mercoledì 31 agosto 2011

Toccare + infinito


Se non abbiamo preso un abbaglio sembra che tutti i linguisti siano d'accordo - una volta tanto - nel sostenere che quando il verbo "toccare", nell'accezione di "essere costretto", è seguito da un infinito è preferibile non farlo seguire dalle preposizioni "di" o "a": mi tocca partire domani mattina presto. Alcuni Autori, però, privilegiano la costruzione del verbo con la preposizione "di". Il principe degli scrittori, Alessandro Manzoni, invece, lega il verbo toccare all'infinito che segue con la preposizione "a": "Mi tocca a vedere e a sentir cose...!" Il nostro modesto parere - per quel che può valere - (abbiamo fatto una rima involontaria) è di legare 'toccare' direttamente al verbo che segue: A Giovanni è toccato dare la triste notizia. Questo, sempre a nostro parere, per una questione di "armonia stilistica".

martedì 30 agosto 2011

Io collàboro? Sarebbe meglio "collabòro"


Forse quasi nessuno sa - e qui ci attiriamo gli strali di qualche linguista d'assalto dell'ultim'ora - che la sola pronuncia corretta del verbo "collaborare" sarebbe quella piana: collabòro, collabòri e via dicendo. E qui tranquillizziamo subito l'eventuale linguista "d'assalto", perché non lo sostiene l'umile linguaiolo di questo portale, ma un autorevolissimo vocabolario, il Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia. Si clicchi su:
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=72751&r=2237

lunedì 29 agosto 2011

La "console" o la "consolle"?


Molto spesso siamo incerti sulla grafia di quel mobile che si appoggia alla parete di una stanza: "console" o "consolle"? Ancora: resta invariato o si pluralizza? Non tutti i vocabolari sono di aiuto. Da parte nostra, diamo ascolto a ciò che "consiglia" il linguista Luciano Satta.
"Consolle. Così è italianizzato il nome francese - console - del noto mobiletto. Ma c'è subito un problema: bisogna dare alla parola il plurale italiano, che sarebbe 'consolli', o lasciarla invariata come numerose voci straniere (film, sport) accolte nella nostra lingua? Per la variante grafica che la 'italianizza', cioè per il raddoppiamento della 'l', e per la sua terminazione 'italiana', cioè in vocale, non ci dovrebbero essere dubbi: 'consolli', senza paura. (...) Sorte un poco buffa di questa parola è l'essere considerata straniera pur nella versione italiana. Se non è stato arbitrio del tipografo, così è accaduto anche al Tomasi di Lampedusa e a Enrico Emanuelli, nei libri dei quali leggiamo 'consolle' in corsivo. Ma non diremmo che ci abbia colpa il tipografo: dev'essere una credenza generale anche fra le persone colte, la 'consolle' parola francese (oppure è la credenza particolare dell'ignorante che qui vi scrive, la 'consolle' parola italiana). In Arrigo Benedetti leggiamo il vocabolo 'italianizzato' (così crediamo) con il plurale francese: Gli argenti schierati sulle 'consolles'; E s'irrigidivano, accanto alle 'consolles' ".

domenica 28 agosto 2011

L'incesso e il buono


Due parole, due, su un aggettivo e un sostantivo: "buono" e "incesso". Cominciamo dal secondo, che, anche se di uso "alto", lo eviteremmo per motivi di assonanza con l' "incesto" e con il... "cesso". Vediamo l'incesso, dunque, secondo il "Treccani": "incèsso s. m. [dal lat. incessus -us, der. di incedĕre «incedere»], letter. – L’incedere, il camminare, e più spesso il modo di camminare (indica sempre un portamento e un passo solenne, dignitoso): avanzare con i. regale; aveva l’i. di una dea". Questo sostantivo, dunque, non molto comune, sta per "modo di camminare", "portamento". Consigliamo di adoperare, al suo posto, l'infinito sostantivato "incedere" per le ragioni suddette: Luigi aveva un incedere solenne.
Quanto all'aggettivo "buono", tra le varie accezioni ha anche quella di 'capace': Giovanni è l'unico buono (capace) a fare questo tipo d'intervento. In questo significato si costruisce meglio con "a" che con "di". Alcuni scrittori, tuttavia, preferiscono l'uso della preposizione "di". Tra questi Natalia Ginzburg: "Non era buona di andare in bicicletta".


