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venerdì 23 febbraio 2018

Un purosangue in Borsa


Due parole, due, su un argomento che, ci sembra, abbiamo trattato su “Il Cannocchiale”: il crack. Lo riproponiamo, eventualmente, perché molti, per non dire tutti, si ostinano a scriverlo in modo orrendamente errato: crack, appunto. Cominciamo con il dire che la grafia corretta è crac (senza il k). È, infatti, una voce onomatopeica che riproduce il rumore di una cosa che si rompe, che si sfascia, che crolla.
Il caso vuole che questo termine si sia diffuso in Italia dal tedesco (non dall'inglese!) Krach, in seguito al crollo bancario, così chiamato, avvenuto a Vienna il 9 maggio 1873. Lasciamo stare, quindi, l'inglese crack (tra l'altro i giornali inglesi adoperano la voce tedesca) e usiamo – per indicare un fallimento, un crollo finanziario – il nostro italianissimo crac, riservando la grafia inglese - se proprio vogliamo adoperare questo barbarismo - esclusivamente al campo dell'ippica.
Il crack, infatti, è un purosangue, un cavalo di razza, un cavallo famoso, un campione vanto di una scuderia (l'inglese 'to crack' significa anche vantarsi). Sarebbe bene, però, al fine di evitare equivoci ma soprattutto per scrivere in lingua che la stampa e i mezzi di informazione, in genere, abbandonassero le parole straniere e tornassero alla madre lingua che offre un'ampia scelta di vocaboli che fanno alla bisogna, tra cui: cavallo campione; campione o anche                            campionissimo.
Non vorremmo che un giorno si presentasse in Borsa – per colpa dei giornali – un bellissimo crack per essere quotato a un prezzo da capogiro! Se messo alla porta avrebbe tutto il diritto di risentirsi e menare calci a destra e a manca. Non si inganna nessuno, neanche gli animali. E a proposito di purosangue è interessante notare che,
contrariamente a quanto si legge nelle comuni grammatiche e nei comuni vocabolari, laggettivo e sostantivo “purosangue” non è tassativamente invariabile. Essendo un nome composto si può pluralizzare correttamente secondo la regola della formazione del plurale dei nomi composti. Detta norma stabilisce che i nomi composti di un aggettivo e un sostantivo formano di regola il plurale come se fossero nomi semplici (cambia, quindi, la desinenza del sostantivo): il biancospino, i biancospini; la vanagloria, le vanaglorie; il purosangue, i… purosangui. Coloro che preferiscono dire e scrivere “purosangui, pertanto, non possono essere tacciati di crassa ignoranza linguistica.



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La parola proposta da questo portale e non a lemma nei vocabolari dell'uso: alloppicare. Variante di alloppiare e sta (in senso figurato) per "dormicchiare", "appisolarsi" e simili.


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Da un quotidiano in rete:


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Ripeteremo fino alla nausea che "neo-" è un prefissoide e in quanto tale si scrive "attaccato" alla parola che segue: neorettore. Leggiamo dal Treccani: «nèo- [dal gr. νεο-, forma che assume in composizione l’agg. νεός «nuovo, recente»]. – 1.Primo elemento di parole composte, derivate dal greco o formate modernamente (anche nella terminologia lat. scient.), nelle quali ha il sign. di «nuovo, moderno, recente». In partic.: a. Con riferimento a persona che si trovi da poco tempo in una determinata situazione: neonatoneofitaneoeletto (e analogam. neodottoreneosenatore e altri, che non si è ritenuto necessario, per la loro stessa trasparenza, registrare nel rispettivo luogo alfabetico)[...]». Si veda anche qui.





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