Visite dal primo febbraio 2017

martedì 27 giugno 2017

Qua e là...


Scoprire e inventare

Moltissime persone adoperano i due verbi indifferentemente, come se fossero sinonimi. No, non è affatto cosí: ce lo dice la loro origine, vale a dire l’etimologia. Il primo significa, in senso lato – come recitano i vocabolari – “esporre alla vista qualcosa togliendo una copertura”; il secondo “realizzare quanto suggerito dall’immaginazione o dalla riflessione”. Insomma: si scopre qualcosa che c’è ma è “nascosto” e si inventa qualcosa che non c’è. Esempi: una stella si “scopre” (c’era ma non si vedeva); un macchinario si “inventa” (non c’era)

*

"Non me ne voglia..."

“Non me ne voglia, la prego”. Chissà quante volte abbiamo pronunciato questa frase o una simile senza renderci conto che cozzava contro il buon uso della lingua italiana. Perché? Perché è un francesismo bell’ e buono e in buona lingua è, appunto, da evitare. I francesi adoperano il verbo volere in senso assoluto (“volerne” a qualcuno); in italiano, in frasi del genere, si usano verbi “piú appropriati”: ‘prendere’('prendersela'), ‘essere in collera’ e simili. Diremo dunque, correttamente, “non sia in collera con me, la prego”; oppure "non se la prenda ", “non ce l’abbia con me, la prego”.
*

Per la serie "la lingua biforcuta..."

Da un quotidiano in rete:

ALTRI CAPOLUOGO AL VOTO

-----------------

Forse è il caso di "ricordare" ai redattori titolisti che il sostantivo "capoluogo" non è invariabile, si pluralizza normalmente: capoluoghi o capiluoghi. Personalmente preferiamo la prima forma in quanto "capo", quando sta per "principale", come in questo caso, resta invariato e prende la desinenza del plurale solo il secondo elemento. Quindi il capoluogo ("luogo principale"), i capoluoghi.



***


A proposito di "traccie", strafalcione ortografico comparso sul sito del MIUR, Mariangela Galatea Vaglio,  nella sua rubrica di lingua sul settimanale in rete L'Espresso, scrive:

«[...] In effetti però i plurali in -cie e -gie sono particolarmente rognosi da ricordare. In alcune parole italiane, che hanno una i dopo la c, come cielo e cieco, la i si mantiene anche se in realtà non viene più pronunciata da secoli. Per altre che terminano in ci e gi la i rimane solo al singolare ma al plurale scompare.
La regola prevede che la i rimanga quando la ci e la gi sono precedute da una vocale, come in ciliegia>ciliegie e camicia>camicie. Il camice, senza la i, non è un plurale, ma un singolare, ed indica il grembiule bianco indossato da medici e farmacisti. Quando ci e gi sono precedute da una consonante, come appunto in traccia, freccia, bertuccia, arancia, treccia, torcia e spiaggia, al plurale la i sparisce [...]».
----------------
È il caso di aggiungere, alla regola ricordata dalla dott.ssa Vaglio, che la "i" delle parole in "-cia" e "-gia" si conserva nel plurale anche quando la "i" è tonica (quando, cioè, nella pronuncia vi cade l'accento): farmacia>farmacie; strategia>strategie; allergia>allergie.






Nessun commento: