giovedì 16 marzo 2017

Gli abitanti di Fiumicino (si chiamano?...)


Gli abitanti di Fiumicino, città in provincia di Roma, comunemente sono chiamati “fiumicinesi”. E con ciò?, direte. Nulla. Vogliamo solo dire che, a nostro modestissimo parere, sarebbe meglio denominarli “fiumicinensi” per non confonderli con i “fiumi cinesi”. Il suffisso “-ense”, inoltre, è voce più “dotta” di “-ese”, come fa notare il “Treccani”: «-ése (o -ènse) [lat. -ēnsis]. – Suffisso derivativo di aggettivi che denotano appartenenza geografica a città (barese, bolognese, londinese, milanese, torinese, viennese), regioni (abruzzese, calabrese, piemontese, pugliese), nazioni (danese, francese, norvegese, portoghese). Molto più raramente si tratta di appartenenza sociale (borghese, cortese, marchese). Dall’uso sostantivato di francese, inglese e simili per indicare lingue straniere si è sviluppato un valore ironico o spregiativo del suffisso in derivati, talora occasionali, che si riferiscono al tipo di linguaggio adoperato da particolari gruppi di persone (burocratese, computerese, giornalese, politichese). Di uso più dotto, quando disponibile, la variante -ense (cuneense, eporediense)». Sotto il profilo etimologico il nome proviene dal latino “flumen micinum”, vale a dire piccolo fiume o "foce micina", piccola foce con riferimento al canale che funge da attracco per le imbarcazioni. È una proposta “oscena”? Non crediamo, anzi… i "fiumicinensi", forse, sarebbero contenti. Invitiamo le competenti "autorità toponomastiche" a prendere in esame la proposta. Lo stesso discorso per quanto attiene agli abitanti di Terracina, cittadina in provincia di Latina, comunemente chiamati "terracinesi". Non è meglio "terracinensi"?

mercoledì 15 marzo 2017

Fare da tappezzeria


Ci auguriamo che questo modo di dire (non ricordiamo se è/sia stato già trattato) non lo abbiano mai provato "sulla loro pelle" le nostre giovani e gentili lettrici. La locuzione - forse poco conosciuta - si riferisce, infatti, alle ragazze non molto belle e un po' scontrose che, non ricevendo inviti  in una festa di ballo, si appartano "sdegnate" disponendosi  ai lati della sala facendo - ora dopo ora - "da tappezzeria". La tappezzeria - come tutti sappiamo - è l'insieme delle stoffe, piú o meno pregiate, che vengono impiegate come rivestimento di pareti interne di una stanza (o di mobili) e, per estensione, la carta adoperata per il medesimo uso. In senso metaforico, quindi, fanno da tappezzeria coloro che, in un ritrovo, in una festa familiare se ne stanno o vengono lasciati/e in disparte. L'espressione si adopera anche in situazioni in cui qualcuno è costretto ad assistere, inerte, ad attività - anche se non redditizie - di altri.
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La parola proposta da questo portale e "lemmata" solo - se non cadiamo in errore - nel Palazzi: occare. Verbo "agricolo";  è pari pari il latino occare (da occa, erpice) e vale lavorare la terra  con l'érpice.


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Le nostre "fatiche"

("Un tesoro di lingua" non è in vendita, si può scaricare dalla rete cliccando qui).

martedì 14 marzo 2017

Spigolature...

Qualche giorno fa, un giornalista di un tg ha detto che sul luogo dell’incidente, avvenuto in nottata, “si sono recati i vigili del fuoco con le cellule fotoelettriche”. Poveri pompieri, erano completamente al... buio. La “cellula” non illumina, non fa luce; la “fotoelettrica” è la torcia, il riflettore. La “cellula fotoelettrica” è quell’ “aggeggio” che trasforma la variazione di luce in variazione di corrente elettrica e si adopera per l’apertura e la chiusura di congegni automatici, come cancelli, portoni ecc. Il cronista avrebbe dovuto dire, correttamente: “si sono recati i vigili del fuoco con le fotoelettriche”.

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Il significato proprio e “concreto” del verbo ‘minare’ è: collocare mine. Quel terreno è stato minato. Alcuni vocabolari (forse tutti) lo attestano anche con il significato di “danneggiare”, “corrodere”, “rovinare”, “insidiare”, “distruggere”, “mettere in pericolo” e simili: minare le istituzioni dello Stato. Chi ama la buona lingua non usi il verbo con i significati su detti in quanto si tratta di francesismi scrii scrii *.

