Un consiglio, che personalmente seguiamo e… consigliamo agli amanti del bel parlare e del bello scrivere, del linguista Aldo Gabrielli circa l’uso corretto del verbo rimarcare (i “ritoccatori” del vocabolario in rete non ne fanno menzione).
Rimarcare in italiano significa soltanto “marcare di nuovo”; ma da noi si usa piú spesso, sguaiatamente, nel significato del francese ‘remarquer’, cioè nel significato di “notare”, “osservare”, “rilevare”, “segnalare”, “considerare” e simili: «Gli fece rimarcare l’errore»; «Debbo rimarcare un’eccessiva trascuratezza»; «Non rimarcai nulla di nuovo» e simili; si sostituisca il francesismo con uno dei verbi ora detti. Dicono, peggio ancora, “rimarchevole” e “rimarcabile” (fr. ‘remarquable’) invece di “notevole”, “notabile”, “importante”, “ragguardevole”, “considerevole”, “appariscente”, “segnalato” e simili. Infine si respinga anche “rimarco” (fr. ‘remarque’) e si dica “osservazione”, “nota”, “avvertimento”, “critica”, “appunto”, “obiezione”, “censura”, “rimprovero”, “richiamo” e simili (non “rilievo’)».
Il vocabolario Gabrielli in rete:
rimarcare1
[ri-mar-cà-re] (rimàrco; si coniuga come marcàre)
v.tr.
Marcare di nuovo; rimarchiare
rimarcare2
[ri-mar-cà-re] (rimàrco; si coniuga come marcàre)
v.tr.
Notare, rilevare, segnalare: gli fecero r. il suo errore
* * *
I porchi comodi...
Qualcuno - se non tutti - strabuzzerà gli occhi: “porchi”!? Come è possibile un simile strafalcione? No, amici, non è uno strafalcione.
Tutti i “sacri testi” che abbiamo consultato tacciono sull’argomento, ma “porchi” è forma correttissima. Quando il sostantivo ‘porco’ è usato in funzione aggettivale con il significato di “spregevole”, “indecente”, “orribile” e simili, nella forma maschile plurale “può” prendere la desinenza “-chi” in luogo di quella comunemente in uso “-ci”. A voler sottilizzare, anzi, porchi ‘sarebbe’ la sola forma corretta perché i sostantivi in “-co” piani (con l’accento tonico sulla penultima sillaba) nel plurale conservano il suono gutturale; quelli sdruccioli, invece, lo perdono. Naturalmente non mancano le eccezioni e porco è una di queste; in funzione di sostantivo, infatti, il plurale “corretto” è porci.
martedì 30 aprile 2013
sabato 27 aprile 2013
Battere la fiacca
Perché la fiacca si batte? Lo spiega un articolo di Matilde Paoli della redazione consulenza linguistica della Crusca.
http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/perch-fiacca-si-batte
Ma cos'è questa fiacca? "Risponde" Ottorino Pianigiani.
* * *
Il linguaggio maccheronico (o maccaronico)
Gentile dott.Raso,
perché quando una persona parla male una lingua si dice che adopera un linguaggio maccaronico?
Grazie se avrò una risposta e molti complimenti per il suo istruttivo "servizio".
Costantino A.
Alghero
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Cortese amico, do la "parola" a 'Sapere.it':
«Non com. macaronico e maccaronico, agg. [f. -a; pl.m. -ci, f. -che] 1 si dice di un linguaggio burlesco costituito da parole del volgare o dialettali assoggettate alla morfologia e alla sintassi del latino; originatosi dalla poesia goliardica medievale, costituì un particolare strumento satirico-parodistico nella letteratura dei secc. XV e XVI, salendo a espressione d’arte con Teofilo Folengo (1491-1544): latino maccheronico; poesia maccheronica, in linguaggio maccheronico 2 ( estens.) si dice di una qualsiasi lingua storpiata da persona che la parla o scrive male: parla un inglese maccheronico ¨ n.m. [pl. -ci] linguaggio maccheronico ? maccheronicamente avv.
¶ Deriv. di maccherone, in quanto piatto rustico in cui si mescolano vari ingredienti; latino maccheronico può essere l’equivalente di latino di cucina, espressione con cui in età umanistica si alludeva al latino parlato dai cuochi nei conventi».
venerdì 26 aprile 2013
L'ariolo
Tra le parole estinte o in via di estinzione segnaliamo ariolo. La quasi totalità dei vocabolari dell'uso non l'attestano piú. Ci piacerebbe, invece, che fosse rispolverata perché l'ariolo impazza in tutte le emittenti televisive private. Chi è? Il mago, l'indovino, lo stregone.
Diamo la "parola" al Tommaseo-Bellini. Si clicchi su: http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=ariolo&searchfor=ariolo&searching=true
mercoledì 24 aprile 2013
Lingua italiana: sempre piú giú
È veramente triste constatare come di giorno in giorno la lingua di Dante, idioma gentil sonante e puro, per dirla con l'Alfieri, stia precipitando nel baratro. Il DOP marca con "meno bene" alcune voci del verbo dare: dasti, daste, dassi. "Meno bene" non significa errato, non vorremmo, quindi, che qualche studente sprovveduto, seguendo le indicazioni del dizionaro su menzionato, usasse queste voci, soprattutto in un componimento...
PS. Non sarebbe il caso che i responsabili del dizionario vi apportassero degli emendamenti? Invitiamo, per tanto, qualche autorevole linguista - se per caso si dovesse imbattere in questo sito - a segnalare l' "orrore".
martedì 23 aprile 2013
Le amalgame
Tutti i vocabolari si accapigliano per stabilire il genere di questo sostantivo: chi lo dà tassativamente maschile, chi ammette anche il femminile avvertendo, però, che è di uso non comune (come, per esempio, il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia). Quindi: l'amalgama, gli amalgami; l'amalgama, le amalgame.
Per l'origine e il significato ci rimettiamo a quanto dice il Pianigiani:
Da parte nostra non ci sentiamo di tacciare di ignoranza (come usano alcuni soloni della lingua) coloro che preferiscono la forma femminile, pur sapendo che non è molto comune. Una rapida occhiata a Googlelibri ci ha sorpreso. La forma femminile plurale prevale su quella, piú comune, maschile: 1.270 occorrenze contro 412.
https://www.google.it/search?q=%22le+amalgame%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it#hl=it&tbm=bks&sclient=psy-ab&q=%22le+amalgame%22&oq=%22le+amalgame%
https://www.google.it/search?q=%22le+amalgame%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it#hl=it&tbm=bks&sclient=psy-ab&q=%22gli+amalgami%22&oq=%22gli+amalgami%22&gs_l=serp.12...80000.85906.3.104265.14.12.2.0.0.0.547.4094.2-5j4j2j1.12.0...0.0...1c.1.9.serp._0qP39OHjiI&psj=1&bav=on.2,or.r_cp.r_qf.&bvm=bv.455
In proposito si legga anche la "nota d'uso" cliccando su: http://www.sapere.it/sapere/dizionari/dizionari/Italiano/A/AM/amalgama.html?q_search=amalgama
Concludiamo dando la "parola" al linguista Aldo Gabrielli, che nel suo "Si dice o non si dice?", scrive:
«Amalgama è da almeno tre secoli nel nostro lessico, e sul suo significato siamo tutti d’accordo: mescolanza, impasto oppure lega di un metallo col mercurio. Ma per molti rimane incerto il sesso di amalgama, e non ci aiutano gli esempi di scrittori autorevoli: per alcuni è femminile, per altri è maschile. Né ci aiuta dare un’occhiata a quello che succede in Europa: per i francesi è maschio, per gli spagnoli è femmina.
