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lunedì 26 giugno 2017

Sgroi - Fantagrammatica: l’insegnamento del congiuntivo


di Salvatore Claudio Sgroi *

 Il (neo)purismo, come è noto, ha sempre goduto in Italia di grande fortuna. (Neo)purista è chi in genere lamenta (se non condanna) il mutamento della lingua, mostrando nel contempo una ‘fedeltà’ assoluta ad essa. Un atteggiamento però contraddittorio con l’essenza stessa della lingua che esiste unicamente in funzione dei mutevoli e imprevedibili bisogni espressivi-comunicativi-cognitivi dei parlanti di una comunità. Nell’essere (neo)puristi ci possono tuttavia essere gradi diversi di “fedeltà linguistica”. I cambiamenti linguistici dei parlanti subalterni, incolti, tipici cioè dell’“italiano substandard (regional)popolare”, sono ritenuti sociolinguisticamente degli “errori” (anche se tali non sono comunicativamente), e non di rado suscitano il sorriso di chi non è parlante popolare (“il comune senso dell’errore”). Così per es. i congiuntivi analogici sulle desinenze della prima coniugazione io stassi (per ‘stessi’)”, oppure facci (pro ‘faccia’)”. O ancora frasi ipotetiche col doppio condizionale come Se io lo saprei glielo direi al posto di se lo sapessi glielo direi.

Quanto ad altri cambiamenti, per es. l’indicativo al posto del congiuntivo in enunciati come Credo che tu hai (anziché: ‘abbia’) perfettamente ragione, oppure Se lo sapevo non venivo al posto di se l’avessi saputo non sarei venuto, o Fra voi c’è qualcuno che conosce (anziché: ‘conosca’) la lingua araba?”, o ancora Mi chiedo chi lo ha (per: ‘abbia’) invitato, – si tratta di usi dell’“italiano colloquiale” di tutti i parlanti: colti e mediamente colti (e incolti).

Rispetto a questi usi i (neo)puristi possono invece mostrarsi, come dire, “morbidi”. E tale è l’atteggiamento che caratterizza gli autori del fortunatissimo manualetto Viva il congiuntivo! di Valeria Della Valle – Giuseppe Patota (Sperling & Kupfer 2009). “Un errore da evitare” è l’uso popolare dei “famigerati (analogici) «dassi» e «stassi»”. Invece “frasi non scorrette” quelle di “italiano colloquiale” con l’indicativo pro congiuntivo. E tuttavia “il nostro consiglio – si affrettano a precisare gli autori – è di evitarlo nell’italiano scritto e in quello parlato in situazioni formali”. Un colpo alla botte e uno al cerchio...

La strategia tipica del (neo)purista non sempre è quella prescrittivista (“non dire così, perché è errato”), ma è quella di sottolineare ampiamente con dotta argomentazione la vitalità del congiuntivo in ambiti diversi. Anzi i due co-autori si propongono di sfatare il mito della “morte del congiuntivo”, al contrario “sulla cresta dell’onda”. Sennonché il problema vero non è tanto la sua scomparsa quanto il suo indiscutibile arretramento dinanzi all’indicativo (1 a 3 stando a Google 17.V, come riconoscono gli stessi autori; e negli “scrittori di oggi” ma anche “di ieri” con l’indicativo in rapporto di 1 a 2). A nostro giudizio, andava invece chiarito che tale “naturale” arretramento – che coinvolge un po’ tutte le lingue indo-europee (vedi A. Meillet) – è dovuto a una causa interna, cioè alla scarsa salienza fonica (am-ano/am-ino) e distanza strutturale tra indicativo e congiuntivo (per es. tu/egli am-i, noi am-iamo). La tendenza alla semplificazione linguistica, più che l’esser “difficile da imparare” o “da usare”, è la reale motivazione del suo arretramento.

Quanto al nodo teorico se il congiuntivo va(da) inteso tradizionalmente (e scolasticamente) come modo dell’incertezza, del dubbio rispetto all’indicativo modo della certezza, oppure se sia (o: ‘è’) semplicemente un modo più elegante rispetto all’indicativo, gli autori sembrano incerti al riguardo. “Quella tra indicativo e congiuntivo resta una scelta di stile” (si legge a p. 49). Il congiuntivo è “il modo tipico della subordinazione” (p. 64). Ma essi sostengono anche che “il congiuntivo non ha un valore unico, ma molti valori, molte funzioni, molti usi e molti significati” (p. 72). Ovvero insistono più che altro sul senso (della certezza o dubbio) del verbo che regge la dipendente col congiuntivo. E tuttavia – si può facilmente obiettare – il fatto che uno stesso verbo reggente (indicante incertezza o dubbio) possa governare sia il congiuntivo (senz’altro più elegante) o l’indicativo (certamente più informale) sta proprio a dimostrare che la differenza tra i due modi è di pura forma e non di significato. Credo che Dio esista (al congiuntivo) lo dicono molti credenti, senza sentirsi turbati dalla presunta incertezza del congiuntivo, semplicemente più elegante rispetto a credo che Dio esiste (all’indicativo). È questa la prova ‘ontologica’ – si potrebbe sostenere – dell’inesistenza del congiuntivo modo della ‘possibilità, volontà o irrealtà’. Insomma, lunga vita al congiuntivo, ma con adeguata argomentazione!

(in Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2016, pp. 243-45).


* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di
--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);
-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);
--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);
-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)

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