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martedì 25 luglio 2017

Sgroi - La Crusca neo-sessista "con juicio"


di Salvatore Claudio Sgroi *

 La "femminilizzazione" dei nomi di professione e delle cariche -- per intenderci, casi come la ministra, la magistrata, la presidente (della Camera, ecc.), la sindaca, la notaia, la rettrice (dell'Ateneo), la pro-rettrice, la direttrice (del Dipartimento), la dirigente (scolastica), la dottoressa, ecc. -- è ben presente, con diversa fortuna secondo i termini, non solo in italiano, ma in tante lingue del mondo. Ed è stata giudicata da uno storico della lingua come Pier Vincenzo Mengaldo (1994) "quasi una rivoluzione" linguistica.
Diverse al riguardo sono le reazioni da parte dei parlanti dinanzi a tali usi. In termini di "diritti e doveri linguistici" del parlante, direi 1°) che il parlante (maschio o femmina) ha sempre il diritto di dire  "questo o quel femminile non mi piace proprio", "non lo userò mai" ecc. Oppure il contrario.
 Suo dovere è però 2°) non dire che questa o quella forma al femminile è "errata", e che quindi chi la usa sbaglia, se non altro perché è sempre comprensibile. Né tanto meno egli può imporre il proprio uso (maschile o femminile che sia) agli altri.
Massima libertà d'uso quindi da parte del parlante e rispetto degli usi altrui diversi.
Nei rapporti con gli altri, il dovere della cortesia impone invece di adeguarsi all'uso voluto dal proprio interlocutore. E quindi "Signora Presidente" (o "Direttore") se questo è l'allocutivo desiderato dalla interlocutrice.
In una società in cui la donna è a vario titolo discriminata rispetto al maschio, o vittima (vedi i femminicidi), la teoria sessista della lingua -- giunta alla ribalta in Italia circa 30 anni fa -- ritenendo la lingua strutturalmente maschilista e anti-femminista, ha voluto mettere in primo piano l'immagine della donna, soprattutto nei casi in cui il termine di genere maschile denota non solo il maschio ma anche la donna, proponendo anzi imponendo il nome di genere femminile (la ministra e non il ministro se si tratta di una donna), come nei casi di cui sopra. Il limite del sessismo linguistico è quindi il suo carattere prescrittivista.
Qual'è la posizione assunta al riguardo dall'Accademia della Crusca, e dal suo dinamico presidente, Claudio Marazzini? Il lettore potrà apprenderlo scorrendo l'informatissimo volumetto in 8° col titolo mengaldiano «Quasi una rivoluzione», sottotitolo I femminili di professione e cariche in Italia e all'estero ( pp. 136).
Il volumetto è costituito da un agguerritissimo saggio di un giovane studioso, Giuseppe Zarra (pp. 20-120), relativo all'italiano, allo spagnolo, al francese, al tedesco e all'inglese, da tre interventi di C. Marazzini (pp. 5-12; 121-29; 131-34) e da una prefazione (pp. 13-17) di Yorick Gomez Gane. (Ma manca un indice degli esempi e dei nomi).
Il dilemma se è bene dire la ministra oppure il ministro riferito in entrambi i casi a una donna, lo scioglie il presidente della Crusca, che non potendo (ahimè) proporre una sola Regola, dinanzi alla varietà degli usi dei parlanti apparentemente ingovernabile, ne propone due, o per meglio dire una regola regolante con due Varianti.
 Marazzini afferma infatti di doversi "rassegn[are] all'oscillazione tra maschile non marcato [es. il ministro] e femminile [la ministra], fino a quando non ci sarà il netto prevalere di una forma sull'altra" (p. 133).
Intanto,  una "buona soluzione" (ibid.) è, afferma l'A., "adottare [i] il femminile quando abbiamo il nome [proprio] (La presidente Boldrini, La ministra Boschi), [ii] il maschile non marcato quando la carica è menzionata di per sé in atti ufficiali (La circolare del ministro, Il ministro decreta, maschio o femmina che sia)" (ibid.).
Potremmo definire questa posizione normativista, un "neo-sessismo 'con juicio'", rispetto al "vetero-sessismo" di altri studiosi (maschi o femmine), che vorrebbero in tutti i casi La ministra decreta, ecc..
A monte della teoria sessista della lingua, neo- o vetero- che sia, sta però un fraintendimento teorico della categoria grammaticale del "genere", etimologicamente inteso come segnalatore del sesso maschio-femmina del referente animato, animale (umano e non-umano),  peraltro antico retaggio della grammatica greco-latina.
Il genere grammaticale, malgrado l’etimo, indica invero solo secondariamente, e solo per i nomi animati il sesso (peraltro non senza incoerenze). La funzione primordiale è quella di obbligare tutti i nomi (animati e non) all’accordo, alla coesione morfo-sintattica, per facilitare la comunicazione (es. Il terremoto è stato (non: *è stata) terribile; Il presidente è stato eletto [non: *eletta]).
Ogni lingua può peraltro segnalare, se il parlante lo desidera, oltre il ruolo anche il sesso degli individui. Di fatto, il parlante ha quindi a disposizione due Regole. La Regola-1 per cui usa la forma non-marcata al maschile se vuol far riferimento solo al ruolo, senza badare al sesso. E la Regola-2 per cui usa il femminile se vuole esplicitare anche il sesso. E le due Regole possono essere compresenti in uno stesso testo. Nel volumetto  Parole ai giovani di Papa Francesco (della LEV) si leggono frasi con nomi maschili riferiti a maschi e femmine: per es. (i) "dobbiamo avere cura dei giovani cercando per loro lavoro"; il/la giovane è solo "chi è nell'età compresa tra la tarda adolescenza e la maturità", senza far riferimento al sesso; -- (ii) "Dobbiamo avere cura degli anziani" (di entrambi i sessi).
E accanto voci maschili (per maschi) e voci femminili (per femmine): per es. (i) nomi ambigenere "un giovane e una giovane", (ii) nomi mobili "(cari) ragazzi e ragazze", (iii) "un ragazzo e una ragazza",  (iv) nomi indipendenti "ogni uomo e ogni donna".
Qualcuno direbbe forse che il Papa è sessista? maschilista?, anti-femminista?


* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania





Autore tra l'altro di
--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);
-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);
--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);
     -- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)




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