Andiamo all’origine del vocabolo. Amalgama deriva da un latino medievale degli alchimisti amàlgama, di genere neutro, probabile deformazione araba (al-malgan) del greco málagma, mistura, impasto, che discende a sua volta dal verbo malásso, rammollisco (per l’aspetto molle della lega). Secondo altri, invece, il neutro latino sarebbe l’alterazione del sinonimo algama, dall’arabo al-gamâa, che significa “riunione”. L’oscillazione del genere è dovuta evidentemente alla terminazione -a del vocabolo, propria dei femminili in italiano. Ma l’italiano non manca di nomi in -a di genere maschile: il papa, l’auriga, il profeta, il collega, l’eremita eccetera. Di qui la confusione. Decidiamoci: l’origine del vocabolo è di genere neutro; si sa che il neutro latino sfocia normalmente nel maschile italiano. Facciamolo maschile, e basta alchimie: “un perfetto amalgama”».
Per l'origine e il significato ci rimettiamo a quanto dice il Pianigiani:
Da parte nostra non ci sentiamo di tacciare di ignoranza (come usano alcuni soloni della lingua) coloro che preferiscono la forma femminile, pur sapendo che non è molto comune. Una rapida occhiata a Googlelibri ci ha sorpreso. La forma femminile plurale prevale su quella, piú comune, maschile: 1.270 occorrenze contro 412.
https://www.google.it/search?q=%22le+amalgame%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it#hl=it&tbm=bks&sclient=psy-ab&q=%22le+amalgame%22&oq=%22le+amalgame%
https://www.google.it/search?q=%22le+amalgame%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it#hl=it&tbm=bks&sclient=psy-ab&q=%22gli+amalgami%22&oq=%22gli+amalgami%22&gs_l=serp.12...80000.85906.3.104265.14.12.2.0.0.0.547.4094.2-5j4j2j1.12.0...0.0...1c.1.9.serp._0qP39OHjiI&psj=1&bav=on.2,or.r_cp.r_qf.&bvm=bv.455
In proposito si legga anche la "nota d'uso" cliccando su: http://www.sapere.it/sapere/dizionari/dizionari/Italiano/A/AM/amalgama.html?q_search=amalgama
Concludiamo dando la "parola" al linguista Aldo Gabrielli, che nel suo "Si dice o non si dice?", scrive:
«Amalgama è da almeno tre secoli nel nostro lessico, e sul suo significato siamo tutti d’accordo: mescolanza, impasto oppure lega di un metallo col mercurio. Ma per molti rimane incerto il sesso di amalgama, e non ci aiutano gli esempi di scrittori autorevoli: per alcuni è femminile, per altri è maschile. Né ci aiuta dare un’occhiata a quello che succede in Europa: per i francesi è maschio, per gli spagnoli è femmina.
Andiamo all’origine del vocabolo. Amalgama deriva da un latino medievale degli alchimisti amàlgama, di genere neutro, probabile deformazione araba (al-malgan) del greco málagma, mistura, impasto, che discende a sua volta dal verbo malásso, rammollisco (per l’aspetto molle della lega). Secondo altri, invece, il neutro latino sarebbe l’alterazione del sinonimo algama, dall’arabo al-gamâa, che significa “riunione”. L’oscillazione del genere è dovuta evidentemente alla terminazione -a del vocabolo, propria dei femminili in italiano. Ma l’italiano non manca di nomi in -a di genere maschile: il papa, l’auriga, il profeta, il collega, l’eremita eccetera. Di qui la confusione. Decidiamoci: l’origine del vocabolo è di genere neutro; si sa che il neutro latino sfocia normalmente nel maschile italiano. Facciamolo maschile, e basta alchimie: “un perfetto amalgama”».
lunedì 22 aprile 2013
Il "che" polivalente
Crediamo sia il caso di emendare quanto si legge nel sito www.linkuaggio.com a proposito del cosí detto che polivalente. L’esperto linguistico del sito scrive:
«No al "che" polivalente . Altro errore diffuso e ingiustificabile è l'utilizzo del "che" polivalente. Il pronome relativo "che", infatti, può avere solo funzione di soggetto o complemento oggetto; per fare riferimento allo spazio o al tempo, ad esempio, dovrete utilizzare o "cui" (con la relativa preposizione) o altre parti del discorso; non potete scrivere, infatti, *il giorno che sono nato: è sbagliato; dovete scrivere, invece, "il giorno in cui sono nato". "Che", insomma, non va utilizzato sempre e comunque (l'abuso che se ne fa oggigiorno ha portato alcuni a definirlo proprio "che tuttofare")».
No, amici, il “che” della frase “il giorno che sono nato” è perfettamente in regola con le leggi grammaticali. È, infatti, normale, quando si adopera come pronome relativo invariabile con valore temporale. Ed è questo il caso. È interessante, in proposito, l’articolo di Giuliana Fiorentino. Si clicchi su:
http://www.treccani.it/enciclopedia/che-polivalente_(Enciclopedia_dell'Italiano) /
Si veda anche il punto 2 cliccando su questo collegamento: http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/C/che_1.shtml
«No al "che" polivalente . Altro errore diffuso e ingiustificabile è l'utilizzo del "che" polivalente. Il pronome relativo "che", infatti, può avere solo funzione di soggetto o complemento oggetto; per fare riferimento allo spazio o al tempo, ad esempio, dovrete utilizzare o "cui" (con la relativa preposizione) o altre parti del discorso; non potete scrivere, infatti, *il giorno che sono nato: è sbagliato; dovete scrivere, invece, "il giorno in cui sono nato". "Che", insomma, non va utilizzato sempre e comunque (l'abuso che se ne fa oggigiorno ha portato alcuni a definirlo proprio "che tuttofare")».
No, amici, il “che” della frase “il giorno che sono nato” è perfettamente in regola con le leggi grammaticali. È, infatti, normale, quando si adopera come pronome relativo invariabile con valore temporale. Ed è questo il caso. È interessante, in proposito, l’articolo di Giuliana Fiorentino. Si clicchi su:
http://www.treccani.it/enciclopedia/che-polivalente_(Enciclopedia_dell'Italiano) /
Si veda anche il punto 2 cliccando su questo collegamento: http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/C/che_1.shtml
domenica 21 aprile 2013
Trascendente e trascendentale
Un articolo di Simona Cresti, della redazione consulenza linguistica della Crusca: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/niente-trascendentale
* * *
Il pozzo di San Patrizio
sabato 20 aprile 2013
Sto "disfando" la valigia
Si presti attenzione alla corretta coniugazione del verbo "disfare": essendo un composto di 'fare' si coniuga come questo. Un errore molto comune si riscontra nel gerundio: disfando. La sola forma corretta è "disfacendo", come 'facendo', per l'appunto. Navigando in Internet ci siamo imbattuti in scrittori che sono caduti in questo madornale errore, forse incoraggiati da un "coniugatore di verbi" che dà, come variante di disfacendo, la forma errata "disfando". Si vedano i collegamenti in calce.
https://www.google.it/search?q=%22disfando%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it
http://www.wordreference.com/conj/ItVerbs.aspx?v=disfare
venerdì 19 aprile 2013
L'omofobia
Un'interessante disquisizione linguistica sull'argomento.
Si clicchi su: http://www.achyra.org/cruscate/viewtopic.php?t=3755
giovedì 18 aprile 2013
Centra e... c'entra
Navigando in Internet ci siamo imbattuti in un sito (www.apollodoro.it) che tratta di problemi linguistici. Gli abbiamo dato una rapida scorsa e abbiamo notato alcune imprecisioni, per non dire errori, che vanno emendate per non far cadere in… errore i fruitori del sito stesso. “Apollodoro” scrive:
• A me mi piace vs A me piace: a me e mi significano la stessa cosa in questo caso, inutile e sbagliato ripeterli.
