In un’epoca dominata dall’apparenza e dalla velocità, in cui la profondità viene spesso sacrificata sull’altare della visibilità, assistiamo alla rinascita di una figura che il lessico italiano aveva già definito con ammirevole precisione secoli fa: lo sciolo. Chi è costui? Colui che trasforma una modesta infarinatura in un’arma di distrazione di massa, utilizzando il linguaggio non per comunicare, ma per erigere un piedistallo di presunta superiorità. Rispolverare il termine scìolo non è dunque un semplice esercizio di archeologia linguistica, ma un atto di resistenza contro la superficialità contemporanea: un modo per dare un nome esatto a quel fastidio che proviamo di fronte alla cultura esibita ma non posseduta.
Il termine scìolo affonda le sue radici nel latino sciolus, diminutivo dal sapore chiaramente spregiativo del participio scius (“conoscitore”), derivato a sua volta dal verbo scire, cioè “sapere”. Etimologicamente, dunque, lo scìolo è letteralmente un “saputello” o, meglio ancora, un “piccolo conoscitore”: qualcuno che possiede solo briciole di sapere ma che, attraverso un processo di lievitazione retorica, tenta di farle apparire come una pagnotta intera. La parola porta con sé l’eredità dello sciolismo, quella vana ostentazione di dottrina che si ferma alla superficie, una sorta di vernice intellettuale stesa su una struttura fragile e povera di contenuti.
Nel dettaglio, lo scìolo non è semplicemente un ignorante; l’ignoranza può essere umile o inconsapevole. Lo scìolo è invece un pigro intellettuale che ha scelto di sostituire lo studio con la memorizzazione di termini ricercati, citazioni decontestualizzate e tecnicismi d’effetto.
Oggi lo scìolo ha trovato il suo habitat ideale nei salotti televisivi, nelle sezioni commenti dei “social network” e nei corridoi aziendali, dove lo sciolismo si manifesta spesso attraverso l’abuso di anglicismi inutili o di parole desuete usate a sproposito. Possiamo immaginare un esempio d’uso quotidiano: “Durante la riunione, il nuovo consulente ha dato prova di un imbarazzante sciolismo, infarcendo il discorso di termini macroeconomici errati nel tentativo di apparire un esperto davanti alla direzione”. Oppure, in un contesto più letterario: “Nonostante la prosa elegante, l’articolo trasudava la presunzione dello scìolo, citando Kant senza averne mai aperto una pagina”. Perfino in una critica tra pari si potrebbe dire: “Invece di analizzare seriamente il progetto scritto dai colleghi, si è limitato a fare lo scìolo, contestando una virgola pur di non ammettere di non aver compreso l’intero impianto teorico”.
In definitiva, recuperare questo termine ci permette di smascherare con eleganza chiunque preferisca la vanità della parola alla solidità del pensiero.
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Uscire o sortire? La differenza che non ti aspetti
Due verbi simili solo in apparenza: storia, uso e sfumature da conoscere
Nel panorama dei verbi italiani che indicano movimento, uscire e sortire sembrano talvolta sovrapporsi, ma la loro storia e il loro uso mostrano sfumature molto diverse. Entrambi derivano dal latino: uscire risale a exire (“andare fuori”), mentre sortire, giuntoci dal francese, attraverso il latino sortire, originariamente significava “ottenere per sorte” e solo in seguito ha assunto anche l’accezione di “venire fuori”. Questa doppia eredità spiega perché oggi i due verbi coincidano solo in parte.
Uscire è il verbo vivo, quotidiano, universale. Indica il passaggio da un interno a un esterno, reale o metaforico: uscire di casa, uscire da una situazione difficile, uscire con gli amici. È neutro, naturale, adatto a ogni registro. Sortire, invece, conserva un’aura letteraria quando significa “uscire”: sortire di scena, sortire dalla porta laterale. In questo senso si può perfettamente sostituire con uscire, ma suona più ricercato e meno spontaneo. Molto più comune nell’italiano contemporaneo è l’altro significato di sortire: “produrre un effetto”, “ottenere un risultato”. Qui il legame con la “sorte” latina è evidente: sortire un buon effetto; la terapia non ha sortito risultati; le sue parole non hanno sortito alcun impatto. In questi casi l’uso di uscire al posto di sortire non è mai possibile.
In pratica, si usa uscire per ogni situazione concreta o figurata in cui si passa da un luogo o da una condizione a un’altra; si usa sortire solo se si vuole un tono più elevato nel senso di “uscire”, oppure quando si parla di effetti e risultati. Dire la riunione ha uscito un buon esito sarebbe un errore; dire sortì dalla stanza senza voltarsi è corretto ma letterario; dire uscì dalla stanza senza voltarsi è naturale e comune.
Questa distinzione permette di scegliere il verbo più adatto al contesto: uscire per la lingua di tutti i giorni, sortire quando si vuole un registro più formale o quando si parla di esiti e conseguenze.
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