sabato 24 maggio 2014

Banale...

Vogliamo vedere il significato nascosto di banale? Diamo la "parola", per questo, a Enzo La Stella.
«Oggi considerato sinonimo di comune o ordinario, banale ha un'origine storica interessante; nell'antico francese, "banal" indicava infatti appartenenza a un "ban" o giurisdizione feudale di mulini, forge e pozzi, il cui uso veniva proclamato obbligatorio e aperto a tutti i sudditi, beninteso contro pagamento di congrui diritti. Oggi, il termine "banlieue" o periferia ricorda ancora che, in tempi andati, l'autorità del Signore si estendeva per una "lieue" o 'lega' (antica misura di lunghezza, dai quattro ai sei chilometri), dal centro del castello o dalla città. In armonia con questi significati, segnaliamo che in linguistica si usa oggi definire "banalizzazione semantica" il fenomeno della trasformazione di un nome proprio (ossia, privato) a nome comune (ossia, di tutti), [...]».

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Beneplacito –  si presti molta attenzione a questo termine perché spesso è scritto in modo errato. Si scrive, infatti, con la t, non con la d: tutto è stato fatto con il beneplacito (consenso) del capufficio.

mercoledì 21 maggio 2014

Gratuíto (con l'accentazione sulla "i")? Perché no?!

Chissà quanti amici blogghisti, non piú tanto giovani, saranno stati redarguiti dai propri insegnanti perché pronunciavano "gratuíto", con l'accentazione sulla "i", anziché con quella "corretta" sulla "u" (gratúito). Bene. Anzi, male. È ora di sfatare questo presunto errore ortoepico. La parola in oggetto si può pronunciare sia alla greca (accentazione sulla "u") sia alla latina (accentazione sulla "i"). Gratúito o gratuíto, dunque, secondo il gusto personale. Se non credete all'estensore di queste modete noterelle potete credere al DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia).

Segnaliamo un sito per la divisione in sillabe.

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La parola del giorno proposta da "unaparolaalgiorno".it": tonitruante.

lunedì 19 maggio 2014

Panseléno e ucronía

La parola del giorno proposta da "unaparolaalgiorno.it": ucronía e quella proposta da questo portale: panseléno. Sostantivo non attestato nei vocabolari dell'uso, indica il plenilunio.

domenica 18 maggio 2014

La prescrizione...

Gentilissimo dott. Raso,
mi rivolgo a lei con la speranza che possa soddisfare una mia curiosità. Prescrivere significa "ordinare", il medico, infatti, ordina, vale a dire "prescrive" le medicine che deve assumere il malato. Non capisco, quindi, perché si dice che un reato è caduto in prescrizione. Grato se mi illuminerà.
Fabio O.
Ravenna
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Cortese amico la faccio "illuminare" da Ottorino Pianigiani.

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Tra le parole che ci piacerebbe fossero rimesse a lemma nei vocabolari segnaliamo: abena. Sostantivo femminile che sta per "briglia del cavallo". Si veda anche qui.

sabato 17 maggio 2014

Valchiria



La parola del giorno proposta da "unaparolaalgiorno.it": valchiria.

venerdì 16 maggio 2014

Fare un frate come c'esce

Questo modo di dire - per la verità molto antico e, quindi, poco conosciuto - è affine all'altro piú adoperato e noto, "questo passa il convento", il cui significato, come sappiamo, è "accontentarsi di qualcosa o di un lavoro svolto cosí cosí"; la locuzione si adopera anche nei confronti di una persona che non sempre è all'altezza dei suoi compiti. L'espressione, dicevamo, è molto antica ed è tratta da una novellina narrata da Temistocle Gradi.
«Dice vi fosse un uomo di campagna, il quale non si sa bene per qual grazia, aveva fatto voto al Signore di vestire a frate zoccolante il figliol suo Bechino. E infatti aveva il ragazzo appena dodici anni ch'el su' babbo una mattina in sul dí lo prese con seco, lo condusse al vicino convento, e presentandolo al padre guardiano gli disse: "Ecco, padre reverendo e buono, e vi presento questo mio ragazzo per farvi assapere che ve lo tiro su a briciole di pane, e piú presto avrà diciott'anni, sarà uno della vostra famiglia". Ma piú che Bechino cresceva e meno capiva; fra i ragazzi della scuola, anzi fra quelli del paese era il piú zuccone e 'l piú balogio di tutti, e nondimeno all'età detta su' padre lo prese, lo rimenò al convento, e disse al guardiano d'allora ch'egli era venuto a mantenere la promessa di se' anni fa.Il guardiano a veder quella faccia tonda e supina del ragazzo, che era proprio un pezzo di carne con gli occhi, non rimase punto contento; e però volle tener consiglio cogli altri frati, i quali essendo tutti a un modo del parere del guardiano, fu giudicato non essere ammissibile nella loro famiglia quel pappa cotta. Nondimeno tanto pregò, tanto insisté, tanto scongiurò quel babbo, che il guardiano per levarselo di torno gli ebbe a dire; "El mi' omo, voi siete una mignatta, anzi un vescicante; con voi ci vorrebbe la pazienza di Giobbe; e appunto perché non l'ho, ora che ci manca l'aiuto del sotto-cuoco, vestiremo il vostro figliolo, ma ve lo dico, ci faremo un frate come c'esce"».
Amici lettori, quanti "frate come c'esce" - se ripercorrete a ritroso la vostra vita lavorativa - avete avuto la iattura di conocere?

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La parola che proponiamo oggi, attestata solo nel dizionario Tommaseo-Bellini, è: abbrezzare. Verbo intransitivo che vale "soffrire il freddo per il vento di brezza".

giovedì 15 maggio 2014

Essere stufo



Se la memoria non ci inganna la locuzione in oggetto è stata trattata tempo fa; la riproponiamo (eventualmente) perché ci è stata espressamente richiesta da un cortese blogghista che non desidera “comparire”. L’espressione – caro amico – significa “essere stanco” ma anche e soprattutto “essere infastidito, stizzito” e ha uno strettissimo rapporto con la… stufa. Andiamo con ordine per vedere come si è arrivati – attraverso un passaggio semantico – dalla stufa alla… “seccatura”. La stufa, dunque, è parola greca tratta dal verbo “tipho”,  ‘mando vapore’, ‘mando fumo’ e il fumo – si sa – è un “puzzo”. Dal verbo “stufare”, dunque, è nato l’aggettivo “stufo” con l’accezione di ‘stanco’, ‘nauseato’, ‘scocciato’, ‘infastidito’ e simili. Perché? È presto detto. Sotto il profilo etimologico “stufo” (come abbiamo visto) significa “sommerso dal fumo” e in senso lato, dunque, ‘seccato’, ‘annoiato’, ‘stanco’, ‘infastidito’ (dal puzzo del fumo).

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Gentile Professore, sono uno straniero (sono lituano) e ho una grande voglia di imparare meglio a parlare italiano. Da tanto tempo mi tormenta una domanda e nessun italiano può rispondermi chiaramente. Si dice "Grazie di tutto!" però non ho sentito dire "Grazie PER tutto!". Se dire così non si può allora vorrei sapere o ci sia una regola o ci sia solo un'abitudine. La ringrazio in anticipo.
 Con distinti saluti,
(Firma) 
località non specificata

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Si può dire sia "grazie di tutto" (ciò che fai/hai fatto) sia "grazie per tutto" (ciò che fai/hai fatto). Dipende dal gusto personale.

mercoledì 14 maggio 2014

Essere un mariolo



Contrariamente a quanto comunemente si creda, quest’espressione – conosciutissima e che significa “essere un ladro” – non è di origine partenopea, sibbene veneta, per la precisione veneziana. Si dice, infatti, che, nei tempi andati, un certo Mario, veneziano, era «astutissimo truffatore nelle Fiere; ed eccellente e destro nel tagliar le borse, il quale per la piccolezza di sua statura era chiamato Mariolo». Con il trascorrere del tempo, naturalmente, Mariolo da nome proprio divenne appellativo “rifilato” a coloro che fanno uno dei mestieri piú antichi del mondo: il ladro.