• Un pò vs Un po’: è uno dei pochi casi di troncamento in cui ci vuole l’apostrofo, l’accento non centra nulla.
• Eccoci tornati con un nuovo dubbio con cui la grammatica italiana miete molti vittime. Si scrive glielo o gliel’ho? Qualcuno si chiede anche se si scrive glielo gliel’ho o glie lo, andiamo dunque a vedere quale sia la forma corretta. Diciamo subito che glie lo è sbagliato: non si scrive staccato, da dove mai dovrebbe derivare la parola ‘glie’? Provate a cercarla sul dizionario: non la troverete. E questo perché è una parola che non esiste, quindi almeno questo dubbio è risolto.
• Eccoci di ritorno a un nuovo dubbio della grammatica italiana: si scrive d’altronde o daltronde? La settimana scorsa ci eravamo concentrati su una difficoltà lessicale che non ha delle regole ben precise: l’uso della d eufonica, che avevamo analizzato qui. Questa volta vogliamo capire se si scrive d’altronde o daltronde. Ovviamente bisogna subito dire che l’unica forma corretta è d’altronde, con l’apostrofo: se avete un correttore ortografico attivo, vi sarete resi conto che vi sottolinea sempre la parola daltronde quando la scrivete. Questo non perché si sia incaponito a rendere la vostra pagina un coacervo di lineette ondulate rosse, ma perché effettivamente non è la forma giusta.
Andiamo per ordine con gli “emendamenti”:
A me mi piace non è bello stilisticamente ma non si può considerare un errore.
Un po’, giustissimo l’apostrofo, ma il verbo “centrare” non… c’entra.
Glie lo non è affatto errato, anzi sarebbe da preferire per analogia con le forme “me lo”, “te lo”, “ve lo” ecc.
Daltronde è forma meno comune di “d’altronde”, ma non errata.
È lo stesso caso, insomma, di “d’accordo” e “daccordo” e di altre parole che, comunemente, si scrivono con l’apostrofo anche se la grafia univerbata non è considerata errata.
Dal sito “webbando.com”:
La forma senz’altro corretta è D’accordo (ad es. “sono d’accordo con quanto hai suggerito…”). Attenzione però! Perché usare la forma unita, daccordo, non è scorretto, ma raro. È infatti consentito anche il suo utilizzo secondo il Dizionario di Ortografia e Pronunzia, ripreso dalla Accademia della Crusca, ovvero l’istituto nazionale per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana, considerato l’organo più autorevole al riguardo (Ad es. Lei è Daccordo con quello che ha appena esposto“).
Ma il caso riguardante il duplice utilizzo di D’Accordo e Daccordo non è l’unico in cui ci si ritrovano due termini, uno più utilizzato, l’altro considerato forma rara, ma non errore. Ecco altri esempi che aiuteranno il lettore a chiarire ulteriori dubbi: a fianco (forma più utilizzata) e affianco (affianco a me c’è un altro personaggio molto noto) che è registrato con rimando alla forma separata. D’altronde e Daltronde (Daltronde questa idea era venuta anche a me), la quale è indicata come forma meno comune, poc’anzi e pocanzi (pocanzi è uscito), sempre indicata come forma meno comune, e infine senzaltro (senz’altro), tuttaltro (tutt’altro) e tuttoggi (tutt’oggi) sono indicate come forme rare. (Senzaltro giungerò puntuale a quell’appuntamento; Ho detto tuttaltro rispetto a quello che ha riportato; a tuttoggi non ho ricevuta alcuna notizia al riguardo). Il nostro consiglio è comunque quello di utilizzare sempre le forme più utilizzate ed eleganti, evitando quelle rare. (Abbiamo corretto alcuni errori di battitura del testo).
