero, come dice Maria Grossmann (Suffissazione, in Grossmann e Rainer,  La formazione delle parole dell’italiano, 2004) che la maggioranza «dei derivati da basi con il tratto ‘-animato’ è connotata negativamente (cenciume, ciarpume, fecciume, grinzume, lezzume, polverume)» e che sono «piuttosto rare le formazioni in cui -ume non ha valore spregiativo (cenerume, cerume, mollicume)», a cui possiamo aggiungere dolciume, frantume, tritume, tenerume; ma negli esempi citati la connotazione spregiativa non è data dal suffisso -ume, bensì dalla base lessicale: voci come cencio, feccia, grinza, lezzo, polvere ecc. hanno di per sé  significato negativo. Diverso è invece il caso in cui il suffisso -ume si aggiunge a basi nominali o aggettivali nominalizzate con il tratto ‘+umano’, in quanto si riferiscono a persone, come, ad es., politicume, becerume, borghesume, retoricume, romanticume ecc. È chiaro, a questo punto, che piantume, der. da pianta + -ume, appartiene alle formazioni in cui -ume non ha valore spregiativo.

5. Verbi da basi suffissate in -ume

Non sono molti i verbi che derivano da basi suffissate in -ume, come piantumare da piantume. Fra questi troviamo il parasintetico rappattumare, il cui valore spregiativo è dato da pattume; frantumare ‘ridurre in frantumi’ da frantume, a sua volta da franto, part. di frangere. Un caso particolare è cocchiumare ‘chiudere la botte col cocchiume’, da cocchiume dal lat. *calcume, che, secondo il Nocentini (l’Etimologico, 2010), trova confronti in forme settentrionali come lomb. cocón, friul. calcón, bergam. coción ‘tappo’. In bitumare ‘asfaltare’ da bitume non troviamo il suff. -ume, in quanto la base deriva dal lat. bitumen di provenienza celtica. La stragrande maggioranza dei suffissati in -ume non ha prodotto nessun verbo denominale.

6. Piantume, piantumare, piantumazione: perché si possono usare

Da quanto abbiamo visto, se è vero che la maggioranza delle parole derivate da basi  suffissate in -ume con tratto ‘-animato’ ha connotazione spregiativa, questo non è il caso di piantume, in quanto il valore spregiativo è dato non dal suffisso ma è contenuto nella base lessicale. È possibile, inoltre, che piantume sia una voce di provenienza settentrionale e pertanto, essendo un prestito in italiano, il problema della connotazione del suffisso non si pone. E ancora,  come ha riconosciuto l’autore, piantume vanta usi illustri, come quelli di Spallanzani e di Leopardi, o di altri autori che abbiamo citato. In opere recenti di molti studiosi, infine, è ampiamente dimostrato l’uso di piantumare e di piantumazione. Liberissimo, pertanto, l’Autore dell’articolo di non usare piantume e derivati, per un suo gusto personale rispettabilissimo, ma non per le insussistenti motivazioni linguistiche addotte. Concordiamo, invece, con l’Autore sulla necessità di piantare, piantumare o mettere a dimora quanti più alberi è possibile.

 Sommario

1. Evento giornalistico

2. Il contenuto

3. La datazione e gli usi di piantume e derivati

            3.1 Piantume

            3.2 Piantumare

            3.3 Piantumazione

4. Il suffisso -ume

5. Verbi da basi suffissate in -ume

6. Piantume, piantumare, piantumazione: perché si possono usare


*Docente di linguistica generale presso l'Ateneo catanese















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mercoledì 30 novembre 2022

Giustiziare o assassinare?


 Riproponiamo un vecchio intervento sulla "lingua biforcuta" della stampa, perché...

