sabato 7 gennaio 2023

Sgroi - 145 - Un italiano "impuro" non è italiano? E adottare piuttosto l'anglo-americano?


 di Salvatore Claudio Sgroi

 

 1. Parlare un italiano arricchito con anglicismi significa non parlare italiano?

Un caro amico e collega mi ha girato un articolo di Daniele Barni, a me sconosciuto poeta (stando a Internet), dal titolo (reboante) La nuova questione della lingua: l'italiano e l'inglesorum", apparso (con sorpresa) sulla prestigiosa rivista "Micro-mega", online, 4 gennaio (pp. 8).

L'A. se la prende con "accademici, scrittori, intellettuali e politici", colpevoli di sottovalutare "l'invasione degli anglismi" nella lingua italiana (p. 1), contro cui suggerisce la politica di "Incipit", non nominato ma definito "gruppo apposito di linguisti peraltro già presente presso la Crusca" (p. 5), favorevole ai prestiti adattati e ai calchi strutturali e semantici. E propone nella grafia estraniante <zunami> l'uso del nipponismo tsunami ('onda sul porto'), ignorando che la grafia standard <tsunami> è quella accolta nei dizionari (vedi Zingarelli 2022, De Mauro 2000, ecc.) con l'iniziale <ts-> presente anche p.e. in altre voci come mosca tse-tse, o Mao Tse-tung. E adotta la forma anglismi al posto di "anglicismo", perché quest'ultimo è di origine inglese, ma contraddittoriamente sorvolando sul fatto che anglicismo è appunto un prestito adattato dall'ingl. anglicism.

Con implicito riferimento alle interviste di Alessandro Masi del 23 dic. 2022 e di Claudio Marazzini del 27 dic. 2022, da me citati nel mio intervento del 4 gennaio Promuoviamo lo studio e la diffusione della lingua italiana. E non più ideologie (destrorse) sull'italiano dinanzi all'anglo-americano, egli prende quindi le distanze dalla "soluzione di rendere più forte ed espansiva la lingua italiana", come indicato nel titolo, rispetto alla guerra agli anglicismi ("l'inglesorum").

A suo giudizio, "chi lavora nelle comunicazioni deve usare la lingua italiana, quando possibile", ovvero "i giornalisti, gli ospiti, gli esperti [delle trasmissioni] devono reimparare ad adoperare la nostra bellissima lingua" (p. 5), come se 'usare la lingua italiana con la presenza di anglicismi' significasse 'non parlare l'italiano'. Ma così il nostro poeta confonde il parlare la lingua nativa (arricchita di "prestiti" ovvero "doni") con il parlare l'anglo-americano.

 

2. Un italiano "impuro"o meglio l'anglo-americano?

Un lettore del blog, il signor FALCONE, orgogliosamente (e invidiabilmente) "ultraottantenne", come da lui puntualizzato, intervenendo il 6 gennaio sul mio citato art. 144, ha concluso che dinanzi a un italiano con "sempre più invadenti barbarismi" non può augurare successo all'operazione" da me auspicata ovvero "la promozione dello studio e la diffusione della lingua italiana". Ma -- a suo giudizio -- è "meglio che ci adattiamo tutti a parlare e a scrivere in inglese".

Io, sinceramente, non rinuncerei mai all'italiano in quanto lingua nativa con interferenze ovvero arricchita di voci straniere (anglicismi ed altro), accanto al mio dialetto (siciliano). Né io potrei sostituire con l'anglo-americano che certamente non si può ignorare per il suo prestigio politico-economico-scientifico e culturale, ma che resta pur sempre lingua straniera, non-nativa, il mio nativo italiano, lingua duttile e vitale in grado di soddisfare i miei bisogni espressivo-comunicativo e cognitivi grazie anche ai 'doni' stranieri.






Nessun commento: