martedì 30 novembre 2010

Il singenionimo


Gentile dott. Raso,
recentemente mi sono imbattuto in un termine mai sentito: singenionimo. Ho consultato i vocabolari in mio possesso ma non ho trovato traccia del vocabolo in oggetto. Lei può aiutarmi?
Grazie e cordialità
Amedeo T.
Pesaro
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Ha ragione, cortese amico, il vocabolo non è attestato nella quasi totalità dei vocabolari (e francamente non capisco il perché). È un termine “tecnico” della lingua, viene dal greco “syngenes” (‘parente’) e “-onimo” (nome) e indica il “grado di parentela”. Per maggiori informazioni può cliccare su questo collegamento: http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/11/01/i_singenionimi.html

lunedì 29 novembre 2010

Il modificante



Nessun “sacro testo” in nostro possesso specifica che l’avverbio è chiamato anche “modificante” perché modifica, per l’appunto, il significato di un verbo, di un nome, di un aggettivo o di un altro avverbio. L’avverbio, dunque, prende il nome dal latino “adverbum”, composto con “ad” (accanto, presso) e con “verbum” (parola) e costituisce una delle nove parti del discorso. Non specificano inoltre - sempre i “sacri testi” in nostro possesso - che i modificanti (gli avverbi) si sogliono dividere in tre categorie: semplici, composti, derivati.
Sono semplici quei modificanti che non derivando da altre parole hanno forma autonoma: già; mai, bene; oggi, domani; ieri; forse; poco ecc. Sono chiamati composti quelli che in origine costituivano delle locuzioni avverbiali formate da due o piú termini, poi fusi in un’unica parola (la cosí detta univerbazione): inoltre (in oltre); infatti (in fatti); indietro (in dietro); talvolta (tal volta) ecc. Si chiamano derivati, infine, i modificanti o avverbi che traggono origine da un termine mediante l’aggiunta di un suffisso, come “-mente” o “-oni (one)”: sereno/serenamente; bello/bellamente; onesto/onestamente; balzello/balzelloni; ginocchio/ginocchioni ecc.
Accanto agli avverbi veri e propri ci sono le locuzioni avverbiali , che hanno il medesimo significato e la medesima funzione grammaticale dei modificanti. Sono frasi fatte costituite da gruppi di termini in sequenza fissa. Vediamone qualcuna: a poco a poco; or ora; a stento, d’ora in poi; all’improvviso; di frequente; per caso; di bene in meglio ecc.

domenica 28 novembre 2010

Asserpolato


Tra le parole della nostra bella lingua da salvare metteremmo, questa volta, due aggettivi, l’uno denominale, l’altro deverbale: asserpolato (viene da serpe) e avaccevole (dal verbo avacciare, ‘sollecitare’, ‘affrettare’). Il primo significa “piegato a guisa di serpe”, “attorcigliato” e simili. Una volta si adoperava per insegnare ai fanciulli a riconoscere la “S”: quest’asserpolata è un’esse. Crediamo che lo registri ancora solo il GDU del De Mauro. Il secondo sta per “sollecito”, “affrettato”: si avvicinò a lui con passo avaccevole. Sembra si trovi ancora nel vocabolario del Palazzi.

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«Or sono» o «orsono»?

La sola grafia “corretta”, a nostro modo di vedere, è quella scissa. Non mancano, comunque, esempi di scrittori che preferiscono quella univerbata (orsono), tra cui, se non cadiamo in errore, Sciascia. Ora si tronca in “or” in alcune combinazioni cristallizzate, come “or ora” e in altre già unificate, come “ormai”. Non ci sembra il caso di “orsono” la cui grafia univerbata non è ancora cristallizzata. Una ricerca con Google ha dato, infatti, questi risultati: or sono, 30.600.000 occorrenze; orsono, 344.000 occorrenze.
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Una parola dello Zingarelli al giorno (dal sito della Zanichelli):
mitomanìa / /[fr. mythomanie, comp. del gr. mŷthos ‘mito’ e -manie ‘-mania’ ☼ 1930]s. f.● (psicol.) Tendenza a falsificare la realtà tramite racconti fantasiosi non veritieri per attirare l'attenzione su di sé.
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A nostro modesto avviso la “spiegazione” contiene una tautologia ("ripetizione"), che un vocabolario dovrebbe evitare: fantasiosi non veritieri. Se sono fantasiosi... è chiaro che non sono veritieri.

sabato 27 novembre 2010

Il bello scrivere


Molto spesso nello scrivere adoperiamo - probabilmente senza rendercene conto - parole generiche e “logorate”; è perciò buona norma fare un piccolo sforzo per ridurre al minimo questo “inconveniente” sostituendo i termini “logori” con altri, a volte meno comuni, ma anche piú efficaci e precisi nel significato. Sperando di non essere tacciati di pedanteria diamo alcuni esempi di parole facilmente sostituibili con altre, che fanno alla bisogna secondo il contesto.
Tra virgolette i termini piú appropriati: fare un’impresa, “compiere”; dare una notizia, “comunicare”; avere simpatia, “nutrire”; avere indosso, “indossare”; dare un incarico, “affidare”; fare un favore, “concedere”; avere un’automobile, “possedere”; dare un ceffone, “assestare”; fare un affare, “concludere”; dare in dono, “donare”; fare un regalo, “regalare”; fare un bel lavoro, “eseguire”; avere un messaggio, “ricevere”. Sono solo alcuni esempi che ci sono venuti alla mente, ma se ne potrebbero fare a iosa. Come si può vedere, la scelta delle parole, anche se viene spesso sottovalutata, o vissuta come una preoccupazione pedantesca, è estremamente importante perché dà ai nostri scritti un tocco di eleganza stilistica. Fine ultimo che dovrebbe stare a cuore a chi ama il bel parlare e il bello scrivere.

venerdì 26 novembre 2010

L'appartamento



Cortesi amici, vi siete mai chiesto che cosa è un appartamento? Certo, basta consultare un vocabolario della lingua italiana e l’ “arcano” è risolto. Si clicchi, infatti, su appartamento.
Quello che non tutti sanno, forse, è il motivo per cui l’abitazione si chiama “appartamento”. Il motivo è semplicissimo: il termine viene dal verbo “appartare” (dal latino “ad-partare”) nella duplice accezione di ‘separare’ e di ‘fare le parti’ (‘dividere la casa in parti’).
http://www.etimo.it/?term=appartamento

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Alcuni amici blogghisti si chiedono se è “piú corretto” scrivere (e dire) ‘chi sa’ o ‘chissà’. Entrambe le grafie sono corrette, non c’è una “piú corretta” dell’altra.
È consigliabile, però, usare la forma scissa, ‘chi sa’, quando ha valore strettamente verbale: chi sa se ci rivedremo; verrò, ma chi sa quando? Se, invece, la locuzione è adoperata come inciso e con valore dubitativo e può essere sostituita con un ‘forse’, è ‘probabile’, ‘può darsi’ e simili è preferibile scriverla in un'unica parola: verrai a trovarmi? Chissà (forse); egli credeva, chissà (può darsi), di essere nel giusto.

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Guardate come il “coniugatore” della http://www.scuolaelettrica.it/ coniuga il presente indicativo del verbo “sgranchire”:
io sgrancho
tu sgranchi
egli sgranche
noi sgranchiamo
voi sgranchite
essi sgranchono
Ci auguriamo che gli studenti, che si affidano ai vari coniugatori di verbi disseminati sulla rete, non cadano in questa “trappola”.
Ma non è finita. Guardate la coniugazione, completa, di “tradire”. Digitate il verbo dopo aver cliccato su questo collegamento: http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml


giovedì 25 novembre 2010

C'è tornante e... tornante


Il tornante, sostantivo che sta per “curva”, è un francesismo che in buona lingua andrebbe evitato. Non lo sostiene l’estensore delle modeste noterelle sulla lingua italiana, lo consiglia un padre della Lingua, Aldo Gabrielli.
Tornante, sostantivo maschile, brutto francesismo, modellato su “tournant”, nel significato di “svolta di strada”: “una strada tutta a tornanti”. Ma “tournant” è propriamente il participio presente sostantivato del verbo “tourner”, che significa “girare”; mentre “tornante” è participio presente di “tornare”, che ha ben diverso significato: “la tornante primavera”. L’italiano dice “curva”, “svolta”, “giravolta”, “serpentina”, “zig-zag”: “una strada tutta a curve”.
Personalmente seguiamo gli insegnamenti del compianto Maestro. Voi, amici?

mercoledì 24 novembre 2010

Espletare? Lasciamolo ai burocrati

L’argomento, forse, è già stato trattato sul “Cannocchiale”. Lo riproponiamo, comunque, perché come dicevano i Latini...

