venerdì 14 marzo 2014

La prospettiva

 Il vocabolario Gabrielli in rete, "ritoccato", al lemma 'prospettiva' tra le varie accezioni riporta: «fig. Eventualità, probabilità, previsione: ci sarebbe la p. di un ottimo affare|| spec. al pl. Possibilità di miglioramenti futuri: un'attività senza prospettive».
Il Maestro, nel suo "Dizionario Linguistico Moderno", sconsiglia l'uso di prospettiva nell'accezione sopra riportata e scrive: «Spesso è usato (il termine) in senso figurato, alla francese, per indicare la speranza o il timore di una cosa probabile nell'avvenire: "C'è la prospettiva d'un buon affare"; "Con questa bella prospettiva c'è poco da stare allegri" (...). È maniera che si dovrebbe sempre evitare; l'italiano dice "avvenire", "previsione", "probabilità", "aspettativa", "attesa", "speranza", "minaccia" e simili: "C'è la probabilità d'un buon affare"; "Con questo bell'avvenire (o aspettativa, o probabilità) c'è poco da stare allegri" (...). Cosí pure la locuzione "avere in prospettiva alcunché", si potrà meglio sostituire con "prevedere", "attendere", "sperare", "temere", "esserci la probabilità" e simili».
Noi, amici, seguiamo i consigli dell'insigne linguista. Voi?

giovedì 13 marzo 2014

Una caterva




La parola del giorno (di ieri) proposta da "unaparolaalgiorno.it": caterva.

martedì 11 marzo 2014

«Sulle ventitré»

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
                annarella scrive:
Buonasera, chiedo: ventitrè, quarantatré vanno bene accentati? Il cappello SULLE VENTITRE’ COM. DI MODO? Grazie, come sempre, della vostra cortesia.
                linguista_1 scrive:
L’accento è acuto: ventitré, quarantatré ecc. “Sulle ventitré” è complemento di stato in luogo: indica metaforicamente la posizione della parte anteriore della tesa del cappello, spostata sulla sinistra rispetto all’asse della testa.
Fabio Ruggiano
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Ancora una volta – e ci dispiace – dissentiamo dal linguista del sito in questione. A nostro modesto avviso “sulle ventitré” non è un complemento di stato in luogo (sia pure figurato), ma una locuzione avverbiale di modo come, per esempio, “alla carlona”, “alla marinara”, “per caso”, “di malavoglia” ecc. Il cappello, si sa, si porta sulla testa (complemento di stato in luogo figurato). Se ci poniamo le domande  “come porta”,” in che modo porta”, “come tiene”  il cappello, Giovanni?”.  “Sulle ventitré”, ci sembra evidente, è un complemento di modo.

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La parola che proponiamo oggi è: geremiade. Sostantivo femminile. Significa lamentela e, per estensione, discorso lungo e noioso. Deriva dal nome del profeta Geremia, autore delle “Lamentazioni” comprese nella Bibbia.

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«Ultim'ora»

Fino a questo momento (17.50 del 12 marzo) i linguisti di "Repubblica"  hanno ignorato le nostre osservazioni riguardo alla locuzione "sulle ventitré". Il nostro commento non è stato pubblicato (un eccellente esempio di democrazia).

lunedì 10 marzo 2014

Io sorto e io sortisco non sono la stessa cosa


Due parole sul verbo "sortire", che può essere transitivo e intransitivo con significati diversi. Cominciamo con il dire che "sortire" nell'accezione di "uscire" è di uso prettamente regionale, da non adoperare, quindi, in uno scritto formale. E veniamo ai due significati del verbo adoperato in senso proprio. Quando sta per "avere in sorte", "conseguire", "ottenere" e simili è transitivo e si coniuga con l'infisso "-isc-" (io sortisco): l'impresa non ha sortito l'effetto sperato. Nel significato, invece, di "uscire in sorte", "essere sorteggiato" è intransitivo (ausiliare essere) e si coniuga normalmente (io sorto): i numeri 8 e 15 non sortono da una settimana; il terno non è sortito.

domenica 9 marzo 2014

I sopraccigli o le sopracciglia?

Gentilissimo dott. Raso,
molto spesso mi trovo in difficoltà quando debbo fare il plurale di sopracciglio perché alcuni dicono "i sopraccigli", altri "le sopracciglia". Qual è il plurale corretto? O si possono adoperare indifferentemente l'uno e l'altro. Esiste un'eventuale regola?
Grazie dell'attenzione e un cordiale saluto.
Giovanni U.
Macerata
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Caro amico, si possono adoperare indifferentemente, non c'è una regola. Il plurale femminile è quello piú usato e si privilegia per indicare entrambi i rilievi arcuati situati al di sopra dell'arcata orbitaria: quella signora si depila le sopracciglia; il plurale maschile, invece, si adopera per indicarli singolarmente: il caso ha voluto che i pugili si ferissero entrambi ai sopraccigli sinistri. L'importante, Giovanni, è non dire o scrivere "le sopracciglie". Ma come mai questi due plurali? Uno maschile l'altro femminile? Alcuni sostantivi maschili in "-o" sono femminili al plurale e hanno la desinenza "-a" perché rispecchiano il plurale neutro latino dal quale provengono. Sopracciglio viene dal latino "supercilium" il cui plurale è, appunto, "supercilia". Alcuni di questi sostantivi nel passaggio dal latino all'italiano hanno conservato la desinenza "-a" (che in italiano è tipica della maggior parte dei nomi  femminili) oltre ad acquisire la desinenza normale "-i" dei nomi maschili in "-o": i bracci/le braccia; i corni/le corna ; i diti/le dita; i cuoi/le cuoia ecc.