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Disopra e di sopra, avverbio di luogo che vale "in luogo... superiore". Sono corrette entrambe le grafie, la piú adoperata, però, è quella analitica (scissa): di sopra. La scrizione univerbata è preferibile  quando l'avverbio è adoperato in funzione di sostantivo maschile con il significato di "parte superiore di una cosa": abito al disopra del tuo appartamento. La medesima "regola" per quanto attiene all'avverbio disotto/di sotto.

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Il punto e virgola. Mariangela Galatea Vaglio sul settimanale L'Espresso ci spiega l'uso del punto e virgola e indica due casi in cui quest'uso è "obbligatorio". Ne aggiungiamo un terzo. Si adopera il punto e virgola nelle contrapposizioni, prima della particella "avversativa" ma: sarei venuto prima da te; ma non me lo hanno permesso gli impegni precedentemente presi.

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"Vorrei che tu disfassi". Incredibile! Si legga il commento.


lunedì 13 marzo 2017

Cittadino sí. Urbano?...


Di primo acchito i due termini sembrerebbero l’uno sinonimo dell’altro, derivando il primo dal latino “urbe(m)” (città), il secondo dal greco “polis” (città); entrambi significano, quindi, “cittadino”. Le cose, però, non sono cosí semplici perché sappiamo benissimo che  “urbano”, in senso stretto, significa  “che appartiene alla città”, mentre  “cittadino” – sempre in senso stretto – significa  “politico”. Nell’uso, però, i due termini hanno finito con l’essere  sinonimi. Ma donde deriva la differenza di significato che i due vocaboli avevano quando sono  “nati”? Deriva dalla diversità di funzioni che svolgevano le città nel mondo latino e in quello greco. Nello Stato romano, accentratore e unitario, le varie città non erano delle entità  “politiche”, ma semplici agglomerati di abitazioni con limitatissime autonomie amministrative; nel mondo greco, invece, non si ebbe mai uno Stato unitario, le città corrispondevano ciascuna a un piccolo Stato autonomo e indipendente, tant’è che queste città vengono definite dagli storici  “città-Stato”. L’aggettivo  “politico” (o cittadino) acquisí, quindi, l’accezione di  "che ha rapporto con la città-Stato"; mentre  “urbano” quella di  “che ha rapporto con una semplice città”. Oggi, però, come si è visto, i due aggettivi si possono considerare sinonimi. Ma c’è di piú. Poiché si ritiene, a torto o a ragione, che coloro che vivono nelle città abbiano comportamenti piú  “raffinati” di coloro che, al contrario, abitano nelle campagne, il termine  “urbano” ha finito con l’acquisire anche il significato di  “educato”, “civile”, “raffinato”, in contrapposizione a  “rustico” (dal latino “rus”, campagna) e a  “villano” (da  “villa” che originariamente significava campagna). Oggi però, se possiamo esprimere un parere, non sappiamo se siano  piú  “villani” i... villani o i cittadini che abitano città sporche e violente dimostrando di non essere, poi, tanto... “urbani”.  Non possiamo concludere  questa modestissima chiacchierata sul cittadino senza ricordare – sotto l’aspetto grammaticale – che questo termine può essere tanto sostantivo quanto aggettivo: come sostantivo si adopera per indicare l’abitante di una città, per l’appunto, o l’appartenente a una comunità statale (cittadino italiano, cittadino iberico e via dicendo); come aggettivo si usa per definire tutto ciò che abbia “riferimento alla città”: vita cittadina; manifestazione cittadina; negozio cittadino. Dimenticavamo: oltre a cittadino esiste anche  “civico”. Quest’ultimo termine, però, si riferisce a qualcosa che riguarda la città visto, però, come ente che gode di autonomia amministrativa: ospedale civico; Palazzo civico; Civica Azienda Trasporti e via dicendo. Civico, insomma, ha, press’a poco, la medesima accezione dell’aggettivo “municipale”: Polizia Municipale.

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L’aggettivo “deleterio” che significa ‘dannoso’, ‘nocivo’ è adoperato correttamente solo se riferito a cose concrete, materiali: questo luogo inquinato è “deleterio” per l’uomo. È improprio riferirlo a cose “ideali”, “intellettuali”: queste letture sono “deleterie” per i giovani. Si dirà “piú correttamente”, ‘nocive’, ‘dannose’ per i giovani. I vocabolari, però...

domenica 12 marzo 2017

La grammatica? Una teoria al servizio della lingua. S.C. Sgroi

di Salvatore Claudio Sgroi
(Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania)


La grammatica di una qualsiasi lingua è una teoria, ovvero un insieme di principi generali, costituiti da definizioni e termini tecnici, con cui si cerca di spiegare mediante esempi pertinenti come è fatta una lingua e come funziona. Il rapporto tra Grammatica e Lingua di una comunità è sempre approssimato. Nessuna teoria grammaticale può infatti dar conto in maniera compiuta degli infiniti usi di una lingua da parte di una massa parlante.
Un libro di grammatica si apprezzerà tanto più, da parte del lettore, quanto più semplice, coerente e comprensibile risulterà la teoria al servizio dei fenomeni linguistici e quanto più ricchi saranno i fatti di lingua presi in esame.
La "Grammatica: parole, frasi, testi dell'italiano" di Angela Ferrari e Luciano Zampese (Carocci pp. 406) è un testo notevole nel panorama dell'attuale grammaticografia dell'italiano, sia per l'apparato teorico che mette in campo sia per i fenomeni linguistici osservati. Il volume è articolato in cinque parti: I) "La parola" (ovvero verbo, nome, aggettivo, pronome, avverbio, articolo), comprensiva della "Formazione delle parole", II) La "frase semplice", III) La "frase complessa", IV) "Dalla frase al testo" (con punteggiatura) e V) Il "testo". Si tralascia il cap. su fonologia e ortografia.
Il salto è notevole sul versante teorico e descrittivo rispetto alla grammatica scolastica. Il lettore apprezzerà l'analisi di fenomeni tradizionalmente 'liquidati' dalla grammatica scolastica in quanto banalmente ritenuti errori, malgrado la diffusione in testi di autori colti o, se non esclusi, banalmente spiegati, o non spiegati. Solo qualche esempio.
Il punto fermo, con valore enfatico, che separa le due frasi con "frammentazione della sintassi" per es. in "Oggi non viene. Perché è occupato" (p. 279) è lungi dall'essere errato. Perché le due frasi non hanno proprio lo stesso significato se invece sono separate dalla virgola: "Oggi non viene, perché è occupato", in conseguenza del diverso "rilievo informativo". Non diversamente con la relativa a inizio di frase: "L'ho detto anche a Maria. La quale, devo dire, ha reagito bene" (p. 214). In maniera analoga nell'es. "Il presidente ha parlato. Troppo" rispetto a "Il presidente ha parlato troppo" (p. 280), il punto fermo conferisce un "rilievo informativo" diverso rispetto alla sua assenza.
Non meno significativa è l'analisi della virgola che separa il soggetto dal predicato. Tradizionalmente un erroraccio. Ma in un'ottica sintattico-pragmatica di ben diverso valore. Nella frase pasoliniana "Il prete, non poteva dirle nulla" (p. 302) la virgola enfatica dà rilevo al soggetto "topic", da intendere come "Quanto al prete, non poteva dirle nulla". Non diversamente la virgola dopo un "soggetto pesante" facilita visivamente l'articolazione e la comprensione del periodo, es. "La domanda che mi era stata fatta [...], mi ha molto sorpreso".
Quanto al congiuntivo nelle dipendenti, gli AA. al di là di qualche eco del presunto valore semantico, riconoscono la presenza dell'indicativo pro cong. "nel parlato colloquiale" (p. 196) es. "speriamo che lo fa"; ovvero "nel parlato informale" (p. 197) per es. "pare che c'è andato", "è normale che ci è andato".
Nell'ambito delle condizionali col "se", di particolare interesse sono le "condizionali bi-affermative" e "bi-negative" (p. 234) ma non ipotetiche, ess. "Se Michela è allegra, Marco è triste", o "Se tu parli il cinese, io sono il papa". Eccetera.
Il lettore curioso rimarrà affascinato dalla lettura di un testo come quello dei due autori italiani, attivi nella Svizzera italiana.





L'idiota? Un privato cittadino

Scrive Paul Laffite: “Un idiota povero è un idiota, un idiota ricco è un ricco”. Voi quanti “ricchi” conoscete? Bando agli scherzi; oggi questo termine, vale a dire idiota, ha assunto – come tutti sappiamo – l’accezione dispregiativa; in origine non era affatto cosí.

L’idiota, stando all’etimologia, è “colui che conduce una vita privata, fuori della società e dei pubblici impieghi” perché deriva dal... latino “idiota”, tratto dal greco “idiotès”, che significa, propriamente, ‘particolare’, ‘privato’; colui, quindi, che mena una vita privata, particolare, appunto. Un privato cittadino, per tanto, stando alla lingua, è un perfetto “idiota”, al contrario di alcuni politici che non possono assolutamente essere considerati... “idioti”, anche se...

Con il trascorrere del tempo il significato originario del termine, cioè di colui che vive in disparte, da “privato”, si è tramutato in “uomo rozzo”, “ignorante”, “demente” perché l’idiota vivendo, appunto, da privato, non ha possibilità di affinare le sue capacità cerebrali.

Da idiota, cioè da stupido, sono stati coniati i termini medici “idiozia” e “idiotismo”, vale a dire “gravissimo arresto delle facoltà intellettive che si manifesta in modo totale o parziale”. Da non confondere, a questo proposito, l’idiotismo medico-scientifico con quello linguistico, anche se l’origine dei due termini, come si può intuire, è la medesima. L’idiotismo linguistico, per usare le parole dell’illustre linguista Aldo Gabrielli, “è il sale e il pepe di una lingua”. Deriva dalla voce greca “idiotismos”, tratta dall’aggettivo “idios” (mio, particolare, proprio) ed è, quindi, quella parola o quel modo di dire che si discosta dalle leggi della grammatica ed è propria (“idios”) di una lingua o di un dialetto, di una regione o di una provincia. È, insomma, una parola che “spurgata” della sua ‘volgarità’ (“idiotismòs” significa anche ‘parlo volgare’) entra a pieno titolo nel patrimonio linguistico nazionale, e noi tutti la adoperiamo quotidianamente senza pensare minimamente alla sua “volgarità” originaria.

La nostra bella lingua è ricchissima di idiotismi; il “taccheggio”, per esempio, termine tanto “di moda” oggi, è uno di questi. I vocabolari lo definiscono “furto commesso da chi, in un negozio, sottrae clandestinamente ciò che gli capita a portata di mano”.

Alcuni lo fanno derivare dall’accezione gergale di “tacca” (truffa): i negozianti di un tempo erano soliti segnare i debiti dei clienti (che molto spesso non pagavano) con “tacche” su un’apposita tessera. Da tacca è stato coniato il verbo “taccheggiare”, cioè... rubare. 


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L'esergo non è sinonimo di rovescio


Si presti attenzione a questo termine (esergo, il cui plurale è eserghi) perché spesso viene confuso con il rovescio di una medaglia. No, l'esergo è lo spazio fuori del campo delle figure rappresentate dove, generalmente, sono incisi il nome dell'artista e la data di emissione. Lo stesso termine indica anche un motto o una breve frase scritta in un risguardo di un libro o di una rivista.


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Dal sito della "Zanichelli":

 SFUMATURE
elemosina – obolo – offerta
Il soccorso in denaro che si dà al prossimo bisognoso, ubbidendo al precetto cristiano della carità, si dice elemosina. Obolo era originariamente il nome di una moneta greca di scarso valore; oggi è termine di uso poco comune per indicare il piccolo donativo in denaro che si elargisce durante le funzioni sacre per provvedere alle necessità della chiesa. Suo sinonimo in questa accezione è offerta, parola che pone l’accento sulla volontarietà del dono e la libera scelta del suo ammontare.

sabato 11 marzo 2017

I lungadige o i lungadigi?

Ci piacerebbe conoscere il motivo per cui il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia (ma anche altri vocabolari), attesta "lungadige" come sostantivo invariabile, al contrario di "lungotevere" e "lungarno" che pluralizza regolarmente. Eppure i tre sostantivi hanno la medesima formazione: una preposizione (lungo) e un sostantivo maschile singolare. E i sostantivi cosí composti si pluralizzano normalmente: il lungotevere/i lungoteveri; il lungarno/i lungarni; il lungadige... i lungadigi. Proprio non capiamo questa disparità di "trattamento". Se qualcuno ci illumina in proposito avrà tutta la nostra gratitudine.
Si veda qui, qui e qui.

venerdì 10 marzo 2017

Ognuno


Ciò che stiamo per scrivere non avrà l' «imprimatur» di qualche linguista, ma tant'è. Intendiamo spendere due parole sul pronome indefinito ognuno. Cominciamo con il dire che è "variabile parzialmente": muta solo nel genere (maschile/femminile). Non ha plurale, quindi. Fino a qualche secolo fa era adoperato anche in funzione aggettivale. Sotto il profilo etimologico proviene dal latino "onni-unus" e sta per "ogni singolo", "ciascuna persona", "ciascun uomo", "ogni uomo", "ogni persona": ognuno ha le sue idee. A nostro modo di vedere, stando alla "provenienza etimologica", si può riferire solo a persone e non a cose. E sembra, se non cadiamo in errore, che buona parte dei vocabolari dell'uso "siano dalla nostra parte". Il DISC, invece, ci contraddice...  Dallo stesso vocabolario, però, si apprende un "particolare" che non tutti riportano: «Quando ognuno è riferito a un soggetto plurale anticipato (anche sottinteso), il verbo si concorda con questo, mentre l'agg. possessivo di norma resta al sing.: se ne andarono o. a casa sua». Riteniamo improprie, per non dire errate, quindi, frasi tipo «ognuna delle porte ha una chiave diversa». La porta, infatti, non è una... persona.

giovedì 9 marzo 2017

L'alternativa


PAROLE RITROVATE: SOVRANO
Letteralmente “colui che sta in alto”, dal latino super. L’articolo 1 della nostra Costituzione, come è noto, afferma che in Italia “la sovranità appartiene al popolo”: ogni volta che votiamo, andiamo ad affermare la nostra sovranità, cioè la nostra condizione di individui che, riuniti in società, non pongono nulla sopra di sé se non la volontà della società stessa. Attenzione, però: all’altezza in cui si collocano i sovrani non c’è spazio per i piccoli interessi e per le paure di cortile. Essere grandi e guardare lontano: è questa la prerogativa di un sovrano. L’alternativa, l’unica, è quella di non esserlo.
 (a cura di Alessandro Masi, dal supplemento Sette del Corriere della Sera)
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Questo "pensiero" di Alessandro Masi ci ha fatto riflettere sull'uso corretto di "alternativa" perché molto spesso il termine non è adoperato correttamente. Leggiamo ciò che dice, in proposito, il linguista Aldo Gabrielli nel suo "Il museo degli errori", sebbene sia stato "riveduto e corretto" dai suoi revisionisti:
 “Non ci resta ormai che questa sola alternativa: rinunciare all’affare”.
“Andare o restare? Egli esitava davanti a queste due alternative”.
“Scegli tra queste alternative: pagare, vendere o fallire”.
Ecco tre frasi come ci capita di ascoltare o pronunciare ogni giorno, tra le quali si nasconde qualche imprecisione. Vediamo di capire; poi potremo usare la parola alternativa con maggiore proprietà.
Alternativa vuol dire “possibilità di scelta tra due”; deriva infatti dal latino alter, che significa “l’uno dei due”, e non “dei tre” o “dei quattro”. Perciò la prima frase sembra sbagliata perché un’alternativa deve avere due termini di scelta: per esempio, “rinunciare all’affare o pagare di più”. Ma sbagliata non è perché qui il secondo termine è semplicemente sottinteso, e si desumerà dal resto del discorso. Sbagliata è invece la seconda frase, perché “andare o restare” rappresenta una sola alternativa e non due. Sbagliata sembra anche la terza perché i tre termini, “pagare, vendere o fallire” non possono rappresentare un’alternativa, dato che non sono una scelta “fra due”, ma “fra tre”. È però giustificabile, dato che la parola alternativa è venuta ampliando il suo significato da semplice “scelta fra due” a “scelta fra più possibilità”. Insomma, se io faccio una proposta, posso offrire più di un’alternativa (quindi delle alternative), immaginando che confronterò ciascuna delle proposte sostitutive con quella principale e avrò così una serie di alternative in senso proprio.
Resta il fatto che dov’è possibile, anche per rendere più vario il nostro linguaggio, sarà bene usare altri termini, come possibilità, soluzione, rimedio e simili.
Da notare in fine il grande successo che sta mietendo oggi l’aggettivo alternativo per indicare chi si mette, in un determinato settore d’attività, o in genere nella vita, al di fuori delle consuetudini, quasi ponendosi come un’alternativa al modello comune.

mercoledì 8 marzo 2017

Errori degli studenti o errori dei grammatici? S.C. Sgroi


di Salvatore Claudio Sgroi

 (Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania)



«L'italiano è in declino?» con riferimento alle «(in)competenze linguistiche»  degli studenti dei vari ordini di scuola, non esclusa l'Università, è attualmente il tema di un acceso dibattito nei vari mass media e in rete.
"La Repubblica" del 26.II. ha dedicato un servizio di ben 6 pagine con titolo cubitale "Italiano per principianti" e interventi di più autori. In quello di Valeria della Valle ("Quali sono gli errori più comuni") si additano 8 errori per dimostrare l'incompetenza linguistica degli studenti.
Ma in quel "più comuni" l'A. trascura il fatto che si tratta di usi diffusi in tutt'Italia, e tra parlanti anche colti (scrittori, intellettuali, giornalisti, ecc.) e non già parlanti popolari. Il che mette in discussione il giudizio di condanna neopuristica, basata per lo più su criteri storico-etimologici. Come se il cambiamento della lingua di una comunità ("massa") di parlanti non fosse fisiologico.
Si tratta dei seguenti "capi d'accusa": (i) "piuttosto che" col valore di "o", censurato in quanto motivo di (presunti, invero) "equivoci e ambiguità"; in realtà solo perché di origine dialettale, per di più milanese.
(ii) "Un pò" anziché "un po'" errato in quanto "forma abbreviata", ovvero etimologicamente derivante da "po(co)".
(iii) "Vicino Roma/casa" e "davanti l'edicola" al posto di "vicino a Roma/casa" e "davanti all'edicola" erronei perché "l'avverbio 'vicino'/'davanti' non può mutare in "preposizione". Ma "vicino"/"davanti" diventano preposizioni per analogia con "dietro la casa".
(iv) "Qual'è/era" al posto di "qual è/era" sbagliato in quanto (etimologicamente) troncamento in formule fisse dell'italiano antico (es. "qual buon vento"), ma invero oggi elisione nell'italiano moderno (chi dice oggi: "qual ragazza hai visto?"?).
(v) "Aereo-porto" per "aero-porto" è errato perché composto col sost. masch. "aereo" rispetto all'opaco grecismo "aero-" da "aer" 'aria'.
(vi) L'infinito "redarre" è addirittura ritenuto "forma inesistente" al posto del latinismo "redigere" ed errato in quanto (da "redatto") analogico su "tratto/trarre" ecc.
(vii) La forma pronom. "mi auspico" per "auspico" è (logicisticamente) "sbagliata" in quanto "significa già 'augurarsi'", ma per il parlante è analogica proprio sul pronom. "augurarsi".
Infine, (viii) il verbo "parlare [= dire] che", es. "Giulia parla che ama Carlo" è scorretto; invero presente in contesti orali e informali.
In realtà, tutti e gli 8 casi di "errori comuni" non sono affatto "errori" in quanto tutte forme comprensibili e soprattutto adottate da parlanti e scriventi colti o mediamente colti, in contesti medi, o riconosciuti come corretti negli stessi dizz.. Così "redarre" è in De Mauro (2000); "auspicarsi" in De Mauro e in Devoto-Oli-Serianni-Trifone (2004); e "qual'è" in F. Fochi (1964).
Di quasi tutti questi casi ci siamo occupati, con varia documentazione di usi illustri, in "Per una grammatica laica" (Utet 2010) e in "Il linguaggio di Papa Francesco" (Libreria Editrice Vaticana 2016). Da ultimo in questo articolo, il lettore ricorderà "un pò".
Insomma, si tratta di usi che non possono essere giudicati errati, ma che i grammatici più avvertiti dovrebbero riconoscere come esempi di "ri-standardizzazione", a non voler passare per giudici che condannano platealmente degli "innocenti".
Il problema reale della competenza linguistica degli studenti è invero quello della comprensione di un testo e della costruzione di testi dotati di chiarezza, di un filo logico, debitamente argomentati.



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Auguri a tutte le gentili lettrici che seguono le nostre noterelle sulla lingua italiana.