Probabilmente molti linguisti dissentiranno su quanto stiamo per scrivere, ma siamo confortati da numerosi vocabolari, quelli con la V maiuscola.
In buon italiano non è consigliabile adoperare il verbo espletare nel significato di «adempiere, compiere, ultimare» e simili.
Il verbo in oggetto è di sapore burocratico e in quanto tale è meglio lasciarlo alla... burocrazia. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere userà (nei suoi componimenti) verbi più appropriati alla bisogna come finire, portare a compimento, concludere e simili; la nostra lingua è ricca di verbi similari.
Così pure sarà bene evitare i sostantivi (fuori del linguaggio burocratico) espletazione ed espletamento.


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La terza persona singolare del presente del verbo essere si scrive tassativamente con l’accento grave (è). Il problema nasce con la maiuscola (È). Molti, per non dire quasi tutti, usano - commettendo un grave errore - l’apostrofo (E’) perché la tastiera del computiere non ha il tasto con la e grave maiuscola.
Coloro che adoperano “word” possono ottenere la È in due modi:
digitare la è (minuscola, presente sulla tastiera), evidenziarla e premere contemporaneamente i tasti “maiuscolo” e “F3”;
tenere premuto il tasto “alt” e digitare sul tastierino numerico (a sinistra della tastiera) 212; quindi: alt + 212 = È.

Cediglia: premere contemporaneamente tasto maiuscolo e tasto della o accentata (ò): ç, Ç

Accento circonflesso: premere contemporaneamente tasto maiuscolo, tasto “ctrl” e tasto circonflesso e dopo averli lasciati digitare la vocale che deve avere l’accento circonflesso: ê, ô, î

Dieresi: premere in contemporanea tasto maiuscolo, tasto “ctrl” e tasto due punti, poi “liberarli” e digitare la vocale interessata: ï, ë


Per le maiuscole identico procedimento, poi selezionare le vocali e premere tasto maiuscolo e “F3”: ô, Ô, ê, Ê

ç, Ç

ü, Ü

martedì 23 novembre 2010

Cestinare


Due parole, due, sull’uso corretto di questo verbo derivato di cestino, che alla lettera significa “gettare qualcosa nel cestino (dei rifiuti)” e, con uso figurato, riferito a scritti, “respingere”, “rifiutare” e simili: le lettere anonime saranno cestinate; quell’articolo è stato cestinato dal direttore. Ci sembra un uso improprio del verbo quando si riferisce a cose astratte che non hanno alcun rapporto con il cestino: le tue idee, amico mio, sono tutte da cestinare. I verbi da usare in questo caso, e in altri simili, sono “respingere”, “scartare”, “rifiutare” e simili: le tue idee sono da respingere. Alcuni vocabolari sono dalla nostra parte, altri no. Voi, amici amatori del bel parlare e del bello scrivere, seguite la vostra “coscienza linguistica”.

lunedì 22 novembre 2010

Qualcosa e qualche cosa




Alcuni vocabolari classificano ‘qualcosa’ di genere femminile, altri di genere maschile, altri ancora di ambo i generi. Vediamo un po’ di fare chiarezza. Intanto è un pronome indefinito ed è la forma contratta di ‘qual(che) cosa’ e per il suo valore indeterminato è considerato di genere neutro, quindi maschile: qualcosa è stato fatto; qualcosa non è andato per il verso giusto. In grafia univerbata, come forma contratta di qualche cosa, è preferibile, dunque, consideralo sempre di genere maschile. Sarà tassativamente femminile, invece, in grafia scissa (cosa, infatti, è di genere femminile): qualche cosa è stata fatta, qualche cosa non è andata per il verso giusto. In una parola sola gli alterati, che sono di genere femminile: qualcosina; qualcosetta; qualcoserella; qualcosellina; qualcosuccia.


domenica 21 novembre 2010

«Nelle more...»









Perché si dice “Nelle more”?
L’espressione non ha nulla che fare con le... more. Si veda questo collegamento:
http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8479&ctg_id=44
E a proposito di “mora”, che ha molteplici significati, si clicchi su questo collegamento per “scoprirne” i vari passaggi semantici:
http://www.etimo.it/?term=mora&find=Cerca

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Cortese dott. Raso,
a proposito della donna condannata alla lapidazione perché accusata di blasfemía, vorrei sapere se questo termine è sinonimo di bestemmia.
Grazie e cordiali saluti.
Lorenzo S.
Ragusa
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Sí, gentile Lorenzo, i due termini sono sinonimi. Quanto a blasfemía mi sembra interessante notare che si può pronunciare anche con l’accento sulla “e”: blasfèmia. Veda, in proposito, questo collegamento:
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=79729&r=3937
Per quanto attiene, invece, all’ “origine etimologica” di blasfèmia clicchi su
http://www.etimo.it/?term=bestemmia&find=Cerca