sabato 31 marzo 2012

Un «tecomeco»








Cortese dott. Raso,
esiste un termine per definire una malalingua; una persona che parla male di te agli altri, e agli altri male di te? Mi sembra che ci sia un termine apposito, ma non sono riuscito a “scovarlo” nei vocabolari. Può dirmi qualcosa in merito? Grazie e complimenti per il suo encomiabile lavoro in difesa della nostra bella lingua. Cordialmente.
Costantino C.
Carbonia
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Gentile Costantino, il termine apposito esiste, anzi esisteva ed è tecomeco ma non è piú attestato nei comuni vocabolari dell’uso. Lo può trovare cliccando sui collegamenti in calce.



https://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22tecomeco%22&btnG=#q=%22tecomeco%

https://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22tecomeco%22

giovedì 29 marzo 2012

Complemento di causa? Sí, ma quale?





Riteniamo necessario fare un po’ di chiarezza sul complemento di causa. Le grammatiche lo liquidano con due parole: «Indica la causa per la quale si compie l’azione espressa dal verbo e risponde alle domande sottintese ‘perché?', ‘per quale motivo?’ , ‘a causa di che cosa?’ e simili»: Giovanni tremava “per la paura” degli esami; quei poveri barboni sono morti “di freddo”; il traffico è rimasto bloccato “da un incidente” sull’autostrada. La causa per cui avviene ciò che esprime il verbo – ed è questo che non tutti i sacri testi grammaticali riportano – si può distinguere in: ‘causa impediente’, ‘causa esterna’, ‘causa interna’. Vediamo nell’ordine. Causa impediente: indica il motivo che ostacola l’azione del soggetto (‘Per lo sciopero’ dei treni non potrò essere presente); causa esterna: quando indica una ragione esterna al soggetto provocandone una reazione (Sono deluso ‘dal comportamento’ dei miei amici); causa interna: quando indica un motivo interno al soggetto provocandone reazioni psichiche o fisiche (In quell’occasione noi tutti siamo sbiancati ‘dalla paura’). Occorre dire, però, che si tratta di distinzioni di ordine logico che non hanno conseguenze sul piano sintattico-grammaticale. Servono, però, a nostro modesto parere, a sviluppare la capacità di analizzare e ragionare.

mercoledì 28 marzo 2012

«Morfire»




Forse pochi sanno che esisteva un verbo riferito a una persona che mangia avidamente: morfire. Questo verbo, però, non è schiettamente italiano perché sembra provenga dal francese ‘morfier’ ("mangiare con ingordigia"), di probabile origine germanica. Perché, ‘esisteva’? Perché sembra non sia piú attestato nei vocabolari. Almeno quelli in nostro possesso. Si può vedere, comunque, nei collegamenti in calce.

https://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22morfire%22&btnG=

martedì 27 marzo 2012

«Svignarsela»


Siamo sicuri di non essere lontani dalla “verità” se affermiamo che molte persone, anche quelle cosí dette acculturate, sono convinte – erroneamente – che il verbo ‘svignare’ (‘svignarsela’), vale a dire abbandonare un posto, darsela a gambe, sia di origine dialettale romana. Non è affatto cosí, per l’appunto. Quest’espressione, o meglio questo verbo proviene, con molta probabilità, proprio dalla… vigna, dal latino “vinea”. Nel XVIII secolo il verbo svignare era interpretato nel senso di “fuggire furtivamente dalla vigna” (‘s’ negativo e ‘vigna’) dopo aver rubato l’uva. Con il passare del tempo – attraverso un’evoluzione semantica – il verbo in oggetto ha acquisito l’accezione a tutti nota: abbandonare un luogo, appunto. C’è da dire, però, che il linguista Ottorino Pianigiani dissente su questa tesi e propende per l’origine germanica del verbo. Si veda il collegamento in calce.

http://www.etimo.it/?term=svignare&find=Cerca


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Segnaliamo un sito che potrebbe interessarvi (un vocabolario e altro...)

http://www.strumentidiinternet.com/app/dictionary/it?camp_id=4609&gclid=CMLarOeaha8CFcjO3wodST4D4g

lunedì 26 marzo 2012

L' «occhio clinico»


Cortese dott. Raso, un amico mi ha segnalato il suo prezioso blog per il buon uso della lingua italiana. Inutile dirle che l’ho subito messo tra i preferiti per averlo sempre “a portata di mano”. Le scrivo per una curiosità. Perché si dice che una persona ha l’ “occhio clinico” per dire che è particolarmente esperta in un determinato settore? La ringrazio anticipatamente e le porgo cordiali saluti.
Giampiero T.
Verona
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Gentile Giampiero, l’argomento è stato ampiamente trattato su questo portale. Clicchi su:
http://faustoraso.blogspot.it/2010/07/l-occhio-clinico.html

domenica 25 marzo 2012

L'«apostolicone»


