venerdì 31 luglio 2015

Lo scopatore segreto di Sua Santità


Chi è e che cosa fa lo "scopatore segreto" del papa?
Per saperlo si clicchi qui.

giovedì 30 luglio 2015

«Qu» o «cu»?

Il sito "comesiscrive.it" a proposito della grafia "qu" o "cu" scrive:
1. "Q" è sempre seguita dalla "u" e da un'altra vocale (mai da consonante). Avremo dunque le sillabe: qua, que, qui, quo (es.: quadro, quaderno, Quaresima, quesito, colloquio...);
2. all'inizio di una parola si usa sempre la forma "QU" (vd. esempi precedenti). Fate attenzione alle 5 parole che fanno eccezione a questa regola (cui, cuocere, cuore, cuoco, cuoio);
3. la grafia corretta è "CU" se dopo la vocale "u" c'è una consonante (cura, cucina, cugina...). Esistono alcuni vocaboli che, per nostra sfortuna, non rispettano questa regola, complicandoci parecchio le cose! Ve ne elenchiamo un po': proficuo, cospicuo, scuoiare, arcuato, scuola, percuotere, scuotere, promiscuo, riscuotere, circuito, acuire, innocuo, evacuare;
4. si scrivono con "CQU” la parola acqua e tutti i suoi derivati (acquolina, acquazzone, acquario, acquedotto, risciacquare...), il verbo acquistare, la prima e la terza persona singolare nonché la terza persona plurale del passato remoto dei verbi piacere, tacere, giacere, nascere, nuocere (io nacqui, egli nacque, essi nacquero, io tacqui, egli tacque, essi tacquero, io piacqui, egli piacque, essi piacquero, io giacqui, egli giacque, essi giacquero, io nocqui, egli nocque, essi nocquero).
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Onestamente non capiamo il punto 3 e chiediamo spiegazioni (sperando che qualche responsabile del sito in oggetto si imbatta in questo portale) perché i vocaboli "arcuato", "circuito", "innocuo" ecc. dopo la vocale "u" hanno un'altra vocale e non una consonante.



mercoledì 29 luglio 2015

Declinare...

Probabilmente non tutti saranno d’accordo su quanto stiamo per scrivere (ogni giudizio, ovviamente, è soggettivo). Nel nostro lessico c’è un verbo che  “sa” troppo di burocrazia e andrebbe,  a nostro modo di vedere, sostituito con altri piú  “consoni”. Il verbo incriminato è  “declinare”. Non dimentichiamo che l’accezione primaria del suddetto verbo è  “volgere, tendere gradatamente al basso” derivando dal latino “chinare” (inclinare): la montagna ‘declina’ verso la pianura. Adoperarlo nel senso di  “rendere noto” o di “respingere” ci sembra, per l’appunto, un  “abuso linguistico”. Spesso, anzi sempre, si sente dire o si legge “declinò le generalità” (le rese note); la direzione “declina ogni responsabilità”; Mario “ha declinato l’invito”. Non è meglio dire “respinge” ogni responsabilità; “dette” (o riferí) le generalità e “ha rifiutato, non ha accettato” l’invito? Declinare, insomma, è un verbo che, a nostro avviso, meno si usa nelle accezioni “incriminate” meglio è per il  “bene” della lingua di Dante.

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La parola proposta da questo portale: orognosía. Sostantivo femminile. Con questo termine si indica la conoscenza e lo studio approfondito delle montagne.

sabato 25 luglio 2015

Usciamo o partiamo?


Due parole, due, sul verbo partire, che molti usano impropriamente con l’accezione di ‘uscire’, ripetendo l’uso del francese partir. È un uso improprio, se non ‘errato’ perché, come fa notare il linguista Giuseppe Rigutini,  partire include sempre il fine di un viaggio. Sbagliano coloro che dicono, per esempio, “parto ora dall’ufficio, sarò da te fra un’ora”. Dall’ufficio si “esce”, non si “parte”. Si parte quando si lascia una località per andare in un’altra. Diremo correttamente, quindi, “domani partiremo da Cosenza per Reggio Calabria”. E sempre a proposito di partire, lasciamo al gergo burocratico l’espressione a partire da: a partire da domani gli uffici saranno chiusi al pubblico tutti i giovedí. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere dirà: da domani o cominciando da domani...

 
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Molto spesso si fa un abuso degli aggettivi "buono"," forte" e " grande" perché innumerevoli sono le persone o le cose per le quali viene spontaneo adoperarli: ma il concetto che tali aggettivi esprimono è troppo vago e generico. Consigliamo agli amatori della lingua, per tanto, di sostituirli, ogni qual volta che sia possibile, con un termine piú appropriato. Vediamo qualche esempio di “abusi”, piluccando qua e là: in corsivo l’aggettivo “abusato” e in parentesi  quello piú appropriato. La grande (vasta) piazza era piena di dimostranti; una volta tanto sii buono (ubbidiente) e fa quello che ti chiede tuo padre; sapendo che siete tanto buoni (generosi, cortesi) ne approfitto per chiedervi un favore; in quel momento soffiava un vento forte (impetuoso), che faceva tremare le case; quel giovanotto, invece di scusarsi, ha peggiorato la situazione commettendo un grande (grave) errore; quella torta, a fine pranzo, era veramente buona (squisita); l’oratore ha arringato la folla con voce forte (tonante), tra applausi scroscianti; il fumo che usciva dall’appartamento in fiamme era forte (acre) e disgustoso; bisogna essere grati a questi  forti (valorosi) soldati che vanno in giro per il mondo a portare la pace; se ti comporti bene, Dio, che è sommamente buono (misericordioso), ti perdonerà; il barbone, per una notte, ha trovato accoglienza, in paese, presso una famiglia che è tanto buona (caritatevole); le ricerche sono state rinviate perché scrosciava una forte (violenta, impetuosa, dirotta) pioggia.


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I responsabili del vocabolario Treccani (in rete) ci perdoneranno se - ancora una volta - "portiamo alla luce" un'altra 'inesattezza' riscontrata consultando il dizionario:

terraférma (non com. tèrra férma) s. f. – Parte continentale di una regione, soprattutto in contrapp. alle isole: sbarcare sulla t.; città di terraferma. Non è usato il plurale.

Il plurale, raro, c'è: terreferme. Essendo un nome composto formato da un sostantivo e da un aggettivo nel plurale mutano le desinenze di entrambi i termini.

Per il Sabatini Coletti il sostantivo è addirittura solo singolare:

[ter-ra-fér-ma] s.f. (solo sing.)


  • 1 Terra che emerge dal mare: sbarcare sulla t.
  • 2 estens. Il continente, contrapposto alle isole
  • • sec. XIII

 

 
 
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La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it: unquanco.

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Dimenticavamo. Sempre nel DISC abbiamo riscontrato un altro "orrore": ermafrodita. La voce corretta è solo "ermafrodito":


[er-ma-fro-dì-to] o ermafrodita agg., s.


  • • agg. biol. Di individuo animale o vegetale che presenta ermafroditismo
  • • s.m. (pl.m. -ti) Nel sign. dell'agg.
  • • sec. XIV

 
  
 
 

 
 
 

  

 

 

lunedì 20 luglio 2015

La dafnomanzia


La parola proposta da questo portale: dafnomanzia. Se non cadiamo in errore è registrata, attualmente, solo dal GRADIT perché è stata relegata nella "soffitta della lingua". Ma che cosa sta a indicare? L'arte di predire il futuro mangiando alcune foglie di alloro, dopo averle bruciate. Si veda anche qui.

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È scivolato o ha scivolato?

Valeria Della Valle e Giuseppe Patota scrivono, nel loro prezioso volumetto "Ciliegie o ciliege?", che con il verbo "scivolare" si possono adoperare entrambi gli ausiliari (essere e avere). Giustissimo. Con un distinguo, però, come si può apprendere consultando questo vocabolario.

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Ecco un verbo dall'apparente "sapore volgare": cazzare. Da questo verbo il modo di dire "essere come cazza e cucchiaia". Si veda qui.

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Computiere? Non fa una piega!

lunedì 13 luglio 2015

Una corbelleria


La parola del giorno di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it", corbelleria, ci ha richiamato alla mente un nostro vecchio articolo, che riproponiamo.






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Se siete amanti della lingua ma soffrite di cuore non aprite il collegamento, perché non è innoquo e potrebbe procurare danni maggiori al muscolo cardiaco.


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La parola proposta da questo portale: abbacare. Chi abbaca? Colui che fantastica.


 


   

venerdì 10 luglio 2015

L'ortoepía


 L'ortoepía è quella branca della grammatica che si occupa della corretta pronuncia delle parole. In proposito segnaliamo un sito che può essere di aiuto a chi ha dubbi sulla dizione corretta. Si veda anche qui.

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Un complemento poco conosciuto: di rapporto o di reciprocità.

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Scendiletto: si pluralizza? Gli scendiletti o gli scendiletto?
 
 Ammettono il plurale solo il Treccani e lo Zingarelli. Gli altri vocabolari consultati (DOP, De Mauro, Devoto-Oli, Gabrielli, Palazzi, Sabatini Coletti, Sapere.it, Garzanti linguistica) sono concordi nel ritenerlo solo invariabile (o indeclinabile). Atteniamoci, per tanto, a quanto riporta la maggior parte dei dizionari.


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I mezzogiorni? Perché no!

Alcuni vocabolari riportano di uso raro il plurale di mezzogiorno. Francamente non capiamo il motivo. Il sostantivo in oggetto si pluralizza normalmente: ci vediamo tutti i mezzogiorni sotto casa. È interessante notare, invece, quanto dice in proposito il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia.

giovedì 9 luglio 2015

Il "complemento di differenza"


Da "Domande e risposte" del Treccani in rete:
Gli aggettivi "diverso" e "differente", che complementi reggono sintatticamente? Per esempio, "io sono diverso da lui", "da lui" che complemento è? Si potrebbe fare la stessa domanda per gli aggettivi "simile", "uguale", "identico", "eguale", ecc. ("io sono uguale a te"). Naturalmente il discorso vale anche per gli avverbi derivati da questi aggettivi ("diversamente", "ugualmente", "analogamente", ecc.).

 Forse, più che andare a caccia della denominazione del complemento, può essere utile, sulla scorta di quanto scrive Luca Serianni (con la collaborazione di A. Castelvecchi) nella grammatica Italiano (una garzantina del 1997, più volte ristampata), soffermarsi sui «valori semantici» che la preposizione di assume in questo caso. Nel cap. VIII (dedicato per l'appunto alla preposizione), par. 58 VI. troviamo scritto: «Dissomiglianza e differenza: ('diverso da' si contrappone a 'simile a'): “si era sempre sentita differente da tutti” (Levi, L'orologio); “sono abbastanza simile a mio padre, ma del tutto diverso da mia madre”».
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Gli esperti non hanno risposto alla domanda. Lo facciamo noi, a costo di attirarci gli strali dei linguisti "ufficiali". Siamo in presenza di un "complemento di differenza". Sí, questo complemento non è riportato nei sacri testi grammaticali, ma esiste ed è simile al complemento di abbondanza (o privazione). Si veda qui.

 

mercoledì 8 luglio 2015

I «lessicologhi»

Ci spiace veramente di dovere "sparlare" ancora di un prestigioso vocabolario della lingua italiana: il Treccani (in rete). Siamo rimasti interdetti nel leggere al lemma "lessicologo" che questo termine può avere, anche se raro, il plurale in "-ghi" (lessicologhi). La regola grammaticale, ma forse sarebbe meglio dire "regola ortografica", stabilisce che i sostantivi in "-logo" la cui accentazione è sdrucciola (accento che cade sulla terzultima sillaba, ma non si segna graficamente) formano il plurale in "-gi": astrologi, psicologi ecc. Tutti i vocabolari consultati, tra i quali il Devoto-Oli, il Sabatini Coletti, il Garzanti, il Gabrielli, lo Zingarelli, il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, Sapere.it (De Agostini) non menzionano il plurale in "-ghi". Atteniamoci, quindi, all'unica forma corretta: lessicologi. Dal Treccani in rete: lessicòlogo s. m. (f. -a) [der. di lessicologia] (pl. m. -gi, raro -ghi). – Chi si dedica a studî di lessicologia.

venerdì 3 luglio 2015

AVVISO


Nei mesi di luglio e agosto questo portale non sarà "aggiornato" con regolarità.
Buone vacanze agli amici lettori.