Sì, ha ragione un cortese lettore che ci ha inviato una lettera nella quale definisce una mostruosità linguistica l’uso errato che la stampa (ma non solo) fa dei verbi giustiziare e assassinare. Ma il lettore non deve meravigliarsi più di tanto; dovrebbe aver fatto il callo, ormai, a questo assassinio linguistico, anche se sappiamo benissimo di pretendere molto da una persona linguisticamente onesta. Come si fa, infatti, a restare insensibili di fronte a un delitto? Soprattutto quando gli autori dell’assassinio non danno prova alcuna di pentimento? Questa gente dovrebbe essere giustiziata o assassinata? In senso metaforico, ovviamente. Giustiziata, senza ombra di dubbio. Giustiziare significa, infatti, punire eseguendo una condanna a morte. E chi può punire, quindi giustiziare, se non un’autorità costituita? Se esistesse, per assurdo, la pena capitale contro i colpevoli di lesa lingua lo Stato (autorità costituita) avrebbe il diritto-dovere di… giustiziarli, non di assassinarli, anche se ai fini pratici (purtroppo) non cambierebbe nulla. 

È un gravissimo errore, quindi, scrivere in un articolo di cronaca nera che il malvivente è stato giustiziato dai suoi complici; è stato assassinato, non giustiziato, in quanto gli autori del delitto o, se preferite, della 'punizione' non sono un’autorità costituita, la sola, ripetiamo, abilitata a giustiziare. Vediamo, ora, sotto il profilo prettamente linguistico, come sono nati i due verbi che la stampa ritiene sinonimi ma che tali non sono. Il primo, giustiziare, è la traduzione del francese medievale justicier, tratto dal latino iustitia (da iustum, secondo il diritto; e chi ha il dirìtto se non, appunto, un’autorità?). L’altro, assassinare, è tratto dalla voce turca hasciashin, non dal latino, come ci si aspetterebbe. 

Vediamo, per sommi capi, la storia di questo verbo. Nel secolo XIII gli aderenti a una setta musulmana, nata in Persia, divennero famosi per le loro azioni violente e terroristiche perpetrate ai danni della Siria, della Palestina e della Mesopotamia. Questi eroi si macchiavano dei più atroci delitti, impensabili in persone normali: non erano banditi ma belve assetate di sangue umano che uccidevano anche quando nessuno li contrastava. Per caricarsi prima di compiere le loro imprese sanguinarie facevano uso di una droga arrivata, purtroppo, fino a noi: l’hashish. I malcapitati, quando li vedevano arrivare, li chiamavano hasciashin, bevitori di hashish. Il termine, giunto a noi, è stato adattato in assassini, donde il verbo assassinare. Giustiziare e assassinare sono sinonimi dunque? Sotto il profilo linguistico no, sotto quello ‘pratico’ sì.

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La "lingua biforcuta" della stampa

PARLAMENTO

Ritirato l'emendamento della maggioranza che prorogava armi a Kiev. Ora un decreto ad hoc. Crosetto: "Va approvato entro la fine dell'anno"

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Ci piacerebbe apprendere, dai redattori del quotidiano in rete, come si "prorogano" le armi. Forse intendevano dire "che proroga l'invio di armi"?



















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lunedì 28 novembre 2022

Modificanti (avverbi) adoperati malamente


M
olto spesso nella lettura di giornali e pubblicazioni varie ci imbattiamo in frasi (o periodi) in cui gli avverbi (chiamati anche "modificanti"  perché modificano, per l'appunto, il significato di un verbo, di un aggettivo o di un altro avverbio) vengono usati in modo non appropriato o addirittura errato vanificando, sotto il profilo prettamente linguistico, il lavoro dell'articolista o dell'autore della pubblicazione. 

Vediamo, piluccando, qua e là, alcuni esempi di avverbi non adoperati correttamente. In parentesi, il modificante appropriato.

I vicini hanno un cane abbastanza (molto) feroce; il ferito versa in condizioni gravissime, magari (probabilmente) morirà in nottata; i novelli sposi andranno a Venezia, poi dopo (dopo, senza poi) si recheranno a Parigi; se mi presterai quel libro mi farai un favore, diversamente (altrimenti) lo comprerò; da tempo Giulio cercava il diario, l'altro giorno per combinazione (per caso) lo ha trovato; ci faccia sapere per tempo se accetta l'invito o meno (no); delle volte (a volte) mi pento di averlo aiutato; Susanna era benvoluta da tutti, tanto come (tanto, senza come) era cortese e affabile; tutti gli iscritti beneficeranno di una riduzione della spesa per il viaggio e, se del caso (occorrendo), un sussidio per le spese di soggiorno.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Hawaii, dopo quasi 40 anni erutta il vulcano più grande del mondo

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Siamo alle solite: quanto è grande il mondo?

