venerdì 23 gennaio 2026

Ristoranti, spifferi e luci sbagliate: per fortuna c’è lo “sceglitavolo”

 Una figura discreta ma decisiva, capace di trasformare una semplice cena in un’esperienza piacevole ancora prima che arrivi il menù. Lo sceglitavolo è l’occhio esperto che sa dove sedersi per far andare tutto nel verso giusto


N
el grande teatro della socialità contemporanea esiste una figura tanto diffusa quanto invisibile: la persona che, entrando in un ristorante, individua in pochi secondi il tavolo perfetto. Non è il maître, non è il responsabile di sala, e non è nemmeno il cliente esigente che vuole “quello vicino alla finestra”. È molto di più: è lo sceglitavolo. Ogni gruppo ne ha uno. È colui che, con un colpo d’occhio, valuta luce, rumore, distanza dalla porta, vicinanza ai bagni, qualità delle sedie, orientamento rispetto agli spifferi e persino la probabilità che il tavolo accanto diventi rumoroso. Un talento naturale, affinato da anni di pranzi, cene, aperitivi e brunch, eppure privo di un nome che ne riconosca la competenza.

Da questo vuoto lessicale nasce il neologismo sceglitavolo, un termine semplice e trasparente: costui non è un capriccioso, né un maniaco del comfort: è il primo architetto dell’esperienza gastronomica. La sua decisione iniziale determina la qualità della serata, previene disagi, anticipa problemi logistici, evita discussioni e ottimizza l’intero momento conviviale. Il suo lavoro comincia prima ancora che arrivi il menù.

Dare un nome significa riconoscere un ruolo, e lo sceglitavolo svolge una funzione sociale precisa, tanto quanto l’invitologo svolge quella di portare i clienti dentro il locale. Sono due figure complementari, due tasselli della stessa esperienza: uno apre la porta, l’altro sceglie il posto ideale dove sedersi. Entrambi colmano un vuoto linguistico che la realtà aveva già riempito da tempo.

“Sceglitavolo” ha ritmo, ironia e chiarezza. È facile da capire, da usare, da ricordare. È il genere di parola che può diffondersi rapidamente nelle recensioni, nelle conversazioni, nei post sui social e persino nel linguaggio dei ristoratori. La lingua evolve quando serve, e oggi serve un nome per chi sa scegliere il tavolo giusto. Lo "sceglitavolo" è qui per restare.

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Avevamo pensato a "tavolista", più tecnico, ma il lemma esiste e ha un altro significato,

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“Avere il morbo di San Lazzaro”


L’
espressione avere il morbo di San Lazzaro rappresenta una delle più curiose e ironiche vette del linguaggio figurato italiano, dove storia della medicina e devozione popolare si intrecciano per descrivere un vizio capitale. Sebbene in senso letterale il “morbo di San Lazzaro” sia stato per secoli un eufemismo per indicare la lebbra - in virtù del legame con il povero Lazzaro delle parabole evangeliche - nel linguaggio colloquiale e nella prosa più ricercata ha assunto un’accezione del tutto diversa: quella di una pigrizia cronica, invincibile e quasi paralizzante.

L’origine di questo slittamento semantico risiede in un’analogia visiva e comportamentale. Così come il lebbroso o il mendicante Lazzaro venivano raffigurati nell’iconografia tradizionale come figure prostrate, immobili e incapaci di compiere qualsivoglia sforzo fisico, allo stesso modo chi è colpito da questo “morbo” metaforico sembra vittima di una spossatezza che lo inchioda al divano e gli impedisce qualsiasi attività produttiva. È un’ironia sottile: si nobilita un difetto caratteriale - la poltronaggine - paragonandolo a una malattia terribile, suggerendo l’idea che la pigrizia sia così profonda da apparire quasi involontaria o incurabile.

L’espressione richiede un contesto che oscilla tra il faceto e il rimprovero colto, ed è ideale per descrivere chi, pur godendo di ottima salute, manifesta un’indolenza estrema. Alcuni esempi: Nonostante le scadenze urgenti, Luigi continua a poltrire come se avesse il morbo di San Lazzaro, oppure In questo ufficio regna il morbo di San Lazzaro: nessuno muove un dito per risolvere il problema. La locuzione si presta bene anche per richiamare quel tipico torpore postprandiale che paralizza ogni iniziativa.

Usare, oggi, questo modo di dire, rivela una notevole padronanza della lingua e un gusto per l’arcaismo elegante, permettendo di stigmatizzare la svogliatezza altrui senza ricorrere a termini banali o decisamente volgari.












(Le immagini sono riprese dalla Rete, di dominio pubblico, quindi. Se víolano i diritti d'autore scrivetemi; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)


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