La lingua italiana, il nostro meraviglioso idioma, custodisce numerose curiosità grammaticali che passano quasi inosservate agli orecchi dei parlanti. Una delle più singolari riguarda la seconda persona plurale del passato remoto e quella dell'imperfetto congiuntivo, che coincidono perfettamente nella forma.
Prendiamo il verbo 'amare'. «Voi amaste quell'autore durante la vostra giovinezza». Qui 'amaste' è un passato remoto. «Credevo che voi amaste quell'autore». In questa seconda frase, invece, 'amaste' è un imperfetto congiuntivo. La forma verbale è identica, ma il valore grammaticale è completamente diverso.
Lo stesso fenomeno si verifica con tutti gli altri verbi: «Voi credeste alla sua parola.»; «Pensavo che voi credeste alla sua parola.»; «Voi partiste all'alba», «Temevo che voi partiste all'alba.» «Voi finiste il lavoro.», «Dubitavo che voi finiste il lavoro».
Come si spiega questa coincidenza? Anzitutto va detto che non si tratta di una svista della lingua né di un'anomalia recente. La coincidenza è antica e perfettamente legittima.
Le forme del passato remoto e quelle dell'imperfetto congiuntivo hanno infatti origini storiche differenti nel latino. Basti pensare che il perfetto indicativo latino presentava forme come 'amavistis', mentre il congiuntivo imperfetto aveva forme come 'amaretis'. Le due serie erano dunque nettamente distinte. Nel passaggio dal latino all'italiano, tuttavia, il sistema verbale subì profonde trasformazioni fonetiche e morfologiche. Il risultato finale fu che la seconda persona plurale del passato remoto e quella dell'imperfetto congiuntivo assunsero la medesima forma.
Così abbiamo: «voi amaste», «voi credeste», «voi finiste» sia come passato remoto sia come imperfetto congiuntivo.
La cosa sorprendente è che questa identità formale non genera praticamente mai equivoci. Il motivo è semplice: il contesto sintattico chiarisce immediatamente il valore della forma verbale.
Se leggiamo: «Voi amaste quel poeta», riconosciamo una proposizione indipendente e interpretiamo naturalmente il verbo come passato remoto. Se leggiamo: «Credevo che voi amaste quel poeta», la presenza della reggente e della congiunzione 'che' ci conduce senza esitazione all'imperfetto congiuntivo. In altre parole, dove la morfologia potrebbe lasciare qualche dubbio, interviene la sintassi a dissiparlo.
C'è poi un'altra considerazione interessante. La seconda persona plurale è meno frequente di un tempo, soprattutto nel congiuntivo imperfetto. Oggi, infatti, si preferisce rivolgersi agli interlocutori con il 'lei' anziché con il 'voi'. Di conseguenza, forme come «che voi amaste», «che voi credeste» o «che voi partiste» compaiono molto meno spesso nella lingua quotidiana rispetto al passato.
Forse anche per questa ragione la curiosa coincidenza tra passato remoto e imperfetto congiuntivo è nota soprattutto agli insegnanti, ai grammatici e agli appassionati di lingua.
Eppure si tratta di un piccolo capolavoro dell'italiano: due modi verbali diversi, due tempi diversi e due funzioni diverse che, almeno in una persona grammaticale, indossano esattamente lo stesso abito. Ancora una volta la nostra lingua dimostra che la chiarezza non dipende soltanto dalle singole parole, ma anche dalla struttura della frase che le accoglie.
Una curiosità, per finire, merita di essere ricordata. Molti parlanti si accorgono immediatamente della coincidenza tra «amaste» passato remoto e «amaste» imperfetto congiuntivo, ma pochi notano che l'eventuale ambiguità resta puramente teorica. Nella lingua reale, infatti, il contesto basta quasi sempre a distinguere i due valori senza il minimo sforzo. È uno di quei casi in cui la grammatica sembra creare un problema che l'uso della lingua risolve spontaneamente.
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