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LE PROTESTE IN CINA

Covid, polizia in strada con barriere e arresti: Pechino vuole azzerare la rabbia

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Domanda: gli arresti sono cose?

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PENNSYLVANIA

I cartelli di Gisele, l’arma segreta del neo senatore John Fetterman

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Correttamente: neosenatore. I prefissi e i prefissoidi (neo) si "attaccano" alla parola che segue.

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PALERMO

Bambino di 13 mesi in overdose da cannabis In ospedale gli trovano una frattura cranica

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Correttamente: gli riscontrano. Le fratture non "si trovano".

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IL 30 NOVEMBRE A ROMA

Un premio di laurea alla Sapienza per ricordare Francesco Valdiserri

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Se abbiamo ben interpretato il 30 novembre sarà dato un premio  (di laurea) all'Università "La Sapienza".











 

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giovedì 24 novembre 2022

Capace "di" o capace "a"?


 L'aggettivo "capace", nell'accezione di "essere in grado", quando è seguito da un verbo di modo infinito può reggere, indifferentemente, le preposizioni "di" e "a". In uno scritto formale, però, è consigliabile la preposizione "di": neanche in quell'occasione sei stato capace di reagire. La preposizione "a", infatti, è di uso prettamente colloquiale o regionale. Si adopererà tassativamente la preposizione "di" quando l'aggettivo in oggetto è seguito da un complemento di specificazione: Giovanni è capace di atti inconsulti.

Alcuni sacri testi grammaticali classificano certi "sostantivi festivi" quali Natale, Pasqua ed Epifania tra i cosí detti nomi difettivi, nomi, cioè, privi o di singolare o di plurale. Natale, Pasqua ed Epifania non avrebbero la forma plurale. Francamente non riusciamo a capire perché dovrebbero essere solo singolari. Non diciamo, per esempio, tutti i Natali trascorsi insieme? Oppure, nei tempi andati non si era soliti, nelle Epifanie, fare dei regali ai vigili urbani? Ancora. Quante Pasque, amico mio, sono trascorse da quando ci conosciamo? Naturalmente attendiamo gli strali del solito linguista "d'assalto".

Due parole sull'uso corretto della preposizione "a". Probabilmente ci ripetiamo, ma l'argomento ci sembra della massima importanza. Vediamo, dunque. Quando la predetta preposizione concorre alla formazione di alcune locuzioni avverbiali va sempre ripetuta. Chi vuole usare la lingua correttamente dovrà, quindi, dire e scrivere "a mano a mano"; "a poco a poco"; "a passo a passo"; "a tre a tre"; "a spalla a spalla"; "a goccia a goccia"; "a faccia a faccia" ecc. Chi non ripete la preposizione e dice, per esempio, "corpo a corpo" incorre, se non in un errore, in un gallicismo che in buona lingua italiana è da evitare. Come sono da evitare le espressioni -- anche se cristallizzate nell'uso -- "pasta 'al' sugo"; "gelato 'al' cioccolato"; "risotto 'ai' funghi" e simili. La preposizione "a", in questi casi, va sostituita con la sorella "con" (riso "con" i funghi) in quanto è l'unica autorizzata a introdurre il complemento d'unione. Pasta "con" il sugo, dunque, non pasta "al" sugo, vale a dire pasta "unita" al sugo. E gelato al cioccolato vuol dire che è un gelato "unito" al cioccolato? No amici, a nostro modo di vedere siamo in presenza di un complemento di mezzo o strumento: con che cosa è fatto il gelato? Con il cioccolato. Probabilmente il solito linguista "d'assalto"-- se si dovesse imbattere in questo portale -- dissentirà. Ma tant'è.

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La lingua "biforcuta" della stampa

«Mondo aiutaci », l'appello di Kiev

senza luce e riscaldamento per i

bombardamenti russi

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Correttamente: senza luce né riscaldamento.