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Orripilante e orripilazione –  si presti attenzione a questi due vocaboli: non sono l’uno sinonimo dell’altro. Il primo termine è un aggettivo e significa che desta raccapriccio: è uno scenario orripilante; il secondo è un sostantivo femminile e indica l’erezione dei peli sulla pelle per il freddo, per un’emozione e simili.




martedì 13 maggio 2014

Che farsa!



Riprendiamo il nostro viaggio alla ricerca di parole di uso corrente il cui significato “nascosto” non è sempre chiaro a tutti. Facciamo tappa alla “farsa”, sperando che l’argomento non sia stato trattato. Vi sarà capitato un’infinità di volte di sentire (o dire voi stessi) che «tutto si è risolto in una farsa», che ciò che pensavate dovesse essere trattato con la massima serietà si è trasformato in un nulla di fatto, cioè in una farsa. Per comprendere l’origine e il significato (nascosto) di farsa è necessario tornare indietro nel tempo e fermarsi al XIV secolo. In quel periodo storico non esistevano ancora i teatri, gli spettacoli si tenevano all’aperto – nelle piazze – e i soggetti erano tratti dalla storia sacra: i cosí detti misteri. Con il trascorrere del tempo si cominciò a rappresentare, come “intermezzo” ai misteri, brevi scene di contenuto profano allo scopo di alleggerire l’austerità e la “pesantezza” dello spettacolo principale, la storia sacra, appunto. E sempre con il trascorrere del tempo, queste scenette assunsero, via via, il carattere scherzoso e allegro, fino a diventare, addirittura, volgari. Bene. In Francia, dove ebbe origine questo intermezzo, la scena inserita tra un atto e l’altro prese il nome di “farce” (ripieno, imbottitura) e questa tratta dal latino “farcire”, riempire, imbottire, farcire, vale a dire scena introdotta nello spettacolo come “ripieno”. Dal francese “farce” è stato coniato l’italiano “farsa”. Se apriamo un qualunque vocabolario, il Gabrielli per esempio, al lemma farsa possiamo leggere: «1 TEATR Genere teatrale di marcato carattere comico, caratterizzato da vicende burlesche e spesso paradossali, nato nel XV sec.
|| Componimento teatrale appartenente a tale genere
2 spreg. Spettacolo comico di scarso impegno artistico, spesso grossolano
3 fig. Avvenimento, comportamento, impresa ridicola, priva di serietà e di valore: il concorso è stato una f.»



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La parola del giorno (di ieri) proposta da “unaparolaalgiorno.it”: petulante.

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Per gli appassionati della lingua "antica" segnaliamo "Regole elementari della lingua italiana" del purista Basilio Puoti.

lunedì 12 maggio 2014

Parole «ermafrodite»



Potremmo definire “ermafrodite” quelle parole che i grammatici chiamano ambigeneri perché si differenziano solamente per mezzo dell’articolo o dell’aggettivo concordanti, non mutano, insomma, la desinenza. Appartengono a questa categoria: a) le parole terminanti in “-e”: il custode, la custode; il nipote, la nipote, il consorte, la consorte ecc.; b) i participi presenti sostantivati: il cantante, la cantante (a questo proposito sarebbe “piú corretto” dire la studente); c) le parole terminanti in “-ista” e in “-cida”: il ciclista, la ciclista; il fratricida, la fratricida; il giornalista, la giornalista. Questi ultimi sostantivi, però, nel plurale hanno forme distinte per il maschile e per il femminile: i ciclisti, le cicliste; i fratricidi, le fratricide. Vi sono, inoltre, le “ermafrodite” apparenti la cui differenza non è il genere ma il significato. I grammatici le chiamano “falsi ambigeneri” o “ambigeneri apparenti”. Vediamone qualcuna: il fine (lo scopo), la fine (il termine); il moto (movimento), la moto (la motocicletta); il radio (minerale), la radio (apparecchio ricevente): il pianeta (corpo celeste), la pianeta (paramento liturgico); il fronte (zona di guerra), la fronte (parte del volto); il tema (il componimento), la tema (la paura); il lama (monaco), la lama (parte del coltello); il boa (serpente), la boa (il galleggiante).