Tra i vocaboli relegati nella soffitta della lingua ci piacerebbe fosse rispolverato l’ «apostolicone»: un unguento cosí chiamato perché composto di dodici sostanze.
http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=apostolicone&searchfor=apostolicone&searching=true

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Mettere uno sulle roste…

…vale a dire metterlo alla berlina. Anche questo modo di dire è poco conosciuto derivando da un vocabolo raramente adoperato, la rosta, appunto. Il termine, intanto, proviene dal longobardo “hrausta” (frasca): sorta di ventaglio fatto di frasche o anche di cartoncino, a forma di quadrilatero, che si adoperava agli inizi del secolo scorso. Quando veniva azionato metteva in evidenza delle figure, molto spesso burlesche, o poesie satiriche che erano disegnate o scritte sulle due ‘facce’ da pittori e letterati dell’epoca che mettevano, cosí, alla berlina vizi e cattive usanze. Metaforicamente, quindi, si mettono sulle roste le persone da “satireggiare” per i loro vizi e i cattivi comportamenti.

sabato 24 marzo 2012

La «filematologia»


Navigando in rete ci siamo imbattuti in un termine che, sebbene non attestato nei dizionari, riteniamo particolarmente interessante: la filematologia. Si clicchi su: http://it.wikipedia.org/wiki/Filematologia  


Si veda anche questo articolo molto interessante:    http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/scienze/bacio-chimica/bacio-virus/bacio-virus.html



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Friúli, non Fríuli

Abbiamo sempre denunciato la “pochezza linguistica” di taluni mezzibusti televisivi ai quali viene affidata la conduzione dei telegiornali, pagati con i soldi dei teleutenti i quali, appunto perché pagano, hanno il sacrosanto diritto di pretendere un’informazione… corretta, sotto il profilo linguistico, intendiamo. La faziosità è sempre in agguato, e in questa sede non c’interessa. C’interessa, dicevamo, la correttezza linguistica, nella fattispecie la corretta accentazione delle parole. Molto spesso, per non dire sempre, i giornalisti radiotelevisivi pronunciano il nome della regione friulana, Friúli, con l’accento sulla “i” invece che sulla “u”. La pronuncia corretta è, dunque, quella piana (accento sulla “u”) perché si deve rispettare l’origine latina del nome, che risale al «Forum Iulii», l’antica denominazione dell’odierna Cividale. I mezzibusti televisivi che continuano, imperterriti, a pronunciare il nome della regione con l’accentazione sdrucciola, ossia con l’accento sulla “i”, dimostrano, quindi, di non conoscere né la geografia né – cosa ancor piú grave – la lingua italiana. Che qualche cosí detto scrittore di grido abbia usato e usi tuttora la pronuncia sdrucciola non giustifica affatto la ritrazione dell’accento, che si deve considerare, “a tutti gli effetti di legge linguistica”, assolutamente arbitraria. Come abbiamo sostenuto – e sosteniamo – non sempre gli scrittori sono anche valenti… linguisti.

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=57974&r=995

venerdì 23 marzo 2012

Apparsa o pubblicata?



Qualche osservazione sull’uso non ortodosso – a nostro modesto avviso – di due verbi: apparire e proferire. Si leggono spesso, sulla stampa, frasi del tipo «la lettera apparsa il 25 del mese scorso è stata attribuita a Tizio; l’autore è, invece, Caio. Ci scusiamo con l’interessato e con i lettori». Le apparizioni, ci sia consentito, sono una caratteristica degli ectoplasmi: una lettera si pubblica, non appare. Apparire significa, infatti, ‘manifestarsi’ e una lettera – dicevamo – non si manifesta, si pubblica. Neanche una persona viva e vegeta ‘appare’, bensí ‘compare’: all’improvviso è comparso Giovanni. E che dire di ‘profferire’ in luogo di ‘proferire’? In alcuni sacri testi si legge che il predetto verbo si può scrivere con una o due “f” (proferire e profferire), una specie di verbo sovrabbondante. Le cose non stanno affatto cosí: cambiando di grafia cambia anche di significato. Con una sola “f” (proferire) sta per ‘dire’, ‘pronunciare’, ‘esclamare’ e simili: Francesco non proferí parola. Con due (profferire) vale ‘offrire’, ‘regalare’, ‘mettersi a disposizione’: Marcello gli profferí il suo aiuto (si mise, cioè, a sua disposizione per aiutarlo). E per finire si deroga ‘a’, non ‘da’. È comunissimo leggere o sentire che «Carlo ha derogato da una legge». No, correttamente, Carlo ha derogato ‘a’ una legge. Si può adoperare anche, transitivamente e raramente, nell’accezione di ‘trasgredire’, ‘violare’: tutti i presenti hanno derogato le istruzioni ricevute. Voi, amici amatori della lingua, se volete ben figurare, non derogate ‘a’ queste norme linguistiche.