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GAZZETTA UFFICIALE

Alfredo Mantovano, al sottosegretario le deleghe su cybersicurezza, servizi segreti e lotta alla droga

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Nonostante gli autorevoli consigli della Crusca la stampa continua, presuntuosamente, a scrivere "cybersicurezza" in luogo della forma corretta cibersicurezza.

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Infrastrutture. Si accellera sul Ponte dello Stretto, sotto la lente altre opere

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Ogni commento è superfluo, considerato l'orrore.

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VETI

I 5S: "Parliamo con il Pd solo se si rimangiano la candidatura di D'Amato"

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La concordanza del verbo ci sembra decisamente spallata (sic!): il Pd è singolare e il verbo è coniugato al plurale.


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Funerali di Roberto Maroni, a Varese anche Giorgia Meloni. Il vescovo ricorda "Bobo": "Era uno di noi"

(fotogramma)

Funerali di Stato per l'ex ministro scomparso a 67 anni. Presenti molti ministri, c'è anche Salvini. Carabinieri in alta uniforme per accompagnare il feretro. A Varese lutto cittadino e lo striscione "Grazie Bobo" sulla sede della Lega

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Sono agenti della Polizia di Stato, non Carabinieri in alta uniforme ad accompagnare il feretro.










Qui





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mercoledì 23 novembre 2022

Perché "multicolori" sì e "multipiani" no?


 Sì, quanto stiamo per scrivere ci procurerà gli strali dei linguisti "ufficiali": intendiamo parlare del plurale di "multipiano". Tutti i vocabolari consultati non contemplano il plurale (tranne lo Zingarelli, che attesta anche multipiani*): un palazzo multipiano; due palazzi multipiano. Onestamente non capiamo perché l'aggettivo in oggetto debba rimanere invariato, al contrario di "multicolore" di cui i dizionari attestano la forma plurale: le luminarie natalizie hanno lampadine multicolori. Perché, dunque, due pesi e due misure, come suol dirsi? Se non cadiamo in errore i due aggettivi  non hanno la medesima composizione: multi + colore; multi + piano? Perché, dunque, insistiamo, multipiano non si pluralizza?  È una "sconcezza linguistica" scrivere (o dire), per esempio: il quartiere ha molti parcheggi multipiani? A nostro modo di vedere no. Abbiamo dalla nostra parte numerose pubblicazioni.
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* multipiano 🔊/multiˈpjano/ o raro multipiani

[comp. di multi- e piano 2 ☼1986]

☞Flessione

agg. inv.

❖detto di edificio, costruzione, struttura e sim. a più piani: parcheggio multipiano


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La lingua "biforcuta" della stampa

COME FUNZIONA

Pensioni, ad aprile scatta Quota 103: non

si  potrà prendere più di 2.850 euro al mese

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Secondo la lingua di Dante e di Manzoni: non si potranno.


 

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domenica 20 novembre 2022

Due errori: uno mortale e uno veniale

 


Scartabellando tra le nostre cose, ci è capitato tra le mani un inserto linguistico, curato da Paolo Granzotto, del quotidiano "Il Giornale" di qualche anno fa. L'inserto, a fascicoli settimanali, era "Perché parliamo italiano". Visto l’interessantissimo argomento, abbiamo cominciato a sfogliare qualche pagina, ravvisandovi due errori: uno veniale (matita rossa), l'altro mortale (matita blu).


Cominciamo dal veniale. Scrive Granzotto: L'associazione è "a" delinquere, non "per" delinquere. Volendo sottilizzare la forma "piú corretta" è proprio quella che lui dà come errata. Errore mortale: Supplettivo. Mi raccomando la doppia "p". Giustissimo. Raddoppia la "p", non la "t". La grafia corretta è: suppletivo.

 

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La lingua "biforcuta" della stampa

PROVINCE

OSTIA

Arenili, approvato il nuovo regolamento: più spiagge libere e niente lungomuro. Ecco come cambierà il mare di Roma

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I redattori di un "prestigioso" quotidiano romano (in rete) continuano --  per presunzione o per ignoranza? -- a ritenere il quartiere capitolino di Ostia un comune autonomo in provincia di Roma. Si veda lo SciacquaLingua del 16 scorso.


 

(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi: saranno prontamente rimosse)