Due verbi fratelli che sembrano camminare assieme, ma uno misura e l’altro giudica: la storia di una somiglianza che inganna
Nonostante la parentela etimologica, diminuire e sminuire sono due verbi che nella vita della lingua hanno preso strade diverse, quasi divergenti: uno si è stabilito nel territorio delle quantità, delle misure, dei fenomeni osservabili; l’altro ha scelto la via più sottile e psicologica del giudizio, del valore, dell’intenzionalità. Diminuire risale al latino deminuĕre, composto da de- e minuĕre (“rendere più piccolo, ridurre”), mentre sminuire nasce dall’aggiunta di ex- a minuĕre, passato poi attraverso forme romanze che hanno portato all’italiano sminuire. È un caso interessante di biforcazione semantica: stessa radice latina, minus (“meno”), ma destini opposti. E proprio questa divergenza, così netta nell’italiano contemporaneo, merita di essere raccontata con calma.
Diminuire nasce e resta nel “terreno” dell’oggettività. È il verbo delle cose che cambiano di grado, di intensità, di numero. Quando la febbre scende, quando i prezzi calano, quando la velocità si abbassa, quando il medico consiglia di ridurre le dosi, siamo sempre nel campo di diminuire: un fenomeno misurabile, verificabile, che può avvenire spontaneamente o per intervento umano. È un verbo che non giudica: registra. E infatti può essere sia transitivo sia intransitivo, proprio perché descrive un fatto, non un’intenzione.
Sminuire, invece, è figlio di un’evoluzione semantica più sottile. In origine poteva significare “rendere minuto”, “far diventare più piccolo”, e qualche traccia arcaica sopravvive nei dizionari storici; ma già dall’Ottocento il verbo si sposta con decisione verso la sfera morale e psicologica. Oggi sminuire significa ridimensionare il valore, l’importanza o il merito di qualcuno o qualcosa, spesso con una sfumatura svalutativa. Non si sminuiscono le dosi né la febbre: si sminuiscono i successi, le capacità, le critiche, le persone. È un verbo che non descrive un dato: descrive un atteggiamento. E infatti è (quasi) sempre transitivo, perché richiede un bersaglio, un oggetto del giudizio.
Gli esempi chiariscono la distanza: La febbre è diminuita appartiene alla cronaca dei fatti; Ha cercato di sminuire l’importanza dell’evento appartiene alla cronaca delle intenzioni. Diminuire i rischi significa ridurli davvero; sminuire i rischi significa far finta che siano poca cosa. Diminuire il prezzo è un’azione economica; sminuire il prezzo è parlar male del bene per abbassarne il valore percepito. Due mondi diversi, insomma: uno misurabile, l’altro valutativo.
Una piccola curiosità storica: nei testi letterari antichi, soprattutto tra Seicento e Settecento, sminuire compare talvolta con il significato fisico di “rimpicciolire”, ma questo uso è ormai completamente scomparso. La lingua ha scelto con decisione la via psicologica, lasciando a diminuire tutto il territorio delle quantità.
In conclusione, si diminuiscono le spese, le porzioni, la velocità, il dolore; si sminuiscono i meriti, le capacità, le persone, i problemi. Due verbi fratelli, sì, ma con caratteri incompatibili: uno misura, l’altro giudica.
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