E a proposito di "buono", interessante la "nota d'uso" di "Sapere.it":

· L’aggettivo al maschile (buono) subisce troncamento in buon (senza apostrofo) davanti a vocale o a consonante seguita da vocale o da l o r (buon amico, buon padre, buon prodotto). La forma dell’aggettivo al femminile (buona) si elide di rado in buon’ (con l’apostrofo) davanti ad a (buon’amica) e ancora più raramente davanti a un’altra vocale.

giovedì 25 agosto 2011

Il «rebusista"


L’appassionato di rebus non ha un nome proprio che lo connoti; i vocabolari, per lo meno, non registrano alcun termine in proposito. Avremmo pensato di chiamarlo “rebusista”, con il solito suffisso “-ista”, che indica attività, professioni e mestieri. Siamo arrivati secondi, però, perché abbiamo scoperto che il Gradit (l’unico?) attesta “rebussista”. Onestamente non comprendiamo il motivo della doppia “s”. A nostro avviso il raddoppiamento sarebbe giustificato se il vocabolo “genitore” si leggesse con l’accento sulla “u” (rebús) in cui la consonante ‘s’ si “sente” doppia: rebúss.

mercoledì 24 agosto 2011

Il «cammello» del Vangelo


Dal Corriere della Sera in rete:
Kamélos
Leggo un bell'articolo di Paolo Guzzanti sul Giornale che inizia così:

"Tutto è nato probabilmente da un rozzo errore di traduzione, perché kamélos in greco vuol dire sia cammello sia filo, sicchè la celebre frase del Vangelo ...".
Mi fermo qui, perché il regolamento del forum vieta di discutere di temi religiosi e di usare toni ironici che possono offendere coloro che credono in una determinata religione.
Mentre mi pare pertinente per questo forum esaminare la traduzione di kamélos. So che ci sono ottimi grecisti forumaniaci e mi farebbe piacere avere il loro autorevole parere al riguardo.
Ringrazio e invio saluti ferragostani.
(Firma)

Risposta dell’esperto:

De Rienzo Lunedì, 22 Agosto 2011
Le rispondo io , non certo da ottima grecista, ma da studiosa di greco a livello scolastico: quello degli anni dal '63 al '67... quando si studiava, intendo.
kàmelos (con la "eta" greca che non so scrivere e l'accento acuto sulla "a" che il mio pc non possiede) vuol dire cammello. Così secondo il Rocci e altri vocabolari di greco.
Altra è la stessa parola ma scritta con la X (cioè con la "chi" aspirata che ancora una volta non so scrivere ma i grecisti mi intendono), che è aggettivo e sta per "a terra, "basso", "depresso (stessa fonte) e ha l'accento sulla "o".
La parola è ora a Paolo Guzzanti, che ci dica su quale fonte di lingua greca ha trovato questo "filo". Conosco anch'io la questione, ma non l'ho mai approfondita. I "rozzi derrori di traduzione", infatti, meriterebbero un forum apposta. Chiamiamo come moderatore Padre Pier Angelo Gramaglia, docente al seminario maggiore di Torino, esperto di patristica, conoscitore di ebraico e di aramaico, e credo anche di greco. Una personalità quasi mandata in esilio dalla Chiesa per una questione più grande di lui su cui le regole del forum ci impongono di glissare.
Poi bisogna fidarsi e basta, però...
-----------------
Forse non tutti sanno che quanto si legge nel Vangelo di San Matteo "È più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli", il cammello non c’entra nulla. In realtà San Gerolamo, che tradusse dal greco al latino il testo, interpretò il termine "kamelos" come "cammello", mentre l'esatto significato è "grossa fune utilizzata per l'attracco delle navi" (gómena). Il senso della frase resta ugualmente lo stesso, ma acquista molta più ‘consistenza’.
Il vocabolario etimologico del Pianigiani suggerisce, infatti, la provenienza del termine "Kàmilos" dalla lingua greca, con il significato proprio di "gómena".

http://www.etimo.it/?term=gomena&find=Cerca

martedì 23 agosto 2011

Intorbidire e intorpidire



Ancora due verbi che, nell’uso, spesso si confondono: intorbidire e intorpidire. Come “collezionare” e “collazionare” sono verbi denominali perché derivati da nomi (o sostantivi). Per il loro significato e il corretto uso, questa volta, diamo la “parola” al “Treccani” in rete:

INTORBIDIRE v. tr. e intr. [der. di torbido] (io intorbidisco, tu intorbidisci, ecc.). – Variante di intorbidare, in passato meno com. di questa forma, oggi invece altrettanto frequente (e spesso preferita), soprattutto negli usi fig. e nell’intr. pron.: i. le cose, la mente, la situazione; gli occhi, sotto la fronte corrucciata, gli si erano intorbiditi (Stuparich).

