lunedì 12 ottobre 2020

Il "poetico" divano


 Avreste mai immaginato, gentili lettori, che il divano sul quale ci sediamo la sera, tornando a casa stanchi dal lavoro, ha una strettissima relazione con la poesia, quella orientale in particolare? Il termine divano ci è giunto, infatti, dal turco diwàn, di origine persiana. Ma cosa c'entra la poesia? Andiamo con ordine.

Il diwàn nell'antico impero ottomano stava a indicare il consiglio dei ministri; in seguito, per estensione, indicò anche il libro o registro dove venivano trascritte le loro importanti decisioni. Con il trascorrere del tempo, e come accade sempre per le questioni di lingua, si pensò di chiamare – sempre per estensione – diwàn anche la sedia sulla quale sedevano i ministri durante le loro riunioni.


Giunti a questo punto, poiché il
diwàn indicava (come abbiamo visto) un libro di una certa importanza – racchiudeva, appunto, le decisioni dei ministri – si decise di chiamare diwàn il libro nel quale erano raccolte tutte le poesie, in ordine alfabetico o cronologico, di un importante poeta (o scrittore) orientale.
Il sinonimo sofà, invece, è giunto a noi dal francese
sofa e questo dall'arabo suffa (cuscino).

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Si presti attenzione all'uso corretto dell'aggettivo cospicuo che significa illustre, chiaro, notevole, ragguardevole, famoso, pregevole, vistoso evidente e simili. Viene, infatti, dal latino "conspicuus" derivato di "conspicere" (guardare, scorgere, 'dare nell'occhio). Spesso viene adoperato, erroneamente, con il significato di ingente: per quel lavoro ha ricevuto una cospicua (ingente) somma. Dal vocabolario Palazzi: cospicuo agg. visibile con facilità anche di lontano: fu collocato in luogo cospicuo II fig. chiaro, illustre, ragguardevole: esempio cospicuo, uomo cospicuo II M.E. erroneo detto di somma, patrimonio, invece di notabile, vistoso ll N. NOTEVOLE, pregevole, famoso.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Giappone

È morto Izumi Matsumoto, papà dell'anime "È quasi magia Johnny"

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Dalla stampa c'è sempre da imparare (male?) sulla lingua: non sapevamo che la preposizione articolata plurale di (dei/degli/delle) si potesse apostrofare. A scuola hanno sempre censurato l'apostrofo. 

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Polemiche sull'abito scollato del capo del governo. Ma i cittadini la difendono

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Sí, "della capa" del governo suona male, ma basta farci l'orecchio (come la sindaca, la ministra ecc.).  Ma non sarebbe il caso che la stampa "diffonditrice di cultura linguistica" [i lessicografi della Treccani citano sempre gli articoli di giornali come esempi di buona lingua (?)] mettesse in pratica le raccomandazioni per un uso non sessista della lingua del Divino? Nota d'uso di "Sapere.it" (De Agostini): «Il femminile regolare di capo, nel significato di persona che esercita un comando o dirige un’impresa, è capa, e così si può chiamare una donna che svolge tale funzione; tuttavia, poiché questa forma ha spesso un uso scherzoso, molti preferiscono chiamare anche una donna capo, al maschile. Si tratta di una scelta, però, che può creare nel discorso qualche problema per le concordanze».

 



Qui

sabato 10 ottobre 2020

Sgroi - 82 - Ma è vero che la DÈCADE 'decennio' è voce "rara" e "italianissima", e non è invece una voce vitale e un anglicismo, anzi un "euro-anglicismo"?

 


di Salvatore Claudio Sgroi

 

 1. L'evento accademico

Ai lettori che chiedevano alla "Consulenza" dell'Accademia della Crusca "se l’uso recente di decade per indicare un ‘periodo di dieci anni’ sia da imputarsi all’influenza della forma inglese decade oppure sia una possibilità presente anche nella nostra lingua" lo storico della lingua, e accademico, Giuseppe Patota ha fornito una sintetica risposta in data 5 maggio 2020, rist. poi nella accademica rivista, di linguistica 'militante', tra laicismo e clericalismo, "Italiano digitale" XIII, 2020/2 (aprile-giugno) pp. 24-25.

 1.1. Accezione "rara" di dècade 'decennio'

Patota ritiene "rara" l'accezione di dècade 'decennio' sulla scorta del GRADIT 1999-2007 e del Treccani 2008, ma omette lo Zingarelli 2019 che invece registra tale accezione senza alcuna restrizione. E soprattutto -- in maniera contraddittoria -- continua a ritenere "raro" tale uso pur osservando "Che se ne trovino esempi nell’uso attuale è fuori discussione: bastino, a dimostrarlo, i tre che produco qui sotto, ricavati da una rapidissima ricerca in rete".

 1.2. Vitalità dell'accezione di dècade 'decennio'

Invero, una decade fa, mi era capitato di occuparmi della diffusione di tale vocabolo (Per una grammatica laica, Utet 2010, cap. 6, pp. 79-85), contestando il presunto "basso uso" dizionaristico, sulla base degli usi reali dei parlanti, che qui riprendiamo in parte.

Per es., la (paziente) analisi delle occorrenze di dècade in un quotidiano colto come la pagina letteraria del domenicale del «Sole 24 Ore» nell’arco di un ventennio (1983-2002) consente di evidenziare un uso decisamente maggioritario di dècade ‘dieci anni’ (79 ess. su 116 = 67,1%) rispetto a quello decisamente inferiore di dècade ‘dieci giorni’ (30 ess. su 116 = 25,8%). Ovvero, quasi tre decade ‘decennio’ su quattro fronteggiano il decade ‘dieci giorni’.

Se può far piacere a qualcuno, si possono citare tra gli esempi illustri di decade ‘decennio’, quello di Vittorio Sgarbi del 31 marzo 1985:

«Tutti furono testimoni dei nostri tempi contraddittori, nei quali ogni decade produceva una nuova era in letteratura, nell’arte, nella vita sociale».

O anche (per ben altri palati) quello di Franco Fortini:

«nella quinta e sesta decade del Cinquecento» (del 21 marzo 1993).

O ancora l’es. del sociologo F. Ferrarotti:

«la Decade dello sviluppo» (23 ottobre 1994).

O dello storico della cultura filosofica T. Gregory:

«un autore di area tedesca vissuto fra l’ultima decade del Seicento e gli inizi del Settecento» (8 ottobre 2000).

Un es. ne «Il Venerdì di Repubblica» n. 1131 del 20 nov. 2009:

«i cinque gradi in più nell’Artico negli ultimi cento anni stanno sciogliendo i ghiacci permanenti, calati del nove per cento ogni decade a partire dal 1978, anno in cui si è iniziato a monitorarli [= gli orsi bianchi] via satellite» (Giuliano Aluffi, La strana coppia. Il clima riavvicina orsi bianchi e bruni. E nasce ‘l’orso beige’, pp. 78-80, a p. 79).

Un es. del 1938 appare nell'uso del letterato-grammatico Ettore Allodoli 1938, Voi, Tu, Lei, in "La Lettura", mensile del "Corriere della Sera":

Le notizie sui quacqueri [...] erano diffuse da riviste e magazines nelle prime decadi dell'Ottocento e lette con curiosità [...]" (p. 344 colonna I).

Col Tommaseo-Bellini (TB) e col Battaglia (B) gli usi più specificamente letterari di dècade «‘Periodo di dieci anni’», attestati nell’Ottocento e nel Novecento sono:

(i) 1809 L. Lanzi [1732-1810]:  «nelle prime decadi del secolo, e non più oltre» (B; e TB),

(ii) av. 1907 G. Carducci [1835-1907]: «le ultime due decadi del secolo XV» (B),

(iii) E. Cecchi 19401, 1946 America amara: «fino alle prime decadi dell’Ottocento» (B).

 

Con il che sono sempre i Parlanti (colti) che ribaltano nell’uso scritto i dati aprioristici dei dizionari  riguardo al grado di vitalità delle due accezioni.

Una rapida ricerca in Internet (www.google.it 8 giugno 2009) ha fornito le seguenti occorrenze della voce: «decade del secolo» 1.720, «decadi del secolo» 768.

