lunedì 12 gennaio 2026

Le parole che 'graffiano' e quelle che 'accarezzano'

 


U
na volta, in un piccolo borgo affacciato sul mare, viveva un' anziana maestra, Lidia. Era famosa per il suo modo gentile di parlare e per la capacità di trasformare ogni lezione in una storia che i bambini ricordavano per anni. Un giorno, mentre si avviava verso la scuola, sentì due suoi scolari litigare: uno aveva appena definito l’altro “lumacone”. Lidia sospirò, non per il litigio in sé, ma perché sapeva che quella era l’occasione perfetta per spiegare un concetto che pochi conoscevano davvero: il disfemismo.

Entrò in classe e, prima ancora di togliersi il cappotto, cominciò a raccontare. Disse che nella lingua italiana esistono parole che accarezzano e parole che graffiano. Il disfemismo appartiene alla seconda categoria. Deriva dal greco dys (“male”) e phēmí (“parlare”), e significa letteralmente “parlare male”, cioè usare un termine più duro, più volgare o più sgradevole rispetto a quello neutro. È il contrario dell’eufemismo, che invece addolcisce. Il disfemismo, spiegò la maestra, non nasce sempre dalla cattiveria: a volte serve a sdrammatizzare, altre a creare complicità, altre ancora a esprimere frustrazione o ironia.

Per rendere tutto più chiaro, raccontò un aneddoto della sua giovinezza. Da giovinetta lavorava in una piccola libreria. Il proprietario, un uomo burbero ma dal cuore buono, chiamava il registratore di cassala bestia”. Non perché lo odiasse, ma perché ogni volta che si inceppava sembrava ringhiare. Quel soprannome, pur essendo un disfemismo, non offendeva nessuno: anzi, faceva sorridere i clienti abituali. Lidia spiegò che questo è un esempio di come il disfemismo possa essere usato in modo affettuoso o ironico, senza intenzione offensiva.

Poi aggiunse che, in altri casi, il disfemismo può ferire. Dire “lumacone” invece di “sei un po’ lento oggi” cambia completamente il tono. Le parole, come pietre, possono costruire o demolire. Ecco perché bisogna usarle con consapevolezza. I bambini ascoltavano rapiti, e qualcuno iniziò a riflettere sulle parole che usava ogni giorno senza pensarci.

Per rendere la lezione ancora più viva, Lidia fece alcuni esempi: chiamare “sbobba” un piatto poco appetitoso, dire “piantala di frignare” invece di “non piangere”, definire “vecchio rottame” un oggetto usurato. Ogni volta, i bambini riconoscevano il tono più ruvido, più colorito, più diretto. Capivano che il disfemismo non è solo una parola brutta: è un modo di guardare il mondo con una lente che ingrandisce il difetto, l’imperfezione, il lato scomodo delle cose.

La maestra concluse la sua lezione spiegando che conoscere il disfemismo significa imparare a scegliere. A volte può essere utile per scherzare, altre per sfogarsi, altre ancora per dare vivacità al linguaggio. Ma bisogna sempre ricordare che le parole, una volta pronunciate, non tornano indietro. Sono come frecce: possono colpire un bersaglio con precisione o ferire senza volerlo.

Quando la campanella suonò, i piccoli uscirono dall’aula con un nuovo tesoro: la consapevolezza che ogni parola ha un peso, e che il disfemismo, se usato con attenzione, può essere uno strumento espressivo potente. Ma se usato senza cura, può trasformarsi in un piccolo veleno. E così, da quel giorno, nessuno chiamò più un essere umano “lumacone”. Al massimo, qualcuno sussurrò “sei un po’ lento”, e lo disse con un sorriso smagliante.

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Rimanere al verde rame


N
ella vasta “rimessa” della nostra lingua, dove riposano parole ed espressioni che un tempo vivevano sulla bocca di tutti, “rimanere al verde rame” è una piccola gemma idiomatica dimenticata. È un modo di dire che oggi suona quasi enigmatico, ma che un tempo aveva una sua precisa collocazione nel parlare quotidiano, soprattutto in alcune aree dell’Italia centrale.

L’espressione significa trovarsi completamente senza denaro, in una condizione di povertà momentanea o cronica. È una variante più antica e più colorita del più comune “essere al verde”, che ancora oggi sopravvive. Il “verde rame” richiama il colore delle superfici metalliche ossidate: un verde spento, povero, che richiama l’idea di qualcosa di consumato, logoro, ridotto all’osso. In alcune interpretazioni popolari, il riferimento è alle monete di rame, le più piccole e di minor valore: quando si arrivava a consumare quelle, si era davvero alla fine delle risorse economiche.

Nell’uso quotidiano, “rimanere al verde rame” compariva spesso in contesti familiari o scherzosi, come un modo pittoresco per lamentarsi della propria situazione economica. Oggi il modo di dire suscita curiosità o un sorriso per la sua aria d’altri tempi. Si potrebbe dire: “Dopo le spese di questo mese sono rimasto al verde rame”, oppure “Se continuiamo a uscire tutte le sere, finiamo al verde rame in un attimo”. In un dialogo narrativo potrebbe suonare così: “Non chiedermi di venire in vacanza, sono al verde rame da settimane”.

È un’espressione che meriterebbe di tornare in auge (in circolazione): ha un sapore antico, una musicalità particolare e una forza evocativa che le parole moderne spesso non posseggono più.


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La lingua "biforcuta" della stampa

Tv di Stato mostra migliaia di persone in piazza pro-regime. Il ministro degli Esteri di Teheran ha sentito Witkoff

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Correttamente: pro regime (senza trattino). Vocabolario De Mauro: pro

prò prep., s.m.inv., lat.  ca. 1050; lat. pro.

AU
1. prep. , per, in favore di, a beneficio di: offerte pro alluvionati | anche con iniz. maiusc., in denominazioni di istituzioni benefiche o culturali che promuovono iniziative sociali e assistenziali a favore di qcn. o qcs.: pro loco
2. s.m.inv. , ciò che costituisce l’aspetto favorevole, vantaggioso di una situazione, di una scelta e sim.: valutare i pro e i contro. La "polizia linguistica" è sempre in agguato.  






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