Da qualche anno la grafia inglese influencer è entrata con prepotenza nel lessico quotidiano italiano. Si incontra nei giornali, nelle pubblicità, nelle piattaforme digitali e perfino in articoli culturali. Eppure, come spesso accade, il nostro idioma ha già tutti gli strumenti necessari per esprimere lo stesso concetto senza ricorrere a un barbarismo: influenzatore; al femminile, influenzatrice.
A qualcuno potrebbe sembrare una creazione artificiale, elaborata a tavolino per sostituire una voce straniera ormai radicata. In realtà è vero il contrario: influenzatore è una parola perfettamente conforme alle regole della morfologia italiana e vanta perfino una storia più antica di quanto si possa immaginare.
La sua formazione è trasparente. Il lessema proviene dal verbo influenzare, cioè «esercitare un'influenza», «orientare opinioni, comportamenti o decisioni». A sua volta, influenzare discende dal sostantivo influenza, parola che proviene dal latino medievale influentia, collegata al verbo latino influĕre, composto di in- e fluĕre, «scorrere dentro».
L'etimologia racconta una storia curiosa. Nel Medioevo si riteneva che dagli astri discendesse una sorta di flusso invisibile capace di determinare il destino, il carattere e perfino la salute degli uomini. Questa azione misteriosa veniva chiamata appunto influenza. Soltanto in seguito il termine acquisì il significato moderno di condizionamento psicologico, sociale o culturale e, per estensione, passò a indicare anche la nota malattia stagionale, ritenuta anch'essa effetto di un influsso proveniente dall'esterno.
Su questa base si innesta il suffisso -tore, con il corrispondente femminile -trice. Si tratta di uno dei più produttivi e antichi meccanismi derivativi dell'italiano, ereditato dal latino -tor e -trix. La sua funzione è semplice: creare nomi d'agente, cioè parole che designano chi compie l'azione espressa dal verbo. Da collaborare nasce collaboratore; da costruire, costruttore; da amministrare, amministratore; da influenzare, naturalmente, influenzatore.
Sotto il profilo linguistico, dunque, il vocabolo non presenta alcuna anomalia. Anzi, è più regolare di molti altri termini entrati, ormai, stabilmente nell'uso. Colui che influenza è un influenzatore; colei che influenza è una influenzatrice. Il rapporto tra verbo e nome d'agente è immediato e immediatamente comprensibile a qualsiasi parlante italiano.
C'è di più. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, influenzatore non è nato come traduzione recente dell'inglese influencer. La parola era già presente nell'Ottocento. Tra le attestazioni più interessanti figura quella dello scrittore scapigliato Carlo Dossi, che la usava per indicare persone capaci di orientare le decisioni e le scelte altrui. Non si tratta quindi di un neologismo improvvisato, sibbene di una voce storicamente documentata che il lessico contemporaneo ha semplicemente riportato alla luce.
L'inglese influencer, del resto, non nasce da una radice diversa. Anche il verbo inglese to influence deriva, attraverso il francese e il latino, dalla medesima famiglia etimologica da cui provengono influenza e influenzare. Sotto il profilo storico le due parole sono dunque parenti strette; cambia soltanto il modo in cui ciascuna lingua ha sviluppato i propri meccanismi derivativi.
Per questo motivo influenzatore rappresenta un calco non soltanto possibile, ma naturale. Conserva il significato moderno attribuito a influencer e, nello stesso tempo, si inserisce senza forzature nel sistema linguistico italiano. Se oggi definiamo creatori di contenuti coloro che producono video, fotografie o testi destinati alle piattaforme digitali, possiamo analogamente chiamare influenzatori coloro che, attraverso quei contenuti, riescono a orientare gusti, consumi e opinioni.
La vicenda di influenzatore dimostra ancora una volta che l'italiano non è una lingua povera né incapace di nominare la modernità. Spesso le parole esistono già: basta riscoprirle. E talvolta, dietro un forestierismo presentato come inevitabile, si nasconde un vocabolo italiano antico, ben formato e perfettamente funzionante che aspetta soltanto di “rivedere la luce”.
Se chi persuade è un persuasore e chi comunica è un comunicatore, non si capisce perché chi influenza non possa essere, semplicemente, un influenzatore. Prima di cercare una parola oltre confine, vale la pena controllare
se non si sia già accomodata nel nostro vocabolario.
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«Uno di quelli che...»: l'accordo al plurale che quasi tutti
dimenticano
Nella locuzione partitiva «uno
di quelli che...» (o una delle cose che...) e simili,
la grammatica normativa impone di coniugare il verbo della frase
relativa al plurale, non al
singolare.
Il motivo è squisitamente sintattico: il pronome relativo che
non ha genere né numero propri e si accorda sempre con la parola
immediatamente precedente, ossia il pronome o sostantivo plurale
(quelli, cose, persone), e non con l'elemento
singolare iniziale (uno).
Di conseguenza la forma corretta, per esempio, è «È
uno dei libri che mi hanno
colpito» (ovvero: tra i libri che hanno colpito me,
questo è uno), mentre l'uso del singolare (uno dei libri che
mi ha colpito) costituisce un grave errore di concordanza causato
dall'attrazione psicologica esercitata da uno.
(Alcune
immagini sono state reperite in Rete. Se violassero diritti d’autore
vi prego di segnalarmelo; saranno prontamente rimosse: fauras@iol.it)
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