La stessa ricerca ripetuta il 10 ottobre 2020 ha dato i seguenti risultati: sintagmi virgolettati «decade del secolo» 84.100, «decadi del secolo» 21.600. sintagmi non virgolettati: decade del secolo 1.460.00; decadi del secolo 142.000.

 2. Etimologia sincronica o diacronica?

Patota passa poi a fornire una risposta al quesito se l'accezione dècade 'decennio' sia, come si dice più tecnicamente, un caso di "etimologia diacronica" (anglicismo) come sospettano i lettori, o di "etimologia sincronica", ovvero con T. De Mauro una "neosemia" o estensione semantica di tipo endogeno.

 2.1. Voce "italianissima"

Da un lato Patota afferma che "È possibile che l’attuale diffusione di questa particolare decade sia dovuta a un influsso dell’inglese". Subito dopo però fa marcia indietro: "Ma l’uso del termine nel senso di ‘decennio’ è italianissimo". La "prova" fornita da Patota sarebbe costituita dal fatto che il GDLI, ovvero il su citato Battaglia (§ 1.2) "attesta l’uso di decade nel significato di decennio in Luigi Lanzi (1732-1810), in Giosue Carducci (1835-1907) e in Emilio Cecchi (1884-1966)". Ma qui, verrebbe da dire, "casca l'asino"! Perché lo storico della lingua dovrebbe badare alle date di attestazione dei tre esempi otto-noventeschi italiani e a quella dell'inglese decade.

           2.2. Anglicismo semantico anzi euro-anglicismo

Come avevamo nel 2010 documentato, sorvolando qui per brevità sulle altre accezioni di decade e sul rapporto rispetto a decennio, l'ingl. decade ‘10 anni’ 1605 (Oxford English Dictionary) è alla base dell'it. dècade (del sec.) ‘10 anni’ databile 1809 (L. Lanzi), av. 1907 (Giosue Carducci) e 19401, 1946 (Emilio Cecchi), successivo quindi di ben due secoli. Il che non dovrebbe far più dubitare dell'anglicismo semantico.

Il lettore curioso potrebbe anche interrogarsi sulla fortuna di tale accezione in altre lingue, come le consorelle romanze, per es. francese décade ‘10 anni’ (av. 1850), spagnolo década, portoghese década, rumeno decadă, o al di fuori dell'ambito romanzo il ted. Dekade, per constatare che ci si trova dinanzi a un euro-anglicismo.

3. Un augurio

Alla fine, alla luce di quanto sopra, ci si augura che i dizionari si adeguino all'uso reale e vitale del termine eliminando, sulla scia dello Zingarelli 2019, la restrizione "non com." del Gabrielli illustrato 2009, dell'Hoepli-Gabrielli 2008 del Treccani 2003, o del Devoto-Oli 2019. E che poi non censurino o ignorino o disconfermino tale uso come il Garzanti-Patota 2013, di cui si attende una nuova edizione aggiornata.

  Sommario

1. L'evento accademico

1.1. Accezione "rara" di dècade 'decennio'

1.2. Vitalità dell'accezione di dècade 'decennio'

2. Etimologia sincronica o diacronica?

2.1. Voce "italianissima"

2.2. Anglicismo semantico, anzi euro-anglicismo

3. Un augurio



 

 

 

venerdì 9 ottobre 2020

Ci diamo del "tu"?

 


Un'interessante disquisizione di Luca Passani  sull'uso del "tu" e del "lei".

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Vivere e campare

I due verbi nel linguaggio corrente hanno il medesimo significato, ma a una attenta analisi hanno sfumature diverse. Ci affidiamo, per "scoprirle", a Ottorino Pianigiani anche se ─ come detto altre volte ─ non gode della "fiducia linguistica" di numerosi glottologi. Qui e qui.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Un quadro degli atenei italiani e delle prospettive future

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Ecco un 'bel' caso di tautologia: prospettive future. Ci sono forse delle prospettive che si riferiscono al passato?














mercoledì 7 ottobre 2020

Sul «non» e altre negazioni


 Molti grammatici sono dubbiosi se si debba adoperare, e quando, l’avverbio di negazione non in compagnia di nessuno, nulla, niente e altre voci negative. Costoro sostengono anche che in lingua italiana non è tassativa la norma per la quale due negazioni affermano. 

   In proposito noi, molto sommessamente, manifestiamo le nostre riserve e portiamo a suffragio un modo di esprimersi tanto caro ai politici, non possiamo non riconoscere, dove è evidente che i due non si annullano rendendo la frase affermativa: non possiamo non riconoscere equivale, infatti, a riconosciamo. 

   Per non creare, per tanto, dei veri e propri garbugli è bene seguire — a nostro modo di vedere — alcune semplici regolette. Quando i pronomi negativi nessuno, nulla e niente sono posposti al verbo (si trovano dopo) si rafforzino col non: non so nulla; non ho visto nessuno; non ha detto niente. Allorché, invece, sono preposti al verbo (cioè prima) stanno da sé senza altra negazione: nessuno è arrivato; nulla mi piace. 

   Per quanto attiene al pronome niente occorre fare qualche altra osservazione: ha un valore neutro e sta per nessuna cosa; acquista una valenza positiva nelle interrogazioni e nelle proposizioni condizionali con il significato di qualche cosa. I soliti esempi faranno chiarezza: ti occorre niente? (cioè qualche cosa); se niente (qualche cosa) ti serve, io sono qui per aiutarti.

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La parola proposta da questo portale: verberare. Verbo aulico essendo pari pari il latino "verberare", tratto da "verber", bastone. Significa, quindi, bastonare, percuotere con un bastone.


martedì 6 ottobre 2020

Sgroi - 81 - "Inerente al" o "inerente il"? Infedeltà etimologica = scorrettezza linguistica? Ovvero il trionfo della immutabilità della lingua

                                                       di Salvatore Claudio Sgroi

 

1. Qual'è il problema?

Quesito: "Si dice inerente al problema o inerente il problema?" Risposta: "Si dice (nel senso che 'si usa', ovvero 'si sente dire' e 'si vede scritto') sia (i) inerente al problema sia (ii) inerente il problema".

Volendo esplicitare le due regole alla base dei due costrutti, diremo che il costrutto"inerente al problema" è stato generato dalla Regola-1, etimologica' [R-1]: inerente deriva "dal lat. inhaerens, entis", part. pres. del verbo intr. inerire, av. 1712, a sua volta "dal lat. inhaerēre" (De Mauro).

Invece il costrutto (ii) inerente il problema è stato generato dalla Regola-2 endogena [R-2], ovvero di tipo analogico, dovuta cioè alla pressione paradigmatica esercitata da lessemi verbali di analogo significato transitivi come riguardante, concernente: "inerente ['riguardante', 'concernente'] il problema".

Sul piano normativo, se il costrutto (i) inerente al problema è considerato canonico e "corretto", il costrutto (ii) inerente il problema non è meno corretto perché si tratta di un uso non tipico dell'italiano popolare, ma diffuso oralmente e per iscritto presso autori colti.

La "infedeltà etimologica" (il costrutto transitivo) non può costituire un criterio per definire "scorretto" un uso linguistico. Il che significherebbe -- lo ripetiamo da tempo -- pretendere che la lingua non cambi, quando invece la lingua è al servizio dei bisogni espressivi-comunicativi e cognitivi della massa di una comunità sociale. Solo la oscurità semantica di una certa forma e il suo uso esclusivo da parte di parlanti popolari può giustificare un giudizio di erroneità.

E ancora la esplicitazione della Regola-2 endogena, come nel caso in oggetto, non può essere confusa con l'argomentazione di tale uso come scorretto.

 2. La condanna dei puristi

Il criterio alla base del giudizio di condanna del costrutto (ii) inerente il problema è invece il criterio della "infedeltà etimologica", esplicitato o no.

Al riguardo unanime e compatto è l'atteggiamento di condanna da parte dei puristi classici (A. Gabrielli 19561, 19695; 1969; 1977, Pivetti-Gabrielli 2009, G.L. Messina 19707 rist. 1973, ried. 1983, ecc.). L. Satta invece, se abbiamo ben visto, non si pronuncia al riguardo. Non diversamente C. Marchi.

 2.1. A. Gabrielli 19561, 19695; 1977

A. Gabrielli 19561, 19695, Dizionario linguistico moderno. Guida pratica per scrivere e parlar bene (Mondadori) alla voce inerènte (p. 339) menziona la Regola-1 etimologica con l'es. del Tommaseo Ragioni inerenti alla sostanza e all'origine della cosa, e la R-2 analogica: "deriva da un'errata analogia con concernente, riguardante, che si costruíscono [...] con l'accusativo", ess. Atti inerènti la causa, Discussióne inerènte l'argoménto. Normativamente errato -- malgrado l'uso forense: "È grave erróre"; "errore da segnare con matita blu, anche sulle comparse di cèrti avvocati". Il criterio etimologico scavalca anche qui l'uso di parlanti colti.

In A. Gabrielli 1969 Si dice o non si dice? (Mondadori) si riprende (pp. 287-88) quasi con le stesse parole e con gli stessi ess. e le stesse Regole-1 e 2, quanto si leggeva in A. Gabrielli 19561, 19695.

Non diversamente in Gabrielli 1977 Il museo degli errori. L'italiano come si parla oggi (Mondadori), dove si aggiunge che inerente "non sempre si costruisce a dovere; tanto che frasi come atti inerenti la causa, indagini inerenti il delitto si incontrano sempre più di frequente negli atti giudiziari soprattutto" (p. 128); "frasi sbagliate".

Notevolmente inferiore è la presentazione del lemma inerente in P. Pivetti-A. Gabrielli 2009 Si dice o non si dice? (Hoepli) con l'es. "non inerente l'argomento, ma inerente all'argomento" (p. 153).

 2.2. G.L. Messina 19707 rist. 1973, ried. 1983

G.M. Messina nel suo Parole al vaglio (non nella I ed. 1953 e II ed. 1957) ma almeno a partire dalla ed. 19707, rist. 1973 e quindi nel Dizionario dei neologismi, dei barbarismi e delle sigle, 1983 (ed. Angelo Signorelli) ricorda la [R-1] etimologica con l'es. le indagini inerenti al delitto (1973 p. 266 = 1983 p. 311) e la [R-2] "per estensione", "analogia", es. le indagini inerenti il delitto "frequente nel linguaggio giuridico". Ma normativamente un uso "erratissimo": "Questo costrutto erratissimo può essere spiegato [da R-2], ma non giustificato [normativamente per l'infedeltà etimologica], da un'arbitraria analogia [R-2] con concernente o con riguardante". L'autore confonde peraltro la R-2 con il giudizio di normatività basato sulla infedeltà etimologica del costrutto.

 2.3. M. Magni - G.A. Grecu 19901, 20032

In Così si dice. Così si scrive (DVE Italia) di M. Magni - G.A. Grecu, si legge normativamente "Modo non corretto" (p. 192) con l'es. Le disposizioni inerenti la salute pubblica. Non si indica la Regola-2 analogica, e si fornisce una Regola assiologica, prescrittivista: "Si dica inerenti alla salute (inerire, verbo disusato, significa comunque: aderire, attaccarsi; e occorrerà quindi la preposizione 'a')".

 2.4. S. Novelli 2014

S. Novelli 2014 in Si dice? Non si dice? Dipende (Laterza) al quesito "Inerente qualcosa, riguardo qualcosa" (p. 172) risponde, laconicamente e iconicamente, con un secco "no" sia nella "lingua scritta" che nella "lingua parlata" (p. xxii), senza indicare nessuna Regola, né etimologica né analogica.

 3. La voce dei dizionari        

I lessicografi, quando non lo ignorano, denunciano tale uso come scorretto perché non etimologico, il verbo da intr. essendo diventato trans. Il costrutto diretto "Inerente il" non è per loro un uso riconosciuto o approvato.

 3.1.Garzanti-Patota 2010 e 2013

Il Garzanti-Patota 2010 e 2013 aggiunge al lemma inerente una "Nota", con una Regola di tipo assiomatico prescrittivista (normativamente uso errato): il verbo è intr. ma senza dire perché è intr., senza cioè accennare alla Regola-1, etimologica:

 il verbo inerire, di cui inerente è il participio presente, è intransitivo e deve essere seguito dalla preposizione a: quindi è corretto dire inerente al problema e non *inerente il problema".