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A proposito di derogare, abbiamo ‘scovato’ il sostantivo corrispondente (non attestato nei vocabolari): deroganza. Si veda questo collegamento: https://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22deroganza%22&btnG=    

giovedì 22 marzo 2012

La pagina e la pagella


Non ricordiamo, francamente, se l’argomento di cui parliamo sia già stato affrontato, nel caso ci scusiamo per la ‘ripetizione’. Abbiamo sempre sostenuto, da questo portale, l’importanza della ‘scienza etimologica’ ed abbiamo esecrato il fatto che questa ‘scienza’ non sia tenuta nella massima considerazione: la scuola – per quanto ne sappiamo – la ritiene, nei migliori dei casi, la cenerentola della grammatica. Non deve essere cosí, amici. Questa scienza ci fa scoprire delle cose… sorprendenti. Ci fa scoprire, per esempio, che la pagina in rete, che state leggendo in questo momento, ci porta al mondo rurale. La pagina (quella cartacea soprattutto) non è altro, infatti, che il latino “pagina(m)”, dal verbo “pangere” (piantare, conficcare). I nostri antenati Romani chiamavano “pagina” una pianta, quella delle viti in particolare. Questo stesso nome fu dato, in seguito, a un “insieme di righi di scrittura” e, per estensione, al foglio di carta che li conteneva. Perché? Il motivo è piú semplice di quanto si possa credere: a coloro che erano abituati ai lavori agricoli il foglio scritto appariva simile a un… campo con tanti filari. Da pagina abbiamo la ‘pagella’, cioè una piccola pagina dove sono riportati i voti ottenuti dagli studenti in ogni materia. C’è ancora qualcuno che sostiene la ‘barbosità’ dell’etimologia?

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Da “Domande e risposte” del Treccani in linea:

Si può mettere l’accento sulla voce del verbo “sapere”, 3a persona singolare, presente indicativo? Ho visto in un compito di italiano già corretto la seguente frase senza sottolineatura d’errore: “mia madre sà anche farmi divertire”.

Non si può. Qualche monosillabo che rischierebbe di confondersi con omografi (cioè parole scritte uguali) porta l’accento: ché ‘perché’, dà (3a persona singolare, presente indicativo del verbo dare), è voce verbale, là (avverbio di luogo), lì (avverbio di luogo), né (congiunzione), sé (pronome accentato: lui fa tutto da sé), sì (avverbio: non dire sempre di sì), tè (bevanda).

Le voci verbali sta, fa (difficile che si confonda con la nota musicale omografa…), va (3a persona singolare, presente indicativo dei rispettivi verbi) non vogliono l’accento. Né lo vogliono la prima persona singolare del presente indicativo do, sto e il toscaneggiante fo ‘faccio’.

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Dissentiamo sul fatto che non si possa mettere l’accento sulla prima persona del presente indicativo del verbo dare. La grammatica non lo vieta. Si può mettere altresí sulla seconda persona e sulla terza plurale. Quindi: do o dò; dai o dài; danno o dànno.
A questo proposito segnaliamo un sito in cui sono elencate le "regole fantasma" (regole fasulle sulla lingua italiana):











mercoledì 21 marzo 2012

Parlare francese come una vacca spagnola




Cortese dr Raso, sarebbe interessante conoscere il motivo per cui si dice “parlare francese come una vacca spagnola”, cioè parlarlo malissimo.

Grazie e cordialità
Antonio F.
Caltanissetta

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Gentile Antonio, le faccio ‘rispondere’ dal linguista Enzo La Stella.

Il curioso detto transalpino “parler le français comme un Basque espagnol”, ossia malissimo, diventa ancora piú curioso nella nostra traduzione ad orecchio “parlare francese come una vacca spagnola”, efficace dimostrazione che il francese possono parlarlo male… anche gli Italiani. In realtà, quello che noi traduciamo “vacca” è il nome etnico dei Baschi, popolazione non indoeuropea che abita alcune province della Spagna e della Francia, ma che in genere parla piuttosto male le lingue dei due Paesi che la ospitano, dato che è attaccatissima alla propria identità e alla parlata dei padri. Comunque, se un Basco di San Sebastian o di Bilbao non ha molti problemi a dominare il castigliano, la cosa si complica se le circostanze lo obbligano ad arrabattarsi in francese: è proprio quello che la locuzione citata desidera sottolineare.