Viaggio tra etimologie, equivoci e piccole storie che illuminano due verbi spesso confusi
Un aspetto affascinante della nostra lingua italiana, cantabile per eccellenza, è la "presenza" di verbi che, pur condividendo una radice comune, hanno sviluppato significati e usi molto diversi. È il caso di brunire e imbrunire, due sintagmi che designano l’idea del “diventare bruno”, ma che nella pratica appartengono a sfere d’uso distinte e non sovrapponibili. Capire questa differenza permette di scegliere con precisione la parola più adatta al contesto, evitando ambiguità e arricchendo la propria espressività. Non a caso, proprio la loro somiglianza ha dato origine, nel tempo, a qualche piccolo equivoco linguistico diventato quasi proverbiale.
Brunire deriva dal latino brunus, “bruno, scuro”, e conserva un valore concreto e operativo: significa rendere bruno qualcosa, oppure lucidare una superficie fino a conferirle una tonalità più scura e brillante. È un verbo transitivo, quindi richiede un oggetto su cui agire, e trova largo impiego in ambito artigianale e tecnico. Si può brunire un metallo, una cornice, una pelle lavorata; si può dire che il sole brunisce il legno o che il tempo brunisce la carta. Proprio in una bottega di argentieri, si racconta che un giovane apprendista, fraintendendo l’ordine di “brunire i candelabri entro sera”, li lasciò sul davanzale convinto che il calare della luce li avrebbe fatti “imbrunire” da sé. Quando il maestro tornò e li trovò identici, l’apprendista si giustificò dicendo che “non era ancora abbastanza imbrunito fuori”. Da allora, in quella bottega, “non aspettare che imbrunisca” divenne un modo scherzoso per ricordare che le parole vanno capite, non prese alla lettera.
Imbrunire, invece, ha un’evoluzione semantica più atmosferica e poetica. Anch’esso riconduce all’idea del “farsi bruno”, ma con un prefisso che indica trasformazione spontanea: non si brunisce qualcosa, ma si imbrunisce da sé. È un verbo intransitivo e si usa soprattutto per descrivere il calare della luce, il momento in cui il giorno sfuma verso la sera. Dire che “il cielo imbrunisce” o che “sta imbrunendo” significa evocare il passaggio al crepuscolo, un cambiamento naturale e non provocato da un agente esterno. In senso figurato può anche suggerire un’atmosfera che si fa più cupa o malinconica.
Proprio questa sfumatura poetica ha generato, in ambito letterario, un altro piccolo fraintendimento. Alcuni commentatori ottocenteschi, leggendo versi in cui “l’aria bruniva”, interpretarono l’espressione come un’azione esterna, quasi artigianale, come se qualcuno stesse “brunendo” l’aria. L’autore intendeva invece il naturale imbrunire del cielo, il passaggio morbido dal giorno alla sera. L’episodio è diventato un esempio ricorrente nei corsi di linguistica per mostrare come un prefisso possa cambiare radicalmente la prospettiva di un verbo e, di conseguenza, la lettura di un testo.
La distinzione, dunque, è netta: brunire è un’azione volontaria e diretta su un oggetto; imbrunire è un processo autonomo, legato soprattutto al ciclo della luce. Per questo non sono intercambiabili. Non diremmo mai “imbrunire il metallo”, così come “sta brunendo” non può sostituire “sta imbrunendo” per indicare l’arrivo della sera. La lingua, con la sua finezza, ci invita a cogliere queste sfumature e a usarle per esprimere con maggiore precisione ciò che osserviamo o vogliamo raccontare.
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“Restare come il topo nel granaio del prete”
Nel vasto repertorio dei modi di dire medievali, ce ne sono alcuni che sembrano piccole finestre aperte su un mondo lontano, fatto di granai, campanili e vita comunitaria. Espressioni nate in un contesto rurale e religioso, ma capaci di attraversare i secoli perché raccontano dinamiche umane che non cambiano mai. Tra queste, “Restare come il topo nel granaio del prete” è una gemma quasi dimenticata, un’immagine vivida che conserva una sorprendente forza evocativa.
Il granaio del prete, nel Medioevo, era un luogo sacro e sorvegliato: custodiva le decime, il raccolto destinato alla comunità e alla Chiesa. Per un topo, entrarci significava trovarsi circondato da abbondanza, ma anche da un pericolo costante. Ogni movimento poteva tradirlo, ogni briciola poteva costargli la vita. Da qui il senso del modo di dire: trovarsi in una situazione piena di tentazioni o opportunità, ma in cui ogni scelta è rischiosa, ogni passo va calibrato, ogni desiderio trattenuto.
Ed è proprio questo che lo rende ancora attuale. Oggi non abbiamo granai né decime, ma viviamo spesso in condizioni simili: ambienti professionali dove tutto sembra a portata di mano ma ogni mossa può essere fraintesa; relazioni in cui la possibilità di ottenere qualcosa convive con la paura di compromettere equilibri delicati; contesti sociali in cui l’abbondanza di stimoli è accompagnata da un’altrettanta grande esposizione. Il topo nel granaio del prete è chi si muove in un territorio ricco ma sorvegliato, chi deve gestire desideri e prudenza, chi sente il peso delle conseguenze dietro ogni gesto.
In un’epoca in cui siamo circondati da opportunità che richiedono attenzione, autocontrollo e consapevolezza, questo antico modo di dire medievale suona sorprendentemente moderno. È la prova che certe immagini, anche se nate secoli fa, continuano a descrivere con precisione chirurgica la nostra vita di oggi.
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