 Il testo aggiunge altresì, pur come "probabile", la motivazione interna -- l'analogia -- ovvero la Regola-2, endogena, del costrutto transitivo:

 "Questa seconda costruzione è probabilmente dovuta all'analogia con quella di altri participi presenti di significato simile come concernente, riguardante, che però appartengono a un verbo transitivo".

 3.2. Hoepli-Gabrielli 2009

Hoepi-Gabrielli 2009 si sofferma solo sul giudizio "corretto"/scorretto, facendo precedere in maniera allarmistica la nota da un punto esclamativo: "! inerente":

 "la costruzione corretta è inerente a e non, come spesso si sente dire inerente il/la, ecc.; quindi, atti inerenti alla causa, e non inerenti la causa".

            3.3. Zingarelli 2013 e 2019

Anche lo Zingarelli 2013 e 2019 sub inerente agg.-part. pres. (av. 1535 'riferibile a') fornisce una Regola assiomatica prescrittivista, e c'est tout:

 "L'aggettivo inerente è collegato al verbo inerire, che è verbo intransitivo e regge la prep. a; pertanto la frase "le indagini inerenti il delitto è errata".

Sotto il lemma Errore, nell'elenco degli "Errori comuni" il costrutto "inerente il ..." è etichettato come "errato" rispetto a "inerente al..." giudicato invece "corretto".

 3.4. Devoto-Oli-Serianni Trifone 2019

Il DO. Nuovo Devoto-Oli. Il vocabolario dell'italiano contemporaneo di G. Devoto - G.C. Oli - L. Serianni - P. Trifone (Le Monnier-Mondadori Education) 2019 nel box di "parole minate" formula due Regole assertive per l'uso canonico, es. i documenti inerenti alla domanda, anziché la Regola-1 etimologica: [R-a]: "Inerente si costruisce con la preposizione a, allo stesso modo dei sinonimi relativo, attinente, pertinente"; e [R-b]: "L'aggettivo è propriamente il participio presente di inerire, un verbo intransitivo che regge appunto la preposizione a".

Si formula altresì la Regola-2 analogica alla base del costrutto i documenti inerenti la domanda: "molto comune nel linguaggio burocratico, [...] ricalca per analogia altri participi presenti usati con valore aggettivale come concernente e riguardante, i quali derivano da verbi transitivi [...] e si costruiscono direttamente con il complemento oggetto".

Normativamente "non è corretto", implicitamente perché non-etimologico.

 3.5. G. Patota 1997

G. Patota nel glossario della grammatica italiana di L. Serianni 1997, Italiano (Garzanti), dedica un riquadro ai costrutti inerente a qualcosa / inerente qualcosa (p. 545), soprattutto "ricorrenti in àmbito giuridico-burocratico". Indica una Regola apodittico-prescrittivista: "il verbo inerire [...] è intransitivo richiede il complemento di termine", es. gli obblighi inerenti a una legge. E formula, pur con qualche dubbio ("forse"), la Regola-2 analogica:

 "La reggenza col complemento oggetto, grammaticalmente [i.e. normativo-etimologicamente] non giustificabile [i.e. non corretta], si deve forse alla suggestione di altri participi che reggono un complemento diretto e sono in uso nello stesso settore linguistico, come ledente [...], configurante [...], implicante [...]: tutti participi di verbi transitivi, in cui la reggenza diretta è legittima".

 3.6. Il costrutto diretto 'non esiste' proprio per altri dizionari

Per altri dizionari il costrutto diretto non esiste proprio. Così Dardano 1981, il Gabrielli 1993, Conciso 1998, De Mauro 2000, Sabatini-Coletti 2007, Gabrielli illustr. 2009, Devoto-Oli ed. 2013 si limitano a sottolineare con ess. la reggenza con a, censurando tacitamente la costruzione diretta senza la prep., non presa in considerazione.

          4. Usi illustri di parlanti colti (giornalistici, burocratici, manualistici)

A fronte di tante prescrizioni o censure, stanno naturalmente gli usi dei parlanti-scriventi, non certamente incolti, per es.:

(i) Armando Massarenti 2013: "smetterla con i commenti o gli svolgimenti saccenti, basati su tracce e materiali inerenti argomenti troppo vasti, pretenziosi e ambigui, che sortiscono solo l'effetto di confonderli, i nostri maturandi, a migliaia" (Filosofia Minima: Maturità: Argomentare (correttamente) salva la vita, Sole 24 Ore, 23 giugno 2013).

(ii) G. Cosenza 2018: "per i dettagli inerenti il catalogo e il progetto in sé rimando a Gambarara (2017)" (Dalla biblioteca di Saussure alla Sala di ricerca Tullio De Mauro: le opere di consultazione tra teoria e pratica scientifica, in AA.VV. Linguistica e filosofia del linguaggio. Studi in onore di Daniele Gambarara, Milano-Udine, Mimesis pp.159-72, a p. 167).

(iii) un e-mail del 15.VII.2013: "Gent.mi professori, per opportuna conoscenza vi trasmetto la mail della dott.ssa  ***  inerente la convalida o meno dei file tesi caricati on line dai laureandi. Cordiali saluti.         dott.ssa *** ".

(iv) V.M. Mastronardi 20071, 20182, se nel suo Manuale di comunicazione non verbale (Roma, Carocci Faber) aderisce all'uso canonico: "Si vedano anche il paragrafo inerente ai gesti regolatori [...] e i paragrafi sui segni vocali non verbali" (p. 53), -- non rifugge però dall'uso marcato: "le chiavi di lettura inerenti la comunicazione verbale e non verbale dell'interlocutore" (p. 106).

(v) Un es. cinquecentesco inerente a 1584 Giordano Bruno (Zing. av. 1535).

 Il Battaglia (1972, vol. VII) non indica invece alcun es. col costrutto trans. e omette l'etimo. Nessun es. neppure nella BIZ, né nel Primo tesoro della lingua letteraria del Novecento dei romanzi del premio Strega del sessantennio 1947-2006.

5. E i dizionari del terzo millennio?

I lettori curiosi e pazienti navigheranno in Internet per un incremento degli usi reali del nostro costrutto. Si resta intanto in attesa di un adeguamento dei dizionari nelle prossime edizioni agli usi (colti) dei parlanti.

  

Sommario

1. Qual'è il problema?

2. La condanna dei (neo)puristi

2.1. A. Gabrielli 19561, 19695; 1977

2.2. G.L. Messina 19707 rist. 1973, ried. 1983

2.3. M. Magni-G.A. Grecu 19901, 20032

2.4. S. Novelli 2014

3. La voce dei dizionari                

3.1. Garzanti-Patota 2010 e 2013

3.2. Hoepli-Gabrielli 2009

3.3. Zing. 2013 e 2019

3.4. Devoto-Oli-Serianni Trifone 2019

3.5. G. Patota 1997

3.6. Il costrutto diretto 'non esiste' proprio per altri dizionari

4. Usi illustri di parlanti colti (giornalistici, burocratici, manualistici)

5. E i dizionari del terzo millennio?





 

 

lunedì 5 ottobre 2020

Ruolo "da" o ruolo "di"?

 


Da un quotidiano in rete:

Susan Sarandon compie 74 anni: ''Ormai mi offrono solo ruoli da donna morente''

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Il titolo del giornale contiene ─ a nostro avviso ─  un granciporro che mette a rischio «l'incolumità linguistica» degli studenti sprovveduti: l'uso errato della preposizione "da". La preposizione corretta da adoperare, in questo caso, è "di": ruoli di donna morente. Siamo in presenza di un normale complemento di specificazione che si introduce, appunto, con la preposizione "di". Di quale ruolo si tratta? Del ruolo di donna morente. Si veda, in proposito, il Treccani in rete al punto 2.a.

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Che scarciume!

 Tra le parole che ci piacerebbe fossero "rispolverate" e rimesse, quindi, a lemma nei vocabolari dell'uso segnaliamo scarciume. Sostantivo maschile. Adoperato figuratamente indica una persona spregevole o sgradevole.

sabato 3 ottobre 2020

Sgroi - 80 - Ancora sull'«A-SINTOMATICO»

                 




di Salvatore Claudio Sgroi

 

1. L'evento

Commentando il 28 settembre il mio intervento di martedì 22 settembre -- Sgroi 77 - L' "Asintomatico" (untore potenziale?): una scelta ideologica, -- il signor Michele Grillo si è soffermato sul punto 5 con queste osservazioni e degli interrogativi:

[i] "sull'uso 'ideologico' di asintomatico , credo che tale uso non voglia essere rassicurante. Non a caso forse, asintomatico ha scalzato per esempio portatore sano, che mi sembra meno 'preoccupante' di asintomatico. [ii] Non so dirle in concreto per quale motivo sia stato scelto il termine asintomatico, ma posso dirLe che il suo uso potrebbe essere sì 'ideologico', ma in un altro senso , opposto al Suo, in quanto la narrativa mediatica sulla pandemia è stata fin dall'inizio tesa a far preoccupare o addirittura a terrorizzare più che a rassicurare".

[iii] "Lei scrive 'falsamente rassicurante'. Ne deduco che Lei pensi che la narrativa mediatica voglia in sostanza tranquillizzarci, ma che il termine asintomatico invece non renda bene la reale pericolosità del virus?".

[iv] "Forse ci sarebbe bisogno di un termine più incisivo che inconsciamente non ci faccia 'sottovalutare' la sua forza virale?".

 

2. Una riposta chiarificatrice e di conferma

Provo a chiarire ulteriormente il mio punto di vista su "A-SINTOMATICO (positivo)" riguardo alla connotazione positiva (per il signor Grillo) e negativa (o "ideologica") per me del termine.

 

2.1. A-sintomatico: termine scientifico, anglicismo, tranquillizzante

Per il signor Grillo "A-SINTOMATICO" è un termine positivo in quanto tranquillizzante e non terroristico riguardo al problema della contagiosità del covid.

La connotazione positiva è probabilmente dovuta sia al fatto che si tratta di un termine del linguaggio scientifico (oltre che essere un anglicismo <ingl. asymptomatyic 1856), sia al fatto che focalizza la mancanza del pericolo di contagio che non esisterebbe (indicata dal prefisso negativo "a-").

 

2.2. L'A-sintomatico: contagiato e contagiante

Io invece contesto proprio tale connotazione positiva, tranquillizzante di "A-Sintomatico" -- che è diffusa e dominante --, perché fa dimenticare che gli "a-sintomatici" sono stati contagiati dal virus, che al momento non crea a loro problemi, ma che è come "una bomba a orologeria" pronta a esplodere per gli altri (soprattutto gli anziani, o chi presenta problemi per altre infermità).

               

2.3. Realisti-critici e negazionisti

Nella "narrativa mediatica", io mi schiero decisamente con chi come il prof. Massimo GALLI si mostra criticamente attento ai pericoli del contagio, e non già con chi come Alberto ZANGRILLO ha sostenuto che il "covid è clinicamente morto" (!).

 

2.4. Narrativa mediatica ottimistica

Il signor Grillo alla fine ha perfettamente capito la mia posizione, che cioè "la narrativa mediatica voglia in sostanza tranquillizzarci, ma che il termine 'A-sintomatico' invece non renda bene la reale pericolosità del virus".

 

2.5. Un'alternativa lessicale ad "a-sintomatico"?

Quanto al "bisogno di un termine più incisivo che inconsciamente non ci faccia 'sottovalutare' la sua forza virale", auspicato dal signor Grillo, è una possibilità che dovrebbe essere fatta propria dagli stessi medici.

 

          Sommario

1. L'evento

2. Una riposta chiarificatrice e di conferma

2.1. A-sintomatico: termine scientifico, anglicismo, tranquillizzante

2.2. L'A-sintomatico: contagiato e contagiante

2.3. Realisti-critici e negazionisti

2.4. Narrativa mediatica ottimistica

2.5. Un'alternativa lessicale ad "a-sintomatico"?