INTORPIDIRE v. tr. e intr. [der. di torpido] (io intorpidisco, tu intorpidisci, ecc.). –

1. tr. Rendere torpido, diminuire la sensibilità e la prontezza di movimento del corpo o d’una sua parte: il freddo, l’inerzia intorpidiscono le membra. Fig., infiacchire, rendere lento, pigro, riferito in genere alle facoltà intellettuali: l’indolenza intorpidisce la mente, lo spirito, la volontà.

2. intr. (aus. essere) Divenire torpido, essere preso da torpore fisico o spirituale: famiglie aristocratiche che intorpidivano nell’eccessivo benessere; anche con la particella pron., soprattutto nel sign. proprio: stando fermo al freddo mi si sono intorpidite le gambe. ◆ Part. pass. intorpidito, anche come agg.: membra intorpidite; volontà intorpidita; avere il cervello intorpidito.


lunedì 22 agosto 2011

Il «tressettista»


Se non cadiamo in errore non esiste un termine specifico per indicare la persona che, in una gara, si cimenta nel gioco del tressette. Perché non denominarla “tressettista”? Il suffisso ‘-ista’, sin dall'antichità, si affigge in italiano a basi lessicali verbali e nominali per formare sostantivi che designano attività, mestieri, professioni. Da arte abbiamo artista; da violino si ha violinista ecc. Dal gioco del tressette, dunque, possiamo avere benissimo “tressettista”: Giulio, per il suo stile, è stato giudicato il migliore tressettista fra tutti i partecipanti alla gara. Amici blogghisti, cosa ne pensate?

PS. Ci siamo accorti, dopo aver "postato" quest'intervento, che il termine proposto, "tressettista", è stato già pensato da altri. Google dà circa 219 occorrenze.

domenica 21 agosto 2011

Collezionare e collazionare






Si presti attenzione a questi due verbi perché molto spesso si confondono; hanno, invece, significati diversi. In comune hanno solo il fatto di essere verbi denominali, derivati, cioè da sostantivi (nomi). Il secondo, in particolare, dovrebbe essere noto agli operatori dell'informazione e a tutti coloro che lavorano in ambito editoriale. Vediamo, dunque, il significato dei due verbi secondo il vocabolario Gabrielli in rete:

collezionare
[col-le-zio-nà-re]
(collezióno)
v. tr.
Fare collezione, raccogliere in collezione: c. stampe antiche, francobolli


collazionare
[col-la-zio-nà-re]
(collazióno)
v. tr.
FILOL Confrontare un testo copiato o stampato con il suo originale, o più copie tra loro, per giungere alla lezione del testo originale: un libro collazionato sull'originale manoscritto
‖ EDIT Confrontare una bozza con un'altra o con l'originale per verificare l'esattezza del testo riprodotto
‖ ant. Confrontare


* * *

Dal quotidiano la Repubblica in rete:

1. marcoaugusto scrive:
20 agosto 2011 alle 09:46
“Altro lavoro che lo esaltava e non lo soddisfava perché…”
E’ quello che ho trovato su un quotidiano nazionale stamattina.Voi cosa pensate di quel “soddisfava”?
Grazie e complimenti.

2. linguista scrive:
20 agosto 2011 alle 11:10
La tradizione (da Machiavelli a Svevo) avrebbe ovviamente optato per “soddisfaceva”, e tuttavia “soddisfava”, nell’italiano corrente, è forma ormai molto diffusa. Dal mio versante posso solo consigliarle di evitarla, anche se temo che finirà per scalzare la concorrente.
Massimo Arcangeli
---------------
Concordiamo con il linguista tranne che sul verbo finire seguito dalla preposizione “per” (temo che finirà per scalzare). In buona lingua i verbi “cominciare” e “finire” seguiti da un infinito si costruiscono con la preposizione “con”. Quindi: “… temo che finirà con lo scalzare…”.

sabato 20 agosto 2011

L'uso corretto di "vicino"


Dal quotidiano la Repubblica in rete:
«Abbordata alla stazione Termini, la donna è stata rapinata e ha subìto abusi per un'intera notte, il 16 agosto, in un appartamento di Riano, vicino Roma. Arrestata la banda di quattro romeni grazie alle riprese memorizzate sul cellulare»
-------------
È il caso di ricordare ai redattori titolisti del quotidiano che “vicino” si costruisce con la preposizione “a”: vicino a Roma, dunque. I gentili blogghisti seguano, quindi, le indicazioni del linguista Luca Serianni, non gli "insegnamenti" del giornale.
Si clicchi su:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4090&ctg_id=44