• A me mi piace vs A me piace: a me e mi significano la stessa cosa in questo caso, inutile e sbagliato ripeterli.
• Un pò vs Un po’: è uno dei pochi casi di troncamento in cui ci vuole l’apostrofo, l’accento non centra nulla.
• Eccoci tornati con un nuovo dubbio con cui la grammatica italiana miete molti vittime. Si scrive glielo o gliel’ho? Qualcuno si chiede anche se si scrive glielo gliel’ho o glie lo, andiamo dunque a vedere quale sia la forma corretta. Diciamo subito che glie lo è sbagliato: non si scrive staccato, da dove mai dovrebbe derivare la parola ‘glie’? Provate a cercarla sul dizionario: non la troverete. E questo perché è una parola che non esiste, quindi almeno questo dubbio è risolto.
• Eccoci di ritorno a un nuovo dubbio della grammatica italiana: si scrive d’altronde o daltronde? La settimana scorsa ci eravamo concentrati su una difficoltà lessicale che non ha delle regole ben precise: l’uso della d eufonica, che avevamo analizzato qui. Questa volta vogliamo capire se si scrive d’altronde o daltronde. Ovviamente bisogna subito dire che l’unica forma corretta è d’altronde, con l’apostrofo: se avete un correttore ortografico attivo, vi sarete resi conto che vi sottolinea sempre la parola daltronde quando la scrivete. Questo non perché si sia incaponito a rendere la vostra pagina un coacervo di lineette ondulate rosse, ma perché effettivamente non è la forma giusta.
Andiamo per ordine con gli “emendamenti”:
A me mi piace non è bello stilisticamente ma non si può considerare un errore.
Un po’, giustissimo l’apostrofo, ma il verbo “centrare” non… c’entra.
Glie lo non è affatto errato, anzi sarebbe da preferire per analogia con le forme “me lo”, “te lo”, “ve lo” ecc.
Daltronde è forma meno comune di “d’altronde”, ma non errata.
È lo stesso caso, insomma, di “d’accordo” e “daccordo” e di altre parole che, comunemente, si scrivono con l’apostrofo anche se la grafia univerbata non è considerata errata.
Dal sito “webbando.com”:
La forma senz’altro corretta è D’accordo (ad es. “sono d’accordo con quanto hai suggerito…”). Attenzione però! Perché usare la forma unita, daccordo, non è scorretto, ma raro. È infatti consentito anche il suo utilizzo secondo il Dizionario di Ortografia e Pronunzia, ripreso dalla Accademia della Crusca, ovvero l’istituto nazionale per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana, considerato l’organo più autorevole al riguardo (Ad es. Lei è Daccordo con quello che ha appena esposto“).
Ma il caso riguardante il duplice utilizzo di D’Accordo e Daccordo non è l’unico in cui ci si ritrovano due termini, uno più utilizzato, l’altro considerato forma rara, ma non errore. Ecco altri esempi che aiuteranno il lettore a chiarire ulteriori dubbi: a fianco (forma più utilizzata) e affianco (affianco a me c’è un altro personaggio molto noto) che è registrato con rimando alla forma separata. D’altronde e Daltronde (Daltronde questa idea era venuta anche a me), la quale è indicata come forma meno comune, poc’anzi e pocanzi (pocanzi è uscito), sempre indicata come forma meno comune, e infine senzaltro (senz’altro), tuttaltro (tutt’altro) e tuttoggi (tutt’oggi) sono indicate come forme rare. (Senzaltro giungerò puntuale a quell’appuntamento; Ho detto tuttaltro rispetto a quello che ha riportato; a tuttoggi non ho ricevuta alcuna notizia al riguardo). Il nostro consiglio è comunque quello di utilizzare sempre le forme più utilizzate ed eleganti, evitando quelle rare. (Abbiamo corretto alcuni errori di battitura del testo).
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