mercoledì 5 marzo 2014

Coriandoli di carnevale

Ieri, come da tradizione, si è svolto il carnevale di Viareggio e tutte le strade della città sono state completamente ricoperte di coriandoli. Ci sembra interessante parlare, quindi, della ‘nascita’ del coriandolo. I coriandoli, dunque – è risaputo – sono il simbolo principe del carnevale. Ciò che non tutti sanno, forse, è che i coriandoli, piú appropriatamente il coriandolo, sono delle piante della famiglia delle Ombrellifere, con fusto eretto, fiori piccoli e bianchi i cui semi – chiamati anch’essi coriandoli – contengono un olio aromatico, un tempo adoperato in liquoreria per ‘insaporire’ cibi e bevande.
Da queste piante si pensò di ricavarne dei piccoli confetti rotondi, contenenti un seme di coriandolo e, vista la loro economicità e leggerezza, si cominciò a gettarli dalla finestra sui festosi e chiassosi cortei carnevaleschi; piú tardi, verso la fine dell’Ottocento, per motivi puramente economici, si pensò di sostituire i confetti di coriandoli con altri fatti di gesso; in seguito, economizzando sempre di piú, si sostituirono i confetti di gesso con i dischetti di carta che avanzavano dalla preparazione dei fogli bucati per i bachi da seta. Oggi, dove tutto è industrializzato, i coriandoli vengono fabbricati appositamente; non sono piú i residui dell’industria serica, il nome originario, però, è rimasto inalterato.

martedì 4 marzo 2014

Starnutare, starnutire e sternutire

Un interessante e dettagliato articolo di Barbara Fanini, della redazione consulenza linguistica dell'Accademia della Crusca, sulla correttezza dei tre verbi in questione. 
Da parte nostra, invitiamo gli amici che ci seguono a non seguire le indicazioni di alcuni coniugatori dei verbi che "spopolano" in Rete. Starnutire e sternutire, contrariamente a quanto riportano alcuni coniugatori, appunto, si coniugano tassativamente - in alcuni tempi e modi - con l'infisso "-isc-" tra il tema e la desinenza: starnutisco; sternutisco.

lunedì 3 marzo 2014

Laddove e là dove

La parola del giorno dello Zingarelli, laddove, merita una "precisazione", a nostro modesto avviso. È preferibile laddove, in grafia unita, quando la locuzione ha valore avversativo (ma, mentre, invece) o ipotetico (se, qualora). In grafia scissa (là dove) nel puro significato di avverbio di luogo. Qualche esempio renderà tutto piú chiaro. Ecco il mio numero di telefono laddove (se, qualora) ne avessi bisogno. 
Vado a prendere l'auto là dove la parcheggio sempre.

domenica 2 marzo 2014

La «dichefobia»

Cortesissimo dott. Raso,
la ringrazio veramente di cuore per la risposta sulla "retta". Approfitto della sua ormai "proverbiale" disponibilità per un altro quesito. Esiste un termine atto a indicare il timore (o fobia) per un ipoetico processo a cui si è sottoposti e per la giustizia in genere?
Certissimo, come sempre, di una sua dotta risposta, le porgo i miei più cordiali saluti. Grazie ancora.
Domenico F.
Varese
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Gentile Domenico, le confesso, con la massima onestà, che non so se un tale termine possa esistere (i vocabolari che ho consultato tacciono, in proposito). Si può, però, provare a formare il termine in oggetto ricorrendo alle voci greche díke, 'giustizia' e fòbos, 'timore', 'paura': dichefobia, vale a dire "paura della giustizia" e dei processi in genere.

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La parola del giorno proposta da "unaparolaalgiorno.it": comare.

sabato 1 marzo 2014

Sull'uso "corretto" della preposizione «da»

Sul corretto uso della preposizione "da" non tutti i sacri testi - ci sembra - concordano. Cominciamo con il dire che detta preposizione non si apostrofa mai, salvo in alcune locuzioni avverbiali. È grave errore scrivere, per esempio, «case d'affittare», «polvere d'aspergere» e simili. Perché è un errore? È presto detto. Si potrebbe confondere - se apostrofata - con la sorella "di" (la sola legittimata a prendere l'apostrofo). Non scriveremo mai, quindi, «d'ognuno», «d'ieri» ecc., che non significano "da ognuno", "da ieri" ma "di ognuno", "di ieri". E veniamo all'uso corretto. È adoperata correttamente quando sta a indicare l'idoneità, l'attitudine, la destinazione d'uso di una determinata cosa: pianta 'da' frutto (destinata a dare frutta); bicicletta 'da' corsa (idonea per la corsa); sala 'da' pranzo (destinata per il pranzo). Non è corretto il suo uso (e va sostituita con la "di") quando si parla di una qualità specifica: una notte 'd' 'incubo; un ingorgo 'di' paura; una festa 'di' ballo. Si dovrebbe dire, quindi, «biglietto 'di' visita» (non da visita). C'è una regola empirica (non valida al cento per cento, ovviamente) che ci permette di non sbagliare sull'uso dell'una o dell'altra preposizione ('di' e 'da'). Quando la preposizione 'da' è seguita da un sostantivo che può essere sostituito con un aggettivo o con una proposizione relativa si "trasforma" in 'di'. Una notte 'da' favola, cioè una notte "favolosa", diventerà, correttamente, una notte 'di' favola; una notte 'da' re, vale a dire una notte "regale", sarà una notte 'di' re; un ingorgo 'da' paura, un ingorgo, cioè, che fa, che mette paurà, sarà un ingorgo 'di' paura. Non tutti i linguisti, però, concordano. Voi, amici, seguite il vostro "istinto linguistico", se le nostre modeste noterelle non vi convincono.