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giovedì 31 maggio 2018

«Grammaticando»...


Alcuni grammatici sostengono che il verbo “dire”, finendo in “-ire”, appartenga/appartiene alla terza coniugazione, come “finire”. Non è affatto vero. Dire si classifica fra i verbi della seconda coniugazione – come “temere” – in quanto è la forma sincopata del latino “di(ce)re”. Altri ancora ritengono che il predetto verbo sia bene adoperato solo nel suo significato proprio: “esprimere con la voce”, quindi “proferire”. E dove sta scritto? Per il suo significato generico “dire” è adoperato frequentemente al posto di altri verbi piú propri e determinanti come, per esempio, “soggiungere” e “rispondere” ma non per questo il suo uso è errato.

 Potrà sembrare inverosimile, ma molti uomini soffrono di “disturbi uterini”. Sono quelli affetti da “isterismo”, che in senso proprio è una  “turba provocata da disturbi dell’utero”, dal greco “hystèra” (utero). Ippocrate riteneva, infatti, che questa malattia di tipo nevrotico, provenisse dall’utero che se infiammato poteva spostarsi per tutto il corpo e giungere all’altezza della gola, provocando, in tal modo, un repentino senso di soffocamento con esagitate reazioni motorie. Il termine, quindi, è entrato nel linguaggio scientifico con l’accezione a tutti nota.

Molto spesso si fa seguire il verbo "nascere" dall'aggettivo  "nuovo": è nato un nuovo gruppo industriale. È evidente che si nasce nuovi, non vecchi. In casi del genere nuovo sta per altro. Perché non sostituire nuovo con altro e dire o scrivere, per esempio: è nato un altro gruppo industriale?

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La parola proposta da questo portale e non a lemma nei vocabolari dell'uso: hara. Sostantivo femminile, tratto dal latino "hara(m)", con il quale si indica un "recinto per maiali", un porcile, insomma. Termine di uso prettamente letterario.

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