venerdì 4 novembre 2016

Composto "di" o "da"? A seconda...


PAROLE RITROVATE: DIALOGO
Il termine, che proviene dal greco antico, è composto dal nome logos (“discorso”) e dalla preposizione dià (“fra”). Insomma, buon senso e storia delle lingue vorrebbero che a parlare si fosse sempre almeno in due. Il genere umano, è noto, si dimostra spesso restio a imparare dalla sua storia, figuriamoci quindi se presta attenzione alle parole. Accade così sempre più di frequente che come interlocutore si scelga il vento: un ottimo ascoltatore che alle chiacchiere preferisce la tempesta.
 (a cura di Alessandro Masi, dal supplemento Sette del Corriere della Sera)
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Ci piacerebbe sapere perché il prof. Alessandro Masi, della "Dante Alighieri", costruisce il verbo comporre con la preposizione "da" in luogo di quella 'corretta' "di". Il predetto verbo quando sta per  "essere formato", "essere costituito", quando indica, insomma, la "risultanza" dell'unione di determinati elementi, si fa seguire dalla preposizione "di": la mia famiglia è composta di cinque persone; la collezione è composta di dieci pezzi pregiati. Soltanto il participio passato (composto), in funzione aggettivale, può reggere tanto la preposizione "di" quanto la preposizione "da":  un' allegra comitiva composta di cinque persone o da cinque persone.
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Un po' di chiarezza sull'uso corretto dell'avverbio "poco"

Quest'avverbio, dunque, ha il comparativo e il superlativo organici (irregolari): meno e minimamente. Il superlativo assoluto è sostituito, per lo piú, con le forme regolari pochissimo, assai poco, molto poco. Nel superlativo relativo si può adoperare, ma non è consigliabile, il piú poco: dammene il piú poco possibile. Si può apostrofare davanti a sostantivi che cominciano con una vocale: poc'acqua. È obbligatorio l'apostrofo, invece, nella locuzione poc'anzi. E per finire, attenzione a non cadere nell'errore, comunissimo, di dire e scrivere poco a poco. L'espressione corretta è a poco a poco. I due "poco" devono essere sempre preceduti dalla preposizione "a"; omettendo la prima si cade in un francesismo e in lingua italiana è un errore.

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Una "bella" sorpresa. Cliccando su "Parlare Italiano", nel sito dell'Accademia della Crusca, si apre una pagina scritta completamente nella lingua di Albione.

Parlare italiano

Portale che ospita numerosi progetti, corpora linguistici e altri strumenti utili allo studio dell'italiano parlato.
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Per chi è interessato, questo il collegamento "giusto".


giovedì 3 novembre 2016

La lingua della stampa


Per la serie la lingua "biforcuta" della stampa:
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La rampa Prenestina è chiusa o no? L'interrogativo non ce lo saremmo posto se il titolo avesse recitato, correttamente, «Chiusi ponte...». Ma tant'è. È la stampa, bellezza.

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Caro - quando accompagna i verbi vendere, pagare, comprare, costare, adoperati nel loro significato proprio, è preferibile lasciarlo invariato con valore avverbiale: li hai pagati caro questi guanti.

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La parola, di ieri, proposta da "Unaparolaalgiorno.it": menadito. Si veda anche qui.


mercoledì 2 novembre 2016

Ai lettori

Improvvisamente non "posto" piú i miei commenti. Sono in attesa della risoluzione del problema (spero si risolva il più presto possibile). I commenti dei lettori vengono "postati" regolarmente. Rispondo al cortese anonimo che ha inviato questo commento:
Anonimo ha detto...
In relazione ad un termine "giornalistico" in questi giorni ricorrente, volevo farle una domanda. E' giusto,non intendo grammaticalmente, associare la parola "deportati" (termine criminalista) alle popolazioni terremotate? Non trova che sia più consono il termine "evacuati" (termine temporale)? Forse che il dente non più duole? https://www.youtube.com/watch?v=-8peS3W2mQk
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Sono d'accordo con lei. Userei, però, "sfollare", "sgomberare" e simili, riservando "evacuare" ad altre funzioni.

Una "svista" accademica


 Dal sito dell'Accademia della Crusca:



Dalla collaborazione dell'Accademia della Crusca con "La Repubblica" è nata la collana di libri "L'italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile". Ogni volume affronta un argomento particolare, dalla grammatica alla lingua della rete, dalla storia dell'italiano al rapporto tra lingua e dialetti.

La collana ha un taglio divulgativo ed è rivolta a un largo pubblico: lo scopo delle pubblicazioni è quello di esplorare le potenzialità della nostra lingua e fornire ai lettori strumenti per usarla nel modo più consapevole. Ogni volume è arricchito da una sezione finale dedicata a giochi di carattere linguistico.



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Siamo veramente stupiti e non crediamo ai nostri occhi. È possibile che i redattori dell'Accademia non sappiano che il verbo "arricchire" si costruisce con le preposizioni "di" o "con"? La frase corretta, quindi, avrebbe dovuto recitare: «Ogni volume è arricchito DI/CON una sezione finale dedicata a giochi di carattere linguistico».


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La parola proposta da questo portale e non a lemma nella quasi totalità dei vocabolari dell'uso: sarcologia. Sostantivo femminile. Branca dell'anatomia umana che si occupa dello studio dei muscoli e delle parti molli del corpo. È composto con "sarco" (carne, muscolo) e "logia" (discorso, studio).

martedì 1 novembre 2016

Repubblica: perché due "b"?


Gentile dr Raso,
sarebbe interessante conoscere il motivo per cui "Repubblica" si deve scrivere necessariamente con due "b". Con l'occasione mi complimento per il suo meraviglioso libro, "Un tesoro di lingua", che ho scaricato dalla rete. Gli argomenti trattati sono molto, molto interessanti e di una chiarezza "illuminante". Sono riuscito a capire, finalmente, perché si deve dire e scrivere, correttamente, "gli dei" e non "i dei" nonostante la grammatica prescriva l'articolo plurale "i" con i nomi comincianti con una consonante, come "dei", per l'appunto.
La ringrazio in anticipo e la saluto cordialmente.
Stefano L. 
Monza
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Caro amico, la ringrazio di cuore per il suo apprezzamento. Quanto al suo quesito - già trattato - può trovare la risposta cliccando qui.
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Abbiamo provato i dieci  "test" sulla conoscenza della lingua italiana redatti dall'Accademia della Crusca e pubblicati sul quotidiano la Repubblica. Il "test" n.5 dice che "coscienza" si scrive con la "i" (giustamente) perché deriva da "scienza". Ci spiace constatare che la prestigiosa  Accademia sia caduta in questa "improprietà", per non dire errore. Coscienza si scrive con la "i" perché questa è insita nella radice della parola, provenendo dal latino "conscientia(m)", dal verbo "conscire" (sapere, conoscere, essere consapevole e simili). Sí, coscienza e scienza hanno la medesima origine, ma scienza non può essere considerata la "madre" di coscienza.
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La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it": strillare.

domenica 30 ottobre 2016

Il rancio e il laziale


Due parole sul "rancio", uno dei vocaboli  omografi e omofoni di cui la nostra lingua non difetta. Cominciamo con il dire che questo termine può essere tanto sostantivo quanto aggettivo. Nel secondo caso è l'aferesi di "(a)rancio": color dell'arancia;  sta, quindi, per "arancione". Occorre dire, però, per "obiettività linguistica" che questo aggettivo viene adoperato, per lo piú, in poesia; difficilmente un grande scrittore lo userebbe in una prosa. È anche aggettivo quando viene adoperato nell'accezione di  "rancido": quel formaggio è rancio, vale a dire rancido. Il terzo significato - e in questo caso è un sostantivo - è quello noto a tutti: pasto dei soldati. L'origine non è schiettamente italiana (o latina) - per questo motivo, pur essendo l'accezione "principe" del vocabolo,  lo abbiamo relegato nell'ultimo posto - ma spagnola: rancho (stanzone di persone). I militari non consumano il pasto in comune in uno "stanzone"? E concludiamo con "laziale", altra parola omografa e omofona con distinti significati: abitante del Lazio e tifoso della squadra di calcio (la Lazio). E qui lanciamo una provocazione ai lessicografi. Perché non chiamare il tifoso della squadra di calcio "lazista" e lasciare laziale solo per designare l'abitante della regione? Laziale "ambivalente"  - a nostro modo di vedere - può creare confusione tra l'abitante e il tifoso. Un abitante di Frosinone, per esempio, è un laziale, ma non necessariamente un tifoso della Lazio. A suffragio della nostra tesi - che non riteniamo affatto peregrina -  portiamo una motivazione etimologica. Il suffisso "-ale" di laziale indica un' "appartenenza": che è del Lazio, che appartiene al Lazio. Lazista - per indicare il tifoso della squadra - oltre a non creare equivoci - ci sembra appropriato perché composto con il suffisso "-ista" con il quale si intende "colui che professa o parteggia per qualcosa". Il tifoso della Lazio non "parteggia" per la squadra del cuore?  Ci piacerebbe conoscere il parere dei soliti soloni della lingua...
Si dia un'occhiata anche qui.

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Inerme e inerte


Si presti attenzione a questi due vocaboli, perché spesso si confondono. Hanno significati diversi. Il primo significa "privo di armi", quindi indifeso. Il secondo sta per inattivo, inoperoso e simili.


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Un "test" sulla conoscenza della lingua italiana preparato dall'Accademia della Crusca in collaborazione con il quotidiano la Repubblica. Si clicchi qui.


sabato 29 ottobre 2016

Strafalcioni giornalistici


I lettori che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali in testi giornalistici possono scrivere a albatr0s@libero.it. Gli "orrori" saranno pubblicati ed esposti al  “pubblico ludibrio”.



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 "Unaparolaalgiorno.it" ha proposto, ieri, una parola barbara: lounge.  Amici, non sarebbe meglio proporre soltanto parole italiane, visto l'imbarbarimento che sta subendo il nostro idioma, "gentil sonante e puro", per usare le parole di Vittorio Alfieri?

venerdì 28 ottobre 2016

Disparità di vedute "linguistico-ortografiche"


Ancora una  disparità di "vedute linguistiche" tra i ritoccatori del vocabolario Gabrielli in rete e lo stesso Aldo Gabrielli. Nel vocabolario si legge che l'avverbio "viepiú" si può scrivere anche con due "p" (vieppiú); l'insigne linguista, invece, nel  "Dizionario linguistico moderno" e nel suo "Il museo degli errori" condanna la scrizione con due "p"  «perché dopo "vie" non è sottintesa una congiunzione "e"  che giustificherebbe il raddoppiamento».  Dal vocabolario:
 viepiù
[vie-più] o vie più, vieppiù
avv.

lett. Sempre più, molto più: vidi Sansone / vie più forte che saggio (Petrarca).

Da "Il museo degli errori":

Volendo fare della locuzione avverbiale di più una parola sola, bisogna scrivere dipiù, con una sola p e non “dippiù”. E questo per la semplice ragione che la preposizione di non vuole in nessun caso il raddoppiamento fonosintattico  E scriveremo anche digià e non “diggià”, anche se è meglio continuare a scrivere di già; scriveremo difatti e non “diffatti” invece del più usato e preferibile di fatti; didietro e non “diddietro” (ma anche di dietro), dipoi o di poi, ma non “dippoi”, disopra e disotto, o di sopra e di sotto, ma non “dissopra” e “dissotto”.
Un errore simile molti lo commettono con l’avverbio composto viepiù che assai spesso vediamo scritto vieppiù. Questo vie, infatti, antica alterazione di via usata come rafforzativo del comparativo, non richiede mai il raddoppiamento della consonante successiva. Analogamente scriveremmo viepeggio (o vie peggio) e viemeglio (o vie meglio), e non “vieppeggio” e “viemmeglio”: ma qui l’errore è più raro data l'ormai vieta pedanteria di queste due espressioni.

Dobbiamo dire per "onestà linguistica", però, che anche altri vocabolari contraddicono l'illustre glottologo. Personalmente seguiamo la "regola" secondo la quale "vie" non dà luogo a geminazione (raddoppiamento fonosintattico).


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La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it" è: subissare.

giovedì 27 ottobre 2016

Scilaccare


 Segnaliamo un verbo ignorato da quasi tutti i vocabolari che abbiamo consultato; quelli che lo mettono a lemma lo marcano come toscanismo: SCILACCARE. Eppure è “messo in atto” da coloro che praticano la scherma e dai fanciulli che con la riga si colpiscono a vicenda. Il verbo significa, infatti, “colpire con la scilacca”. E anche dare un colpo di frusta e simili. Ma cos’è la scilacca? Diamo la ‘parola’ a Ottorino Pianigiani e al Tommaseo-Bellini.
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Alfine e al fine
Si presti attenzione a questi due termini ché cambiano di significato a seconda della grafia. In scrizione univerbata (una sola parola) è un avverbio e sta per "finalmente", "infine", "alla fine": Giulio, dopo tanta reticenza, alfine (finalmente) ha deciso di dire come stanno le cose. In grafia analitica (due parole) vale "allo scopo di": ti scrivo al fine (allo scopo di) di metterti al corrente della decisione presa.
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Prefiggiamo e prefissiamo: è indifferente?
La "parola" all'Accademia della Crusca.

mercoledì 26 ottobre 2016

Lettera aperta alla redazione del vocabolario Treccani


Gentile Redazione, tempo fa avevamo segnalato un "errore" riscontrato nel vocabolario al lemma "defatigare" dove si legge che "defaticare" (con la "c") è variante poco comune. Non è esatto, anche se altri vocabolari cadono nel vostro stesso... errore. I due verbi hanno significati distinti, non sono sinonimi e lo specificano chiaramente il Sandron, il Devoto-Oli  e il Gabrielli. Defatigare è pari pari il latino "defatigare", composto con  "de" (particella "rafforzativa") e "fatigare", stancare, spossare, affaticare e simili. Defaticare, invece, è composto con la particella "de", che indica "allontanamento" e il sostantivo fatica ("che allontana, che toglie la fatica"). Defatigare, dunque, è un deverbale; defaticare un denominale, con significati completamente diversi. Stupisce il constatare che l'autorevole e prestigioso vocabolario Treccani non faccia distinzioni di sorta tra i due verbi... Con la speranza che questa missiva sia presa nella dovuta considerazione, porgiamo i nostri piú rispettosi ossequi. F.R.

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Da un quotidiano in rete:


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A nostro modo di vedere la preposizione "di" andrebbe cambiata in "da".
Bruxelles non è una persona. [Arrivata la lettera (inviata) da Bruxelles].